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Le grandi epidemie di peste

Le grandi epidemie di peste

EPIDEMIE di peste infierirono in Europa per più secoli, praticamente dal VI sino al XV secolo allorché, non se ne sa la ragione, esse cessarono per ricomparire nel XVII secolo con la famosa epidemia di Milano del 1630.
Pesti desolatrici spopolarono l’Italia e l’Europa
— nel 540-600 peste di Giustiniano
— nel 721, nel 745, nel 760 e nel 768,
— nell’801, nell’889,
— nel 984,
— nel 1013, nel 1016, nel 1022, nel 1060 e così di seguito sino al 1480.
Tra il 1060 e il 1480 ben 32 epidemie sconvolsero l’Europa, vale a dire una ogni 13 anni.
Nel solo XIV secolo se ne ebbero ben 16, vale a dire una ogni sei anni, tra le quali quella celeberrima del 1347-1348 che uccise, in Europa, ben 25 milio¬ni di cittadini e che venne detta “la morte nera”
Questa epidemia sorse in India nel 1332, passò poi in Russia, raggiunse Co¬stantinopoli nel 1347, e da lì giunse a Venezia nel 1348 da dove si diffuse rapida¬mente in tutta Italia e, da qui, nell’intera Europa.
Nel secolo XVI nel 1724 e poi dal 1574 al 1576 se ne verificò un’altra molto devastante.
Nel secolo XVII dal 1630 al 1632 si ebbe la famosa peste di Milano.

Pestilenze e contagi

Durante tutto il Medioevo terribili epidemie sconvolsero il mondo: lebbra, peste, vaiolo, febbre tifoidea, tifo esantematico, influenza fecero tante di quelle vittime da spopolare molte città europee (Tav. IV). Alfonso Corradi (1833-1892), illustre epidemiologo italiano e professore all’Università di Pavia, riunì in una po¬derosa opera la storia di queste epidemie le quali, per il loro continuo succedersi e per il loro andamento, fecero chiaramente intendere a medici e profani come esse fossero dovute a morbi che si trasmettevano direttamente da uomo malato a uomo sano o, indirettamente, per mezzo delle cose toccate dai pazienti e finite nelle mani degl’indenni.
Sorse così profonda, nel Medioevo, l’idea del contagio che fu accettata non soltanto dagli uomini di scienza, ma dai letterati, dagli artisti, dagli uomini di governo.
Già Isidoro, vescovo di Siviglia (550-636) dichiarava la peste contagiosa e la chiamava lue inguinale. Col termine pestilentia indicava tutte le malattie conta¬giose. Egli affermava, poi, che contagium viene da toccare, perché ci si contagia toccando: Contagium a contingendo, quia tetigere polluit.
Si sforza anche di spiegare la ragione delle malattie contagiose che si avrebbe¬ro sia per alterazione dello stato normale dell’atmosfera, sia per elementi o esalazioni terrestri che si spargono nell’atmosfera, vi rimangono sospesi e vengono as¬sorbiti dagli uomini.
Con il termine elementa, si ha la prima indicazione di una possibile contami¬nazione con materiali solidi.
Egli dà, poi, i consigli per evitare di contrarre la peste: «Evita il coito, gl’in¬fermi, i bagni, la frutta; sia il tuo cibo sano e il vino buono. Non aggiungere mai acqua al tuo vino. Devi, invece, aggiungere sempre al tuo cibo, al momento in cui pranzi, aceto. Lava, al mattino, il volto, i denti e le mani con l’aceto» [Ma¬nes laves vultum, dentes manusque per acetum].

Si tratta di consigli saggi e nell’uso di una sostanza, l’aceto, che è un legge¬rissimo disinfettante.
Il successivo accenno sulla contagiosità di molte malattie si ha nel salernitano Regimen Sanitatis o Flos medicinae, poema che diede fama alla scuola medica di Salerno e fu il frutto della collaborazione, in epoche diverse, dall’XI al XIII seco¬lo, di tutta una serie di autori i quali «pare abbiano avuto in mira di versificare gli adagi volgari de’ nostri popoli», come scrive il De Renzi.

Ebbene, uno di questi adagi suona così:
Febris acuta, phtisis, scabies, pedicon, sacer ignis, Antrax, lippa, lepra, frenesis contagiosa praestant.
[La febbre acuta, la tisi, la scabbia, il pedicon, il fuoco sacro, l’antrace, il tracoma, la lebbra, il delirio frenetico sono contagiosi].

Vediamo ora, che cosa il poeta abbia voluto indicare con la parola pedicon: etimologicamente pedicon potrebbe derivare da pedis, contrazione di sapore comi¬co della parola pediculus, pidocchio; e pedicon potrebbe allora voler dire pedicu¬losi. A questo proposito ricorderò come Guglielmo da Saliceto avesse già affermato che i pidocchi possono passare da uomo a uomo.
La scabbia doveva essere così diffusa che Dante la nomina figuratamente nel celebre verso: e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Il “sacer ignis” era l’avvelenamento da segale cornuta, avvelenamento che nel Medioevo si avverava collettivamente assumendo gli aspetti di una vera af¬fezione epidemica.

Verso la metà del Trecento, la peste (o morte) nera devastò l’Europa; questo tragico av¬venimento diede origine al fiorire di una intera letteratura medica e profana sulla peste e sui mezzi per combatterla, nonché alla promulgazione di leggi per difen¬dere popolazioni e città.

Epidemie di peste si succedettero, nel Medioevo, con ritmo incalzante: nel 542, nel 543, nel 562 e, poi, nel 566-567: nel 586-590, nel 721, nel 745-747, nel 760 e nel 768, e ancora nell’801, 889, nel 984-985, nel 1013, nel 1016-1017, nel 1022 e via dicendo sino alla celebre epidemia del 1347-1348, celebre, perché magi¬stralmente descritta da Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone e dal Petrarca.

Io voglio invece qui riportare la terribile epidemia del VI secolo, detta la peste di Giustiniano, che pratica¬mente durò circa 60 anni, descritta dal Procopio nel suo De bello gothico (Lib. I.) e magistralmente tradotta dal De Renzi nella sua Collectio salernitana.
«Pestilenza che desolò l’Italia dal 540 infimo al 600 dell’Era volgare descritta dal Procopio (De bello gotico lib. I.).

«La pestilenza quasi assorbì il genere umano, e non ebbe altra cagione se non la volontà di Dio. Imperocché non invase soltanto una parte del Globo, né domi¬nò in una sola stagione: il che fosse avvenuto non sarebbe mancato chi con molta sottigliezza l’avrebbe attribuita a questa o a quella cagione. Percosse l’orbe intero, sorprese ogni razza di uomini, qualunque ne fosse stata la natura e la complessio¬ne; né perdonò ad età o a temperamento. Non valse in alcun modo contro il mor¬bo la diversità degli uomini, tanto per ciò che riguardava i luoghi di loro dimora, quanto la maniera di vivere, la costituzione del corpo, gli studi dell’animo, o qua¬lunque altra cosa. Altri furono sorpresi di està, altri d’inverno, altri in altre stagio¬ni. Cominciò da Pelusio, dipoi da una parte attaccò Alessandria e tutto l’Egitto, e dall’altra si diffuse per la Palestina, e per i luoghi confinanti coll’Egitto. Dipoi si dilatò fino agli ultimi confini del mondo, distruggendo tutto, spopolando tutte le Isole, gli antri, i monti, per ovunque trovavansi uomini. Avvegnacchè se rispar-miava qualche regione prontamente vi faceva ritorno, ed al pari delle altre la desolava con le stragi. Cominciando sempre dalle spiagge marittime penetrava tosto nelle parti più interne delle regioni. Nel secondo anno, dopo il suo principio, ap¬parve in Costantinopoli nel mezzo della primavera. Molti osservavano fantasmi di morti sotto qualsiasi forma umana, ed altri si credevano percossi in qualche parte del corpo; imperocchè appena vedevano siffatti fantasmi, tosto erano sorpresi dal morbo. Appena se ne vedevan percossi pronunziavano qualche parola sacra, e si trascinavano nei Templi: tuttavia neppur colà erano più al sicuro dal morbo. Di¬poi spinti dalle sollecitudini degli amici, si chiudevano nelle stanze, otturandosi le orecchie. Alcuni vedevano consimili mostri nei sogni; altri credevano di udire una voce che loro annunziava di essere stati destinati alla morte. Molti furono in¬vasi dalla febbre senza prodromo alcuno; né vi era alcun cambiamento nel colore; né alcun senso di ardore: imperocché fino alla sera la febbre era così leggiera, che né l’infermo, né il medico dal tatto del polso temeva alcun pericolo.
«Ma molti nello stesso giorno, altri nel dì seguente, ed altri molto dopo, ve¬devano sorgere un bubone o all’inguine, o alle ascelle, o alle parotidi, o in altra parte. E tali sintomi furono comuni a chiunque venne sorpreso dal morbo.
«Nondimeno vi furono altri sintomi che variamente attaccavano or questo or quello; e che non sapevasi definire, come dice lo Storico, se derivavano dalla va¬rietà dei corpi, o dalla volontà di Dio. Alcuni furono oppressi dalla sonnolenza e dalla propensione allo stupore; altri deliravano gravemente. Quei che cadevano nel sopore, perdevano la memoria di tutto; sì che se vi era chi ne prendeva cura, ricevevano il cibo, in contrario abbandonati dai loro morivano di fame. Coloro che soffrivano delirio, erano tormentati da fantasmi, di continuo gridavano di ve¬dere uomini che volevano ucciderli, e quindi tentavano di fuggire: per il che incu¬tevano lo stesso spavento agli astanti, per modo che questi, al pari degl’infermi, muovevano a pietà. Né i Medici, né altri presero il contagio dal tatto degl’infermi o dei cadaveri: imperciocché molti ne rimanevano immuni in modo sorprendente, sia che stessero di continuo presso gl’infermi, sia che ne seppellissero i cadaveri. Al contrario molti, senza saperne il come, erano sorpresi dal morbo, e sollecita¬mente uccisi. Molti si gettavano nell’acqua, molti altri nel mare, comunque non fossero tormentati dalla sete. In alcuni senza sopore o delirio il bubone passava in gangrena, e costoro morivano in mezzo a crudeli spasimi; il che è credibile che fosse avvenuto anche a quei che soffrivano il delirio, dai quali non se ne dava in¬dizio perché privi di ragione.
«Quindi i Medici sospettando che in quest’ulceri pestilenziali si contenesse un certo veleno e l’origine del morbo, aprirono molti cadaveri, ed esaminando quegli ulceri rinvennero nell’interno un grande carbonchio. Chiunque avea il corpo in¬gombrato da pustole negre, della grandezza di una lenticchia, moriva nel corso del primo giorno: molti perivano vomitando sangue: alcuni tenuti come morti da Medici valorosi ad un tratto risanarono: altri, della cui salvezza non si dubitava, furono involati da morte istantanea. Non si potè esplorare cagione alcuna del morbo. Il bagno ad alcuni giovò, ed altri anche senza di quello si salvarono. Non si mostrava infine alcuna strada di salvezza né coll’evitare, né col medicare il mor¬bo, non conoscendosi né la cagione dell’invasione, né quella della morte.
«Tutte le donne gravide, che ne furono attaccate, morirono. Alcune di esse abortirono, altre, dopo di aver partorito, morirono insiem col feto. Tre puerpere soltanto salvaronsi perdendo il feto; ed in un sol caso morì la madre salvandosi il figlio. Coloro, nei quali i buboni formavano ampie suppurazioni, e spargevano una grande quantità di umore, risanavano: imperocché in tal maniera aveva sfogo il furore del carbonchio; e ciò era certissimo segno di sanità. Ma coloro, nei quali ulceratosi il carbonchio, la piaga rimaneva asciutta e stazionaria, ne erano spenti. In taluni esulceravansi i femori; né le piaghe davano indizio di sanie. Alcuni visse-ro con semiparalisi della lingua, rimanendo balbuzienti fino alla morte, o soltanto profferir potevano soni indistinti. In città questa peste durò quattro mesi interi, de’ quali ve ne furono tre con massimo furore. Nel principio non ne moriva un numero maggiore del solito, dipoi aumentando la sua violenza, toglieva di vita cinquemila e da ultimo fino a diecimila uomini al giorno. Sulle prime i cadaveri si seppellivano con diligenza, dipoi scomposto ogni ordine, molti rimanevano sen¬za sepoltura. I servi restarono senza padroni, o le persone agiate eran privi di ser¬vi. Null’altro vedevasi per la città desolata se non case vuote di abitatori, e botte¬ghe chiuse per mancato commercio…».

Con l’idea del contagio, sorse naturale l’idea della contaminazione dell’aria coll’alito carico di veleno dei malati, il che portò ad ammettere che l’aria infetta, infiatata et alitata dai sani, provocasse in questi la malattia, come scriveva nel 1347 Tomaso del Garbo (?-1360) nel suo Consiglio contro la Pistolenza; e come, già nel XIII secolo, Alberto Magno aveva affermato che la peste si contraeva inspi¬rando aria infetta che colpiva prima il polmone e poi il cuore: Morbus pestilentia¬les, maxime provenit ex infectione aéris, quia cum air infectiis inspiratur, inficit pulmonem, quio rarae compositionis est et pulmone.

Ammesso il principio dell’aria contaminata, si pensò subito a purificare (a di¬sinfettare, si direbbe oggi) l’aria contagiata: la facoltà medica di Parigi nel suo Compendium de epidemia per Collegium facultatis Parisiis ordinatum, pubblicato dal Rebouis, raccomandava di bruciare sulle pubbliche piazze grandi quantità d’incenso e di fiori di camomilla.
Le città, per difendersi dalle pestilenze, isolavano, come scrive Georg Sticker, gli ammalati, particolarmente i lebbrosi (Fig. 24), proibivano l’ingresso alle merci sospette e agli uomini, come fu fatto a Venezia nel 1374; isolavano le città, chiu¬dendone le porte (Fig. 21); creavano servizi trentenari e poi quarantenari, come per la prima volta fece la repubblica veneziana di Ragusa che, nel 1377, creò un punto d’approdo lontano dalla città e dal porto per farvi sostare, prima 30 giorni e poi 40, uomini e merci provenienti dai paesi infetti; e infine Marsiglia che, nel 1383, costruì appositamente la prima stazione quarantenaria della storia.

 

PARASSITOLOGIA E CONTAGI NEL MEDIOEVO

La parassitologia medievale, tutta invasata da teorie umorali e imperniata sul¬l’irriducibile concetto della generazione spontanea, può, da quanto abbiamo visto, suddividersi in due grandi periodi: un primo periodo, rappresentato dalla Scuola salernitana e di netta derivazione greca, sebbene vi si senta qualche rara, ma inne¬gabile derivazione araba; un secondo periodo, più universale e di netta derivazio¬ne araba.
Nel volger di questi lunghi secoli, la parassitologia non è mai emersa, si è sempre dibattuta in una morta gota: soltanto qua e là qualche sprazzo di luce, non bastevole, però, per darle ancora una fisionomia di scienza autonoma come organismo [Seminaria quae adhaeserunt e vicinis humoribus, ad quos habent ana¬logiam, consimilia sibi alia generant et propagant, et haec alia, donec tota humo¬rum massa et moles afficiatur].
Ma come possono, i germi, raggiungere e penetrare in un organismo? Alcuni lo raggiungono per contatto diretto [alia contactu solo afficiunt], altri a distanza [ad distans etiam transferunt contagionem] per mezzo dell’aria che si respira e nella quale sono mescolati, e nella quale si mantengono vitali per un certo tempo [cum aire, qui attrahitur, ingrediuntur commista contagionum seminaria. In aere per certum tempus servari], altri ancora per mezzo di veicoli solidi, di fomites. Il Fracastoro chiama veicoli solidi le vesti, le suppellettili di legno e altri oggetti che, quantunque non alterati, possono conservare i germi infettanti e divenire perciò causa di contagio: Fomitem appello vestes, ligna, et eiusmodi, quae incorrupta qui¬dem ipsa existentia conservare nihilominus apta sunt contagionis seminaria prima et per ipsa efficere nonnulla porro sunt.

«Lascia stupiti il fatto — aggiunse il Fracastoro — che gli oggetti, i letti, le vesti, le suppellettili di legno e simili che furono usati da tisici ed appestati con¬servino il virus per due o tre anni» [ut admirationem non parvam praebent quae et phthisici et pestilentia tetigere, lectuli, vestes, ligna et id genus, saepissime enim vidimus virus illud per duos et tres annos servatum].

A un certo punto il Fracastoro si domanda come questi germi riescano a pe¬netrare nel corpo umano e stima ch’essi penetrino attraverso i piccoli pori, le ve¬ne, le arteriole e da queste nelle più grandi, e da queste in altre ancora, sino a raggiungere il cuore: Ingrediuntur a parvis poris, et venis, et arteriis in majores, et ab his in alias, saepe etiam usque ad cor; essi penetrano coll’inspirazione, attra¬verso l’alito [cum inspiratione per anhelitum] e non vengono eliminati con l’espi¬razione perché sono fissati dagli umori o dagli organi [quae introducta sunt, non eadem facilitate regredientur per expirationem qua ingressa per inspirationem fue¬re, quoniam agglutinantur humoribus et membris]; e negli organi questi germi si fissano in particelle che non cadono sotto i nostri sensi [infectione particulis in¬sensibilibus primo facta]. Le particelle che non cadono sotto i nostri sensi sono le cellule, che il Fracastoro intuisce con sorprendente divinazione.

Ma perché questi germi possano penetrare attraverso i pori in cellule invisibi¬li, debbono essere di una entità molto piccola [tam parvae quantitatis existentia], debbono essere sottili, tenui, ed è appunto per questa loro sottilità che riescono a penetrare nei pori [propter subtilitatem igitur penetrant, et in foraminibus quo¬rundam conduntur].

Una volta che i germi sono penetrati in un organismo, e causano malattia, deve questa malattia considerarsi putrefazione? Senz’altro!, risponde il Fracastoro, anche se certi fatti potrebbero farlo dubitare. Egli scrive: «Forse si dubita che ogni contagio consista in una forma di putrefazione, poiché la rabbia, che appare come un’affezione contagiosa, non è una putrefazione, e così pure il vino, quando di¬venta aceto, sembra subisca un certo contagio da un altro elemento [ab alio conta¬gionem quandam pati videtur] e non una putrefazione. Infatti, quando entra in putrefazione manda un cattivo odore ed è imbevibile, mentre l’aceto è aromatico, e combatte anche la putrefazione. Ma certo sono da considerarsi anche questi fe¬nomeni come forma di putrefazione [sed certe et eae putrefactiones quaedam sunt existimandae].

Il concetto etiologico, i contagi e Girolamo Fracastoro

Il concetto fondamentale sull’origine parassitaria delle malattie trasmissibili è un concetto che, divinato nel I secolo avanti Cristo da Terenzio Varrone, si af¬faccia di nuovo e si afferma soltanto nel Rinascimento, prendendo anima e corpo sotto la penna sapiente ed elegante del grande veronese Girolamo Fracastoro (1478-1553).
Il diffondersi improvviso della sifilide in Europa aveva già aperto gli occhi agli studiosi del tempo, i quali compresero sin dal principio che tale nuova malattia non si sviluppava a causa di corrotti umori dei pazienti, ma per contagio esterno. Il primo ad affermarlo fu Theodorich Ulsen detto Ulsenio, nel 1496, mentre Ul¬rich von Hutten (1535) scriveva che la lue derivava ex infecto sanguine e che l’a¬gente del contagio era costituito da vermiculi alati.
Nel suo elegante poema latino Syphilis sive morbus gallicus, Girolamo Fraca-storo ribadiva (1530) il concetto della contagiosità della sifilide, che pre¬se questo nome dal giovane pastore, eroe del poema Syphilis, il quale, per aver insultato Apollo, venne da questi colpito con una malattia terribile della quale il Fracastoro descrive, in versi raffinati, i fenomeni più caratteristici, riconoscendo¬ne l’origine venerea. Ma dove il Fracastoro fissa una pietra miliare nella storia del¬la biologia e della epidemiologia è nel suo De contagione et contagiosis morbis et curatione, pubblicato a Venezia nel 1546.

Le malattie contagiose, scriveva il Fracastoro, sono sostenute da semenze vive che contaminano gli uomini e in questi si riproducono e si moltiplicano causando la malattia. Egli chiamava le semenze seminaria o anche virus e le considerava par¬ticulae insensibiles, particelle impercettibili: particular illae insensibiles seminaria; contagionum dicantur. E queste particelle passano dall’uomo malato all’uomo sa¬no, così come passano i germi dall’acino d’uva putrefatto all’acino sano che andrà in putrefazione: contagionis principium in secundum accesit ex ijs particulis insen¬sibilibus quae evaporant e primo [l’agente del contagio passa nel secondo acino, quello sano, per mezzo di particelle impercettibili che sono trasmesse dal primo acino, quello putrefatto].
Ed insiste più oltre sullo stesso concetto dicendo che le particelle trasmesse dal primo frutto sono la causa e l’agente della putrefazione che si produce nel secondo [particulae quae evaporant e primo, esse principium et seminarium eius putrefactionis].

Ma perché questa contaminazione si avveri, occorre che i germi si moltiplichi¬no nel secondo ospite dando vita a nuovi germi uguali ai primi ed aventi le stesse caratteristiche patogenetiche, si direbbe oggi [Oportet autem in bisce contagioni¬bus non putrefactionem solum fieri, sed a primis seminarijs et alia quoque gigni, et propagari, quae ipsis similia natura sint, et mistione, non aliter, quam spiritus animali e sanguine solent].
E questo concetto lo ribadisce altrove, quando dice che i germi non soltanto causano putrefazione, ma generano negli ospiti nuovi germi simili, che creano a loro volta nuove fonti di contagio [Seminarla vero non solum haec faciunt, sed maxima faciunt, ac similia et consimilia cibi alia ceu sobolem procreant, quae ad delata contagionem inferunt].
I primi germi che raggiungono un ospite, se vengono a contatto con tessuti sensibili, si moltiplicano in loco e di lì, poi, si propagano sino ad infettare l’intero organismo.

Il Fracastoro estende alla parola putrefazione il significato di fermentazione e intuisce, oltre 300 anni prima di Pasteur, che la fermentazione acetica e quella casearia sono di origine batterica.

Il Fracastoro, infine, dice che i germi debbono avere una grande resistenza per poter sopravvivere tanto a lungo nell’aria [nam quae tam fortis esse mistio po¬test in tam parva particula, ut in aere diu consistere valeant, praesertim, quae in duricie non consistunt?] e afferma che il fuoco uccide i germi [ab igne absumun¬tur seminaria omnium contagionum].

Come si vede il Fracastoro aveva, con una chiaroveggenza sorprendente, com-preso l’etiologia infettiva delle malattie contagiose, aveva compreso che i germi pa-togeni e quelli delle fermentazioni erano esseri viventi che generavano altri esseri viventi e che si trasportavano da un luogo all’altro o per contatto o veicolati da oggetti o dall’aria, aveva compreso la loro piccolezza e aveva intuito la struttura cellulare dei tessuti.
Per di più, egli aveva compreso la specificità dei germi e per gli ospiti che vanno a parassitare e per le malattie che producono: vi sono infatti, malattie con¬tagiose delle piante e delle messi che non attaccano alcun organismo animale, al¬tre invece contagiano gli organismi animali e risparmiano piante e messi, e tra gli stessi esseri viventi questa colpisce l’uomo, quella i buoi, un’altra í cavalli o altri [Pestis quaedam est arboribus aut satis, animalium nulli obest: contra quaedam tangit animalia, satis et arboribus parcit: et inter animalia, haec hominem carpit, illa boves, ili equos, aut alia]. Nello stesso uomo un germe attacca gli occhi [lippi¬tudo nulli membro nocet nisi oculis, un altro i polmoni [phthisis vero non oculis sed pulmoni], un altro la testa [caput solum tentanti. Esiste perciò un’affinità dei germi, e quindi del contagio, per questo o quell’organo [at vero et in humoribus quaedam uni est contagio, alij, non quaedam omnibus].

L’opera di Fracastoro riveste una importanza eccezionale: le sue considerazio¬ni, le sue osservazioni, le sue deduzioni sono completamente fuori del secolo in cui furono fatte ed emesse: egli è un grande precursore, e certamente il padre del¬la epidemiologia moderna e della microbiologia in ispecie; ma fu egli un semplice veggente, che divinò concettualmente i suoi seminaria, o fu uno sperimentatore che per primo li vide in realtà?
Egli non ce lo dice; in un’altra sua opera, però, nell’Homocentricum sive de stellis, egli ci descrive un istrumento a due lenti che permetteva di vedere le cose da vicino e molto più grandi: Per duo specilla ocularia si quis perspiciat altero al¬teri superposito maiora multo, et propinquioria videbit omnia.
Aveva il Fracastoro costruito un microscopio? ed aveva attraverso questo osser¬vato l’esistenza di quelle parva particula che gli dovevano dare l’idea dell’origine dei contagi? Comunque siano andate le cose, il Fracastoro deve essere considerato come il fondatore di una scienza nuova; la microbiologia; come il primo demoli¬tore delle teorie sulla generazione spontanea [consimilia síbi alia generanti; come il primo assertore che i morbi contagiosi non sono frutti di corrotti umori ma con¬seguenza di germi che invadono gli organismi e li fanno ammalare. Ricordo che quasi nello stesso momento l’Hollerius scriveva: Lumbricus non est morbus sed morbi causa.
Pietro Salio riprende e sviluppa le argomentazioni del Fracastoro, nel suo li¬bro De febre pestilenti tractatus pubblicato a Bologna nel 1584: le malattie conta¬giose, egli dice, sono causate dalla concomitanza di due condizioni: il tempera¬mentum del paziente, e le causae exteriores. Le malattie contagiose possono essere causate dalle seguenti cause esterne: a tota rei substantia nobis inimica…, a vene-no, a deleterio farmaco, a bestia virus iaculante, ab improbo succo, a pestilenti. [Da ogni sostanza a noi nemica…, dal veleno, da un farmaco deleterio, da una bestia che eiacula virus, da un succo cattivo, dalla pestilenza].
Il Salio insiste poi sul concetto che in molti casi senza un appropriato tempe¬ramentum molte cause esterne non producono malattia. Anche le parassitosi da vermi possono non causare danno se il portatore degli elminti non ha il tempera¬mento ad essere malato: coloro che hanno nel proprio intestino bestiolam, animal¬culumque non sempre sono impotentes, ma possono anche essere validi. Il Salio, infine, stima, che i seminaria variano con le malattie: nel capitolo della peste, per esempio, parla di seminaria pestar.

Sull’argomento del Fracastoro ritorna ancora Guido Guidi il quale ribadisce il concetto che molte malattie sono date dall’aer pestilens e dal vapor exhalans a corpore aegrotantis e sono causate a morsu vel aculeo perniciosae alicuius bestiae, quae quamvis saepe adeo exigua sit [dall’aria pestilenziale, dal vapore esalante dal corpo dei malati, dal morso o dalla puntura di alcune bestie perniciose]. Rifiorisce così il concetto di Varrone, degli animalia quaedam minuta, i quali possono pene¬trare nell’organismo attraverso lesioni o attraverso i pori della pelle: parva forami¬na cutis e addirittura invisibili.

Il Guidi introduce, e per la prima volta, il concetto che alcune malattie pos¬sono essere trasmesse dalla puntura degl’insetti.
Ricorderò ancora Prospero Alpino (1553-1617) il quale, parlando delle febbri palustri, afferma che esse si generano per il fatto che l’acqua stagnante dà vita a un alito che esala nell’aria umori corrotti e fortemente venefici per cui l’aria ne resta infetta: halitus in aerem exhalat corruptos valdeque veneficos a quibus aer infectus.

A proposito di contagi, voglio citare Vittorio Trincavella, il quale aveva osser¬vato vermi nell’orecchio (casi di miasi del condotto uditivo che, nel passato, sem¬bra fossero abbastanza comuni) e dice che tali vermi o si generano nel posto dalla putredine o vengono dall’esterno: vermes, qui aliquando in aurium meatu solent vivi reperiri aut exterius adveniunt aut vero ibi oriuntur ex putri.

Agostino Columbre, come abbiamo già visto, va più in là e affaccia l’ipotesi che i vermi presenti nelle orecchie potrebbero esservi stati deposti dalle mosche.

L’Aldrovandi è più preciso: segue tutto il ciclo di sviluppo delle mosche; ha visto che queste sono capaci di generare vermi dai quali nascono nuove mosche, e comprende perfettamente come i vermi che si sviluppano nelle carni commesti¬bili o parassitano le ferite umane siano nati da mosche che su quella carne o su quelle ferite si sono posate.

La teoria della generazione spontanea comincia ad essere minata alle basi; ipo-tesi nuove si affacciano, si comprende già che, oltre a ciò che l’occhio vede, deb¬bono esistere animalucoli o germi piccolissimi capaci di causare malattie e contagi….

Giuseppe Bonomi: