Il Settecento: Una svolta nel mondo occidentale
LA VAIOLAZIONE IN EUROPA
Nel Settecento, auspice l’Inghilterra, si cominciò anche in Europa ad intervenire sul sistema immunitario e – pur senza avere la più pallida idea su antigeni, linfociti, anti-corpi e quel che segue – il secolo fu aperto dalla vaiolazione e fu coronato dalla scoperta della vaccinazione. La vaiolazione, quella pratica non scientifica frutto della esperienza popolare degli asiatici che – come abbiamo già letto – la usavano da tempo per proteggersi dal vaiolo, colse per entrare nel mondo occidentale una congiuntura favorevole. La peste era stata in qualche modo contenuta perché le zone endemiche dalle quali si propagava erano lontane e le misure di controllo ai porti riuscivano ad ostacolarne l’ingresso. Il vaiolo, invece, serpeggiava continuamente tra le popolazioni dell’intera Europa, nelle quali s’era progressivamente diffuso tra il XII ed il XIV secolo arrivando sino all’Islanda a Nord e alla Russia ad Est. Nel complesso ogni anno uccideva più di 400.000 individui. In Europa la popolazione si mantenne stazionaria sino a tutto il secolo XVIII. Poiché il tasso di natalità era elevato l’equilibrio era mantenuto dalla mortalità comune alla quale davano man forte le decimazioni prodotte dalle guerre e dalle conseguenti epidemie.
In Inghilterra, ove per la prima volta approdò il nuovo metodo, i morti erano non meno di 45.000 per anno su una popolazione totale di poco più di 7 milioni di anime e il detto che i vecchi Britanni solevano spesso ripetere «from smallpox and love few remain free» la dice lunga sulla situazione. In aggiunta il vaiolo colpiva miseri e potenti e la morte di molti principi – adulti o eredi – aveva più volte sconvolto successioni e piani d’alleanza. Gli esempi più vicini erano costituiti dalla morte nel 1700 dell’unico erede di Anna Stuart e dalla morte dell’imperatore Giuseppe I d’Asburgo nel 1711. Nell’un caso il trono inglese era passato agli Hannover e nell’altro furono resi più intricati i patti degli Alleati contro la Francia nella guerra di successione spagnola.
Bisognava cercar qualche rimedio per evitare soprattutto la morte degli adulti e, dopo qualche esitazione iniziale, la vaiolazione fu considerata atta allo scopo.
Di per sé la infezione artificiale con il pus del vaiolo non produsse vantaggi concreti e a parer di molti faceva, non a torto, più male che bene. Ebbe però un peso determinante sullo sviluppo della vaccinazione antivaiolosa e, di riflesso, sulle vaccinazioni in genere. Si prestò infatti alle osservazioni che nel 1798 portarono Jenner alla realizzazione del metodo che il suo stesso scopritore chiamò di «vaccinazione» giusto perché adoperava pus del vaiolo delle vacche così come il precedente che adoperava pus del vaiolo umano era stato chiamato «vaiolazione». È la svolta che segna la fine dell’epoca pre-jenneriana delle immunizzazioni e apre l’inizio delle vaccinazioni.
Il primo ad usare codesto termine per designare tutti i procedimenti di immunizzazione attiva artificiale fu Pasteur e similmente furono chiamati vaccini tutti i prodotti all’uopo preparati.
Un autentico se pur inconcludente precorritore del nuovo corso può essere considerato il medico toscano Eusebio Valli (1755-1816). Come sperimentatore non gli si dovrebbe accordare molta fiducia. Morì infatti all’Avana di febbre gialla della quale – negandone la contagiosità – si era inoculato materiale infettante. Aveva comunque intuito di poter prevenire le malattie infettive mediante la inoculazione del principio infettante debitamente attenuato e fece vari tentativi in proposito. Tra gli altri contro la peste e contro la rabbia usando succo gastrico di rane per attenuare il materiale patogeno costituito da pus pestoso nell’un caso e da saliva di cani rabbiosi nell’altro. Questi tentativi non ebbero alcun seguito e la trasformazione di agenti morbosi in sostanze immunizzanti sarà più avanti realizzata da Pasteur. Prima di Pasteur a Jenner e a quanti cominciarono ad usare il virus vaccinico il concetto di attenuazione era completamente ignoto.
LA SUA BREVE STORIA
L’infezione deliberata con pus del vaiolo – la vaiolazione – era da tempo nota alle contadine greche del Peloponneso e della Tessaglia e sin dal 1500 era praticata in Turchia, anche nella parte europea del Paese a Costantinopoli. Nell’Europa Occidentale qualche applicazione sporadica s’era cominciata a fare verso la fine del Seicento in Polonia, in Scozia e nel Galles e nel 1700 cominciarono a pervenire a Londra sue notizie, ancora piuttosto vaghe. Poi, nel 1713 il medico greco Emanuele Timoni descrisse la pratica in un suo libro, “Historia vaiolarum quae per institutionem excitantur”, e lo stesso fece nel 1714 Jacopo Pilarino di Cefalonia in un’opera pubblicata a Venezia, “Nova et tuta variolae excitandi per transplantationem methodus nuper inventa et in usum tracta”. Qualche anno dopo, nel 1717, alla Facoltà Medica di Parigi fu discussa una tesi sull’argomento e nel 1721 il Timoni pubblicò un secondo suo libro, Tractatus… variolas per transmutationem excitandi methodo.
I libri di Timoni e di Pilarino, greci di nascita, ma culturalmente formatisi a Padova, contenevano le informazioni necessarie per l’applicazione della vaiolazione e furono più tardi utilizzati per questa scopo, ma da soli non fecero alcuna presa sul mondo scientifico. In effetti la vaiolazione fu introdotta e accettata principalmente per l’opera di divulgazione esercitata a Londra da Mary Wortley Montagu (1689-1762) moglie dell’ambasciatore britannico in Turchia e per suo conto scrittrice e letterata. La signora, che aveva ella stessa contratto la malattia in età adulta e perduto un fratello di vaiolo, aveva appreso i vantaggi della vaiolazione a Costantinopoli ove, nel 1717, aveva anche fatto inoculare il proprio primo figlio. Ritornata in patria nel 1721 ne fece un’attiva propaganda presso i circoli medici e culturali, ne parlò più volte a Corte ove era ammessa a frequentare Carolina principessa del Galles e come colpo finale fece vaiolare alla presenza di alcuni componenti della Corte medesima il suo secondo figlio, una bambina. L’idea non dispiacque a Giorgio I, che era diventato re al posto di uno Stuart mandato all’altro mondo dal vaiolo, ma non essendo la prudenza mai troppa, specie quando sono in ballo dei troni, si fece ancora una inoculazione di prova in 6 trovatelli ricoverati in un ospizio e in 6 condannati a morte che ebbero salva la vita. Le 12 cavie umane non accusarono alcun danno e il sovrano concesse il permesso di vaiolare i bambini della famiglia reale. I primi furono, nel 1722, i due figli di Carolina e del principe di Galles, il futuro re Giorgio II.
Dopo questo esordio regale la vaiolazione si diffuse tra il 1723 ed il 1760 a tutta l’Inghilterra – ove il Collegio Medico la raccomandò ufficialmente nel 1754 – e alle 13 colonie inglesi dell’America del Nord. Probabilmente in America la vaiolazione era già nota ma, per i morti che aveva causato, aveva attirato più critiche che consensi. L’aveva introdotta nel 1721 Boylston un medico di Boston che l’aveva appresa dagli schiavi negri.
La vaiolazione fu introdotta in pari tempo in Olanda, Danimarca, Svezia e Francia ove fu resa legale nel 1755. Arrivò nel 1768 in Russia per iniziativa di Caterina la Grande ed in Prussia nel 1755 introdottavi da Federico II. Nel 1768 Maria Teresa d’Austria si lasciò convincere a far inoculare i figli Ferdinando e Massimiliano. L’immunizzazione riuscì senza incidenti e la vaiolazione fu così introdotta anche in Austria. Il vaiolo non aveva scherzato alla Corte di Vienna. Nel 1711 era morto l’imperatore Giuseppe I, nel 1763 l’arciduchessa Infanta, nel 1767 Maria Giosepha seconda moglie di Giuseppe II. La stessa Maria Teresa ne fu colpita e per poco non morì, poi fu la volta dell’arciduchessa Cristina e dell’arciduchessa Josepha.
Nel 1776 George Washington ordinò che tutti gli uomini del suo esercito impegnato nella guerra di indipendenza americana fossero vaiolati.
In Italia le prime inoculazioni si fecero a Milano nel 1761 ma sembra anche un po’ prima a Napoli nel 1754 e a Livorno nel 1755. Secondo una stima di Sacco nella seconda metà del 700 in Italia ogni 1000 nati 600 si ammalavano di vaiolo. In Toscana le inoculazioni venivano fatte per ordine del Governo e anche il Granduca si sottopose all’innesto. Più tardi, nel 1770, il procedimento fu introdotto anche in Spagna.
Il metodo era semplice. Più complicata era la preparazione dei soggetti da trattare i quali erano messi a riposo e sottoposti ad una serie di purghe, digiuni e bagni. Alla fine si praticava l’innesto strofinando su scarificazioni, all’uopo fatte, sulla cute di un braccio del pus prelevato dalle vescicole di un vaioloso. La procedura, la scelta del materiale che doveva provenire da ammalati di forme leggere ed altre norme furono studiate e prescritte da Angelo Gatti (1730-1798) uno dei più illustri medici italiani del tempo che aveva insegnato alla Facoltà Medica di Pisa ed esercitato a Parigi ove nel 1760 aveva introdotto l’uso della vaiolazione. In particolare aveva il Gatti introdotto nella pratica anche alcune novità come il prelievo del pus dalle pustole vaiolose provocate artificialmente a mezzo di vaiolazione e l’impiego di polvere di croste. Teodoro Tronchin (1709-1781) di Ginevra – divenuto il più cercato e remunerato vaiolatore dell’epoca – l’innesto lo faceva invece alla coscia senza eseguire scarificazioni. Applicava un vescicatorio e poneva sulla parte interessata un batuffolo di cotone impregnato di pus. Gran propaganda al metodo e a Tronchin stesso derivò dall’innesto che egli fece nel 1756 ai due figli di Luigi Filippo d’Orleans, il piccolo duca di Chartres che poi divenne Philippe Egalité e Luisa Maria che sarà la madre del duca di Enghien. Per Tronchin si aprì l’epoca dei trionfi e dei guadagni. Lavorava a Parigi ma lo si reclamava ovunque. In Italia venne ad inoculare il figlio del duca di Parma.
La via di penetrazione cutanea del virus, diversa dalla via respiratoria dell’infezione naturale, probabilmente contribuiva a rendere quasi sempre benigno il decorso dell’intervento. Nel sito dell’innesto compariva dopo 2-3 giorni una papula che nella settimana successiva evolveva in vescicola e poi in pustola. Durante questa fase lo stato generale era compromesso ed era presente febbre. Verso l’11° giorno la febbre cadeva ed esplodeva l’eruzione generale piuttosto discreta con papule, vescicole ed infine pustole. Le cicatrici residue dopo la caduta delle croste erano poco o punto appariscenti tranne quelle corrispondenti al sito dell’innesto.
Il trasporto da uomo ad uomo del virus non attenuato del vaiolo non era però privo di rischi e forme di malattia gravi ed occasionalmente fatali ricorrevano in una percentuale varia di inoculati. Nel 1725-28 su 867 vaiolati tenuti in osservazione nelle isole britanniche, Hannover (*) e colonie d’America Jurin e Scheuchzer contarono 17 morti di vaiolo prodotto dall’innesto. Nel 1752 su 2124 vaiolati a Boston (**) i morti furono 30 e nel 1760 su 30.000 vaiolati in Inghilterra Sutton calcolò un tasso di mortalità pari al 4% .
Il rischio connesso alla pratica fu forte motivo di resistenza alla diffusione della vaiolazione alle grandi masse delle popolazioni dell’Europa, che solo episodicamente cedevano a qualche avvenimento che suscitava emozione. Per esempio la morte di Luigi XV colpito dal vaiolo nel 1774, causò in Francia un certo afflusso alla vaiolazione. Altri motivi di opposizione furono di ordine religioso e medico-epidemiologico. Per i primi la vaiolazione non era altro che una pratica satanica proveniente per giunta dai paesi degli infedeli. Per gli epidemiologi il vaiolato era un soggetto pericoloso quanto l’ammalato poiché diffondeva l’infezione contro la quale andava egli stesso proteggendosi. Alcuni studi fatti compiere dalla «Royal Society» in Inghilterra tra il 1721 ed il 1740 avevano cercato di confutare questa tesi ma il fatto era vero e anche in Italia Sacco riferì di una epidemia insorta a Modena nel 1778 in seguito ad un caso di innesto artificiale di pus del vaiolo. Gli avversari dovettero comunque battagliare poco altro tempo ancora poiché alla fine del 700 la vaiolazione cadde spontaneamente in disuso, non appena si sparse la notizia che con il pus del vaiolo delle vacche si poteva ottenere lo stesso risultato senza correr rischi.
LA SCOPERTA DELLA VACCINAZIONE
Alla credenza popolare era da tempo noto che le persone, le quali avevano avuto il cowpox – il vaiolo bovino, – non ammalavano di vaiolo. Si narra che ai tempi di Carlo II re d’Inghilterra dal 1660 al 1685 la duchessa di Cleveland, una favorita del sovrano, soleva rassicurare i cortigiani dicendo loro che per essa nessun timore poteva esserci avendo già avuto il cowpox. Lo sapeva anche bene, e questo è un episodio storicamente accertato, Benjamin Jesty un allevatore del villaggio di Dorset nello Yetminster. Aveva inoculato nel 1774 materiale di vaiolo delle vacche su scarificazioni cutanee fatte alla propria moglie e ai due suoi figli per proteggerli dal vaiolo e divenne il primo vaccinatone in assoluto. Una priorità che gli fu poi anche riconosciuta dall’Istituto Jenneriano di Londra.
* Regione storica della Germania nord-occidentale. Unita all’Inghilterra dal 1714 al 1837.
** Colonia fondata nel 1630 da protestanti inglesi nel Massachusetts.
Una mano importante allo sviluppo di queste credenze la dette indubbiamente la vaiolazione. Quando la pratica andò diffondendosi nelle campagne (*) risultò facile accorgersi che spesso nei contadini l’inoculazione rimaneva senza esito e anche i medici vaiolatori dell’epoca – Fewster, Sutton, Akermann ed altri – poterono confermare che la resistenza (o refrattarietà che dir si voglia) venivasi a formare solo in determinati soggetti. Giusto quelli che avevano sofferto di pustole alle mani contratte da contatti con vacche affette da vaiolo bovino. Il vaiolo bovino, (detto anche vaccino o cowpox secondo la terminologia anglo-sassone), era una malattia dell’animale generalmente mite con lesioni localizzate ai capezzoli ed alle mammelle. L’uomo si infettava facilmente durante la mungitura e sviluppava poche lesioni che restavano confinate alle mani e guarivano spontaneamente. La interpretazione del fenomeno era sulla strada giusta, ma queste prime osservazioni non ebbero al momento seguito concreto. Solo più tardi Jenner ebbe l’intuizione di sviluppare e tradurre in pratica le osservazioni dei suoi colleghi vaiolatori e dei suoi compaesani contadini. Si narra che la convinzione di uno di costoro «I cannot take smallpox for I have had cowpox» gli abbia dato la spinta decisiva.
Edward Jenner (1749-1823) nasce a Berkeley nel Gloucestershire terzo figlio di un pastore evangelico. Apprende l’arte medica con Giovanni Hunter un rinomato anatomo-patologo e chirurgo in Londra. Fu anche un abile ornitologo, sebbene dilettante, e scoprì alcuni interessanti aspetti delle abitudini del cuculo, che furono oggetto di una comunicazione scientifica e di una pubblicazione nel 1787.
Comincia nel 1773 ad esercitare la sua professione nelle campagne natie dove gli tocca ovviamente praticare anche vaiolazioni e potè constatare in queste operazioni che quanto andavano da tempo affermando i contadini del luogo era esatto. Gli riesce infatti di osservare nel corso di alcuni anni una ventina circa di individui guariti dal cowpox e divenuti per questo fatto resistenti all’inoculazione del pus vaioloso. Annotò anche tre casi – corrispondenti ai nomi di Pearce, Cole e Riddiford – di uomini infettatisi di horsepox (il vaiolo dei cavalli) e resi immuni contro la vaiolazione. Queste osservazioni portarono Jenner a ritenere che il vaiolo dei bovini, così come quello dei cavalli, fossero una varietà della malattia umana e lo convinsero che un attacco dell’uno o dell’altro poteva conferire all’uomo la capacità di resistere alla infezione vaiolosa.
Erano conclusioni non tutte esatte dovute alla totale ignoranza al tempo esistente sui virus in generale e su quelli del vaiolo in particolare.
* L’inoculazione del vaiolo poco applicata a Londra e nelle altre grandi città era abbastanza diffusa nei piccoli centri e nelle comunità rurali. Qui, all’età di 8 anni, fu vaiolato anche Jenner che viveva in un piccolo aggregato di case presso Berkeley.
Comunque dal punto di vista pratico Jenner prese per fortuna la mira giusta e usò il cowpox – il cui virus è più dello horsepox correlato al vaiolo umano (*)- per fare nel 1796 l’esperimento considerato fondamentale. Vaccinò un ragazzo, James Phipps, con il secreto di una pustola vaccinica sviluppatasi spontaneamente sulle mani di una mungitrice, Sara Nelmes, ed il ragazzo rimase indenne alla inoculazione del pus vaioloso praticatagli due mesi più tardi. Questo esperimento dimostrò soprattutto la possibilità di trasportare il materiale vaccinico da uomo a uomo e questa fu la vera scoperta di Jenner. Prima nessun altro l’aveva tentata. Era una scoperta molto importante ai fini dell’applicazione pratica della vaccinazione che si sarebbe potuta fare «da braccio a braccio» e Jenner volle confermarla con un’ulteriore prova. Nel 1798 inoculò con linfa proveniente da un caso di cowpox il ragazzo Summers. Con la linfa tolta dalla pustola di costui vaccinò il ragazzo Pead e con la linfa tolta dalla pustola di questo secondo ragazzo vaccinò varie altre persone di età diverse.
Erano passati più di 20 anni dall’inizio dei suoi esperimenti e Jenner poteva oramai affermare che la vaccinazione era da preferire alla violazione «perché quella non richiede alcuna preparazione del vaccinando, produce una malattia breve benigna e senza pericoli, non provoca contagio vaioloso alle persone conviventi e in pari tempo procura contro l’ammalarsi del vaiolo una difesa non minore che l’inoculazione dei prodotti del vaiolo vero»
Pubblicò a proprie spese un libro (**) di 75 pagine con illustrazioni e nello stesso anno 1798 si trasferì a Londra, ove rimase tre mesi allo scopo di dimostrare con un pubblico esperimento la validità della sua scoperta. Trovò finalmente un giovane ammalato di sciatica ricoverato al St. Thomas Hospital, il quale si lasciò inoculare alla coscia. Il giovane ebbe una bella pustola e la vaiolazione eseguita alcun tempo dopo non attecchì. Il risultato fu presto confermato e George Pearson, seguito da William Woodville, iniziò a vaccinare centinaia d’individui nel 1799. Erano Pearson e Woodville medici, il primo del St. George Hospital ed il secondo dello Hospital for Smallpox and for Inoculation.
* I virus del vaiolo dell’uomo e degli animali fanno parte dei Poxvirus, una vasta famiglia composta da molti virus classificati in 6 subgeneri. Nel primo (virus vaiolo-simili) sono inclusi il vaiolo umano, l’alastrim, il vaiolo bovino, il virus vaccinico, il vaiolo murino, il vaiolo delle scimmie e quello dei conigli. I membri di questo subgenere sono sierologicamente in stretto rapporto tra loro e sono correlati da una forte immunità reciproca. Il virus vaccinico è un ceppo di laboratorio ottenuto coltivando il virus del vaiolo sulla cute dei bovini e fu per un certo tempo anche chiamato Poxvirus officinalis. Il vaiolo del cavallo e di altri animali (capra, pecora, maiale) fanno parte di un diverso subgenere (virus vaiolosi degli ungulati) poco correlato al primo dal punto di vista immunologico. I rimanenti quattro subgeneri includono virus vaiolosi aviari, virus pseudo-vaiolosi, virus vaiolo-tumorali (fibroma e mixoma dei roditori) e poxvirus degli insetti.
** An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae a disease discovered in some of the western countries of England, particularly Gloucestershire, and known by the name of cowpox. Sampson Low, London 1798. Tradotto in 6 lingue. Ristampato nel 1896 da Cas¬sell and Co. Nel 1799 Jenner consegnò alle stampe una seconda sua nota (Further observa¬tions on the variolae vaccinae or cowpox) ed un’altra ne pubblicò nel 1800 in collaborazione con Woodville (A comparative statement of facts and observations relative to the cowpox).
L’Ottocento
I primi fatti che contano
CONTRO IL VAIOLO NEL MONDO
L’esperimento fondamentale di Jenner era stato fatto nel 1796 e la sua prima comunicazione scientifica nel 1798, ma, per l’uso pratico, la linfa vaccinica cominciò a circolare nel 1800. Il primo centro di vaccinazione era stato aperto da Pearson a Londra in Warwick Street, giusto il 1° Gennaio di quell’anno e, partendo dall’Inghilterra, il metodo si diffuse rapidamente in Europa ed in America, qui introdottovi da Benjamin Waterhouse, professore di fisica alla nuova scuola medica di Harvard. Complessivamente i vaccinati nel 1800 furono circa 100.000. Poi fu la volta delle colonie spagnole d’oltre mare e nel 1803 una missione sanitaria inviata da Carlo IV di Borbone raggiunse il Messico e poi Cuba e le Filippine. Aveva il compito di istruire i medici locali sul nuovo metodo di vaccinazione contro il vaiolo e per recare il vaccino s’era provveduto a imbarcare bambini portatori di pustole e altri da inoculare durante il viaggio con il pus che si prelevava ai vaccinati non appena si formava la pustola. Era il procedimento detto «da braccio a braccio» direttamente derivato dalle prove dello scopritore del vaccino e in tal modo si cominciò a vaccinare in tutt’Europa e nel Nuovo mondo.
In Italia le prime vaccinazioni si fecero a Genova nella primavera e a Venezia alla fine dello stesso anno 1800 e il loro più convinto fautore fu Luigi Sacco (1769-1836). Aveva ripetuto gli esperimenti di Jenner con un virus vaccinico raccolto nel Varesotto e, divenuto Direttore delle Vaccinazioni nel Regno Italico (*), ne aveva promosso con energia l’applicazione portando in breve tempo a più di 1 milione il numero dei vaccinati nelle regioni di sua competenza (1).
Verso il 1805 la linfa vaccinica aveva raggiunto ogni angolo del mondo e i risultati erano ovunque molto buoni poiché coloro che s’erano vaccinati e avevano formato la pustola post-vaccinica non s’ammalavano di vaiolo. Jenner ebbe una prima gratifica di 10.000 sterline nel 1802, un’altra di 20.000 nel 1807, fu nominato Presidente del Royal Jennerian Institute, fondato nel 1803, per provvedere al rifornimento della linfa vaccinica e nel 1813 fu accolto a Oxford per ricevere la laurea in medicina honoris causa (**). Il metodo di applicazione del vaccino, basato sul trasporto da braccio a braccio del materiale immunizzante, non era però molto soddisfacente. Era poco pratico e in aggiunta presentava il rischio di trasportare agenti di malattie come tubercolosi, sifilide, lebbra ed altre eventualmente. Soprattutto quest’ultimo non era un problema di poco conto e perciò da parte di molti medici si prese ad auspicare l’impiego di linfa proveniente direttamente dagli animali. Ma il numero delle bovine spontaneamente ammalate era esiguo e a rendere più pressante la situazione aveva per giunta cominciato a circolare del vero e proprio pus vaioloso spacciato per pus bovino e questa contraffazione andava creando inconvenienti e discredito al nuovo metodo.
Ci voleva una svolta risolutrice e la trovarono fra il 1801 ed il 1840 i tre studiosi napoletani Troia, Galbiati e Negri.
Michele Troia (1747-1827), un chirurgo oculista e urologo di alto valore che non disdegnava i problemi della vaccinazione, aveva avuto nel 1801 l’intuizione di inoculare il pus delle pustole vacciniche umane sulla cute delle vacche allo scopo di raccogliere una linfa più abbondante e di possibile controllo mediante l’autopsia dell’animale. Aveva per il primo fatto quell’operazione che sarà in seguito chiamata «retrovaccinazione» poiché faceva ritornare all’ani¬male il pus bovino prelevato dall’uomo.
* Il Regno Italico, istituito nel 1805 da Napoleone I comprendeva Lombardia, Emilia, Romagna e Veneto.
** Jenner in effetti non era laureato ma la legge inglese del tempo autorizzava all’esercizio della professione anche coloro che, senza un addottoramento universitario, avevano compiuto un tirocinio di alcuni anni presso un medico o un chirurgo. E tale era il caso di Jenner che era stato praticante prima con Ludlow chirurgo a Bedson e poi con Hunter a Londra nel St. George’s Hospital. Anche per questo suo poco scientifico approdo all’arte medica molti cattedratici suoi contemporanei lo giudicavano appena qualcosa in più di un flebotomo fortunato. Erano in effetti rosi dall’invidia e non riescivano a persuadersi come un modesto medico di campagna avesse potuto compiere una scoperta tanto clamorosa. I suoi avversari e denigratori non si acquetarono nemmeno dopo la morte che lo colse nel 1823 nel paese natio e continuarono a prendersela con il metodo accampando una serie di infondate ragioni che leggeremo più avanti a proposito degli antivaccinisti.
Poco tempo dopo il suo allievo Galbiati rese sistematico il procedimento e lo descrisse in una memoria che costituisce il primo documento scientifico sulla produzione della linfa animale (2). A partire dal 1810 le vaccinazioni erano a Napoli già fatte con linfa proveniente da vitelle appositamente innestate, ma il passaggio era uno solo, dall’uomo all’animale ogni volta. Nel 1840 Negri perfezionò ulteriormente il metodo e cominciò a passare in serie la linfa da una vitella all’altra, adoperando per l’innesto non più l’umore secreto, bensì la massa delle pustole non ancora mature che contengono maggiore quantità di virus. Era il tocco finale e il metodo ideato e sviluppato, pur tra molte traversie dinastiche della città partenopea, non sarà più cambiato sino alla fine e ampiamente divulgato da un altro napoletano, il chirurgo Ferdinando Palasciano (1815-1891), cominciò ad essere considerato come il solo atto a fornire un buon vaccino. Questo riconoscimento fu ufficialmente ammesso al Congresso Medico di Lione nel 1864 e nel 1890 l’uso della linfa bovina aveva completamente sostituito la vaccinazione da braccio a braccio con linfa umanizzata (3). Nel frattempo si cercava il modo di ridurre il numero dei batteri che inevitabilmente contaminavano la linfa raccolta dalle pustole maturate sulla cute del ventre e dei fianchi delle vitelle. E così si scoprì l’uso della glicerina. L’avevano cominciata ad aggiungere verso il 1850 in alcuni centri di vaccinazione della Germania, della Francia e della Svizzera. Poi, nel 1869, Muller a Berlino confermava che la glicerina diminuiva la contaminazione batterica senza ridurre l’attività del vaccino. Successivamente, per rinforzare la depurazione, si aggiunse anche essenza di garofano.
Jenner aveva cominciato a vaccinare con il virus del vaiolo bovino o cowpox. Dopo, quando si prese a produrre in gran quantità la linfa secondo le indicazioni di Troia e dei suoi successori, cominciò a circolare il virus che fu poi detto vaccinico. I ceppi di Jenner erano andati perduti o non avevano potuto raggiungere tutti i centri di vaccinazione e perciò i ceppi di virus vaccinico usati per innestare le bovine furono tutti isolati localmente. Hanno per intero una origine incerta e si sa soltanto che alcuni derivano dal vaiolo bovino e altri dal vaiolo umano. Uno dei ceppi più diffusi e sino all’ultimo usato da molti produttori è stato il ceppo Lister, che derivava dal vaiolo umano e si ritiene esser stato isolato da un soldato ammalato di vaiolo durante la guerra franco-prussiana del 1870. Era infatti risultato che il virus del vaiolo umano passato attraverso l’organismo delle bovine non provocava più forme generalizzate quando riportato nell’uomo. Questo fatto era stato all’epoca ammesso sulla base dell’esperienza quotidiana, ma in realtà l’attenuazione era dovuta a precise modifiche che il virus del vaiolo subiva nel passaggio attraverso gli animali. Lo aveva intuito Copeman nel 1902 e lo dimostrarono più tardi in molti, a cominciare da Gordon.
I benefici della vaccinazione con il metodo di Jenner non furono da tutti riconosciuti. Gli oppositori erano particolarmente numerosi giusto in Inghilterra ove era nato il vaccino ed il suo scopritore. Comprendevano medici, teologi, filosofi e s’erano organizzati in una associazione internazionale, la «Societas Universa contra Vaccinum Virus». Qualcuno riteneva la vaccinazione dannosa perché impediva al vaiolo di contenere la densità delle popolazioni uccidendone ogni anno la parte necessaria a mantenere l’equilibrio. Altri temevano che l’innesto del vaccino poteva comunicare i mali propri della specie bovina o addirittura guastare l’uomo trasferendogli qualche sembianza dell’animale. I meno fantasiosi ritenevano semplicemente che la vaccinazione fosse inutile e attribuivano il calo della morbosità alla applicazione delle norme di isolamento ed alle disinfezioni. Contro l’efficacia del vaccino portavano vari esempi il più quotato dei quali era costituito dalle città di Birmingham e di Leicester. In entrambe la vaccinazione era stata obbligatoria sino al 1882. Dopo rimase tale a Birmingham e fu abolita a Leicester. Qui l’epidemia del 1891-93 fu meno grave di quanto non lo fu nella vaccinata Birmingham. Ovviamente gli antivaccinisti dimenticavano che la popolazione di Leicester con più di 10 anni di età godeva della protezione conferita dalla vaccinazione precedente.
L’OBBLIGO DELLA VACCINAZIONE
L’obbligo della vaccinazione antivaiolosa per la popolazione civile o solo militare fu ben presto instaurato. Gli eserciti in guerra erano decimati più dai flagelli epidemici – il vaiolo in testa – che non dalle perdite in combattimento e di conseguenza si cominciò nell’ambiente militare (*). Dette l’esempio la Francia per opera di Napoleone, il quale nel 1805 prescrisse che fossero regolarmente vaccinati tutti i soldati che non avevano già avuto il vaiolo. Nel 1834 la vaccinazione fu imposta a tutti gli arruolati nell’esercito di Prussia ed obbligo eguale fu nello stesso anno introdotto nell’esercito sardo. Qui la vaccinazione era eseguita con il pus trasportato da braccio a braccio e l’esito era riportato nel libretto personale di ciascun soldato. Sempre a riguardo dell’esercito del regno di Sardegna, l’obbligo fu nel 1858 esteso anche alle persone che per ragioni di servizio prendevano domicilio in caserma. La prima legge per la popolazione civile risale anch’essa ad antica data, il 1806. E’ un editto del Principato di Piombino e Lucca, che fece obbligo di vaccinare tutti i neonati nei primi due mesi di vita e tutti gli abitanti del Principato che non erano già stati ammalati di vaiolo. Analogo provvedimento fu preso in Baviera nel 1807 e successivamente da tutti gli altri Paesi d’Europa. Negli Stati Uniti d’America la prima legge a riguardo dell’obbligo risale al 1855.
Con il passare del tempo, la norma dell’obbligo, là dove esisteva, e la vaccinazione in genere furono in misura sempre crescente disattese tanto da lasciare al vaiolo la possibilità di infierire duramente sui soldati di parte francese nella guerra franco-prussiana del 1870 e di diffondersi in Europa ad opera dei fuggiaschi, dei prigionieri e dei reduci. In Italia fu portato dai soldati di Garibaldi reduci dal fronte francese. L’esercito francese, poco e mal vaccinato, ebbe oltre 20.000 morti di vaiolo mentre nell’esercito prussiano, ben vaccinato, i casi mortali furono poco più di 400.
* La proporzione morti per malattia/morti per ferite era stata di 10 a 2 nella guerra di Crimea (1855), di 10 a 5 nella guerra di secessione americana (1861-65), di 10 a 7 nella guerra franco-prussiana (1870). Il rapporto si invertì ai primi del ‘900 e diventò di 10 a 20 nella guerra russo-giapponese (1904) e di 10 a 80 nella guerra 1914-18 (esercito italiano).
La recrudescenza del morbo produsse un più convinto movimento a favore dell’obbligo della vaccinazione e della sua estensione all’intera popolazione. I relativi provvedimenti cominciarono ad essere applicati in Europa dal 1871 in poi e negli Stati Uniti d’America nel 1872. In Italia furono sanciti con la legge Crispi-Pagliani (*) del 22 Dicembre 1888, la prima – dopo l’unificazione nazionale – fatta per la tutela dell’igiene e della salute pubblica. Dovevano esser vaccinati tutti i nati nel corso del secondo semestre di vita.
Nel 1898 in Inghiltera, gli antivaccinisti locali riuscirono a far cancellare l’obbligo con il risultato di ridurre alla metà il numero dei vaccinati e di costringere il Paese a pagare al vaiolo un tributo non indifferente di casi di malattia e di morti.
* Luigi Pagliani (1847-1932) igienista all’Università di Torino chiamato da Crispi nel 1887 a riordinare la sanità della Nazione. Fu capo della Direzione generale di sanità e fondò l’Istituto Vaccinogeno di Stato, la Scuola di perfezionamento in igiene pubblica e il Laboratorio centrale di Sanità. Il Vaccinogeno fu più tardi chiuso e la Scuola soppressa nel 1896. 11 Laboratorio fu assorbito dall’Istituto di Sanità Pubblica inaugurato nel 1934 e poi chiamato nel 1941 Istituto Superiore di Sanità.
LA RABBIA AL TEMPO DI PASTEUR
La rabbia era diffusa in tutta l’Europa e particolarmente colpite erano la Russia, i Balcani, la Francia e l’Italia. Qui da noi nel 1887 – anno nel quale ebbe inizio la compilazione delle statistiche sanitarie – gli individui morti di rabbia furono un centinaio. La malattia era, come adesso, invariabilmente mortale (la ineluttabilità dell’esito fatale era già stata stabilita da Fracastoro nel XVI secolo) e il virus era sconosciuto. La natura filtrabile dell’agente fu poi dimostrata nel 1903 da Di Vestea a Napoli e da Remlinger e Riffat Bey a Costantinopoli. Nel 1913 Noguchi asserì di aver coltivato questo agente in un suo particolare terreno contenente frammenti d’organo. Fu però presto smentito e il virus sarà coltivato più tardi. Nel 1956 in embrione di uova d’anatra, nel 1958 su colture di tessuto e nel 1964 su cellule diploidi umane.
Nel Settecento erano cominciate a comparire delle opere speciali come quella di Mead (Tentamen de cane rabioso) pubblicata nel 1767 e il già ricordato Valli aveva fatto dei tentativi di vaccinazione con saliva tratta da cani rabbiosi e attenuata con succo gastrico (Centanni (1873-1942) e Tizzoni (1853-1932) confermarono molti anni dopo che il succo gastrico attenuava in 13 ore e uccideva in 20 ore l’agente della rabbia).
Nel 1804 Zinke aveva iniziato la patologia sperimentale dimostrando la infeziosità della saliva e nel 1824 Rossi a Torino dimostrava che la sostanza nervosa dei cani morti di rabbia era altrettanto virulenta e capace di trasmettere la malattia. Questa scoperta dirottava la sede di origine della infezione dalla saliva – come s’era prima creduto – al tessuto nervoso.
Pasteur confermò questo dato nel 1880 e, resosi ben conto che il virus si localizzava nel sistema nervoso, cominciò ad inoculare conigli per via intracerebrale usando come materiale virulento frammenti di midollo spinale degli animali venuti a morte.
Louis Pasteur (1822-1895) era chimico organico di estrazione. Professore di chimica nel 1854, decano a Lilla della Facoltà di Scienze nel 1857, ammesso all’Accademia di Medicina nel 1873, Accademico di Francia nel 1883, primo direttore dell’Istituto inaugurato a Parigi nel 1888 e intitolato al suo nome. Aveva cominciato con le fermentazioni ed ebbe a convincersi che questi processi non erano dovuti a invecchiamento della materia bensì a microrganismi. Li scoprì, tra il 1857 e il 1859, prima quelli della fermentazione alcolica poi quelli della lattica, dimostrando nell’occasione che i microbi nascevano da germi preesistenti e non per generazione spontanea. La teoria della generazione spontanea era stata già dimostrata errata da Redi (1626-1698) e Vallisneri (1661-1730) per gli insetti e da Spallanzani (1729-1799) per gli infusori e le muffe. Pasteur lo dimostrò per i microbi. Poco tempo dopo individuò l’agente della pebrina, una malattia del baco da seta, e nel 1879 scoprì lo streptococco della febbre puerperale. Alla fine ideò le vaccinazioni a mezzo di germi vivi e attenuati e cominciò a realizzarle con due vaccini per uso negli animali. Uno, nel 1879, contro il colera dei polli e l’altro contro il carbonchio del bestiame nel 1881. Entrambi erano costituiti da batteri attenuati. Il primo con l’invecchiamento delle colture lasciate nell’ambiente e sottoposte all’azione dell’ossigeno atmosferico, il secondo con la coltivazione dei batteri per 10-12 giorni alla temperatura di 42°C. Concluse il suo impegno di scienziato con gli studi sulla rabbia e sulla sua prevenzione. Aveva circa 60 anni di età ed era fisicamente provato dalle conseguenze di un ictus cerebrale e in queste ultime sue ricerche molto lo aiutarono Roux, Chamberland e Thuillier i quali provvedevano a tutte le manipolazioni di laboratorio. Lavoravano a Villeneuve l’E-tang presso St. Cloud.
Dopo alcuni passaggi di coniglio in coniglio Pasteur potè osservare che il periodo di incubazione andavasi abbreviando per stabilizzarsi dopo 70-100 passaggi attorno ai 6 giorni. Scoprì in questo modo il virus che chiamò «fisso» perché non era possibile abbreviarne ulteriormente il periodo di incubazione. Il virus rabico divenuto fisso non era più virulento nei cani inoculati per via sottocutanea e poteva quindi esser considerato un virus già di per sè più o meno attenuato. Il virus fisso fu il primo virus ad essere scientemente attenuato in laboratorio e inoculato all’uomo per via sottocutanea non si moltiplicava (mentre il BCG e tutti i ceppi di virus attenuati oggi in uso si moltiplicano attivamente nell’organismo pur avendo perduto la capacità di provocare segni di malattia e, tranne quelli della poliomielite, anche quella di trasmettersi dai vaccinati ai contatti suscettibili).
Tuttavia Pasteur cercò di attenuare anche con altri mezzi il suo virus a corta incubazione e, ricordando che nel 1879 per attenuare i batteri del colera aviare aveva sperimentato con successo l’invecchiamento delle colture congiunto all’azione dell’ossigeno atmosferico, espose il midollo spinale dei conigli uccisi dal virus fisso alla temperatura di 23°C in adatte condizioni di aereazione. I midolli tolti ai conigli morti erano sospesi in una boccia chiusa con tappo di cotone e contenente sul fondo pezzi di potassa caustica. Il tessuto si essiccava rapidamente per l’effetto igroscopico della potassa ed era sottoposto all’azione dell’ossigeno che penetrava attraverso il tappo di cotone. Il metodo funzionò bene e la virulenza del materiale andava giorno dopo giorno scemando finché, dopo una settimana circa di invecchiamento, i midolli erano divenuti completamente avirulenti anche quando inoculati per via intracerebrale.
A questo punto delle sue ricerche Pasteur trattò dei cani con una serie di 14 iniezioni sottocutanee giornaliere di midolli sempre più freschi cominciando da quelli di 13 giorni — certamente avirulenti — per finire a quelli di 1 giorno. Alcun tempo dopo la fine del trattamento gli animali furono sottoposti alla infezione di prova con virus di strada e non contrassero la rabbia. Le iniezioni dei midolli a virulenza scalare li avevano evidentemente immunizzati. Nel corso di questi esperimenti Pasteur aveva anche osservato che se i cani erano stati infettati prima ma la rabbia non era ancora esplosa si poteva con il suo metodo egualmente prevenire la malattia. Era il principio sul quale si basa la vaccinazione dell’uomo che è stato morsicato da animali rabidi.
Il passaggio dalla sperimentazione all’applicazione nell’uomo fu improvviso ed imposto dagli eventi. Un bambino, Giuseppe Meister, gravemente morsicato due giorni prima da un cane rabbioso è portato al laboratorio di Pasteur. Questi — confortato dal parere dei clinici Vulpian e Grancher — applica il trattamento che aveva sperimentato nei cani e il piccolo fu salvo. Egualmente salvo rimase un secondo giovane paziente gravemente esposto all’infezione rabica. E il mandriano Jupille il quale, per salvare i suoi piccoli compagni assaliti da un cane rabbioso, affronta la bestia e la uccide ricevendone numerose e gravi morsicature. Non si salvò invece la piccola Louise Pelletier che era stata morsicata ben 37 giorni prima e che fu sottoposta al trattamento solo per le disperate insistenze dei suoi. Era l’anno 1885 (4). Nel 1886 Pasteur fonda un regolare servizio di vaccinazione antirabica e il suo metodo cominciò a diffondersi in tutto il mondo. Nel 1889 vi erano 7 centri in Russia, 5 in Italia ed 1 ciascuno a Vienna, Bucarest, Barcellona, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Avana, Mexico e molti altri seguirono a breve distanza di tempo.
Pasteur cominciava il trattamento con midolli di 14 giorni di invecchiamento e proseguiva ogni giorno con midolli sempre più freschi sino ad arrivare a quelli di 3 giorni. Il materiale vaccinante era costituito da un frammento di 1 cm di midollo reciso con forbici sterili, triturato e sospeso in 5 ml di soluzione fisiologica. Se ne iniettavano in genere 3 ml e le iniezioni erano fatte sotto la cute del ventre. La durata della cura ed il numero ed il volume delle iniezioni dipendeva dalla gravità e dalla sede delle lesioni. Per le morsicature agli arti la cura durava da 15 a 18 giorni, a seconda della gravità, e 21 giorni per le morsicature alla testa.
Durante il primo anno di funzionamento del suo centro Pasteur trattò in questa guisa 350 individui giunti d’ogni parte compreso la Russia ove 19 di essi avevano subito l’assalto di lupi rabbiosi. L’esito delle iniezioni preventive fu estremamente buono. La percentuale di mortalità per rabbia nei soggetti trattati fu pari allo 0.94% e nell’anno successivo, il 1887, si ridusse allo 0.74% . Successivamente al 1888 il trattamento si fece all’Istituto Pasteur e con percentuali di mortalità sempre più basse, attorno allo 0.55 % . Anche nella sezione per il trattamento della rabbia nell’Istituto per le Malattie Infettive di Berlino la mortalità nei casi curati negli anni 1898-1901 fu dello 0.55% e risultati analoghi furono ottenuti quasi dappertutto. Se si considera che la malattia e la morte che inevitabilmente la conclude colpiscono il 15-16% degli individui morsicati l’efficacia del metodo si poneva al di sopra del 95% .
Le probabilità di successo erano in stretto rapporto con l’epoca di inizio del trattamento e una interessante statistica a quel tempo curata da Diatroptoff permise di rilevare che in 4602 morsicati venuti a farsi curare nella prima settimana la mortalità fu dello 0.56%, in 991 venuti nella seconda settimana dello 1.66% e in 313 venuti nella terza settimana del 3.19% . Secondo Remlinger infatti la comparsa nel sangue di sostanze immunizzanti si verificava 20-22 giorni dopo la fine del trattamento ma ancora in tempo poiché il periodo di incubazione della rabbia è piuttosto lungo e raramente inferiore a 6 settimane. L’uso del siero congiuntamente a quello del vaccino per rimediare al ritardo dell’inizio della cura fu introdotto solo dopo il 1904 ad opera di Marie, dello stesso Remlinger, di Schurer e soprattutto di Fermi il quale aveva ottenuto un potente siero dai cavalli immunizzati con il suo vaccino fenicato.
Negli anni immediatamente seguenti alla sua scoperta il metodo di Pasteur Fu oggetto di vari tentativi di modifiche, tutti — ad eccezione di quello di Calmette — ingiustificati e destinati ad un completo insuccesso. Cominciò Babes nel 1887 ad attenuare il virus con il calore per pochi minuti. Nel 1888 il famigerato Ferran, ancor fresco delle sue imprese con il colera più avanti descritte, intraprese l’uso di midolli senza invecchiarli gradualmente come stabiliva il metodo di Pasteur. Provocò casi di morte per rabbia e si rivolse, poi, senza successo al sublimato corrosivo per attenuare il virus. Nel 1897 Hogyens preparò diluizioni da 1:100 a 1:10.000 di sospensioni all’1% di virus fisso non trattato e cominciava la cura iniziando dalle diluizioni più alte. Calmette, infine, propose di conservare in glicerina per non più di 1 mese i midolli essiccati per 2-10 giorni e questo metodo fu adottato nel 1911 all’Istituto Pasteur in sostituzione di quello originario perché consentiva maggiore sterilità, risparmio di animali e più pronta disponibilità del vaccino per improvvise richieste.
I PRIMI VACCINI BATTERICI
Tra l’anno di nascita del vaccino antivaioloso e quello del vaccino antirabico di Pasteur il naturalista lodigiano Agostino Bassi (1773-1856) scopriva nel 1837 l’agente del calcino, una malattia che colpisce il baco da seta e che arrecava in quell’epoca gravi danni alla produzione. La scoperta pose la prima pietra di un principio di portata generale «l’esser cioè da parassiti causati li morbi dell’uomo e delli animali» come il Bassi stesso aveva scritto in una sua memoria del 1846. Pubblicò il Bassi ancora nel 1849 le «Istruzioni per prevenire e curare il colera asiatico» e nel 1853 il libro «Della natura dei morbi ossia dei mali contagiosi». Le conferme vennero ben presto e cominciò Filippo Pacini (1812-1883) a vedere nel 1854 il bacillo del colera nelle feci dei colerosi. Era Pacini soprattutto un istologo e come tale aveva scoperto nel 1853 i corpuscoli sensoriali della cute che da lui han preso il nome.
Questi primi batteriologi dovevano avere degli occhi di lince. I batteri li vedevano a fresco, non colorati, sospesi nel liquido ove s’erano moltiplicati, con microscopi non molto diversi dai primitivi strumenti ad una sola lente costruiti da Van Leeuwenhoek alla metà del Seicento.
Fu un periodo piuttosto breve, presto superato grazie ai più adatti mezzi ed ai nuovi metodi che la tecnica di laboratorio andava mettendo a disposizione dei cacciatori di microbi. Cominciarono l’italiano Amici ed il francese Chevalier a dare al microscopio la forma che esso pressoché possiede anche ai giorni nostri. Poi ne aumentarono il potere di ingrandimento che in origine arrivava a 300 diametri scarsi e lo stesso Amici (1786-1863) – ottico, naturalista, astronomo e matematico modenese – aveva anche ideato nel 1840 il sistema di immersione ad acqua. I successivi perfezionamenti furono ancora più rapidi. Attorno al 1848 fu realizzato il nuovo microscopio acromatico e dopo qualche anno entrò nell’uso l’obbiettivo ad immersione omogenea studiato da Stephenson nel 1878 e costruito da Abbe, un fisico tedesco comproprietario con Carl Zeiss delle officine ottiche di Jena.
Nello stesso tempo cominciarono le colorazioni dei preparati batterici e si dette inizio all’impiego dei terreni di coltura solidi che permisero di isolare più facilmente dai materiali patologici i batteri che si andavano cercando. Il primo a colorare alcuni batteri fu Hoffman il quale nel 1869 usò per lo scopo il carminio. Poi, nel 1875, si aggiunsero i colori di anilina e nel 1879 Ehrlich introdusse fucsina e bleu di metilene. L’anno appresso Ehrlich introdusse anche il metodo di fissazione al calore dei preparati da osservare al microscopio. Il metodo di colorazione differenziale del Gram, molto utile per distinguere gonococchi e meningococchi da un volgare diplococco, è del 1884. I terreni di coltura all’inizio adoperati erano soltanto liquidi. Pasteur aveva utilizzato brodi di carne, acqua di lievito di birra e persino urina bollita. Poi, nel 1881, Robert Koch (1843-1910), direttore dell’Istituto per le Malattie Infettive a Berlino e fondatore con Pasteur della moderna Batteriologia nonché premio Nobel nel 1905, introdusse i terreni solidi fatti di brodo con aggiunta di agar, una sostanza polisaccaridica estratta dalle alghe e giunta in Europa per altri scopi nel 1860. La scoperta dei terreni solidi fu determinata da una osservazione casuale. In una patata tagliata a metà e abbandonata in laboratorio Koch notò una quantità di puntini e scoprì che erano «colonie» formate da una miriade di germi. Ciò accadde intorno al 1880. Alcune specie batteriche erano più esigenti in fatto di nutrizione e al terreno di base si aggiunsero zuccheri vari, sangue od altri complementi. Sclavo nel 1894 si servì di uova fresche per coltivare il diplococco della polmonite.
La Batteriologia si illuminò e nel giro di pochi anni furono scoperte le specie batteriche responsabili di alcune delle più diffuse malattie infettive dell’uomo. Del tifo addominale da Eberth nel 1880, della tubercolosi da Koch nel 1882, del colera ancora da Koch nel 1883, della difterite da Klebs nello stesso anno, del tetano da Nicolajer nel 1884, della meningite epidemica da Marchiafava e Celli nel 1884, della polmonite franca lobare da Fraenkel nel 1886, della febbre di Malta da Bruce nel 1887, della peste da Yersin e contemporaneamente da Kitasato nel 1894, della dissenteria da Shiga nel 1897. In aggiunta Roux e Yersin (5) scoprivano nel 1888 la tossina difterica e nel 1890 Faber (6) scopriva quella del tetano. Alla scoperta degli agenti eziologici fecero un po’ ovunque seguito tentativi diretti a preparare i corrispondenti vaccini. Molti rimasero allo stato sperimentale come ad esempio un vaccino antipneumococcico preparato da Sternberg nel 1882 e il primo vaccino contro la dissenteria bacillare preparato da Shiga nel 1898. Pochi altri furono invece cominciati ad usare in larghe campagne di vaccinazione dell’uomo iniziate da Ferran contro il colera nel 1885, da Wright contro il tifo addominale nel 1896 e da Haffkine contro la peste nel 1897.
Tra la scoperta del germe fatta da Koch nel 1883 e l’esordio del vaccino anticolerico erano trascorsi appena due anni ma Jaime Ferran y Clua (1852-1929), ardito e piuttosto spericolato medico e batteriologo spagnolo già allievo di Pasteur, ebbe il tempo per convincersi che la inoculazione per via sottocutanea di colture vive del colera non era pericolosa per l’uomo. Aveva fatto qualche prova nelle cavie e in fondo non aveva torto. Infatti per produrre la malattia i vibrioni devono essere ingeriti, devono attraversare indenni il canale alimentare, raggiungere l’intestino tenue e costì colonizzare e liberar tossina. Ma ai tempi di Ferran di queste cose non se ne sapeva molto e poi in fatti del genere si era piuttosto spericolati. Max von Pettenkofer (1818-1901), fondatore e direttore dell’Istituto di Igiene di Monaco di Baviera, per dimostrare alcune sue teorie aveva per esempio ingerito una buona dose di brodo-coltura di vibrioni vivi e altrettanta ne fece ingurgitare al suo allievo Emmerich. Pettenkofer, che evidentemente doveva possedere un succo gastrico molto acido, ebbe appena una leggera diarrea mentre il povero Emmerich pagò la sua devozione al Maestro con una grave forma di colera. Una bevuta del genere, questa a base di vibrioni provenienti dalla epidemia di Parigi del 1884, la aveva fatta anche un altro batteriologo’,— il francese Latapie — che per poco non ci lasciò la pelle.
Comunque, senza pensarci su due volte, Ferran (7) passò alla applicazione pratica e in piena epidemia vaccinò in Spagna non meno di 50.000 individui con tre iniezioni di vaccino vivo. Ferran fu sempre molto vago sulle modalità di preparazione e sulla composizione di questo suo vaccino. Solo più tardi si seppe trattarsi di brodocolture di vibrioni vivi di fresco isolati dalle feci dei colerosi.
Il procedimento destò grande interesse per essere all’epoca – tra il 1884 e il 1887 – l’Europa invasa dalla V pandemia colerica* e perciò giunsero in Spagna commissioni di esperti inviati dai governi di molti Paesi e anche dall’Italia. Trovarono molte reticenze e una gran confusione di dati che non fu possibile dipanare con adeguati controlli. Le relazioni furono perciò tutte negative e il tentativo di Ferran non ebbe più seguito, ma per poco.
Ci riprovò infatti Waldemar Haffkine (1860-1930) un batteriologo russo anch’egli di scuola Pasteuriana che aveva fondato a Bombay un laboratorio di ricerca e produzione di vaccini chiamato dal 1925 in poi «Haffkine Institute». Tra il 1893 e il 1896 Haffkine riuscì a vaccinare decine di migliaia di individui in India ove il colera era di casa e mieteva da 100.000 a 500.000 vittime ogni anno (8). Praticava due iniezioni, la prima di vibrioni colerigeni attenuati mediante permanenza in termostato a 39°C in ambiente molto aereato e la seconda di vibrioni non attenuati e passati per cavia (colture «esaltate»). Il metodo sembrò conferire una certa protezione ma fu egualmente abbandonato perché i vibrioni vivi pur se iniettati sottocute non sempre erano innocui per l’organismo umano. Tuttavia Ferran ebbe il tempo e la voglia di prendersela a male e accusò Haffkine di plagio (9).
Il problema della vaccinazione anticolerica fu avviato a più razionale soluzione quando Wilhelm Kolle (1868-1935) lavorando nel laboratorio di Koch a Berlino poté dimostrare assieme a Pfeiffer che i soggetti vaccinati con batteri uccisi possedevano un titolo di batteriolisine nel sangue eguale ed anche superiore a quello presente nel siero dei soggetti vaccinati con batteri vivi. Questa prova, congiuntamente alla maggior garanzia di innocuità offerta dai vaccini uccisi, fece preferire questi e abbandonare i vivi.
* Il colera era stato importato a Tolone dal Tonchino per mezzo di una nave da guerra e si diffuse rapidamente in tutta l’Europa. In Italia lo portarono alcuni operai rimpatriati da Marsiglia. L’epidemia cominciò in Piemonte e nel 1884 si ebbero 51.000 decessi in tutto il Paese. Napoli fu tra le città più colpite. Dal 31 Agosto al 15 Novembre si contarono 14.000 casi dei quali oltre la metà mortali. La giornata più drammatica fu il 9 Settembre con 1065 casi e 504 morti.
A riguardo del colera la scelta fu portata sul piano pratico nel 1896, anno nel quale Kolle cominciò a produrre un vaccino costituito da vibrioni coltivati in terreno solido, sospesi in soluzione fisiologica, scaldati a 56°C e addizionati di fenolo 0.5% (10). In pratica era lo stesso vaccino ancor oggi adoperato e che lasciò al palo una folta schiera di concorrenti di lì a poco proposti da altri vari studiosi. Scomparvero tutti più o meno presto con una relativa eccezione a favore del vaccino sensibilizzato con siero anticolerico che fu ritenuto capace di evitare i fenomeni di maggiore recettività all’infezione legati alla fase negativa. Per molti però la vaccinazione anticolerica non produceva fase negativa e Haffkine stesso aveva osservato che la vaccinazione in corso di epidemia non offriva pericoli.
Dopo il colera fu la volta del tifo addominale ad essere combattuto con la vaccinazione. La malattia era molto comune negli eserciti e nelle guerre del passato i soldati morti a causa delle salmonelle erano stati più numerosi di quelli uccisi dalle pallottole dei fucili o dai cannoni. Nella guerra di secessione (1861-1865) l’esercito degli USA su un totale di 431.237 uomini ebbe 137.137 casi con 31.262 morti e nella guerra franco-prussiana (1870) i tedeschi contarono in 815.000 uomini 74.205 casi con 8904 morti. Anche in tempi relativamente più recenti la situazione non cambiò molto. Nelle truppe inglesi impegnate contro i Boeri 8227 soldati perirono di tifo e 6000 all’incirca per ferite e più o meno lo stesso ebbe a verificarsi nelle truppe francesi in Tunisia nel 1881 e nella guerra tra Spagna e America del 1898. Nel primo caso tra i 20.000 uomini in forza più di 1.000 morirono di tifo e nel secondo caso dei 100.000 soldati americani spediti a Cuba 243 morirono in battaglia e 1580 di tifo.
La vaccinazione antitifoidea fu quindi all’inizio una vaccinazione essenzialmente di guerra e solo più tardi fu estesa anche alla popolazione civile. L’aveva inaugurata nel 1896 Wright* per applicarla nelle truppe inglesi dislocate in India (“). Prima, nel 1887, l’aveva già praticata Ferran agli operai delle fognature in Spagna ma il discredito che a torto o a ragione lo aveva coinvolto con il colera fece subito fallire questa sua iniziativa. Contemporaneamente a Wright, ma del tutto indipendenti, Pfeiffer e Kolle (12) prepararono anch’essi un vaccino tifoideo ucciso per uso nell’uomo. Sulle prime esitante, poi convinto da Haffkine con il quale s’era incontrato a Netley, Wright praticò le prime 2835 vaccinazioni nell’esercito britannico in India ove era andato con una commissione di esperti contro la peste. Altre 100.000 vaccinazioni all’incirca furono poi praticate nelle truppe di stanza anche a Cipro, in Egitto e nell’Africa del Sud. Non mancarono gli oppositori, una categoria quasi d’obbligo in Inghilterra in occasione di vaccinazioni, e in seguito ad una interpellanza alla Camera il Ministro della Difesa sospese a questo punto le vaccinazioni che poterono essere riprese solo nel 1904 dopo una serie di inchieste, indagini e, rapporti l’ultimo dei quali fu favorevole.
Il vaccino impiegato all’inizio era quello di Wright in seguito modificato da Leishman. Dopo 48 ore di coltivazione, anziché 10-12 giorni come usava Wright, i batteri erano uccisi esponendo le brodocolture per un’ora alla temperatura di 53°C ed erano addizionati di lisolo nella proporzione del 0.4% . Il vaccino di Pfeiffer e Kolle conteneva batteri coltivati in terreno solido e le sospensioni erano tenute un’ora e mezza a 60°C, addizionate di fenolo 0.5% e nuovamente scaldate a 60° per un’altra mezz’ora. Questo vaccino germanico subiva certamente un trattamento più lesivo delle proprietà antigeni delle salmonelle ed era probabilmente meno potente di quello di Wright. In effetti la mortalità nei soggetti vaccinati con il Wright apparve già ad occhio ridotta da 2 a 4 volte e quando furono approntate le statistiche delle vaccinazioni fatte nelle truppe di stanza in India, Egitto e Cipro si potè constatare che la morbilità nei vaccinati era in media 4 volte inferiore a quella dei non vaccinati. Un’efficacia minore, attorno al 50% , fu riportata invece nell’esercito tedesco in Sud Africa vaccinato con il vaccino di Pfeiffer e Kolle.
La prima campagna di vaccinazione contro la peste fu avviata da Haffkine in India per incarico del governo locale. Diversamente da quanto aveva fatto per il colera Haffkine usò in questo caso un vaccino ucciso che andava preparando nel suo laboratorio di Bombay con brodocolture di 6 settimane uccise a 65°C per un’ora (13). Cominciò nel 1897 e di lì a pochi anni aveva vaccinato o fatto vaccinare dai suoi collaboratori alcune centinaia di migliaia di individui.
* Sir Almroth Wright (1861-1947) era dal 1892 professore di patologia al «British Army Medi-cal Service» a Netley e poi, dal 1902, fu direttore dello «Inoculation Department» del St. Ma¬ry’s Hospital a Londra. Aveva scritto in fronte alla raccolta delle sue pubblicazioni «il medico dell’avvenire sarà un immunizzatore». Suo allievo e successore fu Alexander Fleming (1881-1955), lo scopritore della penicillina, e in onore dei due il Dipartimento fu nel 1947 chiamato ‘W right-Fleming Institute.
Lasciò piuttosto libero il dosaggio e questo disordine gli procurò non poche critiche. Le iniezioni potevano essere due oppure tre e il volume di ciascuna variava da 0.5 a 4 ml. In aggiunta nell’Ottobre del 1902 a Mulkowal 19 vaccinati morirono per tetano trasmesso da una bottiglia di vaccino inquinata. Haffkine negò sempre che la contaminazione fosse accaduta durante la produzione del vaccino come aveva stabilito una commissione di inchiesta ma il tragico episodio non giovò alla sua reputazione.
LA SCOPERTA DEI SIERI
Behring (1854-1917) e Kitasato (1852-1931) lavoravano entrambi all’Istituto per le Malattie Infettive a Berlino del quale era direttore Koch e qui scoprirono nel 1890 anticorpi antitossici e immunità passiva. Nel siero delle cavie da essi inoculate con dosi subletali di brodocolture di bacilli della difterite oppure del tetano comparivano infatti delle sostanze che proteggevano gli animali direttamente immunizzati ed altri animali ai quali era stato iniettato il siero dei primi. Pubblicarono congiuntamente i risultati di queste loro ricerche ed aprirono così la strada alla sieroterapia ed alla sieroprofilassi del tetano e della difterite (14).
All’inizio il siero antidifterico era preparato nelle capre e nelle pecore e si cominciò a produrlo su basi industriali e commerciali in Germania nel 1892 nello stabilimento Hoechst. Gli animali erano immunizzati con dosi crescenti di tossina parzialmente neutralizzata con antitossina. Nel 1894 la produzione fu avviata anche in Francia, in Inghilterra e in Italia. In Francia all’Istituto Pasteur ove Emile Roux (1853-1933), allievo e successore di Pasteur alla direzione dell’Istituto, introdusse l’uso dei cavalli come animali siero produttori* e in Inghilterra al British Institute of Preventive Medicine e ai Wellcome Research Laboratories fondati giusto nel 1894. Nello stesso anno, fu fondato a Milano l’Istituto Sieroterapico Milanese con il compito di provvedere tra- l’altro alla produzione del siero antidifterico. La direzione fu affidata a Serafino Belfanti (1860-1939) allora assistente nella Clinica Medica di Bozzolo a Torino e libero docente di Batteriologia in quella Università.
* Il cavallo fu scelto oltre che per la sua mole e la buona risposta immunitaria anche perché, ad eccezione della morva, non soffre di infezioni trasmissibili all’uomo.
Anche il siero antitetanico fu all’inizio preparato nelle capre e nelle peco¬re e poi trasferito nei cavalli. Gli animali erano immunizzati prima con tossina attenuata e verso la fine del ciclo di immunizzazione con tossina pura. Per attenuare la tossina Behring usava il tricloruro di jodio. Poi fu adoperato il liquido di Lugol (soluzione iodo-iodurata) e nel 1904 Lowenstein a Vienna cominciò ad usare il formolo.
Il siero antidifterico fu per la prima volta adoperato da Geissler a Berlino sul finire del 1891 e si dimostrò subito molto utile per la cura degli ammalati nei quali riusciva a ridurre drasticamente la mortalità che prima della sieroterapia era del 30-60% . Questa sua efficacia potè essere ben presto documentata e Roux presentò una nutrita serie di dati al Congresso Internazionale di Igiene che si tenne a Budapest nel 1894. All’uso del siero antidifterico risalgono anche le prime osservazioni sulle reazioni allergiche ai sieri. Le fece nel 1895 il norvegese Johanssen il quale descrisse le eruzioni cutanee che spesso facevano seguito alla iniezione di siero antidifterico (15). Lo stesso Johanssen tagliò corto ad ogni arzigogolo che si cominciava a fare dimostrando che responsabile del tutto era soltanto il siero di cavallo in quanto tale. Le stesse eruzioni erano infatti prodotte anche da soggetti non difterici inoculati con siero normale di cavallo. Nel 1896 furono poi riportati da Gottstein (16) i primi casi di morte per shock dopo iniezione di siero antidifterico.
Il siero antitetanico fu anch’esso adoperato per la prima volta nel 1891 e lo iniettò Baginski in un caso di trisma del neonato. Era un siero preparato da Kitasato nel coniglio ma il piccolo paziente morì lasciando piuttosto scettici quanti avevano creduto che il tetano si poteva guarire come la difterite. Risultati egualmente deludenti furono ottenuti anche con un siero preparato nei cani da Tizzoni (1853-1932). Nello stesso tempo il siero antitetanico fu però cominciato ad usare a scopo preventivo in campo veterinario e i buoni risultati ottenuti in alcune centinaia di cavalli fornirono una convincente dimostrazione dell’efficacia del metodo. Roux e Vaillard se ne resero prontamente conto e l’uso del siero fu introdotto nel 1894 anche nella pratica umana per impedire la insorgenza del tetano nei feriti.
Tizzoni fu uno dei primi a convincersi che l’antitossina tetanica era una globulina del siero o una sostanza che era precipitata con le globuline. Più tardi — nel 1896 — Brieger e Boer purificarono con precipitazioni saline siero antitetanico di capra e siero antidifterico di cavallo o di vacca e anch’essi ritennero che le antitossine fossero diverse dalle sostanze albuminose del siero. Nel 1898 Belfanti e Carbone (17) inequivocabilmente dimostrarono che «globuline e sostanze antitossiche si mostrano costantemente inseparabili».
Intanto, l’indirizzo terapeutico aperto da Behring e Kitasato per la difterite ed il tetano s’andò ben presto allargando ad altre infezioni e nel 1892 fu usato all’Hotel Dieu di Parigi un siero contro il tifo addominale. Era stato preparato da Sanarelli (1864-1940) che all’epoca nel laboratorio di Metchnikoff lavorava sulla patogenesi della malattia (18). Nel 1894 furono cominciati a preparare anche i sieri contro il veleno dei serpenti ed il primo di tali sieri fu fatto da Calmette*. Per lo scopo Calmette immunizzava i cavalli con i veleni mescolati di cobra e di vipere e riteneva che il siero così ottenuto potesse neutralizzare il veleno di qualsiasi serpente (19). Questa interpretazione fu presto corretta da altri ricercatori che dimostrarono la specificità dei veleni appartenenti a serpenti diversi e il siero di Calmette rimase indicato solo per il veleno del cobra. Nel 1895 Achille Sclavo (1861-1930) professore di Igiene alla Università di Siena e fondatore nel 1904 dell’Istituto Sieroterapico e Vaccinogeno Toscano cominciò a curare il carbonchio con un siero che aveva preparato nelle capre e poi nell’asino (20). Il carbonchio colpiva l’uomo venuto a contatto con animali infetti o con resti di animali morti di carbonchio. Era perciò una malattia piuttosto rara ma molto grave. In Italia i casi erano un centinaio all’anno e i morti una ventina per milione di abitanti. L’uso del siero migliorò decisamente la prognosi e una indagine fatta nel 1903 dimostrò che in 164 casi trattati con siero si ebbero 10 morti, una letalità di ben 4 volte inferiore alla letalità media del 24% che nei casi non trattati allora si registrava in Italia (21). Nello stesso anno 1895 Yersin (22) preparò il primo siero antipestoso immunizzando i cavalli prima con bacilli uccisi e poi con vivi. Era detto anche «siero parigino» in quanto prodotto a Parigi nell’Istituto Pasteur e sembrò dare qualche successo. Dalle statistiche di Calmette e Salimbeni del 1899 la mortalità nei trattati fu del 15% rispetto al 67% registrato nei soggetti non trattati. Il siero fu usato anche a scopo preventivo congiuntamente al vaccino, come raccomandato da Shiga, e venne così ad esser realizzata una delle prime pratiche di siero-vaccinoprofilassi sebbene secondo le teorie del tempo il siero era più che altro dato per proteggere il soggetto durante la fase negativa prodotta dalla vaccinazione. Altri sieri antipestosi furono ottenuti da Lustig e Galeotti e da Bandi e Terni. I primi immunizzavano i cavalli con il nucleoprotide pestoso mentre gli altri due studiosi immunizzavano muli o bovi con l’aggressina naturale del bacillo della peste. Ancora nel 1895 Marmorek (“) tirò fuori un siero antistreptococcico. Era questo siero adoperato in casi di erisipela e di febbre puerperale e fu proposto anche per la cura dell’angina scarlattinosa. La strada non era sbagliata poiché già nel 1887 Klein, un batteriologo germanico che lavorava a Londra, aveva sospettato la eziologia streptococcica della scarlattina. Il siero di Marmorek non ebbe comunque gran successo e identico scarso risultato fu ottenuto da un altro siero antistreptococcico preparato da Moser e Pirquet (24) a Vienna.
* Albert Calmette (1863-1933) era entrato nel gruppo di Pasteur nel 1890 e rimase a Parigi sino al 1895. Poi fu a Lilla ove preparò il BCG e quindi di nuovo a Parigi per prendere il posto di vice-direttore del Pasteur rimasto vacante dopo la morte di Metchnikoff. Il suo interesse per i serpenti trae origine dagli anni trascorsi in Indocina all’inizio della carriera.