Premessa e Presentazione
La trascrizione dell’Estimo del 1641 di Ospitaletto (ASBs registro n° 1649 e registro n° 1650 del Catasto Antico) fa seguito a quella dell’Estimo di Ospitaletto del 1598, che costituiva la mia tesi del 3° anno di frequenza al Corso di Avviamento alla Ricerca Storica di Rovato, gestito da don G. Donni. Queste trascrizioni rientrano in un Progetto di trascrizione globale degli Estimi di Ospitaletto, al fine di analizzare e studiare sia il territorio che i proprietari terrieri e le costruzioni abitative di questo Paese, ma soprattutto al fine di seguire l’evoluzione della vita economica agricola e contadina nei secoli della dominazione veneta; ed anche per definire e precisare le Contrade appartenenti ai vari Quartieri, nonché l’evolversi delle denominazioni delle varie “pezze di terra” ed il loro valore commerciale.
Per quanto riguarda la descrizione del Territorio di Ospitaletto rimando alla Premessa della trascrizione dell’Estimo del 1598; così pure, per quanto attiene ai criteri ed all’impostazione generale su cui era basato il sistema fiscale veneto, di cui mi ero ampiamente soffermato nel precedente lavoro e che avevo ampiamente illustrato.
Il presente Estimo del 1641 costituisce il primo Grande Estimo Generale del Territorio della Provincia di Brescia, infatti precedentemente ne erano stati fatti degli altri, che però avevano una valenza limitata a zone ben stabilite dell’ampio Territorio bresciano; questo del 1641 invece è il primo a valenza generale e comune a tutto il territorio e soprattutto va segnalato che è stato regolamentato da ben precise disposizioni emanate dall’autorità centrale, che dovevano rivestire carattere cogente generale. Si può far notare che dal 1598 sono passati ben 43 anni, tuttavia sono da considerare alcuni fattori storico-sociali che sono intervenuti a ritardare la compilazione e la presentazione di questo estimo: in primis la peste del 1630 che entrata nella nostra provincia dai suoi confini occidentali (Palazzolo) all’inizio dell’anno ha poi assunto una direzione verso est e verso la città ed oltre diffondendosi poi a tutta la provincia determinando una grave calamità sanitaria con altissimo numero di vittime sia nei Paesi che in città, è poi perdurata fino all’anno successivo. Questa epidemia di peste ha sicuramente posticipato la compilazione del primo estimo generale; ma non solo, confrontandolo con quello precedente del 1598 si intravede la difficoltà nella ripresa di una normale vita economica di quella assai provata società agricola e contadina (vedasi le note nella conclusione).
Bisogna far presente che durante questi quaranta tre anni il Sistema Fiscale Veneto non aveva subito variazioni importanti, per cui si rimanda a quanto detto nella premessa dell’estimo 1598.
La Repubblica di Venezia (da cui dipendeva Brescia e la sua Provincia) fin dal 1426 richiedeva periodicamente le “polizze d’estimo”, ossia le dichiarazioni dei redditi, meglio le proprietà da parte dei proprietari di case e di terreni e di altri beni, per farsi pagare le tasse sulla base dell’estimo compilato in base alle polizze, ossia in base al valore attribuito a quei beni.
Rispetto al precedente Estimo del 1598, in questo del 1641 non vengono più riportati né il Colonato, nè vengono dettagliati i prodotti della coltivazione della terra: né i cereali e legumi, né il fieno e le biade, né la produzione di vino; e anche per quanto riguarda la denuncia degli animali (vacche, buoi, cavalli, asini e pecore), questi risultano numericamente assai inferiori rispetto al 1598: che pensare? Forse che se ne denunciano di meno di quanto si dovrebbe, oppure che veramente essi siano diminuiti di numero rispetto al 1598? Solo le pecore sono aumentate passando dalle 90 del 1598 alle 300 del 1641; nettamente diminuiti i cavalli essendo passati da 45 nel 1598 a 5 del 1641; e così pure li bovini che sono passati da 208 del 1598 ai 5 del 1641: pertanto sarei propenso a pensare che venivano denunciati meno di quelli veramente posseduti. Altra considerazione: si nota che è completamente sparito il “Colonato” rispetto al 1598.
Confronto fra i dati desunti dall’Estimo 1598 e quelli desunti dall’estimo 1641.
Beni estimati 1598 1641
Case Cittad – £ 85 16783
Case Contad – £ 10273 43288
Terreni Cittad – piò 1290 732,28
Terreni Cittad – £ 88800 137282
Valore medio al piò x Cittad 68 187,48
Terreni Contad – piò 784 1010
Terreni Contad – £ 29869 206364
Valore medio al piò X Contad 38,10 204,32
Debito Cittad £ 1140 726
Credito Cittad £ ns 0
Debito Contad £ 3832 16363
Credito Contad £ ns 1592
Debito TOT £ 4972 17089
Credito TOT £ ns 1592
Case TOT £ 10358 61838
Terreni TOT piò 2073 1780
Terreni Tot £ 118669 345950
Valore medio al piò su TOT 57,25 194,36
Animali: Cavalli 45 5
Asini 6 28
Vacche e Buoi 208 5
Pecore 90 300
Considerazioni sul confronto dei dati:
Case: nel 1598 i Cittadini non hanno praticamente case in paese, ma nel 1641 aumentano decisamente le case di loro proprietà; aumentano anche quelle dei contadini passando da £ 10273 a £ 43288: si vede che aumentano non solo in valore ma anche di numero, anche se è difficile per noi stabilire il preciso concetto di “corpo di casa” che dovrebbe essere inteso come “stanza o locale abitativo”.
Terreni coltivati (pdt): devo premettere che nel computo dei piò dei contadini sono compresi anche quei terreni di contadini di altri paesi circostanti (Travagliato, Cazzago, Castegnato, Paderno, ecc.), mentre nel calcolo dei terreni dei cittadini sono compresi solamente quelli di loro proprietà.
Nel 1598 il totale dei piò estimati (compresi quelli dei cittadini e dei contadini) era di piò 2073 con un valore di £ 118669; nel 1641 il totale è di piò 1780 con un valore di 345950: quindi è diminuita la quantità dei terreni, ma ovviamente dopo quasi cinquant’anni è notevolmente aumentato il loro estimo, il loro valore fiscale e non so dire che corrispondenza ci possa essere tra valore fiscale e valore commerciale; un’idea si potrebbe avere dal confronto con gli atti notarili di compra vendita, sui quali è indicato il prezzo effettivamente pagato e quindi il vero valore commerciale dei terreni agricoli.
Per quanto riguarda gli animali ho già fatto alcune considerazioni all’inizio.
Infine una nota sulla popolazione presente nel 1641 a Ospitaletto: l’estimo non lo riferisce e noi per farcene un’idea dobbiamo rifarci alla Visita Pastorale del 1636 effettuata dal Vescovo Vincenzo Giustiniani, dalla quale si apprende che la popolazione si aggira sui 750 abitanti di cui 400 comunicanti; se consideriamo che nel 1598 i residenti erano circa 800 di cui 440 comunicanti, ci rendiamo conto che la peste doveva aver fatto grandi disastri (peraltro non si dispongono dei registri dei morti durante la peste e peraltro neppure dei morti fino al 1663) e che dopo dieci anni le perdite non erano ancora state recuperate. Nella Visita Pastorale del 1648 del Vescovo Marco Morosini la popolazione sale a 1000 con 700 comunicanti.
Appunti sul sistema fiscale veneto.
Venezia come tutti gli stati tassava i suoi sudditi.
La Tassazione era determinata dal suo bisogno finanziario: supponiamo che Venezia avesse bisogno per quell’anno 1600 di £ 1.000.000 – questa somma doveva pur recuperarla dai suoi sudditi, che erano suddivisi tra la Città di Venezia e il Territorio dell’entroterra (Terraferma). La parte che doveva essere assegnata a BS era un 1/5 di quella spettante al Terraferma: 1/5 T = BS = £ 200.000
La Città di Brescia doveva poi recuperare questa somma per darla a Venezia: ma anche BS doveva fare dapprima una partizione delle £ 200.000 tra Città e Territorio Provinciale: stabiliamo per esempio la somma XX per la città e la somma YY per il Territorio. Questa somma YY stabilita per il Territorio, andava poi distribuita tra le varie Quadre del Territorio. Ogni Quadra doveva poi suddividere la somma a lei attribuita (che rappresentava la tassa totale dei vari paesi componenti la Quadra e che doveva essere raccolta) tra i vari Paesi che la costituivano. E come faceva???
Qui entrano in causa gli Estimi, cioè le valutazioni dei beni posseduti da tutti i proprietari di case e di terreni: ogni Paese doveva cioè fare l’Estimo (la valutazione = stabilire il valore) dei beni posseduti dai residenti in quel Paese. La somma di tutti questi valori dei proprietari andava a costituire l’Estimo di quel Paese. In base al valore totale risultante dall’Estimo, quel Paese doveva pagare le tasse, in percentuale … cioè per ogni lira di reddito (bene posseduto) si doveva pagare in rapporto al reddito totale del Paese, questo pagava in rapporto al reddito totale della Quadra e questa in rapporto al reddito totale del Territorio. Se un Comune doveva pagare £ Tot, questa somma veniva suddivisa in funzione, in rapporto, al proprio reddito (estimo). Bisogna tenere presente che il valore attribuito dall’Estimo a un bene (casa o terreno agricolo) era ben diverso dal suo valore commerciale. Ospitaletto faceva parte della Quadra di Travagliato (otto paesi) insieme a: Torbole, Casaglio, Lograto, Maclodio, Berlingo e Trenzano.
Senza considerare (anzi bisogna considerare) che c’erano poi alcune famiglie che erano esentate rispetto ad alcune tasse.
L’Estimo serviva per stabilire il reddito totale di BS e suo Territorio: il reddito tot di BS + suo Territorio era sicuramente più elevato delle £ 200.000. In città l’Estimo si faceva più raramente (meno frequentemente) rispetto ai Comuni del Territorio. Poi c’erano i Cittadini che abitavano a BS e tenevano proprietà sul Territorio: questi dovevano una quota inferiore di tassazione rispetto ai contadini residenti.
L’imposizione dei sussidi e delle gravezze non si basava dunque sulle effettive disponibilità economiche dei sudditi di Terraferma, né sulla tassazione progressiva dei beni e redditi, come avviene in epoca moderna, bensì sulle necessità di bilancio della Dominante: quando Venezia necessitava di un sussidio, stabiliva la cifra complessiva che i domini di Terraferma le dovevano versare, procedendo poi a suddividerla fra le varie province secondo quote o caratti variabili in rapporto ad alcuni parametri, quali l’estensione del territorio, il suo reddito, la sua popolazione, etc.
Questa ripartizione delle quote d’ imposta non era dunque fatta sulla base di una rilevazione generale ed omogenea dei beni e dei redditi posseduti dalla Terraferma, che ne avrebbe garantito l’equa divisione, bensì era assegnata d’autorità.
Così avvenne, per esempio, per l’imposizione dei sussidi del 1529 e del 1542 – entrambi di 100.000 ducati -, quando tutta la Terraferma venne suddivisa in 100 “caratti”, ognuno del valore di 1000 ducati, e ogni provincia fu “caratata” della propria quota: in quella occasione Brescia fu tassata per 25.000 ducati (uguale ad ¼ del totale).
Col metodo dei 100 caratti furono sempre ripartite tutte le gravezze di Terraferma e con esso la Serenissima si assicurava ampi margini di discrezionalità potendo dosare, secondo l’opportunità politica, la loro suddivisione fra le varie province.
Una volta stabilito in concreto quanto era dovuto da ogni singola provincia, si provvedeva alla ripartizione dei caratti stabiliti fra i “corpi” della provincia stessa, che per il bresciano erano nove: Città, Territorio, Clero, le Tre Valli, la Riviera di Salò, Asola e Lonato: tra questi c’erano i Luoghi con Giurisdizione Separata, cioè la Riviera e la Valle Camonica.
Anche questa seconda suddivisione, come la precedente, avveniva secondo l’arbitrio del Principe, il quale ovviamente cercava di mediare fra i diversi interessi particolari dei vari corpi, spesso contrapposti.
A partire del 1431, i 24 caratti assegnati al Bresciano furono così suddivisi: Città, caratti 91/2; Territorio, caratti 141/4.
Fatto l’estimo si procedeva nel seguente modo: si divideva la quota di tassa assegnata ad un determinato paese per il valore complessivo ottenuto con l’estimo di quel paese, ottenendo così la cifra reale che ciascun possessore di reddito doveva pagare per ogni lira o frazione di essa attribuitogli tramite l’estimo. Quota assegnata al paese / tot Estimo del paese = “coefficiente fiscale”, che poi andava moltiplicato per l’estimo di ciascun proprietario ed il risultato di questo prodotto dava l’importo della tassa che egli doveva pagare.
In questo modo poteva anche verificarsi il fatto che un proprietario, al quale era stato attribuito un valore d’estimo di £ tot, in seguito a questo calcolo assai perverso si trovasse a pagare una tassa superiore a £ tot, cioè al valore d’estimo attribuito ai suoi beni!
Se noi conoscessimo la Quota assegnata al paese (Ospitaletto), potremmo ricavare facilmente il “coefficiente fiscale” del paese e quindi calcolare la quota che ciascun contadino doveva versare in tassa. Ma purtroppo non conosciamo né la quota assegnata alle varie Quadre né tanto meno la quota che ogni Quadra assegnava ai suoi Paesi.
Inoltre bisogna far notare che i Cittadini che possedevano vaste proprietà terriere nel Territorio provinciale, non pagavano le loro tasse ai Comuni, bensì direttamente alla Città e solitamente non in base al valore fiscale dei beni da loro posseduti, bensì in base al colonato.
Il primo estimo generale concordato fra la città e il territorio fu quello pubblicato nel 1591 e richiese ben 28 anni di gestazione: fu infatti bandito dal Senato veneto, nel 1563, per verificare i rapporti esistenti fra i beni mobili e fondiari dei vari corpi, soprattutto di quelli fra la città e il territorio, il quale si era visto spogliato, in poco più di un secolo, di buona parte della sua terra.
Le fasi della formazione degli estimi
Il procedimento per la stesura dell’estimo generale della città e del territorio era abbastanza complesso e andò via via perfezionandosi nell’arco dei secoli, pur rimanendo invariato nei suoi meccanismi fondamentali.
Per il territorio, in una prima fase i consoli dei comuni, dopo aver raccolto le dichiarazioni individuali di proprietà dei singoli contadini (polizze), predi¬sponevano i libri d’estimo da consegnare all’ufficio del territorio; successivamente una lunga serie di ricerche, d’ inquisizioni, d’ interrogazioni degli estimandi – svolte dai “perquisitori” nominati dal territorio – doveva verificare che in esse fosse dichiarato con “fedeltà e senza frode” il patrimonio complessivo sia della comunità che dei singoli.
Infine, l’estimo definitivo del territorio veniva redatto a Brescia negli Uffici del Territorio, sulla base dei libri degli estimi raccolti dai sindaci delle quadre.
Fino al 1547 i registri d’estimo della comunità non erano molto dettagliati nella descrizione delle singole proprietà, mentre fornivano una visione d’insieme dei beni fondiari posseduti dagli abitanti del paese: era dunque molto facile che, nella fase di raccolta delle informazioni, una parte dei beni venisse “dimenticata” o sottostimata, oppure che non si registrassero in tempo i passaggi di proprietà, riuscendo in tal modo a farsi attribuire un valore d’estimo inferiore ai beni realmente posseduti.
Gli artefici di queste evasioni erano in genere i “contadini principali”, quelli più ricchi, che avevano il monopolio delle magistrature della comunità e che riuscivano a sopravvivere, se no ad arricchirsi, scaricando sui proprietari più piccoli e più inermi il costo dell’iniquo sistema fiscale veneto.
Per ovviare a questa situazione e cercare di ottenere che il “campione” d’estimo rispecchiasse in modo veritiero la ricchezza fondiaria posseduta, il 15 aprile 1547 i Rettori di Brescia imposero nuove regole per la stesura del nuovo estimo e deliberarono di chiedere una nota distinta delle possessioni dei cittadini e dei contadini, fornendo precise indicazioni sulla compilazione delle polizze. Esse dovevano riportare singolarmente il nome dei proprietari, con la fedele registrazione della qualità e della quantità dei beni posseduti. Inoltre viene comandato ai cittadini, ai consoli dei comuni e agli “homini delle terre pedemonte” di consegnare le polizze stesse secondo le nuove indicazione, entro il termine di 10 giorni, altrimenti i deputati stessi – minaccia l’ordinanza -procederanno alla attribuzione della quota che riterranno più giusta “per quanto parrà alla coscienza loro”.
Ma per scoraggiare ulteriormente le frodi, l’anno successivo, il 19 gennaio 1548, viene emanata una disposizione che introduce anche una multa assai consistente contro gli evasori totali o parziali: si stabilisce infatti che, entro il termine massimo di 10 giorni, tutte le persone di qualsiasi “grado et conditione” che hanno presentato le polizze dei loro beni, contenenti “errori” di valutazione o di mancata denuncia dei loro averi, superiori al 5%, debbano presentarsi ai notai deputati alle tasse per correggere “et retrattare detti errori et dette frodi”: passato questo termine gli evasori sarebbero incorsi nella pena di un ducato per campo.
Qualora invece la frode fosse stata resa palese da una denuncia, la multa comminata veniva così divisa: la metà era dell’accusatore, mentre l’altra metà andava 1/4, ad arbitrio dei deputati della città e 1/4 sempre ad arbitrio dei deputati del territorio.
Si cercava dunque – così almeno appare nelle intenzioni dei legislatori – di costringere in tutti i modi i possessori di reddito fondiario a fornire polizze attendibili, al fine di riuscire a stendere un estimo più veritiero possibile.
Sempre a questo scopo si arriva infatti a incentivare la delazione, offrendo ben la metà della multa all’accusatore. Vi era quindi una salda volontà di colpire gli evasori, il che si spiega facilmente in quanto chi non dichiarava i propri redditi non danneggiava tanto le casse della Dominante – che aveva già prefissato la quota complessiva dovutale dal Bresciano -, quanto piuttosto alcuni dei propri concittadini che si trovavano ad essere allibrati di una quota superiore di imposta.
Un altro passo avanti per una rivelazione veritiera degli estimi del territorio lo si ebbe nelle operazioni per la stesura di quello del 1573, quando si nominarono i “perquisitori” che verificarono in loco i terreni, le case, i debiti e i crediti, i censi ed i livelli dichiarati nelle polizze: una procedura questa che andò poi sempre più perfezionandosi nell’elaborazione degli estimi successivi.
Nel 1626 i Capitoli per far l’Estimo Generale, stabiliscono ad esempio, che si debbano eleggere 10 “mute”, o squadre, di perquisitori “li quali sotto debito sacramento, con ogni diligenza e sollecitudine, siano obligati a perquisire, così nella città, come nel territorio di terra, in terra, circa la giustificazione di esse polize”.
Alla fine della loro ricognizione essi dovevano riferire, sotto giuramento, tutte le frodi e le omissioni ritrovate nelle polizze, affinché fosse possibile correggerle e punire gli evasori.
I perquisitori erano inoltre obbligati a far giuramento non solo circa la diligenza nello svolgimento del proprio lavoro, ma anche circa la segretezza dei risultati delle perquisizioni effettuate, fino alla pubblicazione degli estimi: condizione indispensabile, questa, per poter procedere nelle verifiche senza sottostare agli inevitabili condizionamenti e pressioni.
Nella precedente ordinanza che i Rettori di Brescia emanarono nel 1597, per sollecitare il rinnovo dell’estimo, venivano elencati con estrema precisione tutti i vari beni mobili e immobili che andavano estimati, le modalità della compilazione delle polizze e le regole per i verificatori che le controllavano.
In essa si stabiliva che dovevano essere valutati i beni stabili di ciascun distrettuale e di chiunque altro fosse obbligato ad essere estimato con il territorio, e più precisamente:
“case, possessioni, vigne, campagne, pascoli, boschi, monti, lame, molini edifici e generalmente di ogni altro bene di qualsivoglia sorte”.
Di essi, poi, andavano indicati qualità, quantità e proprietà confinanti ai punti cardinali, al fine di poterli rintracciare ed estimare al loro giusto prezzo. Si imponeva inoltre di indicare nei libri d’estimo anche “tutte le teste di maschi da anni 16 alli 60” che erano giuridicamente legati al paese, indipendentemente dalla loro residenza, ad esclusione dei soldati e dei nullatenenti. Nelle polizze andavano poi registrati i livelli e i beni mobili, le mercanzie da lire 25 lire pianete in su, i crediti, gli animali, gli utensili agricoli con il loro reale prezzo, mentre non si estimavano le gioie e il mobilio di casa.
Il colonato era il contratto con cui una famiglia si impegnava a lavorare la terra; il colonato andava estimato separatamente e anche qui si dovevano indicare le teste dei distrettuali o dei cittadini, specificando, per questi ultimi, se lavoravano beni propri o quelli di altri o se li affittassero ad altri, al fine di stabilire se essi dovessero concorrere alle “gravezze” con la comunità o meno. Infatti, dopo infinite cause, il territorio aveva ottenuto nel 1593 che i cittadini che esercitavano attività rurali fossero considerati, agli effetti del fisco, alla stessa stregua dei contadini.
Fatto l’estimo quattro Deputati scelti dal Consiglio stabilivano la quota d’imposta, secondo un coefficiente stabilito in denari, terzi, sesti, centenari e decime: il terzo era un terzo del denaro, il sesto un sesto, il centenaro era un nono e la decima era un decimo.
In questi estimi vengono indicate anche le “teste” ed il “fogo”: la prima dava origine al testatico, la seconda al focatico; le teste erano il numero delle persone attive con capacità lavorativa; il fogo erano tutte le persone che abitavano in una casa, in una unità abitativa, al di là della loro capacità di lavorare.