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Peste di Rovato 1630

I conti della peste Rovato 1630: organizzazione e pietà contro l’apocalisse
Gianbattista Muzzi [AB 30 primavera 1992]

Entrare nel passato dalla porta stretta dei documenti, delle carte scritte da uomini dei quali non risuona da secoli la voce, non ci è nota la fisionomia, si ignorano i gusti e i sentimenti, si è spesso perso il nome. Epure usare i documenti, non per esibirli come trofeo di cacce solitarie negli archivi nè per farne pretesto di chiose dotte e puntigliose: leggerli, e farli leggere, per ritrovare quelle voci, fisionomie, sentimenti e nomi di cui è fatta la vita, quella di oggi, ma anche quella di ieri che non è scontato nè fatale debba asciugarsi in pure sequenze difatti e di date. È questa la scommessa che Gianbattista Muzzi sente di dover giocare, sondando le testimonianze di un processo medievale (come si è riferito nel n. 23 di questa rivista) o i registri della Deputazione alla Fabbrica del Duomo Nuovo (AB n. 27) o ancora, come in questo caso, le carte conservate nell’Archivio del Comune di Rovato che ci riportano alla quotidianità di un fatto eccezionale e nello stesso tempo tristemente consueto nella sua ricorrenza: la peste del 1630, la più celebrata delle calamità dell’età moderna. Storia di malattie e non di gesta militari dunque, di gente comune piuttosto che di personaggi immortalati in monumenti; storia di uomini come Beretto e Bortolino, monatti che attraversano in quel di Rovato l’evento apocalittico del morbo, che lo vivono giorno dopo giorno, calzati della nuova divisa dei “netezini” e mossi dal bisogno antico che guida ogni vita grama, fatta di miseria e di incertezza.

Con questi “conti della peste” AB inizia un viaggio che accompagnerà il lettore attraverso i quattro numeri del 1992, un viaggio nel quale il rigore della ricostruzione non soffocherà la fantasia e le suggestioni della narrazione. Con un’avvertenza: non si confonda questo saper raccontare il passato con un espediente, con un mezzo — in sé peraltro non disprezzabile — per farci incontrare i documenti polverosi degli archivi.
Nella sua capacità di proporci un discorso convincente e coinvolgente la ricerca storica realizza probabilmente uno, e non l’ultimo, dei suoi compiti: quello di richiamarci dalla distrazione della cronaca incessante, dall’eterno presente in cui si può finire relegati.

(Foto: particolari dal dipinto di Cesare Nebbia Comunione degli appestati e processione del Santo Chiodo, Pavia, Collegio Borromeo)

“libras tres: 14:8 pta solutis Iacobo Betono pro eius mercede in vestendis netezinis coloris rubei cum quatuor cricibus ante ac retro”
Questa voce, minuziosamente appuntata nei registri dell’epoca, attesta il pagamento di “lire tre, 14 soldi e 8 denari dati a Giacomo Bettoni in pagamento per aver vestito i netezini con abiti di colore rosso con quattro croci sul petto e sulla schiena”

Che triste Natale quello del 1631, a Rovato! La falce equatrice della peste aveva sfrondato gli orpelli delle famiglie nobili e ricche e resa più nera la condizione delle povere; disseminando ovunque fosse comuni. Non è vero, come afferma il vecchio canonico Racheli giubilarista di Rovato nel secolo scorso, che “finito il contagio del 1630, sembrava che da morte risorgesse il paese” quasi che in quell’anno si risolvesse la tragedia. Continuò ben oltre: ne è dimostrazione il fatto che Battista Martinazzi detto Balzanino e Bella Fassena ricevettero lo stipendio fino al 25 novembre del 1632 “in haver al Lazaretto di contagiosi alle case di Bianchi a S. Carlo fatto i custodi”. Solo “nel detto giorno fu levato detto Lazaretto per infinita bontà di nostro Signore”.
Gli unici che nel paese festeggiarono il Natale furono Battista Beretto, soprannominato Bardella, e Bortolino Facchinetti, montanaro di Tagliamonega. Due netezini o, detto secondo il lessico manzoniano, due monatti incaricati di “levarli dalle case con la Caratta” e “sepelir li morti di contagio al logo destinato”. Era stata loro liquidata quella che allora si chiamava la mercede per il periodo che correva “dal dì 25 giugno per tutto il 6 dicembre 1631 così arbitrato in tutto scudi cento et quattro”, pari a lire planette 725. Tra tanta desolazione la macchina amministrativa del Comune funzionava tuttavia e chi lavorava per la Sanità pubblica aveva, nell’ occasione funestissima, l’opportunità di sbarcare il lunario; come dire: una festa nel lutto, un guadagno alle spalle altrui e sulla loro morte.
La nostra fantasia, al parlar di peste, si popola di figuri senza coscienza, rapinatori e profittatori, i monatti descritti dal Manzoni che hanno cuore solo di fronte al corpicino composto della madre sul carro degli appestati.
Io non credo che Beretto e Bortolino siano della stessa pasta dei monatti milanesi; come reputo diversi i rapporti umani tra la gente della popolosa Milano e quelli del borgo bresciano. Amici, conoscenti e parenti rilevavano dalle case i due rovatesi; odiati spagnoli e sconosciuti raccattavano invece i monatti manzoniani, provenienti spesso dalla ciurmaglia o dalla feccia cittadina. Come quel Piazza che, artigiano fallito, era diventato sovraintendente al trasporto dei cadaveri e pensava, con una peste manufacta, di protrarre all’infinito il suo lavoro ed il guadagno.
Battista Beretto detto Bardella nasce e vive a Rovato. Una vita insignificante, di fatiche. Ha avuto, però, la fortuna di nascere dopo la tragica pestilenza del 1575: incappa in quella del 1630, quando viene assunto per un lavoro stagionale dal Comune, come netezino.
Per la verità aveva già operato alle dipendenze pubbliche nel ‘27. Fu l’anno in cui gli scaravatia (scaraàs= maggiolini crepitanti) distrussero quanto c’era in campagna riducendo l’intero paese in carestia. Aveva forse partecipato alle squadre formate dal Deputato alla Sanità per uccidere gli insetti che avevano castigato i peccatori di Rovato. Ma il castigo divino si serve delle logiche umane ed anche di quelle economiche, a sentire i predicatori dell’epoca, compreso il cardinal Federigo Borromeo, e poiché, come sostiene il Racheli, “quasi sempre la peste era precorsa dalla carestia”, nel ‘30, puntuale, giunse la peste.
È subito detto. Eppure qualche intervento gli amministratori pubblici avevano fatto per sbarrarle la strada. Infatti quando alcuni abitanti di Palazzolo, già raggiunta dal morbo ferale, s’erano rifugiati presso le case di Carlo Fenezolo in quel di Lodetto di Rovato, costituendo sospettoso veicolo al diffondersi del morbo, i consoli bresciani intervennero: innanzitutto comunicandone la presenza indebita e, si veda la drasticità adatta al momento, imponendo di “sequestrar questi tali nel logo dove si trovino dal qual non si possano partire sotto pena della vita”. Nel contempo si proceda a verificare la “qualità delle persone”. Il sequestro e le spese relative al riconoscimento, alla guardia e al vitto sono naturalmente a carico dei fuggiaschi palazzolesi, secondo il costume della Serenissima.
Il giorno successivo, 29 marzo 1630, altra circolare. Addirittura inviata da Marco Giustiniani, Provveditore alla Sanità di Bergamo al console ed ai sindaci della terra di Rovato: “Commettemo… che dobbiate per primo refare li restelli della vostra terra. Tagliar le strade e baricarle, sì che non si possa entrare … et se vi fosse chi tentasse d’entrare a forza doverà esser sonata la campana et ogn’uno tenuto a concorrere, et metterli con la forza alla dovuta obidientia, et anco occorrendo, offesi, quando la sua temerità fosse tale, privati anco della vita”. A parte alcune concordanze e la grammatica il proclama di Giustiniani appare chiaro. Ed inoltre “per conservare la purità dell’aria, senza dilazione ogn’uno doverà dar esito all’acque, siche traschorino, et levati tutti li letami dalle strade che rendono fetore et possono pregiudicare alla buona salute de corpi…
Non conoscendo medicamenti atti a debellare il contagio, poiché fare qualcosa era psicologicamente preferibile alla disperata apatia, le autorità ricorsero alla prevenzione. E la gente “non essendo cosa alcuna più certa della morte, nè più incerta dell’hora d’essa”, incominciò a fare testamento.

I restelli posti lungo le strade per Rovato, le interruzioni e le barricate non seppero bloccare la voce che, di bocca in bocca, passava a terrorizzare l’intera popolazione. C’è la peste, c’è il contagio. All’inizio di maggio i veicoli dell’infezione moltiplicarono la loro virulenza ed incominciarono a manifestarsi i primi casi sospetti. Alla discrezione tipicamente campagnola, al mormorio sotterraneo paesano venne sostituita la pubblicità del morbo: dinanzi alle porte dei sospetti Maffeo Dusino installò, per conto ed ordine del deputato alla sanità Giuseppe Lazzaroni, dei restelli in legno: sequestro domiciliare e vitto fornito dal Comune che dovrà essere pagato dagli interessati o dagli eredi sopravvissuti.
Il 24 maggio inizia la morìa e un non indifferente, oltre che pericoloso, lavoro per Antonio de Sania Governatore over sottrador, becchino presso il cimitero.
Ogni precauzione ha fallito il suo bersaglio.
Agli ordini e sotto la regia incerta dei consoli e dei deputati alla sanità del Comune si mette in moto la mesta organizzazione il cui unico compito sarà di far scomparire le rovine createsi al passaggio fatale del quarto cavaliere dell’Apocalisse affinché non divengano larve di morte per i superstiti.
Il paese di Rovato viene isolato; ogni collegamento è sbarrato da restelli che impediscono l’accesso ai forestieri e la fuoriuscita dei residenti verso altri paesi.
Sul collo, sotto le ascelle di alcuni cominciano a comparire bubboni nerastri. A partire dal 21 giugno secchi colpi di martello risuonano per le contrade ad inchiodare, incrociate, assi sulle porte delle case in cui risiedono “li poveri in suspetti di mal contagioso”. Antonio Calio ha un bel daffare nel fornire tali assi, mentre Pietro Zanini presso le case di 5. Rocco, tiene d’occhio i sequestrati. Nel contempo Francesco Bonvicino è all’erta presso il restello del molino, Felice Cossandi monta la guardia al restello di 5. Donato. Ogni attività commerciale è spenta. Chi passa per le strade di giorno o di notte è in servizio, per conto del Comune, impegnato nella battaglia ormai persa contro il contagio. Al levar del sole carretti carichi di vettovaglie, “pane, formaggio, vino, butiro, e cirotti (piccole candele di sego)” cigolando passano per le deserte vie a fornire il necessario ai sequestrati.
Dal 25 giugno alla seconda metà di luglio vengono consegnati pasti ai sequestrati. La cosa più impressionante del registro che ne tiene la contabilità è la limitatezza del servizio. “A dì 25 giugno 1630: è siquistrata la Fomnasina con altre trei”: sino all’8 di luglio funziona la distribuzione. Poi la Fomnasina diventa oggetto delle cure dei netezini. Anche la famiglia dei Menoni, ricchi in paese, riceve pasti fino al 12 di luglio: il 13 portarono il pane al lazzaretto.
Il Comune, infatti, per evitare l’espandersi del contagio cercò di allontanare dal centro abitato i colpiti dal morbo. Prese in affitto la cascina dei Bianchi “in campanea e ne fece un lazzaretto. Altrettanto fece con le case presso 5. Rocco, pagando l’affitto a Giacomo Feremondo, per quelle della famiglia Zucchetti, e nella contrada dei Senna. Un altro punto di concentramento era presso la mola.
Entrano in scena nuovi attori del dramma: i netezini.
A costoro è affidato il compito, pericoloso ed ingrato, di condurre gli ammalati ai lazzaretti o i morti alla sepoltura. Ma non tutti sono disposti ad assumersi questo ruolo. Alcuni, però, si trovano: uomini soli, senza famiglia, pronti anche alla morte, tanto a chi la tocca la tocca, pur di guadagnarsi da vivere in quel disastro apocalittico. Gente del paese, ma anche avventizi ingaggiati nelle valli e nella pianura. Si ricordano, tra questi ultimi, Antonio Berlingenio della valle Camonica, un anonimo della val Sabbia e Ottavio Gallizioli da Gottolengo, bastardo che, dopo essere stato sequestrato dal 5 al 22 luglio, esce indenne dal contagio e viene assunto dal Comune “per trasportare i cadaveri al luogo pubblico della sepoltura per l’epidemia”.
Organizzati in gruppi, con una caratta e un cavallo, passano a raccogliere i contagiati e li trasportano nei lazzaretti. I poveri disgraziati vengono spogliati dei loro abiti e sistemati in letti con lenzuola pulite e biancheria fornita dal Comune. I netezini hanno il compito di ammassare tutti i vestiti in un luogo deputato alla pulizia, di solito accanto ai lazzaretti: vengono immersi e bolliti in pentoloni e disinfettati. Cumuli maleodoranti di panni, veicoli tetri di infezione che hanno causato la morte di non pochi addetti alla lavanderia. Il loro misero compenso veniva liquidato agli eredi: fortuna che toccò a quelli del povero Lorenzo Lazzaroni che lasciò la sua mercede postuma, guadagnata “in nitidandis pannis qui erant ad locum Lazaretti”.

I primi morti furono portati alla sepoltura presso la chiesa, com’era costume. Ma il fetore delle salme commisto al terrore del contagio convinsero i deputati alla sanità ch’era opera indifferibile otturare meglio i sepolcri adusati della Parrocchiale (compito affidato ad Antonio de’ Lovere: altro netezino foresto?) e scegliere luoghi più appartati da destinare ai morti. Anche perché al cimitero i cadaveri insepolti ormai abbondavano. Il sottrador, infatti, dal 25 giugno era stato sequestrato in casa e fino al 19 luglio gli furono portati i pasti. Il 19 e il 20 alla moglie furono liquidati due ducatoni. Sopperì a questa mancanza Battista Zucchini che guadagnò 7 berlingotti “per haver sepulto cinque corpi che si ritrovavan al cimitero” (23 luglio).
I deputati alla sanità provvidero all’emergenza acquistando appezzamenti di terra nelle vicinanze dei lazzaretti e vi fecero scavare delle fosse in cui scaricare i cadaveri. Contemporaneamente fecero un ultimo tentativo per opporsi al dilagare del morbo, il 19 luglio del ‘30: stipularono un contratto con Antonio Galiardi, francese, chirurgo “provisionato” fino al febbraio del 1631, per “cento scudi di berlingotti al mese”. L’unica opera valida che il Galiardi consigliò fu, forse, quella di salvaguardare la salute dei netezini vestendoli e calzandoli in modo che le pulci pestifere non li raggiungessero. Operazione valida all’insaputa del chirurgo medesimo che pensava fossero le arie pestilenziali il vero veicolo del contagio.
Furono bardati con lunghi camicioni rossi, abbelliti sinistramente da quattro croci sul petto e sulla schiena, divisa fornita dal sarto Giacomo Bettoni, e calzati con alti stivali in pelle approntati da Giovanni Brunello. Guanti e copricapo completavano l’armamento difensivo. Si deve dire che tale usbergo ha ottenuto senz’altro i suoi risultati più che la bottiglietta d’aceto appesa al collo, atta a confondere le puzze ma non le pulci.
Forse il chirurgo Gallico, come lo chiamano i registri del massaro di Rovato, riuscì a salvare qualcuno se si vuol badare e dan peso all’investimento di lire 6:3 fatto dal console Aurelio Taietti per fornire ferri per medicare gli ammalati di peste (feramenta pro medicandis egrotibus pestis). Agli altri, quasi la totalità, era riservata l’opera dei netezini. Nei mesi di luglio ed agosto fu costante il lavoro per aprire fosse e ricoprirle di calce viva.
Quando poi i lazzaretti approntati non ebbero la capienza necessaria a far fronte alla marea dei contagiati, “casotti” di assi furono innalzati nei terreni circostanti, e la campagna si trovò ad ospitarne i cadaveri sfigurati. Aumentarono le caratte in servizio per i morti e Francesco della Torre si guadagnò lire 103 (9 agosto) “per un cavallo dato per trasportare i morti di contagio” e lire 15:10:2 per le assi con cui costruire i casotti all’interno dei quali, sulla paglia, venivano posti, in attesa della morte, i contagiati.
Nonostante il lavoro indefesso dei netezini ad Antonio Venturini capitò, rimasto solo nella sua casa, di morire; e nessuno chiamò la sanità pubblica. Se n’accorse Giovanni Zinetto e lo portò alla sepoltura. Un bel rischio, e che fegato! Ma si fece pagare dal Comune 16lire. E come lui, molti altri fornivano informazioni sui bisogni nelle vie ormai barricate o davano un pezzo di terra per le fosse, o s’avventuravano per la deserta campagna (è il caso di Abele Rovelia) a fare il censimento degli appestati o facevano la guardia ai vari restelli o prestavano servizio nei lazzaretti: tutto per guadagnare quattro soldi, gli unici che si potevano racimolare.
Fu una catastrofe di proporzioni immani: dal 24 maggio al 9 novembre scomparvero 1065 persone delle 4620 che abitavano in Rovato e nelle frazioni. Il 7 dicembre “fu lincenziato esso Sig. Francese (il chirurgo), essendo assai a buon porto, per gratia di nostro Signore, la terra”. Non è vero quanto scrisse il massaro. Il chirurgo era un esoso, un saputo che non aveva bloccato la monìa ed ora che i rigori invernali avevano rallentato la virulenza dell’infezione, il Comune se ne liberò. Ma non tutto filò liscio. Quando c’è di mezzo la professionalità, quando si fanno valere i titoli a buon mercato… “Esso pretendeva diversi soldi spesi in Brescia in medicamenti, et non dati. Così gli fu lasciato il cavallo” che poteva valere all’incirca 120 berlingotti.
Non passò giorno che fu assunto (8 dicembre 1630), Francesco Bonvicino, altro chirurgo, locale questa volta, ma meno esoso: gli vien corrisposto uno stipendio mensile di 200 lire planette.
Le morti si placano, il dramma sembra avviato alla fine e la guardia dei pubblici deputati alla sanità si abbassa. C’è ancora gente nei lazzaretti, ma il 22 gennaio tutto sembra finito e Francesco Bonvicino viene licenziato “per infinita bontà et misericordia di nostro Signore Iddio”.
Era finito solo il primo atto o forse neppure quello. Dal 10 novembre al 17 febbraio morirono solo 200 persone. Col sopraggiungere della primavera riprese vigore il morbo e durò per tutto l’anno.
Si riassettarono Battista Beretto, detto Bardella e Bortolino Facchinetto per la nuova incombenza e si fecero più rade le volte in cui il gestore del Bettolino li vide a pranzo.
Nel 1631 morirono altre 1200 persone a Rovato e la millenaria tradizione che poneva a riposare i cadaveri sottoterra, pur se in fosse comuni, trasformò la sua pietà, quasi un dispregio al morbo e ai morti, in cataste di legno dissolventisi in spire di fumo nero che s’alzavano al cielo.
“A peste fame et bello: libera nos Domine”. Il Comune pagò ai preti, che avevano lustrato i campi con le Rogazioni primaverili, 26lire planette. L’organizzazione sanitaria aveva fallito: ci si rivolgeva ancora al Cielo.

Nota delle fonti: Il presente testo è costruito su alcuni documenti presenti nell’Archivio del Comune di Rovato che si trova presso l’Archivio di Stato di Brescia: il Reg. 194 con l’elenco degli abitanti del Comune, il Reg. 440: Bollettario, i Regg. 27 e 28 ed il Reg. 47.
Lapide: “Qui si custodisce il corpo di 2.500 tuoi antenati che la malattia perse negli anni 1630-31” (Rovato, chiesa di S. Stefano)

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Archivio parrocchiale di Travagliato
XII.2 – “1630 Libro delle Terminazioni in Trav[aia]do in occasione di Peste ano -”
1630 maggio 28 – settembre 10
1630 maggio 28 – 10 settembre
Verbali degli ordini dei provvisori e deputati della sanità e nota dei morti. (pp. 1 – 61)
Si annotano i morti inizia dal 14 giugno al 21 agosto da p 69 a p. 76 (numerati da 1 a 92) e quindi da p. 63 a p. 68 21 agosto 1630 (numerati da 93 a 205)
Registro cartaceo, numerazione di archivio per pagine 1 – 76; mm 285 X 200, legatura originaria in cartone, danni alla legatura; lingua volgare.
Classificazione XII

XII.3 – Nota dei morti di peste
1630 agosto 22 – 1631 17 maggio
Prosegue la numerazione da 206 a 861 (22 agosto 9 ottobre); con la ripresa dell’epidemia si stende un nuovo elenco con numerazione mensile: dicembre 1630 – 2 giugno 1631 (probabilmente mancano fogli); il fascicolo reca nelle carte successive dei conti.
Fascicolo, conservazione buona, lingua volgare
Classificazione XII

XII.4 – Memorie sulla peste
1630 – 1644
Ho riunito le pochissime carte della sanità (1630) e due memorie del voto riprese nel 1642 e 1644.
Fascicolo, conservazione buona, lingua volgare
Classificazione XII

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Forme di carità a Cazzago – Elia Ravelli
Il contributo che porto a questo convegno è più una integrazione documentaria, ma credo si possa inserire in modo significativo nel panorama di quanto è possibile dire a riguardo delle “Istituzioni assistenziali in Franciacorta”.
L’ambito del contributo è la Comunità di Cazzago, della quale ho indagato in modo abbastanza sistematico tutta la documentazione esistente sia nell’archivio parrocchiale che in quello comunale. Attualmente come tutti sanno, Cazzago comprende anche Calino e Bornato Questo dal 1928, precedentemente era comune a sè. Pur vantando origini alquanto antiche, sicuramente romane, come testimoniato dal ritrovamento di una villa di epoca imperiale e pur vantando istituzioni antichissime, come San Martino e Santa Giulia e lo stesso Castello di Cazzago dove si possono scorgere avanzi risalenti al XII secolo, tuttavia di questa Comunità abbiamo poche testimonianze che possano farci risalire al periodo precedente l’anno 1581 quando San Carlo Borromeo concesse la istituzione della Parrocchia smembrando Cazzago da Calino.
In quell’epoca a Bornato esisteva il Pio Luogo di Carità, istituito già da molti anni, anche se l’amministrazione dello stesso non era chiara, tanto che il Visitatore, siamo nel 1580, minacciò l’interdetto se non fossero stati mostrati i conti entro 8 giorni. In Cazzago, la prima notizia in ordine di tempo che abbiamo di una Istituzione assistenziale è quella straordinaria della Cappellania Offlaga, una Cappellania annua perpetua di Messe sei alla settimana per la qm Nob Signora Polia Offlaga, e suoi eredi nella Parrocchiale di Cazzago con obbligazione al Rev. Cappellano di celebrare o far celebrare le messe suddette, insegnare per carità fanciulli poveri della Terra a leggere, ed a scrivere come pure ammaestrarli nella Dottrina Cristiana con amore, e che le Feste insegni anche la Dottrina Cristiana, con l’annuo stipendio di scudi settantacinque da planet quattro l’uno, da eleggersi il Cappellano sudetto dal Pio Luogo della Pietà di Brescia. Appare testamento rogato dal Sig. Diogine Rufetti Nod. in Brescia li 14 maggio 1628.”
Credo sia superfluo sottolineare la straordinaria novità di una simile istituzione in un piccolo paese come era a quei tempi Cazzago. Purtroppo la mancanza di documentazione non ci permette di approfondire la conoscenza della organizzazione di questa vera e propria scuola elementare ante litteram. Negli archivi trovo ben poco:
Il 18 marzo 1646 trovo questa scarna notizia nel libro della Scuola della Beata Vegine Maria: “Deve haver b.ti 12 g.te 4 spesi in una tavola per li figlioli della scola ch’imparano a legere et scrivere.”
Decisamente è un po’ poco per conoscere una realtà scolastica che avrà avuto i suoi bravi problemi ed una sua organizzazione. Il Bonetti nelle sue “Memorie istoriche ” ci parla di una scuola di “gramatica e retorica’ tenuta a Cazzago da Don Giambattista Ricca, morto nel 1720 all’età di 36 anni “tanto fu il concorso de scolari d’estere e vicine terre che numeravansi da 40 condiscepoli e più”.
Non so se il Ricca occupò la Cappellania Offlaga, ma certamente anche questa scuola fu molto significativa se da essa uscirono in poco tempo numerosi sacerdoti tra cui probabilmente lo stesso Bonetti autore delle citate Memorie istoriche che rimangono una delle piu significative testimonianze dirette della vita sociale e culturale della Cazzago del 1700. Quanto alla Cappellania Offlaga, dalle scarne notizie desumibili dall’archivio parrocchiale sappiamo che era ancora esistente nel 1866.
Fino all’800 non abbiamo notizia della creazione di altre Istituzioni assistenziali. Possiamo però citare la notizia sempre desunta dal Bonetti che negli anni intorno al 1633 don Bernardino Verzeletti, Rettore dell’Oratorio di Santa Giulia di Cazzago offrì un capitale per ergere un Monte di Biada a comodo de poveri d’essa terra. Ma la proposta venne rifiutata dalla Vicinia e non ci è dato sapere altro perchè i documenti sui quali il Bonetti basa la sua informazione non sono più disponibili
Nel corso del 1800 incontriamo alcune iniziative a favore dei poveri ed ammalati di Cazzago: tra di esse la più significativa è certamente il Legato Cazzago. In data 23 agosto 1828 il Conte Alessandro Cazzago lega ai poveri di Cazzago e suo circondario ex provinciali scudi 12 000 pari ad austriache £ 40041,91 acciocché il frutto annuale di esse sia impiegato per li poveri e massime per li infermi e tenuto in riserva quanto non occorresse usare”.
Sempre nel corso dell’800 abbiamo il Legato Calini, istituito in Calino con lo scopo di creare una “scuola femminile”.
Il 15 gennaio 1851 Gio Batta Corrioni nativo di Erbusco ed ora domiciliato in Cazzago lascia usufruttuaria la moglie Giulia Orizio vita sua natural durante e col di lei decesso la detta sostanza immobiliare che trovasi in tener di Cazzago passerà come erede nella istituzione di un ospitale da erigersi nella casa di propria ragione che trovasi di facciata alla Parrocchiale, acquistata da Filastro Ghidelli, onde mantenere gli infermi del Comune di Cazzago”.
Le vicende successive sono riassumibili nel modo seguente: alla morte del Corrioni dapprima la vedova ottiene di riscattare l’usufrutto versando £ 4200 austriache; quando poi la congregazione di Carità decide di acquistare “una casa per essere a beneficio dei poveri infermi del comune” la proposta incontrerà la strenua opposizione del presidente della Congregazione, il sacerdote Giovanni Zana. Pur essendo il solo a votare contro la proposta trovo poi una lettera del sacerdote inviata “alla superiore autorità” in cui si sostiene che le disponibilità della Congregazione stessa, dovendo anche salvaguardare il fatto che alcuni capitali sono destinati dai testatori a specifiche finalità diverse dalla istituzione di un ricovero, non è tale da permettere l’esecuzione del legato Corrioni.
Nel 1859 la Nob. Contessa Giulia Cazzago nel suo testamento disponeva per “i poveri del Comune di Cazzago con l’intiero suo territorio austriache lire 10.000 (pari ad italiane lire 8644,97) da erogarsi avanti tutto nel somministrare loro oggetti necessari di vestiario massime per l’inverno ed articoli indispensabili da letto scegliendo però sempre le famiglie più miserabili e le persone impotenti.
Dovranno essere osservate e continuate quelle pensioni vitalizie che all’epoca della mia morte fossero in corso e che risulteranno dal mio partitario alle di cui annotazioni si dovrà stare”.
Nel 1866 la Nob. Contessa Marietta Cazzago lascia alla Congregazione di Carità di Cazzago austriache lire 694,64 che in origine era un credito che la Madre Lodovica Moro Cazzago aveva nei confronti di una famiglia del paese.
Nel 1875 troviamo il testamento di Orizio Pietro fu Giuseppe detto Gottard che lascia alla Congregazione di Carità £ 500 di rendita annua derivante dà un capitale di £ 10.000 che dovrà essere erogata nel sussidiare i poveri convalescenti di questo comune di Cazzago ed in particoler modo i più vecchi. Il capitale dovrà restare intangibile ed i sussidi ai poveri non potranno mai oltrepassare la rendita depurata dalla trattenuta di ricchezza mobile, anzi si dovrà possibilmente usare la massima moderazione nei tempi buoni e formare cogli eventuali avanzi una scorta per gli anni di penuria o di calamità, qual scorta sarà investita nella Cassa di risparmio più vicina d’onde sarà levata a seconda dei bisogni sopravenuti. I poveri per aver diritto a fruire di tali soccorsi o sussidii dovranno avere un incolato fisso in questo comune anteriore di tre anni.”
Nel 1916 trovo a favore della Congregazione di Carità un legato di L. 2000 disposto da Maria Ferrari.
Nel 1918 uno dei personaggi più illustri di Cazzago San Martino il Cav. Prospero Rizzini, direttore dei civici Musei di Brescia nominava erede della sua sostanza la Congregazione di Carità di Cazzago, ad eccezione dei libri, delle monete e delle medaglie e di qualche oggetto d’arte che venivano lasciati al Museo Romano.
Questo lascito era molto consistente e dalla sua alienazione avvenuta in tempi recenti (nel 1981) il Comune ricavava la somma necessaria per l’acquisto del Palazzo Rizzini dove hanno sede i servizi sociali del Comune e la biblioteca. E non dobbiamo dimenticare che la istituzione dei tre asili infantili di Bornato, Cazzago e Calino sono stati istituiti come per lo più è avvenuto in quasi tutte le realtà locali, in seguito a lasciti di vario genere, non esclusi interventi di banche e dell’amministrazione Comunale. A ciò si deve aggiungere per completezza che il Consiglio Comunale di Cazzago, dopo aver acquistato nel 1949 lo stabile da adibire ad asilo Infantile di questo capoluogo, osservato che da parecchio tempo questo Comune sta studiando il problema di istituire un piccolo orfanatrofio alfine anche di risparmiare a questa amministrazione ogni anno parecchie centinaia di migliaia di lire verso istituti di ricovero di altri comuni “deliberava di acquistare un edificio adiacente l’asilo stesso per adibirlo ad orfanatrofio, osservando che la contiguità delle strutture avrebbe reso possibile il risparmio consistente nella utilizzazione del medesimo personale religioso impegnato nell’asilo”.
Mentre poi ho raccolto notizia della istituzione in collegamento con l’asilo di Cazzago di un ricovero vecchi agli inizi degli anni cinquanta, segnalo per concludere la elargizione di £ 60.000 disposta, nel 1956, da Lucrezia Folcieri e famigliari in memoria del defunto avv. Francesco Folcieri a favore dell’istituendo Ricovero Vecchi della frazione Calino.
Ecco queste sono le scarne notizie che possono integrare il tema di questo convegno mostrando quanto di significativo è stato compiuto in una piccola realtà di paese.
Lo studio dell’archivio Parrocchiale, però mi ha portato ad incontrare alcune informazioni che ritengo di straordinario interesse e che riguardano gli interventi assistenziali che furono messi in atto a Cazzago durante la peste del 1630, quella chiamata, per intenderci, anche “peste del Manzoni”. Le notizie che riporterò di seguito sono tratte integralmente dal Libro della Scola della Beata Vergine Maria”: si tratta di un libro mastro di contabilità ‘per tener le conte del scosso et spese fate per la sudeta scola di una parte le scose et l’altra parte le spese, per poter viter le conte della sudeta scola in fede della viridà.”
Questa Scuola della Beata Vergine Maria, nel 1572, negli atti della visita di Mons. Cristoforo Pilati risulta che “non possiede nulla oltre le elemosine le quali vengono spese e per dare l’elemosina al sacerdote che celebra la messa una volta al mese e per ornare la chiesa. Si tratta della Istituzione che gestì probabilmente anche la fondazione della primitiva chiesa all’interno del castello di Cazzago, la quale era fin dall’antichità dedicata a Maria, e che nel 1581 venne eretta in Parrocchiale e consacrata alla Natività della Madonna.
La Scuola di Santa Maria dunque fu da San Carlo riconosciuta come la istituzione sulla quale poteva poggiare la neonata parrocchia. la sua funzione fu quella di gestire la vita ordinaria della chiesa di Cazzago, stipendiando il sacerdote Curato e provvedendo a quanto era necessario per la vita religiosa della Comunità. nella Chiesa vi era anche la Scuola del Santissimo e ben presto sorse la Scuola del Rosario, ma queste due scuole, per quanto ci è dato conoscere, pur avendo una loro specifica funzione ed amministrazione, tuttavia dipendevano dalla Scuola della Beata Vergine.
Ma tornando al motivo iniziale di questo intervento ciò che si documenta in questo libro mastro di contabilità è il ruolo che questa scuola viene a svolgere durante il periodo di calamità e d emergenza che si crea a causa del diffondersi della peste.
La prima notizia che incontriamo, in ordine di tempo, è un voto che porta la data del 23 luglio:
“Ano 1630 sotto il di 23 Luyo ESENDO RADUNATO LA MAGIOR PARTE DELI VIZINI DELLA TERRA DE CAZZAGO IN PIAZZA PUBLICHA NUMEROSA GENTE ET POPULLO COSSI DE CONTADINI COME ANCHO DE SITT~AINI ET TRATANDO PER DEVOSIONE DEL BEATO SANTO ROCHO PER ESER IN COMENSIATO SINO A STORA LA PESTA IN CASA DE SER GIOSEFO VERZELLETTO DEL MAL CONTAGIOSO CHE ORA GIA’ ESTA AL BARCHO MA IN QUESTA RADUNANZA RESTA TRATTATO DE FA GRANDE SOLEMNITA PER TUTTA LA NOSTRA DIOSESE CURA ET PAROCHIALE ET FAR FESTA SOLEMNE DEL NOSTRO PROTECHTOR BEATO SANTO ROCHO ET SEMPRE E STATO ET SEMPRE SARA IN NOSTRO PROTECHTORE TANTO QUANTO DURA QUESTA BENEDETA TERRA ET AL FIN DE QUESTA TERA SARA IN NOSTRO PROTECHTORE AVANTI AL TREBUNAL DEL NOSTRO SIGNOR IDDIO AL SUA SENTENSIA
In fede de Cio Jo Giosefo Berardo Concelliero del Comun, ancho masaro de la Venerabel scola della Beata Vergine Maria.”
Ma analizzando più da vicino ed approfonditamente le varie voci notiamo dalla parte delle entrate che a partire dalla tarda primavera aumentano i legati a favore della Chiesa; questi, con il passare dei mesi riguardano anche prodotti in natura come l’uva o la biada, per cui la Parrocchia provvede alla raccolta.
In Novembre troviamo una offerta per il Lazzaretto ed in dicembre troviamo l’entrata di “b.ti quaranta doy et mezo auti da ser Agusti Minello per elemosina data da luy per spenderli in fabricha del Santo Rocho hovero in benefisio dela Beata Vergine Maria”. Successivamente. in febbraio del 1631 incontriamo ancora entrate per lasciti e per una restituzione della caparra di 7 B.ti data ai “Netezini di Rovato quando sono venuto a dessotrar li morti al Lazareto del Calensa”.
In tutto questo periodo si incontrano anche donazioni di oggetti preziosi come anelli o collane di corallo, che non si incontrano in altri periodi.
Ma passando alle spese sostenute dalla Scuola della Beata Vergine, si incontrano altre e più interessanti notizie. A partire dall’autunno del 1630 troviamo numerosi interventi a favore del Lazzaretto.
Il 22 ottobre è registrata la spesa di B.ti otto spesi in tanto pane per il Lazareto per mane di Santo Oris et consenso di Michel Pisinel deputati dela sanita ed alla stessa data vi è la spesa di “b.ti quatordesi dati a ser Francesco Barbiero da Rovato per eser venuto a taliar et medegar al Lazareto come apar in poliza per mane deli sudeti deputati”; allo stesso si danno per lo stesso motivo B.ti 21 il 25 ottobre. E poi si ripetono le spese per pane dato al Lazzaretto. Altre spese riguardano ancora le medicine come B.ti quatordesi spesi in onguenti ala spisiaria cavay per medegar li deti amalati…
“, oppure le sepolture, come quandoi si paga Batta Oris detto Vangel “per aver sotrato… i filioli di Agnol de Lasarì” i quali hanno fatto testamento lasciando tutto alla Scuola. Lo stesso Batta Oris detto vangel riceve b.ti due per aver sotrato doy familie del sig. G. Batta Calli al Lazaret.” Abbiamo anche la testimonianza di “Gaspar Oris che ha lasciato tutto alla Scuola” con patto che la scola che erede ut supra lo iutasse il deto Oris in deta malatia”.
Intanto si entra nell’inverno senza che il contagio accenni a diminuire. In novembre incontriamo un secondo voto che la Comunità eleva per chiedere la fine della pestilenza:
“Ano 1630 sotto il di ultimo nov tempo de pesta ESENDO RADUNATO LA MAGIOR PARTE DE QUESTA POCHISIMA VISINIA CHE ORA SI RITROVA CHE ERA A LA PRESENSIA DE IL R.DO CURATO D.BARTOLOMEO B0NOMO ET SER GIRARDO INSILVINO ET SER LAZARI PELATO ET SER GUIDO BERARDO ET SER BATTA ORIS ET SER GIRONIMO GIDOTTO ET SER GIACOM ORIS ET SER FRANCESCO NOVAIRA ET SER BATTA PELLATO ET SER BATTA BERARDO ET SER MICHEL FIORI ET SER BATTA NOVAIRA ET SER PIERO VANGEL DI ORIS ET SER GIORGIO ZUCHO ET SER VIZENSO NICOLI ET SER MICHEL PISINEL ET SER GIOSEFO ALDRISI ET SER G PIETRO PISINEL ET SER GIRONIMO BAROSI ET SER ANDREA RICHA ET SER DUM.CO ANGEL ET SER AND. PISINEL ET ME GIOSEFO BERARDO CANCELLIERO DEL COMUN DE CAZAGO ET ANCHO MASARO DE LA VENERADEL SCHOLA DELA B.V.MY. ET TUTTI HANO A NOME DE DETA TERAQ ET A B0N FINE PER PLACAR LA HIRA DEL SIG.R DIO ET TAL PER DEVOSION DE FAR LI HOFISIE DE LI DETTI POVERI MORTI ET CANTAR LI VESPERA TUTTI LI LUNEDI IN COMENSIANDO IL PRIMO LUNEDI DEL 1631 ET QUESTO SIA PER UNO ANO INTIERO GIONTO ANCHO UNA ALTRA BELISIMA DEVOSION DE FAR FESTA SOLEMNE IL GIORNO DE LA B.V.M. DE LA NEVE ET FAR GRANDISIMA SOLEMNITA ET FAR LA PROSISION CON PORTAR LA VENERABEL INMAGINE DELA MADONA IN PROSISION CON LUMINERI ET ALTRI LEGRESI SOLEMNI ET QUESTA SOLEMNITA DURARA PER ANI DIESI CONTINUI PER TUTTA LA NOSTRA CURRA ET TUTTO SIA PER PLACAR LA HIRA DE JDIO PER QUIETE DE QUESTO MAL CONTAGIOSO ET PESTA in fede de comision io Giosefo Berardo Can.o”
In gennaio troviamo ancora spese di “b.ti quindesi per legna sal et boter dat al Lazaret sino ali 28 genaro 1631”
Il contagio scompare probabilmente verso la fine di gennaio.
Non ci è possibile dare notizia certa sul numero dei morti di peste infatti il Primo Libro dei morti che si trova nell’archivio della Parrocchia inizia dopo il 1650. Sempre il Bonetti però ci informa che “la peste in Cazzago non fu di poco danno, ritrovando da memorie fatte dal R. Parocho che il danno maggiore fu nelli mesi di ottobre, novembre e dicembre numerandosi li amalati feriti di peste in que mesi il N. di cento e più…”
Il 3 febbraio troviamo la spesa di “b.ti quatordesi per tanto pane dati a queli lavorenti che ano fato doi busi grandi al Lazareto al Calensa per far tornar a sotrar queli poveri morti che vi era sta sotrato”. Con questi interventi evidentemente si chiude il periodo di emergenza nello stesso periodo si paga “Visenso Oris per aver imbochato li coverchi deli sepolturi a la curra.”
Una persona ancora rimane da pagare per la sua opera al Lazzaretto. Solo in febbraio troviamo citata una figura di donna che ha assistito i poveri ammalati: ha un nome un po’ strano, cioè la Babaluna. Questa donna viene definita una volta “serva de poveri amalati” e successivamente “masara ali poveri amalati”. Dal libro della Scuola risulta che a lei sono stati consegnati “riso et sal…. per farge minestron a deti amalati” ed ancora “riso et pane” ed infine “poter”.
Dopo queste spese liquidate per cibo offerto agli appestati tramite la Babaluna, incontriamo ancora spese per “b.ti tredesi datti al ser Lallio … per avanso che suo fratello vansava de robbi tolti ala spisiaria de Cavay doperati al Lazareto de Cazago come costa in suo risever fato de sua mano” Le spese ulteriori sono per entrare in possesso di quanto durante la peste è stato lasciato alla Scuola e quindi alla Chiesa. Incontriamo spese “…in far profumar la casa del quachio et la hostaria dela Burata da li Netezini de Rovato” ma soprattutto troviamo spese per i testamenti e per i lasciti. Troviamo le spese per “uno hofisiale per far la commission de presentar li testamenti et lasiati”, e le spese per tanti “datti al trombetta per far proclamar deti testamenti et lasiati”. E per non dimenticarci che si tratta della peste del Manzoni citiamo anche una notizia che ci riporta nel clima ironico che pervade alcune pagine del grande scrittore. Quando nel gennaio del 1632 si tratta di dare una sistemazione a tutti i testamenti gli abitanti di Cazzago di quel tempo devono ricorrere ad un parente stretto dell’azzeccagarbugli il quale ha un nome meno complicato ma altrettanto significativo si chiama infatti G. Pauol Guadagno. Dunque il dottor Guadagno porta “otto copie de testamenti per far la comparsa et farli autenticarli” ed i nostri antenati perchè tutto vada a buon fine ricorrono a ciò che di meglio hanno a disposizione cioè gli donano uno paro de caponi…

Legati di carità nella Parrocchia di Cazzago
Cazzago 1628: Cappellania Offlaga di Messe sei alla settimana per la qm Nob Signora Polia Offlaga e suoi eredi nella Parrocchiale di Cazzago con obbligo anche di insegnare per carità fanciulli poveri della Terra a leggere, ed a scrivere come pure ammaestrarli nella Dottrina Cristiana con amore, e che le Feste insegni anche la Dottrina Cristiana, con l’annuo stipendio di scudi settantacinque da planet quattro l’uno, da eleggersi il Cappellano sudetto dal Pio Luogo della Pietà di Brescia (in atto ancora nel 1866). Il Bonetti nelle sue “Memorie istoriche ” ci parla di questa scuola di “gramatica e retorica’ con scolari d’estere e vicine terre che numeravansi da 40 condiscepoli e più”.

In data 23 agosto 1828 il Conte Alessandro Cazzago lega ai poveri di Cazzago e suo circondario austriache £ 40.041,91 acciocché il frutto annuale di esse sia impiegato per li poveri e massime per li infermi e tenuto in riserva quanto non occorresse usare”.

Nel 1859 la Nob. Contessa Giulia Cazzago nel suo testamento disponeva per “i poveri del Comune di Cazzago con l’intiero suo territorio austriache lire 10.000 da erogarsi nel somministrare oggetti necessari di vestiario massime per l’inverno ed articoli indispensabili da letto scegliendo però sempre le famiglie più miserabili e le persone impotenti.

Nel 1875 Orizio Pietro fu Giuseppe lascia alla Congregazione di Carità £ 500 di rendita annua derivante dà un capitale di £ 10.000 per sussidiare i poveri convalescenti di questo comune di Cazzago ed in particoler modo i più vecchi, che abbiano residenza di oltre tre anni

Nel 1918 uno dei personaggi più illustri di Cazzago San Martino il Cav. Prospero Rizzini, direttore dei civici Musei di Brescia nominava erede della sua sostanza la Congregazione di Carità di Cazzago

I tre asili infantili di Bornato, Cazzago e Calino sono stati istituiti in seguito a lasciti di vario genere e dell’amministrazione Comunale.

Peste del 1630
Le notizie sono tratte integralmente dal Libro della Scola della Beata Vergine Maria”
Si fecero due voti: 23 luglio RESTA TRATTATO DE FA GRANDE SOLEMNITA PER TUTTA LA NOSTRA DIOSESE CURA ET PAROCHIALE ET FAR FESTA SOLEMNE DEL NOSTRO PROTECHTOR BEATO SANTO ROCHO ET SEMPRE E STATO ET SEMPRE SARA IN NOSTRO PROTECHTORE TANTO QUANTO DURA QUESTA BENEDETA TERRA ET AL FIN DE QUESTA TERA SARA IN NOSTRO PROTECHTORE AVANTI AL TREBUNAL DEL NOSTRO SIGNOR IDDIO AL SUA SENTENSIA
30 novembre un secondo voto:A NOME DE DETA TERA ET A B0N FINE PER PLACAR LA HIRA DEL SIG.R DIO ET TAL PER DEVOSION DE FAR LI HOFISI DE LI DETTI POVERI MORTI ET CANTAR LI VESPERA TUTTI LI LUNEDI INCOMENSIANDO IL PRIMO LUNEDI DEL 1631 ET QUESTO SIA PER UNO ANO INTIERO GIONTO ANCHO UNA ALTRA BELISIMA DEVOSION DE FAR FESTA SOLEMNE IL GIORNO DE LA B.V.M. DE LA NEVE ET FAR GRANDISIMA SOLEMNITA ET FAR LA PROSISION CON PORTAR LA VENERABEL INMAGINE DELA MADONA IN PROSISION CON LUMINERI ET ALTRI LEGRESI SOLEMNI ET QUESTA SOLEMNITA DURARA PER ANI DIESI CONTINUI PER TUTTA LA NOSTRA CURRA ET TUTTO SIA PER PLACAR LA HIRA DE JDIO PER QUIETE DE QUESTO MAL CONTAGIOSO ET PESTA
A partire dalla tarda primavera aumentano i legati a favore della Chiesa e riguardano anche prodotti in natura come l’uva o la biada; in Novembre troviamo una offerta per il Lazzaretto ed in dicembre elemosina per spenderli in fabricha del Santo Rocho hovero in benefisio dela Beata Vergine Maria”. Anche donazioni di oggetti preziosi come anelli o collane di corallo.
A partire dall’autunno del 1630 spese per i malati del Lazzaretto: L. 8 in pane e L. 14 a ser Francesco Barbiero da Rovato per eser venuto a taliar et medegar al Lazareto; L. 14 in onguenti ala spisiaria Cavay per medegar li deti amalati…”; per le sepolture; in gennaio spese per legna sal et boter dat al Lazaret sino ali 28 genaro 1631″; 3 febbraio L. 14 per tanto pane dati a queli lavorenti che ano fato doi busi grandi al Lazareto al Calensa per far tornar a sotrar queli poveri morti che vi era sta sotrato”; in febbraio si risarcisce una donna che ha assistito i poveri ammalati la Babaluna “serva de poveri amalati, masara ali poveri amalati”. Dal libro della Scuola risulta che a lei sono stati consegnati “riso et sal…. per farge minestron a deti amalati” ed ancora “riso et pane” ed infine “poter”.

 

Giuseppe Bonomi: