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Pesti a BS di Paolo Bianchi

Pestilenze, carestie ed eventi catastrofici nelle cronache bresciane del secolo XVI –
Paolo Bianchi

È nota la differenza sostanziale intercorrente tra l’analisi documentaria svolta su documentazione di matrice cronachistica, rispetto allo studio di carte notarili e di documentazione politico amministrativa. Ben lungi dal voler sostenere che il dato contenuto in un atto giuridico sia vero a priori e del tutto scevro da possibili problemi di mistificazione, falsificazione, fraintendimento; va però riconosciuto alla cronaca un significato diverso e, per certi aspetti, estremamente complesso. La notizia cronachistica non è infatti mai esclusivamente un dato puro, ma presuppone sempre e comunque l’azione forte dell’interpretazione personale che incide in maniera considerevole sulla lettura che l’autore da di determinati episodi. A determinare le posizioni dell’autore concorrono una miriade di variabili differenti e interconnesse. In primo luogo il punto di vista, da cui l’individuo-autore si pone, o è posto, dalla propria condizione sociale nei confronti di ciò che si trova a vivere e descrivere. Secondariamente agiscono la sua sensibilità personale, la mentalità di un epoca, l’educazione e la formazione individuale, il credo religioso, i giudizi e i pregiudizi soggettivi. Sarà del tutto inutile infatti ricercare nelle cronache basso medioevali, spesso sviluppate in modo quasi annalistico, quell’analiticità ed attenzione per l’uomo che affiora invece a partire dalla documentazione quattro cinquecentesca. Inutile inoltre cercare per il periodo antecedente al sec. XV la vivacità e la quotidianità della produzione volgare, che narra un mondo diverso da quello del più ingessato testo latino. Inoltre nelle cronache, con una certa frequenza, le informazioni riportate non sono di prima mano, a farla da padrone è il “sentito dire”, una sorta di “telefono senza fili” che trasmette notizie di qualsiasi genere, ammantate ad ogni passaggio di tratti straordinari e leggendari. È infatti frequente e banale notare come, allontanandosi dall’epicentro descrittivo, al crescere della distanza topica e cronica, crescano l’indefinitezza e l’esagerazione dei dati. Se è ben noto il numero di soldati veneziani, alloggiati presso la casa di chi racconta un episodio, il numero di prigionieri fatto dai turchi sotto le mura di Vienna diventa invece un numero spropositatamente grande, così come sono enormi le conseguenze di inondazioni e guerre che spopolano terre lontane. L’analisi delle cronache deve tenere debitamente conto di questa natura peculiare del testo letterario, valutando opportunamente gli aspetti di cui si faceva cenno sopra.
Il periodo tra la fine del secolo XV e i primi decenni del XVII viene definito dalla storiografia come “il lungo Cinquecento”. Si tratta infatti di un’epoca di forte transizione e mutamento che elimina per gradi gran parte dell’eredità medievale, elaborando nuovi e originali quadri politici, culturali, religiosi. Insomma dopo i mutamenti del `500 l’Europa non è più la stessa! A ridisegnarne il profilo concorre anche quella bellicosità endemica che per tutto il secolo XV concorrerà a devastare un Italia collassata dal punto di vista istituzionale e ormai in preda della contesa tra i più forti e organizzati Stati nazionali europei. Per tutto il ‘500 attorno a Milano graviteranno gli interessi dell’Impero Asburgico e della Francia, in una guerra devastante per l’intero territorio dell’Italia settentrionale. Fondamento di questa fragilità strutturale delle formazioni politiche italiane era stata indubbiamente la feroce bellicosità e l’instabilità interna di quadri amministrativi vetusti ed incapaci di fronteggiare la potenza dei grandi apparati statali in ascesa.

In questo contesto turbolento, caratterizzato da mutamenti violenti, le piccole aree marginali subirono gli effetti di questa instabilità. In particolare la Lombardia visse le peggiori conseguenze di questa bellicosità, avendo sperimentato nelle aree di Brescia e Bergamo il duro conflitto tra ducato di Milano e Repubblica di S. Marco, durato in maniera latente fino alla pace di Lodi.
Le fonti dei secoli XV e XVI, molto numerose, ricche e vivaci dal punto di vista narrativo, e molto meno tipizzate rispetto a quelle dei secoli precedenti, rendono una quadro vivo di questa situazione di latente insicurezza. Ne è un esempio la cronaca dei Lantieri de Paratico, di Capriolo, che ricorda attorno al 1521 il transito nell’area di ventimila svizzeri al soldo spagnolo, che sostando nel villaggio, rovinarono il territorio privandolo di gran parte delle risorse economiche: ruirono queste terre de victuaria et ancho de altre robe per essere fuziti gli homini de questa terra per paura di non prendere altro che roba ed al ritorno tornassimo a casa et a nessuno era rimasto né farina ne alcuna biava et aveva fatto il malanno per tutto l’anno et ne fu forza se abbiamo volesto magnar quello anno il comprassimo tutto 3.
Nelle fonti prese in esame emerge con frequenza una sorta di complesso semantico composto da alcuni estremi lessicali ricorrenti: guerra, crisi agricola, carestia, malattie. Questi si ripresentano per tutto il complesso documentario preso in analisi con enorme insistenza, sottolineando la consapevolezza dei contemporanei, dell’esistenza di un rapporto stretto tra queste situazioni critiche che, purtroppo, in un sistema economico caratterizzato da una produzione agricola appena sufficiente e da un concetto di sanità pressoché inesistente, erano inevitabili’. Certo è che se la guerra e le crisi agricole erano un male contro cui davvero poco si poteva operare è altresì vero che le organizzazioni amministrative territoriali avevano forti responsabilità nella gestione delle situazioni epidemiche e di carenza alimentare. Va però considerato che in un sistema come quello cinquecentesco, caratterizzato da un accentramento solo parziale e per molti versi teorico del potere politico, la possibilità di intervenire operando preventivamente era quasi impossibile. Molto complesso era inoltre fronteggiare la crisi una volta scoppiata, di fatto le comunità locali si trovavano sole ed era davvero ostico fronteggiare con misure d’insieme il dilagare dell’epidemia. A questo quadro poi si sommano anche limiti psicologici legati ad un fatalismo “culturale”, che vedeva nella malattia la manifestazione concreta di un volere superiore punitivo.
Un buon esempio di questa situazione è dato dalla descrizione della peste scoppiata in Trentino nel 1574 e rapidamente diffusasi ad altre città, tanto che nel 1576 imperversava anche per le terre della Serenissima, giungendo sul bresciano a partire da Iseo e da Iseo in Brescia e Lonato. Il medico chirurgo Francesco Robacciolo, operante sul territorio di Brescia in quel periodo ne da una narrazione particolare, minuta e a tratti disgustosa, narrando con minuzia le cose che occorsero al tempo della peste in Brescia et dell’origine di essa’.
Di fatto il medico non elabora una propria spiegazione, ma sparpaglia nel testo una serie di “indizi” che permettono di comprendere la sua idea di fondo. Si tratta in primo luogo di alcuni segnali straordinari, una grave inondazione, il rogo del palazzo cittadino di Brescia e la comparsa di fuochi nell’aria che parevano uscir di monti sopra S.a Eufemia. Inoltre nello stesso anno si verifica un episodio socio-logicamente interessante, l’esplosione, generata dal correre di finte voci a proposito di una sopraggiungente armata spagnola, di crisi di panico collettive, che aveva causato fughe di massa verso luoghi periferici ritenuti sicuri’. Infine, poco prima dell’esplodere del contagio, era trascorso un anno caratterizzato da una sanità universale, che mise in crisi i medici a causa dei risicati guadagni.
Al termine scoppia il contagio: nel 1577 la strage, di cui si ritiene superfluo riportare la descrizione. La scarsa organizzazione interna non è in grado in realtà di provvedere appieno alle esigenze logistiche. Ammirevoli tentativi vengono compiuti da parte delle istituzioni locali, quale ad esempio il far portare il pane dai borghi del territorio in quanto nessuno cuoceva più in Brescia essendo morti tutti i fornai. Si approntano inoltre interventi di emergenza per la sepoltura del gran numero delle vittime, ma senza i dovuti accorgimenti igienici. Le salme infatti, portate fuori da porta Pile, nei pressi del castello, emanavano esalazioni tali da infettare in breve l’intera guarnigione del castello, di cui, a detta dell’autore, non sopravvisse nessuno. Tra i numerosi malati e morti di pestilenza però poche prostitute e gobbi, gosi et sturpiati, grazie all’interpositione di Venere e Saturno, protettori di questi individui!
Tracce di questo atteggiamento fatalistico e rassegnato nei confronti della malattia e della carestia sono ravvisabili con frequenza nelle dichiarazioni degli autori di queste opere cronachistiche. Nel già ricordato diario dei Lanteri, per esempio, l’autore lamenta come il mondo è in gran fastidio de guerre e peste er altre infirmità che non se sanno governar’, ricordando che non può esserci altra spiegazione se non che la maiestà divina essere indignata verso di noi per le nostre iniquità, male opere et poche fede, et se Idio non usa la sua solita bontà et misericordia siamo per andar de male en pezo per non esserge emendation alcuna ne ancor fra gli cristiani se non tutti a sassinarse l’un per l’altro’.
Anche in un’altra cronaca bresciana si racconta l’episodio della peste del 1577, già ricordata sopra. Nel “diario dei Pluda”, edito sempre da Paolo Guerrini, si riportano le misure contingenti prese dall’amministrazione municipale per fronteggiare l’emergenza. Il comune acquistò venticinque carretti con cavalli per il trasporto dei morti, senza però provveder a misure particolari per il contenimento del contagio e l’assistenza dei malati. Molto importante invece la solidarietà delle comunità circostanti che contribuirono agli approvvigionamenti urbani inviando sia dalla bresciana che da Castel Goffredo e Asola che inviarono in cittàfarini, vino, veteli, potami, ovi et altri cosi necessari, passando per Castenedolo, il territorio di residenza dell’autore della cronaca. I magistrati bresciani, non riuscendo nonostante tutto l’aiuto avuto dal territorio a far fronte ai bisogni nella crisi arrivarono a chiedere aiuto a Castenedolo; gli uomini del borgo andarono in soccorso alla città promuovendo una sorta di colletta alimentare, e tuto quelo che se catete su el di seguente ge fo mandato. L’ultimo giorno di agosto, ricorda sempre il cronista, il contagio passò anche in Castenedolo cominciando a mietere le prime vittime. Unica misura precauzionale, adottata dalla comunità, fu l’allontanamento dal centro delle persone in sospetto di malattia”.
È quindi evidente una rassegnazione ed un certo fatalismo da parte della popolazione e nei cronisti si percepisce l’atteggiamento di accorata apprensione e rassegnazione nei confronti di un dramma che si comprende poco e per il quale si cercano spiegazioni irrazionali e religiose.

Giuseppe Bonomi: