Il Gazzettino, Giornale del Veneto – Venezia, martedì 1 agosto 1922 – La festa degli Alpini a Venezia … – Discorso di Padre Bevilacqua: L’anima dell’alpino.
Padre Bevilacqua è conosciuto da tutti gli alpini. Non volle fare il cappellano ma l’alpino combattente e si guadagnò due medaglia al valore. Quando padre Bevilacqua si avanza parlare, gli alpini lo salutano con un grande applauso. Egli alla parola facile, calda, incisiva. C’è una leggenda in Bretagna, così comincia, che parla di una città meravigliosa inghiottita dal mare e dalla quale nei giorni di calma i marinai scorgono i pinnacoli della cattedrale il odono le dolci armonie delle sue campane. Io mi raffiguro così l’anima alpina, nascosta e meravigliosa. Voi veneziani potete vederla e comprenderla perché è forte guerriera come la gente del vostro mare. L’alpino è un uomo di lotta, nasce guerriero. Egli deve cominciare a grattar la montagna, spaccarla, per costruirsi la sua casa e la montagna non gli dà tregua, non gli consente riposo. L’alpino non conosce la tranquillità beata delle popolazioni del mezzogiorno, ma lotta quotidianamente per strappare alla montagna di che vivere. A chi li guarda i soldati alpini danno l’impressione di poca disciplina e di poca coesione. Ma bisogna averli visti in guerra, lassù, in certi momenti d’agonia: avevano tutti gli occhi fissi sui loro ufficiali e nei loro sguardi c’era tutta la loro anima e la loro devozione. La cattedrale che ci sta dinanzi espressione di fede, di arte, l’amore: ebbene così è l’anima dell’alpino.
A fede ed è costruttore. La patria la concepisce da un uomo serio, pratico. Agli studenti delle città insegnano che la patria è quella che si scrive col P maiuscolo; l’alpino la sente nella sua terra, la vede, l’ama e la conquista per edificare la sua casa e sa che quelle la sua patria. Sotto la sua rudezza c’è un cuore di poeta, che parla al sole, alla montagna, al bastone che non abbandona mai e ride il cuore dell’alpino, ride il suo riso sano lieto, non sogghigna. Il suo riso è come il suo amore fresco e sano. Io voglio ricordarvi un episodio di prigionia. Un ufficiale alpino Enea Guarneri decide di scappare comunica la decisione ad alcuni compagni. Per poter oltrepassare la linea delle sentinelle essi costruiscono 60 m di camminamento, 10 m di galleria e un pozzo di 5 m. Mentre si sta grattando un altro pozzo, dopo il quale c’è la liberazione, Guarneri si avvede di una frana. I compagni gli dicono: torna indietro! E lui no, avanti, avanti. Ma la terra crolla e lo seppellisce. I compagni vogliono avvertire gli austriaci lui risponde dalla tomba, dove muore vivo: no! Dagli austriaci non voglio niente. Nel momento in cui nel retrobottega del parlamento si parlava del “parecchio” questo alpino morente aveva ancora la forza di gridare che non voleva la salvezza dagli stranieri. Gli austriaci andavano quando egli era già morto e io so di un colonnello che di fronte a quella tomba tragica piegò le ginocchia ed esclamò: eroi! Eroi! Non per i vivi, ma per i morti questa parola. E cosa dicono oggi i nostri morti? Quello che essi dicono io lo ripeto con le parole di un ragazzo morto nell’inferno dell’Ortigara. Era notte. Gli alpini cantavano una loro legno dolce e triste. Io mi aggiravo per le trincee per il mio turno di ispezione. Ad un tratto mi avvidi che una vedetta aveva abbandonato il fucile e accoccolata per terra piangeva. Lo presi per le spalle, lo sgrida ai, lo minacciai di denunciarlo l’indomani e lo sostituì. Due ore dopo Lori vidi quel figliuolo, più grande e più bello e presomi per le mani mi disse: io non lo dico al mio tenente, lo dico al sacerdote di Cristo: basta guerra! Basta guerra! Basta guerra! Io lo rigetta i contro la terra perché le due parole non potevano essere ancora pronunciate. Ma oggi sì e le ripeto voi, come quel povero ragazzo morto le disse a me nell’inferno dell’Ortigara: basta guerra! Basta guerra! Basta guerra.!
Il discorso che abbiamo pallidamente riassunto spesso interrotto da applausi e salutato alla fine ad una lunga acclamazione. La cerimonia è finita. Mentre la banda suona gli inni alpini le autorità e la folla abbandonano il cortile. E bandiere e le associazioni si dispongono in corteo e attraversano Piazza San Marco, fra gli applausi della gente che fa alla, accompagnando i gagliardetti alpini della sede in via 22 marzo.
Ai morti del mare. Alle quattro del pomeriggio con un vaporetto del genio lagunari, una trentina di alpini fra i quali rappresentanti delle sezioni consorelle, con la banda del battaglione Cividale, fecero una gita in laguna, raggiungendo Torcello del quale visitarono la cattedrale e lo storico museo. Alle sette 3/4 gitanti erano all’imboccatura del porto di lido. Calavano le prime ombre della sera. Il vaporetto si fermò e si fece un grande silenzio. Il capitano colletti disse: Amici, è la prima volta che gli alpini si radunano a Venezia dopo la guerra. In faccia all’Adriatico noi pensiamo a tutti morti del mare e in loro onore gettiamo questa corona d’alloro. Un tonfo una grande corona d’alloro recante sui nastri verdi la scritta: ” gli alpini d’Italia ai Morti del mare ” galleggiò qualche istante, poi affondò trascinata dal peso di un proiettile. i gagliardetti si inchinarono e nel silenzio rotto soltanto dallo sciacquio della scogliera vicina, si alzarono lente e gravi le note dell’inno alpino. Alle 8:30 si giunse a Santa Maria Elisabetta di lido dove gitanti si sciolsero.
Il banchetto alle nove all’albergo grande Italia di lido ebbe luogo un banchetto di circa 100 coperti di ex alpini e dei loro amici. Manco a dirlo l’allegria e la cordialità regnarono sovrani durante il pranzo servito inappuntabile mente e fino a tarda ora. I bei canti alpini si alternarono con le note della banda del battaglione Cividale, fra il massimo entusiasmo.
La festa degli alpini a Venezia. Nel meraviglioso cortile di palazzo ducale, adorno tutto all’in giro di damaschi, bandiere e piante, si svolse domenica mattina con solennità la cerimonia della benedizione consegna del gagliardetto alla sezione di Venezia dell’associazione Nazionale alpini. Presso la porta del frumento era stato eretto il palco per le autorità, quello stesso che serve per le cerimonie in piazza. Bandiere ed associazioni, rappresentanze e autorità. Fin dalle nove il vasto cortile va popolandosi di bandiere, associazioni, rappresentanze e autorità. Plotone di guardie grigie, genio, artiglieria da fortezza, fanteria, carabinieri e marinari formano un quadrato attorno al palco con la banda e un plotone del battaglione Cividale del 9° alpini. Dalle sezioni dell’associazione Nazionale alpini notiamo i gagliardetti di Milano, Padova, Treviso, Verona, intra, Brescia, Valtellina, Fara vicentina e Udine, con numerosi ufficiali in rappresentanza dei reggimenti alpini specialmente del 9° e del 6°. Di Venezia sono intervenuti con le rispettive bandiere e gagliardetti: mutilati, combattenti, madri e vedove dei caduti, volontari di guerra, arditi legionari, fiumana, garibaldini, reduci patrie battaglie, reduci del 48 49, Cadorini, tubercolotici di guerra, ex bersaglieri, ex finanzieri, veterani, Bucintoro, Querini, Costantino Reyer, Nave Scilla, Dante Alighieri, nazionalisti, partito fascista, piccoli italiani, pedale veneziano, società vigili urbani, sotto ufficiali in congedo, società sordomuti del Veneto, scuola Vendramin Corner , il cavalier Gaggio presidente dei veterani eccetera.
Gli ex ufficiali alpini veneziani quasi tutti decorati al valore fanno gli onori di casa. In breve il cortile affollato di invitati e di signore in eleganti abbigliamenti. Notato un plotone di marinai inglesi della nave Bryony s’
LA MORTE DEL CAPITANO
ENEA GUARNERI – ALPINO (Dalla Rassegna Italiana)
Trascorrono l’un dopo l’altro i mesi e gli anni dal giorno della pace; e sembra che sulla nostra gloria. si accumulino le ceneri. Sembra che l’Italia le accumuli con uno strano e morboso piacere, essa, la più vittoriosa, che mai però seppe valorizzare la sua guerra e la vittoria. E mentre le altre nazioni vincitrici, e anche le vinte — (a Berlino le truppe sfilarono con l’alloro e la quercia sugli elmi) — non lasciano festa, ricorrenza, occasione, pretesto per ricordare ed esaltare l’eroismo dei combattenti, l’Italia, se pure una volta l’anno sventola dinnanzi al¬l’Altare della. Patria il bel tricolore, non parla già quasi più delle sue battaglie e dimentica con troppa frequenza i suoi eroi.
Parlano gli inglesi di San Quintino, o i francesi dello Chemin des Dames? Noi, invece, di Caporetto soltanto parliamo ancora! Eppure, se un’altra delle nazioni vincitrici avesse avuto una battaglia come fu la nostra del Piave n’avrebbe fatto l’epopea nazionale.
Ed anche a Caporetto quanti e quanti valorosi! oscuri, ignoti fanti, morti per non arretrar d’un passo; artiglieri che vedemmo morti sul pezzo; cavalieri disperatamente gittati contro la fiumana nemica per arrestarla l’attimo necessario a far saltare un ponte e salvare una divisione; chi li rammenterà i vostri nomi? Siete migliaia e migliaia che non soggiaceste alla follia che dall’interno del Paese il veleno del disfattismo e la terribile fatica, per un giorno produssero!
Ed anche quanti eroi tra i prigionieri; e quante prove dettero in prigionia di paziente, tenace eroismo, più difficile spesso di quello che sosteneva i combattenti nella tremenda agonica angoscia dei bombar¬damenti, o li lanciava contro le trincee nemiche.
Di ciascuno d’essi, di cui si sa, bisognerebbe scrivere la storia. Ma dei più non sapremo mai.
Un compagno, ad Aschach, di Enea Guarneri, capitano in quel magnifico 2° Alpini che dall’Africa a Vittorio Veneto non conobbe giorno di battaglia che non fosse di gloria, ha scritta la narrazione della sua prigionia e della sua morte.
È questo Enea Guarneri un puro eroe. Ben lo sentivano i suoi paesani, quando la spoglia il 19 marzo 1922 ritornò alla dolce terra, e sette giorni e sette notti i giovani, i bimbi, i vecchi, i combattenti che avevano rivestito il grigioverde, la vegliarono, e le donne pregarono in¬torno ad essa come alle reliquie di un martire.
Di antica e salda schiatta dell’alta Valle Camonica, (ricorre il nome Guarnerius nelle cronache di Lodovico Antonio Muratori, e tra gli avi di Enea è il Guarnerio famoso dei violini), ricevette educazione ed esempi degni di un italiano: ardente d’amore di patria il padre, che al¬l’inizio della guerra si offerse ed insistette per andar soldato; alpino, poi aviatore il fratello. E la madre dopo quattr’anni, ad Aschach trovò la forza di aprir la bara per rivedere il figlio e per fasciarlo nella seta bianca dell’abito da sposa!
Rimangono solo pochi frammenti di un diario di guerra con¬ciso, serrato, senza descrizioni, senza alcuna ricerca letteraria, nudo, e nel quale di sè Enea Guarneri appena parla, e senza alcuna lode. Ma, chi abbia combattuto, e vi legga, rivive in tutta la loro pienezza quei giorni aspri e magnifici in cui soffrimmo quanto non credevamo che uomini potessero tanto tempo soffrire senza morire, ma in cui pur ci sosteneva — e qualche volta neanche lo sapevamo – una così alta poesia, una così grande forza di idealità, che quei giorni ci sembrano, ora, e sono, i più belli e grandi della nostra vita, i soli — ormai, a pensarci — in cui abbiamo pienamente, veramente vissuto.
Il 24 maggio 1915, in Carnia, Enea Gnarneri scrisse: « Era ora; ve¬dremo; ci misureremo. Col più bel sole la più bella soddisfazione per un alpino, la guerra! … Sala telefona che forse questa sera farà le prime schioppettate al Volaja. A Rigolato il tenente Varetto mi lascia al comando di tappa. Ah maledizione, non esserci, proprio alle prime! ».
Dopo un, anno di guerra tutto trascorso in prima linea egli scrive con lo stesso tranquillo coraggio, con lo stesso sereno entusiasmo.
Un anno di guerra alpina, e specialmente quel primo anno 1915-1916 chi non l’ha combattuto, non può immaginarsi che sia stato. Mai requie. Scarsissima artiglieria che preparasse gli attacchi o controbattesse i tambureggiamenti nemici; una i pochi cannoni — anche i grossi calibri, issati a braccia sui nevai, sui ghiacciai, sulle cime a 3000, a 3500 metri. Battaglie, colpi di mano, sulle vedette, sui denti, sulle cuspidi, che in. tempo di pace sarebbe sembrato audacia scalare senza guide. Non bombarde: i reticolati fatti saltar col tubo di gelatina, o tagliati con le pinze disperatamene strette tra le dita già quasi morte pel freddo. La valanga che travolge e uccide intere compagnie, o strascina in fondo, nel sonno, le baracche costruite come nidi sui precipizi. La tormenta che fa sanguinare la faccia, asfissia, accieca. La vita per mesi e mesi, sotto le caverne scavate nel ghiaccio in una bluastra opprimente atmo¬sfera subacquea; notti di vedetta tra la neve senza, confine come in un paesaggio polare, sotto la neve che cade. Postazioni cui ogni giorno, ogni notte bisognava arrivare piantando cunei di ferro nei canaloni, nei camini. Combattimenti che si iniziavano dopo avere arrischiato già dieci volte la vita, aggrappati alle roccie, penzoloni alle corde-manilla, il tascapane pieno di bombe, il coltello tra i denti. Corvées di ogni notte, insidiate costantemente dal ta-pum dei cecchini, lungo pendii ghiacciati scoscesi, la traccia appena segnata dagli scarponi dell’alpino in equilibrio sotto il carico di legna o delle marmitte con l’unico rancio per ventiquattr’ore sospiratissimo — di giorno non si poteva passare. Nessuna nazione, sopra nessun fronte seppe, e neppure immaginò le a¬sprezze, i pericoli anche quando non si combatteva, le torture, ed ebbe le glorie, ancora — e forse saranno armai sempre, — in grandissima parte ignote, della nostra guerra alpina.
Dopo un anno di questa guerra, con lo stesso tranquillo coraggio, con la stessa serenità innanzi alla morte, Enea Guarneri scrive: «Dobbiamo attaccare il trincerone austriaco nella notte. Andrà bene, ma avremo le nostre. Un saluto a tutti, sicuro che il dovere mio lo farò. Malinconie a parte, andiamo in trincea a fare una partita a tarocchi con la 123a. Manderemo un saluto comulativo alle famiglie. Ore 17. L’81.a è destinata ad essere la prima; la 123.a è di rincalzo; con la 81.a la mia sezione.
27. — Ore 7. Alle 3,14 precise la 81.a è fuori della trincea, ed è ad¬dosso ai reticolati nemici; ma l’allarmi laggiù è velocissimo. Io ho la¬sciato le mie postazioni abituali e mi sono portato avanti. Apro il fuoco sulla trincea austriaca. Alcuni dei nostri riescono a saltar dentro, ma giungono rinforzi al nemico; i nostri tentennano, e rallentano la bella foga sotto il tiro di quattro mitragliatrici nemiche. Ripieghiamo, Barbero ferito grave. Il capitano Robuschi manca. Fa chiaro. Lo vediamo ferito in tutto il corpo, che si trascina verso la trincea nostra. Gli buttiamo una corda. Non ha la forza di reggersi. Mi consiglia di battere col fuo¬co delle mie armi la trincea nemica, che tenterebbe uno sforzo. Faccio, e lui è in trincea. Poveretto! lacero, sfinito, ferito profondamente in cinque parti, si regge ancora in un sforzo sublime e chiede della sua compagnia, e vuol sapere dei suoi. Mendici e Zezimer feriti. Le perdite no¬stre sommano a circa 60. Abbiamo forse ottenuto di togliere qualcuno di fronte a Tolmino e nulla più.
I soldati sono stati meravigliosi di audacia…
Poco dopo le 21 Barbero muore dopo una penosa agonia. Partito con tutto l’entusiasmo per un’azione che lo aveva affascinato e da cui si riprometteva molto. Nella giornata approfittando della nebbia rien¬trano in trincea, sfiniti dalla tensione nervosa, nello sforzo di mante¬nere la posizione in cui si trovavano all’alba, ben tre soldati dispersi. Gallani ferito gravemente, muore fuori delle trincee, Carrara, e quel povero diavolo. Per tutto il giorno tiro intenso di artiglieria da ambo le parti, e di bombe.
28. — Il Colonnello ci viene a trovare ed elogia tutti, ma ha parole veramente sentite di compiacimento per tutta l’81.a, ed ha ragione. Bella compagnia; ottimi soldati; ufficiali generosi! »
Di sè non una parola, nemmeno in un diario intimo scritto sol¬tanto per essere poi mandato alla mamma e al padre, fuor di quella, del 16 giugno: « Un saluto a tutti, sicuro che il mio dovere lo farò ».
Il 12 luglio: Gli austriaci attaccano… Subito il capitano Francolino e l’aspirante Bordese feriti da bombe a mano. Sono nel trincerone solo con un aspirante che non trovo più. La compagnia si comporta bene e l’attacco è fermato…
15: Fonogrammi intercettati dicono che l’altra sera i Plufer (1) hanno avuto la loro. Persino una sezione di mitragliatrici e una se¬zione di sanità all’attacco!… La festa della mamma si consacra nella più piacevole allegria. Povera mamma, fosti allegra come noi almeno oggi?
Ore 15. Ho avuto l’elogio del Colonnello per i lavori fatti dalla se¬zione; e dico francamente che non lo meritavo, se lo meritano gli uomini … ».
Il 13 settembre, ammalato, entra all’ospedale di Serpenizza. Ma sul Rombon — il Calvario del 2.o alpini, — sugli squallidi sassi senza un albero, senza un fiore, desolati, dove gli alpini si chiamavano l’un l’altro a Primavera per mostrarsi un ciuffetto d’erba come una bella e nuova cosa; dove le trincee così sminuzzate dai bombardamenti che non reggevano più allo scavo, prese, riperse, riprese, odoravano sem¬pre dei morti coi quali eran tutte frammiste e cementate, e dove ogni colpo di granata disseppelliva membra umane; al Rombon, dove era¬vamo aggrappati sotto il nemico come, — disse un generale austriaco – uomini spenzolanti fuor dalla finestra, cui basta picchiar sulle dita perchè precipitino nel vuoto — ma invano il nemico picchiava; al Rombon, sembra imminente un’altra battaglia…
« i due colleghi stanno peggio di me e sono mandati all’ospedale di Bergogna. Io conto di uscire domani perchè l’ordine di sgombrare questi ospedali fa prevedere l’azione imminente ».
(1) Tedeschi.
14 Settembre. A mezzogiorno me ne vado dall’ospedale. Stanotte raggiungerò il battaglione a Colletta Rombon.
15. Qui, dove tutto è segno della morte passata, aleggia lo spirito dei tanti eroi che sono caduti in queste balze. Ci accompagneranno, e ci propizieranno la vittoria. Sangue ed eroismi si vedranno in que¬sta azione copiosi più che mai. A chi rimane, l’incarico di portare l’e¬stremo mio bacio, l’addio ultimo, al papà, alla mamma, a quanti mi vollero bene. La sezione sarà all’altezza di se stessa, e se cadrà cadrà bene. Io mi sento sicuro di me, dei miei comandanti, dei miei soldati, e dei piani di attacco. Ore 12,15.
18. Alle 6 1/2 del 16 il bombardamento nostro è cominciato, forse non abbastanza intenso, e non preciso come doveva, essere. La 123.a e la 2.a sezione sono già. fuori delle trincee dalla notte. Gli austriaci rispondono feroci. Alle 8,15 la 101.a e la mia sezione escono. Mi scappa l’armaiolo, quel vigliacco di C… Un’arma s’inceppa subito e per oltre un’ora non si può riparare. Ma alla quota 1583 sanno qualcosa delle mie armi. Lo spettacolo terrorizzante della (parola indecifrabile) ai feriti. L’attacco va male. Gli austriaci battono con i 240 e 305 a tutto andare. Notizie poco buone di molti. Il quarto d’ora brutto per me. La morte di Pasquero e la ritirata. Su punto F. a notte. Il ritiro delle truppe. Il periodo del mio comando di battaglione. Il ritorno di Rebuschi. Sala ferito, il maggiore Giacoma, Bonaldi, Camia, morti. Una notte rigida all’addiaccio. Notizie poco buone di altri battaglioni. Si è avanzato solo al Ramboncino. Ma, e la prima compagnia del Ceva che aveva attaccato così bene? ».
A questa data termina quel che possediamo del diario di Enea Guarneri. Probabilmente il resto si è perduto nelle vicende di prigionia, o dopo la sua tragica morte. Enea Guarneri continuò a compiere con meravigliosa serenità e semplicità e sempre con lo stesso entusia¬smo il suo dovere d’italiano; ricognizioni, missioni ardite e delicatis¬sime gli venivano affidate; nei brevi intervalli di riposo, « studiò, e costruì con limitati mezzi — come si esprimeva in un rapporto il ge¬nerale comandante i Gruppi alpini I e II, — un congegno che permette di eseguire dei forti spostamenti in direzione ed elevazione alle mitra¬gliatrici nel tiro contro gli areoplani ».
Combattente della Carnia, del Monte Rosso, del Monte Nero; del tragico Rombon, dell’Ortigara, tre volte proposto per medaglia al valore, due volte ferito — ferito anche quando cadde prigioniero pur dopo tre anni di guerra combattuta, anche prigioniero, non cedette, non ritenne di aver fatto abbastanza, di potersi piegare al destino; egli solo alla morte piegò.
Enea Guarneri giunse al campo di Sigmundsherberg verso la metà di novembre 1917. Comprese che la fuga, tentata subito, senza viveri, senza danaro, senza carte, non sarebbe riuscita; decise di aspettare, ma sin dal primo giorno decise di prepararla pazientemente, minutamente, ostinatamente.
« Passò i tristi mesi di novembre, dicembre e gennaio, scrive il capitano Piero Pieri, nell’attesa. Giorni tristi invero: freddo, acuta fame; sconforto per le notizie desolanti che i giornali austriaci davano dell’Italia e della Russia; amarezza per esser là come i documenti di una grave e imprevista catastrofe; timore d’essere coinvolti nella diffidenza con cui i vecchi prigionieri guardavano i nuovi compagni di sventura. Ed egli aveva affrontata tante volte la morte, al Monte Nero, al Rombon, all’Ortigara; due volte era stato ferito; e tre volte proposto per meda¬glia al valore! ».
Il campo di Sigmundsherberg lontano settecento chilometri dalla frontiera svizzera, sorvegliatissimo perchè vi eran stati già parecchi tentativi di evasione, rendeva difficilissima, impossibile la fuga. Verso la fine dì gennaio, appena conobbe che ad Aschach si formava un campo nuovo, rinunziando ad un campo dove tutto cominciava ad essere orga¬nizzato, e dove cominciavano ad arrivare i pacchi dall’Italia, che ad Aschach non sarebbero di certo arrivati più, o con un lunghissimo ri¬tardo, il Guarneri chiese ed ottenne di esser traslocato ad Aschach insieme ad un altro gruppo di ufficiali.
Appena giunti, si diedero a studiare il punto più propizio per scavare una galleria che da una delle baracche conducesse oltre il reti¬colato. Scelsero quella degli uffici; « di lì, la galleria sarebbe sbucata sul lato meno vigilato dalle sentinelle, e per di più in un campo di se¬gala che in giugno sarebbe stata alta più di un metro e mezzo, e avreb¬be favorito la fuga. I capitani Guarneri e Lamberti ottennero dal Comando Italiano di trasferirsi colà, senza dare alcun sospetto … Il 12 marzo si cominciarono i primi assaggi … Per aprire la botola si doveva levare la stufetta di ferro, staccandola in bel modo dal tubo, e schiodare la pedana di ferro su cui poggiava; allora si presentava il taglio rettangolare … Il sottotenente Osella, avanzo della presa di Monte Nero, piccolo e membruto, iniziò lo scavo. Il primo materiale fu accumulato in alcune secchie, e la sera al buio fu portato fuori, e disteso in bel modo nel campo vicino. Fatto così nel terreno un primo solco di circa 20 centimetri, oltre i 20 centimetri d’aria, fra il suolo e il pavimento, il tenace alpino si caciò in quella strettoia e con la paletta della stufa approfondì il solco … »
E da quel giorno, sino alla fine di giugno, a traverso difficoltà che avrebbero dovuto sembrare insormontabili, mai disanimati, mai stan¬chi, quel gruppo di ardimentosi, che ad Aschach scherzosamente avevano battezzato « compagnia dei cannibali », sotto la guida del Guarneri pro¬seguì il lavoro. La galleria, in cui erano costretti a scavare carponi o distesi sul ventre o sulla schiena, franava continuamente; bisognava puntellarla, bisognava asportare il materiale spingendo i rudimentalis¬simi carrelli all’indietro, poichè non vi era spazio per rivoltarsi!
Erano, oltre al Guarneri, il capitano Lamberti Arno del 2. alpini; il capitano Marzoli Luigi del 5. alpini; il capitano Pieri Piero del 7. al¬pini; il tenente Fadigati Giovanni di Savoja Cavalleria e bombardiere; il tenente Vinci Luigi, bombardiere, del 25. artiglieria campale; il tenente Gastaldi Francesco del 4. alpini; il tenente Sartírana Luigi dell’8 alpini; il tenente Talmone Michele del 2. alpini; il tenente Spagnolo Vittorio del 7. bersaglieri ciclisti; il tenente Ruspa Carlo del 5. bersaglieri; i sottotenenti, Peronino Piero del 4. alpini; Gianferrari Prospero del 5 Alpini; Poro Luigi del 6 Alpini; Osella Angelo del 3 Alpini; Andè Albino del 4 Alpini; e gli aspiranti Cornagliotti Angelo del 4 Alpini e Rizzo Giovanni dell’8 Bersaglieri.
Riassumere efficacemente i quattro mesi di quell’aspro, lento lavoro, non è possibile; fu opera titanica; lasciamo al Pieri la narrazione degli ultimi tragici giorni.
,MAURIZIO RAVA.
« … Il Guarneri lavorava quasi con furore, non badando nè ad econo¬mia di denaro, nè di forza, senza timore di far più degli altri e senza fisime pel suo grado di capitano. E in verità appena arrivato ad Aschach, nei dati alla Cancelleria austriaca del campo aveva messo lui, laureando in Agraria: di professione contadino! Pareva ora al Guarneri che il terreno diventasse migliore, meno friabile, più sicuro. Eravamo ormai al 24 giugno. Le notizie del grande insuccesso austriaco sulla Piave, pure attraverso la stampa nemica, giungevano ad allietare il cuore di quelli che anelavano di tornare a combattere, di riaffrontare i rischi e le incognite della guerra; gli animi si riempivano di rinnovata speranza. Chi non ha vissuto le ore d’angosciosa tristezza della prigionia, difficilmente potrà comprendere quanta poesia fosse in quella spe¬ranza; come l’animo vi si abbandonasse volentieri riuscendone più forte, più ritemprato e deciso; come altri fantasmi di gloria balenassero alla mente ansiosa di nuovi cimenti. Anche a distanza, non si possono ricordare senza commozione certi momenti e se l’amarezza dell’insuc-cesso e il dolore della impreveduta sciagura, poterono per un istante far balenare un pensiero doloroso sulla inutilità e vacuità di certi sforzi, su¬bito dopo l’animo ne uscì sollevato e fiero; e anche ora colla serenità di chi ha coscienza d’aver compiuto il proprio dovere ricorda quella im¬presa e crede che sia valsa la pena d’aver tentato.
Appunto la sera del 24 giugno, quando il pozzo in salita si era già scavato per più di un metro, al Guarneri, che lavorava in ginocchio, cadde una piccola frana sul capo. Sebbene egli dicesse che non era nulla, pure dovette, lui sempre attivo e instancabile, lasciare il lavoro per più di un’ora gettandosi sul letto. La cosa fece una certa impressione. Il tenente Castaldi propose che si facesse una specie di staccio in legno, a maglie quadrate, di dieci centimetri di lato, e si facesse lo scavo di sotto in su con quello schermo, per impedire che cadesse una grande quantità di materiale tutta di un colpo. Ma si sarebbe perso tempo a costruire quell’arnese, il quale avrebbe poi reso più lento lo scavo. Il Guarneri, sprezzante del pericolo, disse che non occorreva niente, che lui si sarebbe subito procurato da un compagno un elmetto da fanteria e che quel riparo bastava. Mancò il tempo di far nuovi esperimenti.
Il 25 giugno alle sedici ricominciava il turno del Guarneri. Avendo i compagni che lo precedevano voluto finire una certa quantità di lavo¬ro, egli cominciò mezz’ora più tardi. Al tenente Spagnolo che lo aveva preceduto come « perforatrice » erano cadute addosso dalla volta due frane molto piccole, che egli agilissimo e snello aveva schivato tutte e due. Quando il Guarneri gli dette il cambio, restava nel pozzo un po’ di terra di scavo, che per la deficienza del carrellino non si era potuto trasportare. Il Guarneri avrebbe dovuto aspettare che quella sabbia fosse portata via, perché d’ingombro nel già ristretto spazio. Fino allora s’era fatto lo scavo adagio adagio, in modo da poter mandar via la sabbia che veniva estratta. Ma questo sgombro rallentava il lavoro e il Guarneri si mise a scavare e continuò per un certo tempo, dicendo che il materiale si sarebbe mandato via tutto in una volta. Mostrava secon¬do il solito un assoluto disprezzo del pericolo: anche prima alle obbiezioni del tenente Gastaldi aveva risposto dandogli del cacadubbi!
In questo modo s’era accumulata ai suoi piedi una certa quantità al terra. Per la strettezza del pertugio e la grossezza e robustezza, di mem¬bra del Capitano, che lo traversava sempre con sforzo, questa terra formava una vera e propria chiusura. A un tratto s’ebbe un piccolo scivo¬lamento di sabbia. Il Guarneri non se ne diede per inteso: continuava a grattare colla paletta l’infida sabbia, che pareva lo allettasse più e più per tendergli un agguato. Un momento dopo una vera frana si stac¬cava di sopra, investiva il povero Guarneri e riempiva il fondo del pozzo giungendogli fin sopra alla cintola. Il tenente Vinci che gli faceva da aiuto ed era con la testa e le spalle nel pozzo, col resto del corpo nel cu¬nicolo, potè appena evitare la disgrazia. Una frana fece anche spegnere la lampadina elettrica che era nel pozzo.
La condizione del capitano Guarneri divenne davvero terribile e angosciosa. Si trovava tutto al buio, cinque metri sotto terra, con un ammasso di ghiaia sopra che poteva franargli addosso. Liberarlo dalla ghiaia al più presto, era cosa difficilissima dal cunicolo, perchè essendo ostruito il pozzo, non c’era libertà di movimento, in quella strettoia, per riempire il carrello di sabbia, e mancava la luce.
Portar via colle mani la sabbia dovendo fare all’indietro e all’insù la strada del pertugio, coll’ostacolo dei telai, sarebbe stata cosa difficile e lentissima. La ghiaia che si poteva raccogliere a braccia rimaneva per metà sparsa lungo il cammino, rendendolo ancora più stretto e obbligando a continue puliture del pavimento. A ciò si aggiungeva la nervosità e l’orgasmo da cui tutti più o meno furono presi.
L’unico che in quel tragico momento nulla perdè della sua calma, ma anzi mostrò un dominio di sè e una serenità di spirito da sbalordire, fu il Guarneri imprigionato in quell’antro, che doveva fra breve aprirgli la via alla luce e alla libertà e che ora poteva divenire da un momento la sua tomba. Se fosse stato lì presso qualche suo compagno di combattimento avrebbe di certo riveduto in lui l’intrepido alpino del Passo della Sentinella in Cadore, preso con fulmineo slancio al princi¬pio della guerra, di Monte Rosso dove in furioso corpo a corpo aveva ricacciato il nemico penetrato nella trincea, del Rombon, dove, nell’azione del settembre 1916 aveva continuato il fuoco delle sue mitragliatrici anche quando l’acqua bolliva nei manicotti e le canne scoppiavano; l’Alpino che all’Ortigara era stato mirabile esempio di slancio e di ardire, e che infine nella rotta dell’ottobre 1917 aveva guidato per tre volte i suoi alla riconquista del Monte Cavallo ed era rimasto a proteggere la riti¬rata del suo battaglione; finché, perduti morti o feriti tre quarti dei suoi, interamente circondato e battuto da posizioni dominanti ferito e come inchiodato al suolo dal rinasprirsi di una storta a un piede, aveva dovuto cedere all’avverso destino!
Per prima cosa il Guarneri raccomandò d’aver calma: non lo ti¬rassero per i piedi che soli sporgevano dalla sabbia, cercassero di le¬vare la ghiaia adagio adagio. Ma il tenente Vinci aveva subito com¬presa la gravità della cosa e corse a chiedere aiuto. Il tenente Spagnolo snello e abile, fece quanto potè ma dopo dieci minuti d’inutile fatica, tornò indietro. Al Pieri che gli domandava dei particolari, rispose: «Ah povero Capitano, povero Capitano! » e scoppiò in pianto. Vennero subito avvisati tutti i compagni; i più abili si posero l’uno dopo l’altro al lavoro. Si cercò di rimettere subito la luce; ma con quell’orgasmo nè al tenente, Talmone, nè ad altri riuscì. Parve tuttavia per un momento che si potesse estrarre il paziente. Si mandò a prendere il mistrà, ma appena fu portato, apparve nella camera il Gastaldi che disse: « Bisogna, assolutamente avvisare gli austriaci e cercar di salvarlo dal di fuori! ». Poca dopo comparve il sottotenente Osella e confermò la cosa. Il sottotenente Peronino si incaricò dell’ingrata missione.
Intanto il Guarneri, sempre con voce ferma e pacata che arrivava in quell’oscuro cunicolo ove tanto eroismo appariva sempre più inutile e vano, aveva ripetutamente raccomandato di non avvisare gli austriaci, d’aver calma e pazienza; lo lasciassero com’era e pensassero solo levare con calma la sabbia. Ogni qual volta gli avevano detto che la cosa riusciva male e che bisognava avvisare gli austriaci, aveva sem¬pre insistito perché si evitasse quell’estremo rimedio. La decisione di avvisare il nemico fu presa suo malgrado e gli fu comunicata, quando gli austriaci erano già sopra di lui e si sperava di liberarlo al più presto.
I compagni avevano due angosciosi timori: che il Guarneri fosse investito da una nuova frana, e che anche non avverandosi questa paurosa ipotesi, potesse venirgli meno l’aria respirabile e dovesse morire asfissiato! Il primo pericolo di certo fu presente al Guarneri, perchè quando fu levato dalla triste fossa aveva ancora le braccia inarcate sopra la testa come a proteggersi e a impedire una nuova caduta di materiale: pure non accennò a nessun pericolo; non mostrò nè fretta, nè ansia, non si inquietò mai. L’imperturbabilità e il dominio di sè, che gli antichi saggi dissero il segreto della felicità umana e solo conseguibile con una intera vita d’esercizio e meditazione, apparvero come una dote innata, di quell’eroico giovane!
Si deve tener presente che tutti i compagni troppo poco esperti di quei lavori, credevano d’essere colla galleria meno profondi di quel che erano in realtà, e che si farebbe presto a liberarlo dal di fuori. Si ricordi inoltre che fin da principio c’era stata una deviazione a destra, che non era mai stata corretta, ma anzi lievemente accresciuta in qualche tratto. Ne venne che, quando si volle determinare il punto esterno corrispondente al posto dove si trovava il Guarneri, nessuno fu in grado di dirlo con precisione.
Il sergente d’ispezione austriaco, della guardia al Campo, col quale parlò il Sottotenente Peronino, sulle prime restò stupito: poi mandò quattro uomini con badili guidati da un caporale triestino (un fior di rinnegato) a vedere di che si trattava. Quando costui vide che si doveva scavar presso al reticolato e che sarebbe stato anzi necessario abbatterlo per un breve tratto, disse che non poteva assumersi quella responsabilità. e che ci voleva un ufficiale. Gli dicemmo in tutti i toni che il tempo stringeva, che c’era lì sotto uno che poteva morire da un momento all’altro, che non bisognava perdere un minuto; non ci fu verso. Se ne andò via coi suoi uomini e coi suoi badili e non ritornò che mezz’ora dopo, accompagnato da un ufficiale, da un sergente e da una decina di soldati.
E intanto si dovè perdere altro tempo a fissare il punto ove si doveva cominciare lo scavo.
A furia di colpi dati contro la volta del cunicolo si potè stabilire con una certa precisione il punto cercato. Furon poste sentinelle nel tratto di reticolato che si portava via (circa quattro metri) e si cominciò il lavoro. I soldati austriaci lavoravano fiaccamente; sul posto s’eran raccolti tutti gli ufficiali del Campo, costernati per la notizia. Sebbene, com’era inevitabile, qualche vago sentore del nostro lavoro si fosse avuto nel Campo, tutti ad ogni modo ne ignoravano il posto ed i particolari. La cosa fece perciò a tutti grande impressione. A gara i più robusti chiesero i badili cominciarono a scavare. Ma dopo il primo metro d’argilla, ecco ricomparire il terreno traditore. Le pareti della buca, franando, la riempivano.
Era una fatica da Sisifo. Si cominciò allora ad allargare l’orlo della, buca.
Come avviene in simili casi, troppo era il chiasso, troppi i dispareri che s’incrociavano. Il solo che probabilmente avrebbe potuto dirigere era un Ingegnere siciliano, d’età sopra la trentina; piccolo, dall’aspetto dimesso, semplice, Aspirante di Fanteria: ma restò quasi inascoltato. Il lavoro durava già da un’ora, senza che quasi nulla si fosse concluso. Gli Austriaci fecero venire dei prigionieri serbi molto robusti, perchè aiutassero: ma gli ufficiali italiani volevano fare tutto. da sè. Anche gli Austriaci guardarono se c’era modo d’estrarre il povero Capitano dal di sotto, ma subito si convinsero dell’estrema difficoltà. A un loro Ufficiale che con: aria un po’ saccente domandava come mai non si fosse tentato prima dal di sotto, il Tenente Vinci rispose: Grazie, se fosse stato possibile avremmo fatto a meno d’incomodarli!
Il Tenente Colonnello austriaco• Salomon, Comandante del Campo e. trasferito per punizione in seguito all’accaduto, arrivò sul posto tutto in, orgasmo. Era un vecchio burocratico, un buon diavolo in fondo, che si era spesso meravigliato della docilità dei prigionieri italiani al confronto di quelli serbi, e non sospettava per nulla che si fosse fatto un lavoro simile. Quando fu sul posto e vide di che si trattava e si rese conto della tragica condizione del Capitano italiano, si chinò coll’orecchio a terra, come per sentire se dalla prigione sotterranea venisse ancora una voce e si alzò poi dicendo, colle lagrime agli occhi: Helden! Helden! (Eroi! Eroi!).
Ma intanto una massa incomposta continuava a lavorare e a muoversi sopra il tragico posto. La buca si formava troppo lentamente, fra il continuo smottare delle pareti; il pozzo. non appariva mai! Erano le sette. Il Guarneri si trovava da due ore in quella situazione tremenda e non si vedeva prossima la sua liberazione. A un tratto avvenne un nuovo scorrimento sulle pareti, poi una frana che parve riempire la buca, poi uno sprofondamento a forma d’imbuto, poi più nulla. Tutti compresero la dolorosa verità, e si guardarono muti in viso, ma nessuno osò esprimere con parole quello che ormai aveva in cuore.
Il Capitano Guarneri non aveva voluto che si chiamassero gli austriaci, e nessuno sulle prime glielo volle dire. Quando però si fu cominciato a lavorare di sopra è si credette di poterlo liberare da un momento all’altro, l’Aspirante Cornagliotti gli disse tutto con acconce parole: «Be’, ormai è fatto », rispose con voce quasi rassegnata. Alle domande se soffrisse rispose di no, che non temessero. Pure i minuti per il Guarneri e per lo stesso Cornagliotti, che con trepida ansia aspettava la luce dal di fuori, dovettero passare lunghissimi. Il Guarneri cercò tre volte, come sapemmo poi, di cambiar posizione, sia per liberarsi, sia per attendere in modo più comodo; ma i suoi sforzi non gli permisero che movimenti appena percettibili. Non gli restava che attendere. Pure la sua voce si udiva sempre e al Cornagliotti che ogni tanto gli domandava come stesse, rispondeva sempre rassicurando. Ma piccoli scivolamenti laterali sembrava che avvenissero all’interno e che la sabbia salisse, salisse, tragica marea, fino a, inghiottire il Capitano. Già il suo compagno credeva di udire il respiro divenuto affannoso: tentò allora di introdurre attraverso la sabbia una canna di piombo vuota, ma non vi riuscì. Il Guarneri parve comprendere l’ansia dell’amico e disse: Non temete posso resistere ancora.
A un certo punto all’Aspirante parve d’intendere una nuova frana; sentì dei rantoli soffocati venire da quella muraglia di ghiaia, gli parve di udirli indistintamente e sempre più fiochi per una decina di minuti, poi per quanto si distendesse in quel cunicolo buio tendendo l’orecchio e chiamasse angosciosamente il Guarneri, non udì più nulla. Aspettò ancora, chiamò ancora: sempre silenzio. I piedi però apparivano ancora caldi. Chiamò altri; dalla fredda sabbia uscivano i due piedi nudi, che si sentivano al tatto in quel buio e che si voleva credere non fossero freddi. Si capiva la triste realtà, pur non volendola confessare ancora; si cercava d’illudersi pensando che la frana pur questa volta non l’avesse totalmente investito, che fosse, rimasto stordito, svenuto sì, ma non morto.
Intanto per la camera del Vinci e del Pieri e per quella del Guarneri era un via vai continuo di Austriaci che visitavano tutto il nostro lavoro. Visi dalle espressioni diverse: di rabbia, d’orgoglio, di pietà, d’ammirazione. I primi due giorni, però, nell’insieme, gli Austriaci si mantennero rispettosi a quell’esempio di sfortunato valore.
Quasi non bastasse, proprio in quel mentre si veniva a sapere che il Gianferrari, quello della di cui fuga si era sperato bene, (sapeva infatti il tedesco, era ottimo alpinista, molto coraggioso) l’avevano ripreso al confine svizzero!
Dopo l’ultima e più fatale frana, gli Austriaci compresero che per estrarre vivo o morto il Guarneri, occorreva un lavoro sistematico, con. molti mezzi e con personale adatto. Scelsero fra i prigionieri serbi un buon numero di falegnami e carpentieri e con quattro lunghi e robusti pali definirono l’entrata della buca da scavare, che era grandissima. I prigionieri serbi lavorarono con grandissima lena e mostrarono simpatia verso gli alleati italiani d’allora e rispetto e ammirazione. Quel lavoro sebbene condotto con solerzia e capacità e mezzi, fu lungo ed a noi parve interminabile. La notte passò senza che agli amici ansiosi fosse dato al mattino del 26 di vedere il povero Capitano. A mezzogiorno si lavorava ancora senza sosta e non ne vedevamo la fine. Soltanto verso le sei e mezzo di sera, dopo esser tutti rimasti meravigliati della profondità a cui era dovuto giunger lo scavo, s’ebbe la certezza che ormai non restava più molto da fare.
Nel cunicolo intanto non s’era più potuto ottenere una risposta dal Guarneri; i piedi, non c’era più da illudersi, diventavano gelidi. Gli fecero una puntura di canfora, ma non s’avvertì alcun risultato. Al pomeriggio esaminandogli i piedi alla luce d’una lampadina elettrica, si constatò che già cominciavano a illividire. Gli si fecero a breve, distanza due altre punture di canfora, ma nemmeno ora s’ebbe indizio d’una qualsiasi reazione. Ai più venne a mancare l’ultima speranza. Quando alla fine i Serbi giunsero a scoprirlo, non rimase più dubbio. Il Capitano stava in piedi, con le ginocchia un po’ piegate in avanti, con te testa un po’ reclinata all’indietro, l’occhio aperto ancora quasi del tutto, l’elmetto in testa,
le braccia in arco sopra. Al rumore della nuova frana, egli si dovè volgere istintivamente con viso all’insù e in questa posizione venne investito. Non vi erano traccie di contrazioni spasmodiche, l’occhio era calmo; e la salma distesa sulla barella pareva una persona che riposasse. Il dominio di sè, che aveva dato l’impronta a quel valoroso, si manifestava in lui anche dopo la morte.
Fu posato su di una barella e sopra fu messa una coperta, quindi fu portato su per le pendici del piccolo cratere, (chè tale sembrava veramente la grossa buca) in mezzo alla turba estatica degli Ufficiali italiani e di pochi borghesi de’ due sessi, venuti da Aschach e rimasti per delle ore, dietro le sentinelle e il reticolato, a vedere il lavoro di salvataggio. La barella fu sollevata dai compagni e portata a spalla fino alla porta del Campo; gli Ufficiali seguivano in mesto ordine. Quando si fu al cancello, la guardia austriaca tutta schierata presentò le armi; gli Ufficiali italiani si disposero a semicerchio. Il Colonnello Taddeini gridò: Ufficiali italiani, salutate l’Eroe che è morto per la libertà e la fede della Patria lontana! Fu un momento di commozione generale; non mai come allora s’era vista la grandezza e la nobiltà, del sacrificio e quanto il sacrificio possa elevare e santificare!
La barella passò il cancello, seguita solo dai compagni più fidi, perchè il Comando austriaco non concedeva che s’uscisse in più d’una quindicina. Accompagnando l’amico morto, tutti venivano in questo modo a dichiararsi compagni suoi dell’impresa, ma a nessuno dei quindici passò mai per la mente di voler in qualche modo nascondere la parte di responsabilità che gli spettava.
La salma fu portata, sempre a spalle, con buona scorta di soldati, in una camera mortuaria all’Ospedale delk raggruppamento dei prigionieri, ove s’improvvisò una camera ardente. V’erano già dei fiori ed il catafalco. Sopra fu deposto il povero morto. Tolta la coperta esso apparve ancora molto conservato. Aveva addosso le mutande e la maglia. Era tutto sporco di terra, ma il viso non era alterato. Le membra apparivano ancora vigorosissime. Sembrava un sogno, un brutto sogno, che tutto fosse finite a quel modo; che tre mesi di lavoro e di speranze e di ansie non avessero, approdato ad altro; che d’un tratto e proprio quando l’animo più s’apriva alla speranza, il nostro migliore compagno si trovasse esanime in quella tetra camera!
La salma fu ricomposta. Le si posero dei fiori d’intorno, fu ridistesa la coperta. Poi gli amici si allinearono, il Capitano Lamberti comandò il saluto; il Tenente austriaco lì presente salutò anch’egli e tutti uscirono. Il giorno dopo fu fatta dai medici austriaci l’autopsia. Si riscontrò che era realmente morto per soffocazione: gli trovarono sabbia nell’esofago e nei polmoni. Due giorni dopo il Capitano dei Bersaglieri Vescovo (il quale dal Guarneri un mese prima aveva avuto la promessa, se si fosse trovato un mezzo di fuga che egli pure ne sarebbe messo a parte), ottenne d’andare all’ospedale a rilevarne la maschera. Intanto ci concessero di disporre la salma in una cassa di zinco, che fu subito acquistata per unanime volontà di tutto il Campo.
In quel mentre gli Austriaci cominciarono a distruggere ogni traccia del nostro lavoro. I poveri « Alpini » videro coi propri occhi il saccheggio del loro arsenale, dei carrettini, delle seghe, di quelli che avevano creduto fino a quel giorno i loro strumenti di salvezza. Nondimeno il Sottotenente Osella riuscì, con grande abilità a sottrarre quasi tutto il filo elettrico! Un Tenente Colonnello austriaco dall’aspetto arcigno, venne dal Pieri e gli domandò con tono irato e imperioso dove fosse andato il filo. Alla risposta data, con aria da stupido: « Ich weiss nicht » (non lo so), replicò rabbiosamente: « Ich glaubs nicht » (non lo credo) e poi si rivolse a quattro o cinque uomini che aveva seco e a quelli fece una grande sfuriata.
Il terzo giorno ci furono i funerali. Il Comando austriaco del raggruppamento volle che non più di venti Ufficiali italiani vi partecipassero. Dei compagni del Guarneri mancavano il Capitano Marzoli e il Sottotenente Gianferrari; gli altri quindici vollero esser tutti partecipi alla mesta cerimonia. Intervennero anche il Colonnello Taddeini, il Tenente Colonnello Gherardi, il Maggiore De Giorgis dello stesso reggimento dell’estinto, un Capitano d’Artiglieria anziano e il Capitano Vescovo. Il Comando austriaco aveva disposto che i funerali riuscissero degni del morto. Un’intera Compagnia era stata rimessa a nuovo per rendere gli onori; erano presenti il Colonnello Polak comandante il raggruppamento; il Tenente Colonnello Salomon del Campo, e una decina d’Ufficiali inferiori. Officiavano un Cappellano austriaco e un italiano. Il mesto corteo si mosse.
Precedeva secondo l’uso austriaco un ufficiale italiano con un crocifisso, seguivano i due Cappellani, poi la bara, con una grande corona di fiori sopra, portata a spalle da sei Ufficiali a cui davano il cambio altri sei; seguivano gli Ufficiali italiani con corone, poi quelli austriaci e la compagnia d’onore.
Al passar del corteo i prigionieri serbi, schierati in bell’ordine salutavano rispettosamente; alcuni borghesi guardavano pure con curiosità di dietro i cancelli e si scoprivano riverenti, Si rasentò un primo Camposanto di Serbi, una serie di Croci fittissime allineate, di quasi cinquemila prigionieri morti di stenti e in seguito a un’epidemia. Si giunse dopo non molto al Camposanto nuovo, in parte di Serbi e in parte d’Italiani. Era un posto tranquillo, abbastanza pittoresco; non lungi dal Danubio, vicinissimo a un bel bosco. Si vede4vano nello sfondo le estreme propaggini delle Alpi, ai cui piedi Enea Guarneri era nato, nell’altro versante e sotto altro cielo; delle Alpi che, amava, che aveva sfidato e aveva difeso, dove la balda giovinezza s’era temprata alle fatiche e ai pericoli!
Lì era già pronta la fossa. Venne calata giù la bara, fra il pensoso silenzio di tutti. All’improvviso rintronò una scarica di fucileria, poi un’altra e un’altra: I nemici rendevano gli onori di guerra al nemico morto da eroe nella fossa sotterranea, mentre anelava di tornare a combatterli a viso aperto. Salutava la sua dipartita da questa aiuola insanguinata il frastuono delle armi di guerra, la sola bella musica ch’Egli per tre anni aveva voluto, di cui s’era inebbriato; il nemico rendeva ancora il dovuto onore al valore infelice.
Appena il fumo delle scariche si fu dissipato, il Colonnello austriaco prese una pala e versò sulla cassa le prime palate di terra; seguirono il Tenente Colonnello Salomon e gli altri Ufficiali austriaci, poi il Colonnello Taddeini e gli Ufficiali italiani. Allora il Colonnello austriaco accennò che si poteva ritornare. Il Colonnello Taddeini si volse un’ultima volta verso la bara e disse: « Addio valoroso compagno, addio Eroe d’Italia, riposa in pace! Quindi, il corteo prese la via del ritorno; la compagnia degli onori aveva già preceduto. Tutti erano tristi eppure in mezzo a tanta tristezza un qualche cosa era negli animi che rendeva meno amaro il distacco; la profonda persuasione della virtù dell’estinto, ammirata anche dai nemici, di quella virtù che lo avrebbe fatto presente ai nostri cuori sempre, che gli avrebbe impedito di veramente morire. E si sarebbe detto che qualche cosa della sua calma e della sua pace si diffondesse nei suoi amici.
Gli altri Ufficiali del Campo in quella dolorosa circostanza mostrarono un cameratismo e un rispetto superiore ad ogni elogio. Mentre le fughe improvvise ed intempestive trovavano numerosi i maldisposti e gli irritati per le restrizioni che ne venivano al Campo, non una voce si levò che biasimasse quel tentativo. Tutti dimostrarono d’ammirare la serietà dell’impresa, la compiutezza dell’organizzazione, le difficoltà superate, la tenacia. Se l’impresa era finita con una sciagura, ciò si doveva solo alla mancata direzione di un vero tecnico, alle troppe difficoltà in mezzo alle quali ci eravamo dibattuti e infine all’eccessivo coraggio di chi ne era stata la vittima. Tutti approvarono subito la spesa di cinquecento corone per la cassa di zinco e accolsero senza lamento l’addebito austriaco di milleseicento corone a tutto quanto il Campo per danni alla baracca e per spesa nel tentativo di salvataggio!
Ormai la vita del Campo di Aschach stava per aver termine. Le perquisizioni piovvero; in una di queste gli Austriaci scoprirono bussole e carte di tre Ufficiali riusciti a farsi trasferire all’Ospedale come malati, sperando di poter fuggire più facilmente di là. Una nuova accurata perquisizione rivelò le traccie della galleria cominciata nell’altra baracca; e poiché avrebbe dovuto sboccare presso il trasformatore della luce elettrica, il Comando austriaco suppose e ostinatamente ritenne che si trattasse di una trama per gettare nell’oscurità il Campo al momento della fuga. Alla memoria del Colonnello austriaco dovettero tornare immagini di certa letteratura romantica che rappresentava l’Italia come il paese dei tradimenti, del veleno e dei sotterranei, delle spie e dei consigli segreti! Fu preso da un sacro terrore: mandò a Linz una relazione sbalorditoia!
Dopo pochi giorni si seppe che il Campo di Linz veniva sciolto.
La balda e speranzosa comitiva era divisa e mandata in Campi diversi. Al Capitano Pieri doveva essere riservato, fra non molto, l’onore di occupare il posto che sarebbe stato del Capitano Guarneri nel Campo di punizione di Komàrom; i Sottotenenti Osella e Porto erano pure mandati, più tardi, in un altro Campo di punizione in Boemia.
Così passò questo doloroso episodio della nostra vita e della nostra prigionia.
Può darsi che in avvenire, stanco delle piccole lotte di ogni giorno, l’animo nostro si volga a’ fortunosi anni giovanili e ricordi l’entusiasmo e la fede e l’amicizia d’allora.
Il passato forse apparirà irradiato di nuovi bagliori e alla memoria tornerà il rimpianto del savio di Omero:
« Ed io pur con voi son visso un tempo …
Ned altri tali io vidi unqua, nè spero
« Di riveder più mai… »
PIERO PIERI.,
La Sentinella, domenica 12 novembre 1922. – Una pagina di dolore e di fede di Padre Giulio Bevilacqua: la glorificazione di EG.
Era stata chiesta a padre Giulio Bevilacqua per il volume “i Verdi” che l’associazione Nazionale alpini si preparava pubblicare nella ricorrenza del cinquantenario della fondazione del corpo, una pagina di glorificazione alpina. Bevilacqua ha scelto un tema che da tempo l’utente tra vecchie egli aveva già dato l’occasione a felicissimi spunti oratori. Ha scelto un nome: Enea Guarneri. Perché nel profondo della sua anima Bevilacqua aveva un vecchio dolore tragico che chiedeva di dilatarsi in un canto. Per trasformarsi. Perché anche per gli altri il dolore diventasse pane e sangue. Perché non rimanesse sterile ricordo di un’ingiustizia disperatamente subita, ma si compie ne trasse anch’esso con altri dolori, con altre infamie, con altri eroismi, con altro sangue del grande cielo della patria dove tutto si tramuta in fede, in speranza, in amore. Bevilacqua era convinto di Monte Fior. La scorsa estate mentre camminavamo insieme verso un altro dei suoi calvari di guerra, l’Ortigara, e passavamo presso due cimiteri di campo mulo immersi nel mare delle anemoni rosse; rievocando egli la tragedia della sua cattura, mi narrava che la della dicembre del 1917, marciando con la colonna degli alpini prigionieri, era caduto sfinito sulla neve e vi era rimasto svenuto alcune ore. Aveva ripreso i sensi in una baracca tiepida, dove vedendosi circondato da ufficiali austriaci era stato colto da un pianto angoscioso di disperazione. I nemici gli si erano avvicinati e lo avevano confortato con parole di così alto elogio per gli alpini di Monte Fior, che l’orgoglio aveva potuto per un momento frenare il fiume di lacrime e dare all’animo angosciato del combattente una fugace illusione di riposo e di pace. Per Bevilacqua questi erano i prigionieri, questi i vinti, davanti ai quali il nemico si era inchinato con rispetto. Bevilacqua non aveva conosciuto che questi. Invece in quei giorni la coscienza pubblica italiana dopo aver con la viltà col furto con la prostituzione con l’intrigo politico preparata essa la rovina della patria, trincea narrava la propria corruzione dietro il nome d’Italia troppo tardi invocato, e lanciava fango a piene mani sui vinti, col grido dell’esecrazione e dell’infamia. Per tutti: disertori ad eroi, traditori e soldati dolore; tutti accomunati nell’identica cinta di fame, di morte, di promiscuità e di lordura, tutti avvolti nell’ombra dell’agar, nera e gigante, tutti confusi nella sua immagine fatta di sangue, fatta di lacrime, fatta di sputi. E quando dopo Vittorio Veneto i prigionieri fuggiti dall’agar si affacciarono alle porte d’Italia assetati di libertà e pervasi d’amore, per una di quelle fatalità militari che tante volle te devono essere cieche, e che travolgono nella stessa mala fortuna l’eroe che ha tutto offerto e il disgraziato che ha tutto legato e tradito; i vinti si videro raccolti alle porte di Trieste in nuovi campi di concentramento, diversi dai il agar solo perché era più disperato vedersi bardati da soldati italiani ed era più tragico essere affermati dal sospetto di fratelli che nascondevano traditori ad eroi, l’accusa atroce. Fu nella umiliazione dei lager, fu nella disperazione di quel ritorno, che nell’anima del combattente valoroso e del sacerdote pietoso, si sprigionò la protesta: quella che ha determinato Bevilacqua a scegliere il nome di Enea Guarneri per rivendicare-rievocando le gesta di lui e consacrandolo simbolo di eroi sconosciuti misconosciuti-l’armata dei vinti. Ma la protesta non doveva essere solo sterile vanno recriminare di anime offese. Doveva essere ed è fonte d’amore e di opere. Bevilacqua lo esprime mirabilmente nella prefazione così: ” forse il mio credo non anfibio, il mio odio agli spacci d’oppio, la mia parola scarnificata solleverà alla protesta? Pazienza. La colpa è della verità che fa troppo liberi, la colpa è del cuore che non dimentica. La colpa è di questa madre Italia, che vuole impregnare il suo sguardo come una spugna, giù, giù alla profondità del dolore accumulato nel suo riscatto, per urlare in faccia a Dio il delitto dei di rapinatori della sua pace della sua vittoria. Ma gli alpini abituati a decifrare la lettera degli abissi sapranno leggere la fede scolpita sotto questo ministero di morte: non è possibile che la figlia di tante lacrime perisca! L’Italia non muore!”
Ma ho detto che l’ho scritto per complicazioni dell’ultima ora, non ha trovato posto nella prima edizione di I Verdi, che l’editore pia provvidero a pubblicare una bella edizione di 108 50 esemplari numerati, di cui fece dono all’autore; che oggi questa bella pagina di Bevilacqua trova posto nella seconda edizione del volume alpino stampato con i tipi di Alfieri e Lacroix. In questa edizione diciamo così alpina la prefazione non è riprodotto da. Mi consenta l’illustre amico di deplorare questa mancanza. Mi pare che le parole della prefazione che ho riportate siano indispensabili perché chi legge comprenda la ragione, la giustificazione e l’altissimo scopo del suo ” Eroismo senz’ali “. La prosa serrata, violenta, spesso aspra, spesso ispirata a negazione, può facilmente da chi non sa e non conosce, essere intesa come arida opera di recriminazione, solo rivolta glorificare un eroe. Può essere intesa come protesta e non come grido d’amore, di chi conculcando nella sua alta coscienza sacerdotale il concetto del dovere umano e del dovere divino, volle essere il comandante del plotone d’assalto del battaglione alpino cui appartenne. La pagina che l’autore dedica alla gloria del bresciano Enea Guarneri ne consacra la fine gloriosa. Nessuna penna poteva esprimere la tragedia della prigionia e la grandezza della morte di questo soldato, come quella di Giulio Bevilacqua. La vita gli aveva mostrati i suoi abissi. La consacrazione sacerdotale egli aveva aperte le vie dell’infinito terribile ove lo spirito dei puri e dei degni ascolta la parola di Dio. C’è nell’anima di questo prete, sincero fino alla brutalità, mite come un fanciullo, convinto come un martire della missione religiosa a cui fu chiamato; inesorabile nella condanna non del male ma della volontà del male come un aristocratico condottiero di genti, c’è in questo prete la grandezza gigantesca di un profeta che pronuncia, che chiama, che condanna, che reprime, che suscita. Ci sono nella sua parola serrata violenta passionale momenti nei quali veramente l’anima di chi ascolta o legge e trascinata nelle regioni degli astri o stritolata nel fango della propria viltà. L’uomo è sacerdote, Bevilacqua si affacciò e visse la guerra in ogni suo aspetto più profondo. Così egli riassume i termini che hanno caratterizzato quel periodo: “in quegli anni la terra conobbe i penetrò nei tabernacoli tipici della sofferenza universale: la casa vuota, la trincea, l’ospedale, il cimitero allargato oltre i confini del verosimile, il campo di prigionia… Il cimitero è la porpora; l’ospedale e la sindone che riproduce dei margini dolenti ma radiosi di infinita bellezza; la prigionia e lo stagno che insozzano la faccia più pura; è lo specchio convesso che la deforma e la rende risibile. Il lager è la lebbra che tutto macchia di angustia e di bruttura; che carica di vecchiaia ignota fronti ventenni, che rende piccoli cieli, che degrada la vita al punto di cambiar viscere al dolore togliendolo al suo tempo al suo altare: il cuore per portarlo sul lastrico profanato dall’animalità; il ventre.” Ecco la scena dove si svolgeva la passione di Enea Guarneri asceso a simbolo:– di colui che rappresenta l’armata dei vinti contro i quali dalla patria aggiunse l’oltraggio infamante. Di questi vinti Enea Guarneri esprime il sacrificio più alto, rappresenta l’amore più puro. Enea Guarneri che assetato di libertà, con pochi compagni si è scavato 100 m di galleria nel sottosuolo del lager, ed è stato mentre poco mancava al compimento dell’opera, sepolto da una frana. Agli amici dalla sua tomba ha potuto dire una parola sola e ha scelto questa: vi impongo di non chiamare gli austriaci per salvarmi, perché il piano sarebbe svelato la vostra libertà miserabilmente perduta. La vostra fuga può essere utile ancora alla patria. Lasciate che io muoia in silenzio. Su questa tomba rivelata dall’angoscia e dall’amore dei compagni, l’indomani il comandante austriaco del campo, sperando ne esca ancora un soffio di vita, piega le ginocchia, si prosterna al suolo e con l’occhio Son dall’abisso del mistero ignoto. Si leva. La sua faccia in tumulto è solcata da un’onda irrefrenabile di la; la sua gola serrata; ma le superbe labbra nemiche mormoreranno non al cielo che lo sa, ma alla terra che lo ignora: Helden ! helden! Eroi! Eroi!
Non riassumo. Sarebbe profanare. Non critico. Altra penna sarebbe richiesta. Intendo solo segnalare l’insigne opera del Bevilacqua che eretto alla memoria di Enea Guarneri il monumento di cui è degno l’eroe. E chi ha rivendicato l’onore e l’omaggio per tante ignorate angosce, per tante lacrime piante nell’oscuro esilio da degni figli d’Italia. Firmato: R.
La Sentinella, domenica 12 novembre 1922 – sullo stesso giornale c’è un bel articolo su Renato Fucini e su La necropoli degli Eroi a Redipuglia.
Il cimitero di Redipuglia che il massimo dei nostri cimiteri di guerra, fu costruito nel luglio del 1920 per idea è volontà del valoroso artista colonnello Paladini, il quale vincendo ostacoli d’ogni maniera, riuscì a raccogliere circa 25.000 salme di soldati per la maggior parte ignoti e tutti italiani e morti sui campi di battaglia, nella più caratteristica necropoli che si sia fin qui veduta. Questa non è come fu erroneamente detto, un Ossario, ma un vero e proprio cimitero perché ogni salma la sua cassa ed ogni cassa il suo monumentino. Ed appunto i monumentini fanno distinguere il cimitero di Redipuglia da tutti gli altri, perché formati dei più svariati cimeli di guerra, con epigrafi geniali e riboccanti di sentimento patriottico ed umano. Il sacro luogo sorse sopra un aspra e arida collina del Carso a quota 48 , detta Sant’Elia, fronteggiante il sistema del Monte Sei Busi q. 118, ricco di più che 50 quote di 200 doline, in un punto mediano del teatro di battaglia della terza armata e con alle spalle l’Isonzo, il sacro fiume d’Italia. La collina fu conquistata nel giugno del 1915 con aspro combattimento dalla brigata Pinerolo (13 e 14 fanteria), la quale dovette poi anche superare l’ostacolo del grosso canale Dottori ,che si stacca dall’Isonzo a Sagrado e scorre dritto lambendo la collina di Sant’Elia, fino al porto di Monfalcone a cui dà vita e respiro. Il cimitero è rinchiuso da un muricciolo con una bella ringhiera di ferro costituente un ovale quasi regolare il cui perimetro è di 1200 m e la superficie di metri quadrati 80.000. Esso è diviso in sette settori, separati tra loro da sette bei vialoni ,e in file o gironi, restringentesi mano mano che s’avvicinano alla cima del colle sul quale si allarga uno spiazzale di circa 1000 m² .
La cappella votiva. Nel centro di questo ripiano sorge la bellissima cappella votiva dalle linee semplici e severe, sormontata da un faro di 10.000 candele che nella notte s’pan della sua luce, ripiena di mistico senso per 30 km all’in giro, sull’ubertosa e vasta pianura friulana, sul tormentato i glorioso Carso, sul largo specchio delle acque del mare nostro. Dal 1 novembre di quest’anno sono pure illuminate e per sempre le quattro grandi croci di vetro rosso che si scorgono nella parte superiore del monumento. Sulla faccia principale vi si legge la dedica: Agli Invitti – della terza armata – la Patria.
Nell’interno della cappella sui quattro lati alcuni artistici dipinti dell’Udinese Ciotti, rappresentano la partenza del fante, il giuramento, la vittoria, l’apoteosi: di fronte all’ingresso un elegante piccolo altare di pietra del Carso con la mensola sorretta da daghe romane, è arredato con candelieri formati da baionette intrecciate di fiori fusi. Vi si scopre pure sopra un campanello della forma di un piccolo elmetto con manico a foggia di baionetta e un artistico piatto per ampolla, fatto esso pure con materiale da guerra. Alla destra di chi entra un elmetto Farina cinto da una bella corona di alloro di metallo fuso, serve da pila per l’acqua santa. Anche il prezioso calice offerto dalla contessa Cecilia Cai Gelli di Udine per il divino sacrificio, reca un simbolo nella croce di guerra che sostiene la corona sulla quale si leggono in rilievo le seguenti parole: dal tuo calvario benedici o signore i fanti che per la grandezza della patria ascesero il loro (calvario). Al cancellino dell’ingresso del cimitero sui pilastri sormontati da proiettili di grosso calibro sono infisse quattro lapidi con le seguenti leggende: agli inviti che diedero per la patria tutto il sangue. Solo è degno di accostarsi chi ha nel cuore la patria. –Non curiosità di vedere, ma proposito di inspirarvi vi conduca — la maestà solenne del luogo non è veduta per gli occhi si prima non è sentita nel cuore. — La pace degli eroi e attesa di levarsi, spiriti animatori se la patria chiami, spiriti animatori se la patria chiami –
Fra le tombe.
Entrando nel sacro recinto l’occhio del visitatore colpito dalla immensa varietà dei cimeli e il pensiero corre tosto attraverso quei segni di guerra ai triboli pei quali passò il fante d’Italia per giungere alla vittoria. È un momento di commozione intensa! Ogni tomba di milite ignoto è riconoscibile tra molte, se non per il nome per il segno simbolico che distingue il fante dall’artigliere, il soldato del genio dall’aviatore, i cavalleggero dall’alpino. In una targhetta poi di ottone sono raccolte le notizie della data e del luogo di rinvenimento della salma o del fatto d’arme al quale il caduto prese parte. di modo che gli addolorati parenti se non la certezza, potrebbero avere la probabilità di trovarsi visitando questo cimitero davanti le spoglie del loro glorioso e caro defunto. Alcuni di quei monumenti di guerra o per se stesso per le geniali epigrafi che portano, maggiormente attraggono l’attenzione del visitatore, nei commuovono l’animo. Sulla destra del vialone centrale una tomba di soldato ignoto porta scritto: che ti importa il mio nome, grida al vento: Fante d’Italia! e dormirò contento.
Un’altra tomba è sormontata da una linea telefonica con la seguente epigrafe: pronti? Che parla ? Sì! Dolina Amalia. Sono già cima tre! … Viva l’Italia!
Più in su si scorge una marmitta da campo squarciata e vi si legge: Un colpo un grande schianto … e per quel dì solo di fede il fante si nutrì!
In altra parte un bidone infranto con la leggenda: colmo di vino un di … Rosso di sangue poi, dalla trincea squarciata tornò il bidone a noi.
Ed anche una gavetta, la fida gavetta del fante, sta a distinguere la tomba ed egli esclama: fida gavetta mia pace anche a te quassù! Ora se non sei colma io non borbottò più!
A sinistra si affaccia all’occhio una grande barca con la scritta: e il duca a lui: caron non ti crucciare /vanno per l’altra via per altra spiaggia / sono i miei fanti e più non di andare.
E là il presso il monumento ai marinai caduti a Muzzana il 3 novembre 1918 costituito da un trofeo con ancora il siluro e recante il seguente pensiero di Gabriele D’Annunzio: morti come sopra il ponte della nave come sanno marinai dovunque morire.
Gli aviatori hanno pure il loro monumentino con questo: un frammento di aeroplano e la scritta: ora non sbatte l’aria che l’ala del mio sogno.
Si vedono parecchi cannoni e lombarde a contrassegnare le tombe degli artiglieri con le tre seguenti epigrafi: un giorno l’urlo vostro il rombo mio ora su noi la voce alta di Dio. — Ed ancora: dice il cannone: anch’io ho combattuto con ardore, passione e sentimento. Ho accompagnato i fanti nel cimento, finché colpito a morte, sono caduto. Non canto più per i fanti, come allora, ma pur stroncato li proteggo ancora .— Più su un groviglio di reticolati con la leggenda: non questi fili ruggine colora: del nostro sangue su un vermiglia ancora — e un fascio di mazze ferrate con quest’altra: armi novelle di barbarie antica: tutto sfogò su noi l’ira nemica —– geniale l’epigrafe aggiunta ad una ghirba: O ghirba a me il nome tuo sa certo d’ironia / tu salvasti la tua, io non salvai la mia! / Ma non l’invidio, no! Dirà di me la storia che più dell’acqua tua ebbi sete di gloria.
Per comprendere il senso di questi versi giova notare che il soldato diede alla girba il significato di pelle: di qui l’espressione: salviamo alla girl ma per significare salviamo la pelle. , Si chiamava anche un giornaletto di trincea di cui si stampavano ben 40.000 copie e che sta a dimostrare la simpatia del fante per questo nome migliaia di tombe con appropriati cimeli portano scritture più brevi ma altamente significativa come le seguenti: Silens loquor – Isonzo canta ora in italiano – unico premio: l’Italia benedicente – presentate le armi – scopritevi – Gemma fra pietre – ogni spina un pensiero – perché viva la patria – come Pino sempre verde – come quercia altera – come colonna adamantina – e questa bellissima dell’insigne letterato capitano Traversi: mamma mi disse: va! Ed io l’attendo qua.
I due ultimi gironi al sommo della collina furono riservati alle tombe degli ufficiali tra cui si notano quelle dei colonnelli Sternio cav. Achille e e Biancoli decorati di medaglia d’oro. Anche qui trofei di guerra e le dediche racchiudono pensieri e significati grandemente suggestivi, come quello che si legge sulla tomba di un tenente ignoto: seppero il nome mio gli umili fanti / quando balzammo insieme al grido avanti!