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Un episodio di prigionia di Piero Piero

 

PIERO PIERI: UN EPISODIO DI PRIGIONIA

La morte del capitano Enea Guarneri

MEDAGLIA D’ORO ALPINA

Edito A CURA DELLA
ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI

I – Il pensiero della fuga.

Il pensiero dominante di chi, travolto in una catastrofe dopo lunghi mesi di guerra e combattimenti e ferite, sia fatto prigioniero, non può essere che la fuga. Questo pensiero talvolta si impadronisce del prigioniero sin dai primi momenti della sua cattività e lo segue, lo preme, non lo abbandona più. Il miraggio della libertà, amata per istinto e per educazione fin dalla puerizia, diviene allora il più efficace stimolo di ogni energia: pur di tornare liberi ai sottostà ad ogni privazione, non si guarda a difficoltà ed a pericoli. Occorre però un grande equilibrio di mente, un coraggio non scompagnato da calma e prudenza, per evitare tentativi di fuga intempestivi ed inutili.
Il Capitano Enea Guarneri, giunto al Campo di Sigmundsherberg verso la metà di novembre del millenovecentodiciassette, quando la stagione era oltremodo rigida, comprese che una fuga tentata subito, senza viveri, senza denaro, senza carte, non sarebbe riuscita. Decise dunque di aspettare. Ciò non significava rinunzia, ma preparazione di fuga minutamente studiata. Si sapeva che decine e decine di fughe precedenti erano fallite tutte salvo due o tre e le difficoltà da superare erano tali da togliere quasi ogni speranza.
Pure Egli non si disanimò. L’esperienza poi dimostrò che il miglior metodo di fuga era quello di travestirsi da soldato austriaco e con un falso permesso o foglio d’ordine o di licenza, giungere in ferrovia fino alla frontiera svizzera. La sorveglianza alla frontiera era però attivissima, tale che quasi tutti venivano ripresi a poche ore dal confine. Ma in questo modo il tentativo si decideva in pochi giorni; il fuggiasco poteva partire solo o in compagnia di un altro e non più, con pochi viveri, quindi l’evadere gli era anche più facile. Senonchè era generale la convinzione (si vide poi, non rispondente a verità) che fosse necessario per tali tentativi parlare correntemente il tedesco e senza tradire per nulla la pronuncia forestiera. Perciò la maggior parte di quelli che erano risoluti a liberarsi dai propri lacci, pensavano si dovesse continuare nel vecchio sistema delle fughe a piedi, studiando però attentamente le cause degli insuccessi altrui per farne tesoro. Condizioni precipue per una fuga a piedi erano: buona stagione, viveri per trenta o quaranta giorni, buone scarpe, buone carte topografiche, una bussola, una certa somma di danaro. Occorreva quindi aspettare due cose:, la buona stagione e l’arrivo dei pacchi inviati dalle famiglie.
Il Capitano Guarneri passò i tristi mesi di novembre, dicembre o gennaio nell’attesa. Giorni tristi invero: freddo, acuta fame; sconforto per le notizie desolanti che i giornali austriaci davano dell’Italia e della Russia; amarezza per essere là come i documenti di una grave e imprevista catastrofe; timore di essere coinvolti nella diffidenza con cui i vecchi prigionieri guardavano i nuovi compagni di sventura. Ed Egli che aveva affrontato tante volte la morte al Monte Nero, al Rombon, all’ Ortigara, che due volte era stato ferito e tre volte proposto per medaglia al valore, che nella stessa rotta per molte ore col suo battaglione, inutilmente mandato al sacrificio, era stato come uno scoglio in mezzo alla marea dei fuggiaschi e degli inseguitori, soffri stoicamente la fame e serbò sempre quel contegno fermo e serenamente dignitoso che era proprio della sua natura. Egli sapeva che il tempo gli avrebbe fatto giustizia e solo anelava alla libertà per tornare a combattere.
Verso il dieci di gennaio si aprila frontiera italo-svizzera e i pacchi delle famiglie poterono finalmente giungere. L’ arrivo del primo pacco segnò una data storica nella vita di molti prigionieri. Parve pertanto che le loro sofferenze dovessero molto diminuire.
In quei giorni appunto un gruppo di Ufficiali, parte prigionieri anziani e parte nuovi, pensava già al primo obiettivo della fuga: l’evasione dal Campo. In quello di Sigmundsherberg, uno dei più vecchi dell’ Austria, c’ erano stati svariatissimi tentativi difuga: taglio del reticolato di notte, apertura delle porte con chiavi false, uscita dalla porta in divisa di soldato austriaco insieme colla corvée dei prigionieri; fuga durante la passeggiata nei dintorni ed altro. Da ultimo un gruppo di venti Ufficiali aveva costruito una galleria o meglio un cunicolo che a tredici di loro aveva permesso di evadere. Ma ad ogni fuga era succeduta una vigilanza più sospettosa e più intensa e ormai l’evadere era diventato addirittura impossibile. Bisognava dunque cambiar campo; andare dove la vigilanza non fosse ancora diventata così sospettosa e previdente. Inoltre il Campo di Sigmundsherberg presentava un altro guaio: la troppa distanza dal confine svizzero, ben settecento chilometri. Sarebbe stato molto bene trovare un Campo più vicino al confine.

II. – Il nuovo Campo di Aschach sul Danubio e la sua organizzazione.

In quel mentre s’offrì un’occasione che parve ottima: ad Aschach presto Linz si formava un altro campo d’ Ufficiali italiani prigionieri. Aschach era a trecento cinquanta chilometri dal confine svizzero in linea retta.. Il gruppo d’Ufficiali, che comprendeva alcuni fra i costruttori della galleria ed alcuni prigionieri nuovi, decise subito di passare ad Aschach e chiese il trasloco alla Direzione del Campo, la quale subito lo concesse, pur comprendendo il fine, ben contenta di levarsi d’attorno la causa di future noie.
Il Capitano Guarneri, avvertito della cosa da un vecchio compagno di battaglione, il Capitano Lamberti, chiese anch’egli di venire ad. Aschach colla comitiva. E pertanto anch’egli, pur di tentare la fuga, rinunziava ad un Campo dove tutto era organizzato, e dove con l’arrivo dei pacchi si cominciava a star bene, per affrontare di pieno inverno le incognite di un Campo nuovo, dove tutto era da fare e dove i pacchi sarebbero giunti con un lungo ritardo.
Pure l’essere Aschach un Campo nuovo, presentava oltre quelli ricordati, anche altri vantaggi per la preparazione della fuga. Le cariche speciali, pel tramite delle quali funzionava la vita del Campo e con cui avremmo potuto procurare molti strumenti indispensabili, a Sigmundsherberg erano tutte dei vecchi prigionieri, mentre ora noi avevamo deciso d’accaparrare per noi le cariche più importanti.
L’otto febbraio la società era in partenza da Sigmundsherberg e il nove sera giungeva ad Aschach, dopo un viaggio abbastanza lieto per la speranza che tutti ci incoraggiava. Ad Aschach trovammo una sessanta di prigionieri recenti, ben poco pratici di organizzazione. Non fu perciò difficile impadronirsi delle cariche. Nei giorni appresso giunsero altri prigionieri e il numero degli Ufficiali sali quasi a trecento. Allora venne riordinata tutta la costituzione del Campo in un grande assemblea, presieduta dal Comandante italiano Colonnello Cav. Achille Taddeini del 2400 Fanteria, ma le cariche più importanti per la fuga restarono ai membri della cospirazione. Il Campo comprendeva cinque baracche per Ufficiali, della capacità da settanta a ottanta persone l’una, nonchè una baracca per gli attendenti (una sessanta in tutto). Ogni baracca aveva per la disciplina interna un Comandante (Ufficiale superiore) con un Aiutante Maggiore (Ufficiale subalterno) e aveva una mensa propria. Il Direttore austriaco del Campo italiano (ad Aschach v’era un raggruppamento di Campi con prigionieri italiani, serbi e montenegrini) un Polacco, era ad onor del vero una gran buona persona. Egli permise e persino talora aiutò le ricerche di viveri nella campagna, sebbene ciò fosse proibito dalle disposizioni austriache. Ogni Ufficiale percepiva, in corone, lo stipendio del tempo di pace; la quota di mensa oscillava fra le tre e le quattro corone. Non si poteva avere gran che, ma con qualche aggiunta obbligatoria dei pacchi, la mensa diventava possibile. I due Ufficiali italiani pertanto, che uscivano accompagnati a fare la spesa e che in teoria dovevano comprare soltanto oggetti di uso, come carta, inchiostro, penne, spazzole, pettini ed altro, in realtà procurava di tutto. Essi dovevano sapere il tedesco e uno di questi fu il Sottotenente Gianferrari della nostra lega. Egli ebbe la buona ventura d’essere quasi sempre accompagnato da un Caporale di Merano (Alto Adige) un invalido di guerra, buon diavolo, di sentimenti italo-austriaci, sebbene insistesse a volte sulla germanicità del suo paese. Costui per piccoli compensi chiudeva un occhio e all’occorrenza anche tutti e due. Inoltre il Sottotenente Gianferrari, trentino, potè conoscere una Signorina del suo paese, internata, che lo aiutò molto nel procacciarsi tutti gli strumenti di fuga.

Delle cinque baracche del Campo, quattro furono veramente occupate da Ufficiali, e la quinta venne destinata ai vari servizi. Così si trasportò là il magazzino centrale dei viveri, diretto da due Capitani, che doveva distribuire le rape, le patate, le mele, (ed eventualmente la marmellata e la carne trovata fuori) alle varie baracche in proporzione del numero dei conviventi. Vi s’aggiunsero il magazzino degli oggetti vari, il laboratorio dei falegnami, la sartoria, la calzoleria, la cassa, la biblioteca, il magazzino delle legna, la lavanderia, il barbiere e infine l’ufficio di beneficenza per gli attendenti.
Il Capitano Lamberti era uno dei Direttori del magazzino centrale, il Capitano Marzoli era membro del Consiglio d’Amministrazione, il Capitano Pieri teneva la biblioteca, il Tenente Vinci aveva l’ufficio di beneficenza, il Tenente Fadigati (al quale successe il Tenente Sartirana) aveva il comando della compagnia attendenti, il Sottotenente Peronino era Aiutante Maggiore in una baracca, il Sottotenente Gianferrari era incaricato, come si è detto, dell’incetta dei viveri e delle compre fuori del Campo. Infine il Capitano Guarneri teneva la lavanderia, il magazzino delle legna e per un certo tempo anche la direzione dei falegnami. Soprattutto le cariche dei Capitani Guerrieri e Lamberti e del Sottotenente Gianferrari si rivelarono preziose.

III. – Il progetto della galleria e i primi lavori.

Ci mettemmo allora a studiare il punto di dove cominciare la galleria. Qui si presentarono le prime difficoltà. Il problema massimo era quello del dove si sarebbe messo il materiale di scarico. Poi occorreva fare le cose con la massima segretezza, non solo di fronte agli Austriaci, ma anche ai propri compagni. Anche dato che nel numero non si fosse trovato una spia, ciò che l’esperienza dimostrava e dimostrò assai difficile, nondimeno le imprudenze e gli inevitabili pettegolezzi in ambiente così chiuso, avrebbero finito col far trapelare, la notizia. Altro problema era quello del dove sarebbe sboccata la galleria. Ogni trenta metri, per tre lati del Campo, attorno al reticolato, c’era una sentinella; il quarto lato non ne aveva presso il reticolato, ma dava in un Campo di segala e in un prato rettangolare, libero da una parte verso la strada, ma limitato dall’altra parte, dirimpetto al nostro Campo, dal reticolato di un altro Campo, a sessanta metri di distanza, con sentinelle, e da un baraccone che serviva da magazzino, pure guardato da tre sentinelle, volte verso il Campo italiano. Per di più ai quattro angoli c’era una torricella di legno, alta cinque o sei metri, con una vedetta che dominava tutto all’ingiro. Bisognava sboccare non visti dal «pappagallo» (così chiamavano quella vedetta) e in modo da riuscire subito in aperta campagna. Di notte tutto il campo e specialmente il reticolato era illuminato da potentissime lampade elettriche e ad acetilene. Ultimo problema era il fosso, profondo due metri, che precedeva il reticolato e che bisognava superare. Queste le difficoltà che si presentavano per il solo uscire.
Dopo alcuni convegni dove ci consigliavamo fra noi, fu deciso di cominciare la galleria nella baracca degli uffici. Essa andava a sbucare sul lato meno vigilato dalle sentinelle, che dava subito in aperta campagna e per di più in un campo di segala, che a giugno sarebbe stata alta più di un metro e avrebbe favorito la fuga. I Capitani Guarneri e Lamberti ottennero dal Comando italiano, senza dare alcun sospetto, di trasferirsi subito là, colla scusa delle loro cariche. L’altro Capitano del Magazzino dei viveri, per necessità fu messo al corrente dell’impresa, ma poi nessun altro.
Il 12 marzo si fecero i primi assaggi a una estremità della baracca per risolvere il problema del materiale di scavo e si costruì una prima botola; il 16 se ne fece un’altra all’estremità opposta e il 17 si iniziarono definitivamente i lavori. La baracca di legno era in un prato a lieve declivio; sotto il pavimento restava un certo spazio per l’aria affinchè non marcissero le fondamenta. Tale spazio di soli venti centimetri da un lato, andava grado a grado aumentando, fino ad essere di circa sessanta centimetri all’altra estremità. Ma due secondini ispezionavano ogni quindici giorni quel tratto; bisognava dunque eludere la loro vigilanza. Per solito entravano dalla parte dov’era più spazio, si inoltravano strisciando carponi fino a metà della baracca, ma ai fermavano li non potendo più andare avanti per la troppo angusta strettoia. D’altra parte si credevano sicuri che neppure nessun prigioniero vi sarebbe andato e che non era possibile il depositarvi il materiale.
Proprio nel primo tratto lungo una ventina di metri si decise di mettere il materiale di scavo. Con mano d’artista il Tenente Fadigati costruì la botola sotto la stufa, in camera del Capitano Guarneri, alla estremità della baracca. lI Guarneri volle sempre riserbato a sè l’onore d’abitare nella camera più pericolosa. Per aprire la botola si doveva levare la stufetta di ferro, staccandola in bel modo dal tubo e schiodare la pedana di ferro su cui posava. Allora si presentava il taglio rettangolare.

Bisognava quindi levare cinque assicelle disposte l’una presso l’altra e s’entrava nell’oscuro pertugio. Occorrendo poi mantenere la giusta successione nel rimetterle, erano numerate. Il Sottotenente Osella, avanzo della presa di Monte Nero, piccolo e membruto, iniziò lo scavo. Il primo materiale fu accumulato in alcune secchie e la sera a buio portato fuori e disteso in bel modo nel campo vicino. Fatto così nel terreno un primo solco di circa venti centimetri, oltre i venti centimetri d’aria fra il suolo e il pavimento, il tenace Alpino si cacciò in quella strettoia e raspando colla paletta della stufa approfondì il solco, e con un arnese a T formato da un paletto con una assicella trasversale, cominciò a distender la terra ai due lati e spingerla in là quanto più poteva. Lo seguì nella fatica il Tenente Gastaldi, altro piemontese, altro veterano di Monte Nero e anch’egli costruttore della galleria di Sigmundsherberg l’anno precedente. Ormai una delle più gravi difficoltà, quella di cominciar ad aprire il passaggio, era vinta: gli altri seguirono le ben segnate orme.
In breve fu aperto un passaggio nei primi dieci metri. Per altri dieci, ossia fin dove ai doveva arrivare con la costruzione dei camminamenti a un terzo della baracca (in lunghezza), si strisciò carponi in una strettoia terribile che toglieva il respiro e faceva temere a volte, specialmente ai più tarchiati, come il Guarneri, di non essere più capaci di andare nè avanti nè indietro. Così si giunse fin dove non osavano arrivare i guardiani austriaci, e si pose mano al camininamento trasversale, gettando la terra tutta dalla parte dove il terreno andava digradando e lasciando più spazio libero. In seguito il Sottotenente Osella, per la botola all’altra estremità della baracca si spinse dal lato dov’era lo spazio percorribile, presso il camminamento e distese con grande abilità la terra in modo da far credere ad un osservatore non troppo accurato, che in quel punto il terreno salisse naturalmente e non lasciasse all’aria che uno spazio minimo e insufficiente del tutto per depone dei materiali. E infatti nelle visite quindicinali, gli Austriaci si fermarono sempre li presso, convinti che più in là non poteva essere luogo ad inganno. Subito dopo invece cominciava il lavoro.
Il lavoro, dopo i primi due o tre giorni, era stato ben ordinato. Erano già formati i gruppi di due, tre o quattro persone, in cui ci saremmo divisi al momento della fuga (quello del Guarneri era formato oltre che da lui, dal Lamberti e dal Sottotenente Porto); ma nonni s’attenne a tal divisione, e si tenne conto invece delle particolari attitudini di ciascuno. I compagni furono per allora distribuiti in tre gruppi; l’orario era dalle due alle sei pomeridiane, più mezz’ora per entrare ed altra mezz’ora per uscire.
Il numero e la composizione delle squadre variò molto spesso. Fino a tutto maggio, salvo eccezioni, lavorò una squadra al giorno. I componenti di essa s’avvicinavano alla spicciolata per non dare nell’occhio, arrivavano alla camera del Guarneri, bussavano in un modo stabilito entravano nella prima stanza e poi dov’era la botola. Quasi sempre si teneva di fuori un servizio di vigilanza composto di cinque o sei persone, per impedire le sorprese. Costoro passeggiavano o stavan seduti in certi posti d’accesso, discorrevano o fingevan di lèggere. Nella cameretta della botola i lavoratori si mettevano in costume: una camicia vecchia, un paio di pantaloni o di mutande fuori uso, un paio di scarpe vecchie o di pantofole e le ginocchiere. Certuni più animati, avevano anche una specie di papalina e delle calze fantasia. Tale era l’abbigliamento; e l’indossare l’abito di fatica destava una certa allegria. Tutti questi costumi a lavoro finito restavan giù di sotto. La sera bisognava poi spazzare con cura e lavarsi e pettinarsi a modo, perchè i capelli erano pieni di terra. L’attendente del Capitano Guarneri e Lamberti, un friulano assennato, padre di famiglia e sui trentacinque anni, accuratamente scelto, venne di necessità messo al corrente del lavoro, ma senza che ve lo facessimo partecipare, date le ben più gravi rappresaglie che come soldato semplice avrebbe dovuto subire se la cosa si fosse scoperta dagli Austriaci.
Risolto il problema di impedire agli Austriaci di scoprire il deposito del materiale, si lavorò con meno incomodo e approfondimmo un po’ il solco d’accesso al camminamento vero. Finito il primo tratto in fondo, trasversale, ai cominciò a risalire, costruendo con lavoro simultaneo i due lati maggiori del rettangolo.

IV. – Nuove difficoltà superate..

A questo punto si affacciò impellente il problema dell’illuminazione del sotterraneo. Per il primo solco era bastato il senso tattile; per il primo camminamento s’erano trovate nel legno e nel cartone molte fessure che lasciavano passare luce dall’esterno; ma ora, proseguendo, queste non si trovavano più ed era anzi opportuno mascherare anche le altre. L’illuminazione ad olio od a petrolio ci esponeva a molti guai: la facilità di estinzione, il puzzo, il pericolo di incendi. Si decise di illuminare tutto a luce elettrica. Ma occorrevano trenta metri di filo almeno. II Gianferrari informò che costava diciotto corone al metro; un cinquecentocinquanta corone dunque, senza le spese accessorie. Il prezzo parve eccessivo a tutti e specialmente al Guarneri, non perchè fosse tirchi (era anzi tutto l’opposto) ma perchè non voleva favorire in tale e tanta guisa l’industria nemica. S’impegnò lui di trovare almeno i due terzi del filo occorrente.
Di sera andò nelle latrine e mutò la disposizione delle lampade, guadagnando così molto filo e ciò senza essere mai visto, poi fece lo stesso lavoro nelle camere dei compagni  e nei loro uffici e con tale abilità che sebbene da ogni posto ricavasse ottanta centimetri almeno di filo, nè Austriaci nè Italiani si accorsero mai dei suoi accorciamenti. Non solo, ma una mattina fu chiamato da un Sottotenente, perchè impedisse colla sua autorità e il suo grado, ad un Tenente dei Bersaglieri di togliere del filo elettrico da un cesso. Subito dopo fece l’attacco del filo all’interruttore della sua camera. Le camere erano a doppia parete di legno, con un vano di sette od otto centimetri fra le due serie di assi. L’interruttore appoggiava sopra una di queste: il Guarneri la levò, la bucò, fece passare così il filo nel vano delle due pareti, poi rimise a posto l’asse. La cosa fu fatta così bene, che egli potè ad un compagno chiedere che gli dicesse dov’era l’attacco, senza che questi riuscisse a indovinarlo. Le lampade e gli accessori vennero quasi tutti comperati in paese dal Gianferrari insieme con una piccola quantità di filo.
E nel frattempo il baldo trentino lavorava a procurar guide e carte e alla fine potè dare alla comitiva la Guida tedesca del Baedeker per le Alpi austriache (edizione preziosa, ricca di carte e piani e fuori commercio dal principio della guerra). La profuga trentina anche in questa occasione mostrò ardire e patriottismo. Essa riuscì ad ottenere dalla Polizia austriaca il permesso di recarsi, con falsi pretesti, prima due volte a Linz poi a Innsbruck, ove girò invano e con grave rischio per varie librerie. Infine ebbe la ventura di incontrare un Deputato italiano del Trentino che le fornì il Baedeker. I compagni duraron fatica a far sì che la loro benefattrice, la quale pur si trovava in condizioni finanziarie ristrettissime, accettasse almeno la spesa del biglietto di viaggio. Frattanto cogli acidi comperati in paese si poteva iniziare la riproduzione fotografica delle carte del Baedeker e del Freytag, fornendone tutti i membri della lega che prima alla meglio le avevan ricopiate a mano.
Alla metà di maggio il rettangolo di camminamento lungo circa sessanta metri e profondo, tenuto conto dello spazio libero sotto il pavimento, da sessanta a ottanta centimetri, era ultimato. Il paziente lavoro eseguito colla paletta della stufa e colla pala a T assicurava spazio più che sufficiente al deposito dei materiali. Si era superata anche un’altra difficoltà. Ogni quindici giorni un Ingegnere austriaco, un imboscato in divisa di caporale, veniva per le camere a visitare i pavimenti. La visita era quanto mai rapida e superficiale, ma lo spiritoso tedesco l’accompagnava con balletti, al fine di sentire se il pavimento cedeva un po’ per l’eventuale mancanza di sostegni asportati per la costruzione d’una galleria qualsiasi. L’occhialuto alemanno non voleva rendere manifesta la sua indagine e alzava la testa, guardava il soffitto, domandava se per caso piovesse dentro e cominciava a ballonzolare con aria distratta. Finita la danza se ne andava accompagnando il saluto con un sorriso da idiota. Come si vede l’uomo era intelligente ed arguto, ma bastarono pochi paletti opportunamente collocati per mostrare al perito tecnico che nulla, assolutamente nulla, c’era d’irregolare!
L’impresa pareva ormai andare a gonfie vele. I pacchi arrivavano regolarmente e si potevano fare sufficienti riserve di viveri. Il Guarneri ne aveva ricevuti tanti dall’Italia e dalla Svizzera, da restare indietro in tutto il Campo al solo Conte Vinci, ma di ben poco. Le scarpe erano state ben riparate e chiodate dal calzolaio del Campo. Alcuni degli associati mancavano di sacchi da montagna, ma il Guarneri risolse subito il problema strappando dagli uffici le tendine contro il sole, di tela russa fortissima. Di piena sottrazione pare si accorgesse un caporale austriaco, ma il Guarneri rispose subito attribuendola ai Serbi che avevano abitato il Campo prima degli Italiani e anzi si lamentò che non fossero ancora state rimesse! L’Austriaco non aggiunse verbo ed anche le tendine ed altri oggetti comodi alla comitiva, che scomparvero in seguito, vennero di comune accordo attribuiti all’opera devastatrice dei prigionieri serbi.

V. – Il più grave ostacolo.

Si doveva ora iniziare la galleria vera e propria.
E ora cominciano le dolenti note! La galleria di Sigmundsherberg era in terreno compatto, che richiedeva un armamento minimo: inoltre non occorreva approfondir molto, mancando il fossato in prossimità del reticolato. Il terreno di Aschach invece non poteva essere più disadatto al lavoro: era tutto formato da sedimenti di sabbia, ghiaia e ciottoli, coperti da uno strato in prevalenza argilloso d’un metro scarso di spessore. In quell’argilla s’era scavato il camminamento, senza bisogno di armar le pareti, ma ora appena si incominciò a scendere, si trovò la ghiaia infesta, umida e franosa oltre ogni peggior previsione. Questo era il vero guaio, non compensato dal fatto di non dover lottare contro la mancanza d’aria, come s’era dovuto a Sigmundsherberg. Che fare? Di corrompere le sentinelle, cosa facile in altri Campi dove la fame urgeva, non si poteva parlare ad Aschach, uno dei posti dell’Austria dove si sentivano meno gli effetti della carestia per la fiorente agricoltura. Le sentinelle erano poi quasi tutte austriache e del posto, gente fidata, che oltre ad essere animata da un certo spirito di patriottismo, amava godersi il canonicato di un posto dove ancora si mangiava, presso le proprie famiglie, senza correre altri rischi.
Si tenne uno dei soliti consigli di guerra e si decise di fare assaggi in altre parti della baracca profittando della vecchia botola. Ma anche trovato il terreno migliore, dove si sarebbe messo il materiale di scarico? Si pensava di lavorare giorno e notte alla disperata, subito dopo una visita quindicinale degli Austriaci, sperando di terminare i lavori entro due settimane, e di gettare intanto lo scarico nel tratto dov’era un’altezza di sessanta centimetri. Ma gli assaggi dimostrarono che il terreno era tutto eguale: uno strato di argilla e poi sabbia. Che fare? Si tenne un altro consiglio di guerra e si proposero due metodi: o approfondire lentamente armando di continuo, fino a tre metri sotto terra (il fossato, di sezione triangolare, era alto e largo due metri) e poi risalire, o andare invece in linea retta per dieci metri circa, fino al fossato tenendosi a ottanta centimetri soltanto di profondità, profittando dello strato d’argilla compatta che permetteva di scavare con comodo e poi di armare, mentre invece la sabbia franava tutta immediatamente. Giunti al fossato si sarebbe costruito un pozzo e una traversa di soli quattro metri sotto il fossato e poi si sarebbe fatto l’altro pozzo di sotto in su, che ci doveva portare nel sospirato campo di segale.
Prevalse il secondo consiglio. Certo nocque ai cospiratori la mancanza tra essi di un vero tecnico. Non v’era altro che il Sotto tenente Gianferrari, laureando in ingegneria, intelligentissimo e colto, ma non ancora uscito dall’ambito degli studi teorici; egli poi aveva deciso di tentare la fuga travestito e con documenti falsi insieme col Capitano Marzoli e d’usufruire della galleria solo nel caso che, ripresi nel loro primo tentativo, fossero riportati ad Aschach e messi agli arresti. Le camere degli arresti non erano lontane dalla camera del Guarneri; al momento buono si sarebbe allungato di alcuni metri il camminamento e si sarebbero liberati i due compagni, sollevando dal di sotto il pavimento della loro prigione. Ma intanto fra breve e quando più bisognava l’opera sua, il Sottotenente Gianferrari sarebbe venuto a mancare.
In un nuovo consiglio di guerra tenuto affrettatamente e solo da alcuni, si pensò se non fosse stato il caso di interrogare un Tenente dei Bersaglieri bolognese, volontario di guerra, Ingegnere già da alcuni anni, persona distintissima che di lì ad una settimana sarebbe tornato in Italia come invalido. Con improvvida decisione si stabilì di non chiedere i suoi consigli per timore che finisse col propalare la notizia. Il Guarneri credeva di poter supplire a tutto con la sua ferrea volontà e il suo senso pratico.
Si cominciò il lavoro, approfondendo fino ad avere ottanta centimetri di terreno sopra di noi. Il pertugio era largo ottanta centimetri e alto sessanta, più cunicolo che galleria. Si poteva scavare con comodo valendosi di un piccone che i Sottotenenti Osella e André avevano asportato dal magazzino austriaco di Sigmundsherberg penetrandovi con chiave falsa. Era però prudente armare tutto. Il magazzino dei legnami e la falegnameria (che costruiva specialmente casse per bagagli da Ufficiali) fornirono le tavole necessarie, nonchè i paletti per fare i telai. Il Guarneri avendo ottenuto di uscire col Gianferrari aveva potuto fare entrare nel Campo un intero carro di tavole: chiodi, viti, cacciaviti, filo di ferro vennero riforniti continuamente dal Gianferrari. Il caporale atesino era oramai così amico che una volta lasciò per due ore liberi del tutto il Guarneri e il Gianferrari. Dopo la catastrofe della galleria fu mandato sotto processo.
Il lavoro tornava a procedere rapido, gli animi si riconfortavano. Altre piccole difficoltà erano superate. Il Tenente Fadigati costruiva due carrettini a cassetta con rossi rulli di legno invece di ruote: nella galleria venne messo un pavimento di legno, perchè sulla sabbia i rulli scorrevano male. In tal modo lo scarico del materiale nei camminamenti avveniva nel modo più rapido. Le funzioni erano meglio definite: v’era una «perforatrice » ossia uno che faceva lo scavo, con un aiutante, quattro persone per spingere i carrelli, caricarli e scaricarli, due per fare i rivestimenti e le armature. I fili della luce elettrica venivano prolungati via via che il lavoro avanzava.

VI. – La comitiva dei « cannibali ».

Nuovi prigionieri erano frattanto arrivati e il Colonnello italiano comandante del Campo ordinò allora che costoro andassero nella baracca dov’erano gli uffici a occupare le numerose stanze ancora vuote. Ciò poteva nuocere alla segretezza del lavoro.
La camera del Guarneri aveva un passaggio obbligatorio attraverso la camera vicina. Fino allora il Guarneri e il Lamberti avevano potuto ottenere tutte e due le camere, ma ora il Colonnello ordinò che si restringessero in una e lasciassero l’altra ai nuovi venuti. In seguito a un consiglio di guerra fu stabilito di mettere a parte dell’accaduto il Colonnello comandante del Campo e il Tenente Colonnello comandante della baracca. Il Tenente Colonnello Gherardi del 134° fanteria si meravigliò, ma elogiò i cospiratori e disse che se non era ammalato avrebbe tentato egli pure la fuga. Il Colonnello Taddeini rimase turbato e volle l’assicurazione, come pure il Tenente Colonnello, che qualora la cosa fosse scoperta, gli amici confermerebbero alle autorità austriache che i Superiori non ne sapevano nulla. Per non impressionare poi il Campo con un passaggio di tutti i « cannibali » ovvero sia gli « Alpini » alla baracca degli uffici, il Colonnello ordinò che tutti gli Ufficiali aventi una carica si trasferissero in quella baracca.
L’appellativo di «cannibali» era in origine proprio di uno solo degli Alpini, il Sottotenente Porto di Vicenza, discendente del Conte Da Porto, il novelliere e storico cinquecentista, primo autore della Giulietta e Romeo. Anch’egli conservava, forse per atavismo, una gran vaghezza di viaggio d’avventure che l’aveva portato prima in Albania e nel Montenegro, poi al Messico, più tardi nelle Argonne e da ultimo, a trentacinque anni, volontario di guerra sui suoi Altipiani. La sua attività non s’era fermata colla prigionia e l’anno prima aveva lavorato alla galleria di Sigmundsherberg. La sua modestia era tale che egli, decorato con medaglia di bronzo al valore, non s’era mai messo il nastrino azzurro, dicendo di non avere mai fatto altro che il proprio dovere. A poco a poco la lusinghiera denominazione s’era estesa a tutti i componenti la comitiva, per il loro appetito pantagruelico e per quella serenità di spirito che, malgrado tutto, stoicamente conservavano. Ma il Guarneri andava innanzi a tutti e ormai era conosciuto universalmente sotto l’appellativo di « capo-cannibale ».
In seguito all’ordine del Colonnello la camera contigua a quella del Guarneri e del Lamberti fu dunque occupata, senza che la cosa desse nell’occhio, dal Capitano Neri bibliotecario e dal Tenente Vinci preposto alla beneficenza. La camera vicina a quella del Guarneri, dalla parte opposta, fu occupata dal Gianferrari e dal Tenente Sartirana, comandante la compagnia degli attendenti. La camera attigua a quella del Neri serviva a uso di ripostiglio. E così anche questo pericolo fu scongiurato.
In quei giorni il Capitano Marzoli ottenne di partire per l’Italia come invalido e la lega venne a perdere uno dei suoi membri più equilibrati e intelligenti. I compagni gli offrirono una cenetta d’addio terminata con un brindisi augurale che commosse tutti i presenti. Il Gianferrari privo così del suo compagno di fuga, non desistè dal suo progetto e decise di cimentarsi da solo.
Ormai eravamo alla buona stagione e ai presentava un altro guaio: cominciavano le fughe isolate, d’impazienti o di inesperti o di fatui, senza alcuna preparazione e non approdavano ad altro che ad aumentare i rigori e la sorveglianza del Campo. Un Aspirante d’artiglieria, giovanissimo e coraggioso, ma impulsivo e impreparato, senza carte e senza denaro, senza viveri, aprì la serie delle fughe. Dopo tre giorni fu ripreso. Ma questa prima fuga insospettì gli Austriaci, che ordinarono un appello straordinario, nel cortile del Campo anzichè camera per camera. Nel cortile gli Ufficiali furono divisi in varie schiere e si cominciò l’appello successivamente. Guarneri si mise a passare da una colonna all’altra per far confusione e impedire agli Austriaci di farlo bene. Alla fine venne scoperto e severamente redarguito. Ci furono fischi ed urli. Il Colonnello austriaco comandante il Raggruppamento dei prigionieri fece entrare la guardia nel Campo; i fischi aumentarono. Disse: « Chi ha fischiato faccia un passo avanti ». Tutti lo fecero. La cosa finì li per allora. Il Colonnello austriaco proibì la passeggiata per due settimane; quello italiano presentò una protesta scritta. Questi incidenti obbligarono i compagni a una vigilanza sempre maggiore; si raccomandò al Guarneri di star tranquillo, di non esporsi inutilmente, perchè ai membri della cospirazione conveniva mostrarsi quieti e docili; in seguito avrebbero provato di saper fare, a differenza dei loro predecessori serbi, qualche cosa di più che semplici chiassate.
E così si giunse all’inizio del primo pozzo. Il primo tratto era ben riuscito; però c’era stata una deviazione verso destra, che allungava il percorso di un metro almeno; ma era un guaio piccolo. Si cominciò ora a scavare rivestendo subito dopo le pareti. Si era quasi in fondo, ossia ci eravamo approfonditi per circa due metri, quando nel fare l’ultimo scavo, essendosi proceduto un po’ troppo senza rivestire, il terreno dalla parte del fossato franò e lasciò un vuoto di circa trenta centimetri, riempiendo per un terzo il fondo del pozzo. Il Sottotenente Osella giudicava ormai impossibile di proseguire. Il Guarneri e il Tenente Gastaldi non si dettero per vinti: levarono il primo rivestimento e lo portarono trenta centimetri avanti, poi sgombrarono il materiale e armarono adagio adagio, a piccoli tratti, fino in fondo. Il pozzo fu a termine; era riuscito di forma rettangolare, lungo all’imboccatura un metro e mezzo circa, largo sessanta centimetri, profondo due metri e venti.
A questo punto una comitiva di sette od otto Ufficiali subalterni cominciò, senza preparazione di sorta, la costruzione di una galleria in un’altra baracca depositando il materiale nel sotterraneo dove c’era più spazio e facendo assegnamento solo sulla rapidità del lavoro. Il Guarneri fu invitato a partecipare all’impresa, anzi a dirigerla, ma si rifiutò e cercò di persuaderli a desistere. Non fu ascoltato e i a cannibali n temettero che la prossima scoperta di tale galleria inducesse gli Austriaci a far visite molto accurate ai sotterranei e pavimenti delle baracche. Pochi giorni dopo il lavoro della seconda galleria fu sospeso per il continuo franare del terreno; perciò, rimessa ogni cosa a posto nel miglior modo per ovviare al malanno, in quella baracca si tornò tranquilli.
Tutto il Campo però sapeva dell’accaduto e si sospettava forte che in quella baracca un Ufficiale italiano fosse una spia; sicchè gli Austriaci potevano essere informati da un momento all’altro. Bisognava adunque affrettare i lavori. Tre subalterni dei Bersaglieri, fra le persone più serie e volonterose del fallito tentativo, tornarono dal Guarneri e lo scongiurarono ad aiutarli: si mettesse a capo di un nuovo tentativo più serio e se ce n’era uno serio già in corso, consentisse anche a loro di parteciparvi. Un consiglio di guerra decise di ammetterli. Possiamo pertanto dare un elenco completo della balda compagnia dei « cannibali »:

Capitano: Guarneri Enea di Passirano (Brescia), 2° Alpini;
» Lamberti Arno di Codogno (Milano), 2° Alpini;
“ Marzoli Luigi di Casalecchio (Bologna), 5° Alpini;
» Pieri Piero di Sondrio, 7° Alpini;
Tenente: Fadigati Giovanni di Parma, Savoia Cavalleria 212a Batt. Bom.
“ Vinci Luigi di Roma, 25° Art. Camp. 212a Batt. Bomb.
» Gastaldi Francesco di Aosta, 4° Alpini;
» Sartirana Luigi di Milano, 8° Alpini;
» Talmone Michele di Pinerolo, 2° Alpini;
» Spagnolo Vittorio di Brescia, 7° Bersaglieri ciclisti;
» Ruspa Carlo di Cameri (Novara), 5° Bersaglieri;
Sott.-ten.: Peronino Piero di S. Benigno Canavese (Torino), 4° Alpini;
» Gianferrari Prospero di Rovereto, 5° Alpini;
» Porto Luigi di Vicenza, 6° Alpini;
» Osella Angelo di Mezzenile (Torino), 3° Alpini;
» Andrè Albino di Torino, 4° Alpini;
Aspirante: Cornagliotti Mario di Torino, 4° Alpini;
» Rizzo Giovanni di Verona, 8° Bersaglieri.

VII. – Massime difficoltà e supremi sforzi.

Subito dopo, il 14 giugno si ebbe una notizia improvvisa: una decina di Ufficiali erano trasferiti al Campo di Komarom in Ungheria. Fra questi v’erano il Guarneri e lo Spagnolo. Non si sapeva che si trattasse di uno Strafelager (Campo di punizione); ad ogni modo il trasferimento improvviso appariva come una punizione. Si pensò subito che fosse una conseguenza dell’incidente della fine di maggio, all’appello straordinario del colonnello austriaco. Il Guarneri, sebbene in cuor suo ne fosse molto scosso, pure si mostrò calino al solito e disse che era dolente della cosa per varie ed ovvie ragioni, ma che sapeva affrontare la sorte e seguire tranquillamente il suo destino. Molto abbattuti furono invece i compagni, che perdevano in lui il cooperatore più attivo e tenace.
Senonchè proprio al momento della partenza, venne un contrordine che rimandava di cinque giorni la partenza. Il Guarneri credè di aver visto la sua salvezza: propose che il lavoro fosse intensificato, in modo da poter fuggire entro una settimana; gli ultimi due o tre giorni per la peggio, si sarebbe nascosto insieme con lo Spagnolo, sotto la baracca; tanto aveva ormai il sacco da montagna pronto con tutto l’occorrente. Gli Austriaci, probabilmente, avrebbero creduto ad una fuga durante la passeggiata.
Il lavoro venne dunque ripreso con la massima energia; si formarono tre squadre che si davano il cambio ogni sei ore lavorando di giorno e di notte. Restavamo liberi all’ora dell’appello e del pranzo perchè una prolungata assenza dalla mensa sarebbe stata di certo notata. Ma ora cominciava il lavoro veramente difficile: i quattro o cinque metri sotto il fossato. Bisognava assolutamente impedire ogni frana, perchè esso era ispezionato colla massima diligenza dagli Austriaci di giorno e di notte. Il fosso infatti avrebbe potuto fornire il più sicuro indizio di qualsivoglia galleria sottostante.
Il Gianferrari consigliò di spinger le tavole, riducendole non più lunghe di un metro e assottigliandole a una estremità perchè entrassero meglio, dentro la sabbia adagio adagio per una profondità di almeno quaranta centimetri, prima le tavole laterali, poi quelle della volta, infine quelle del pavimento, in modo da formare una specie di tubo di legno cacciato dentro la sabbia. Una volta dentro le assi, si doveva levare la sabbia soltanto un venti centimetri, mettere un telaio provvisorio, quindi spingere le tavole sempre più in dentro, levare altro materiale, mettere un altro telaio provvisorio e così di seguito. Messe poi le tavole per tutta la loro lunghezza, erano da fissare con chiodi i due telai, e si doveva procedere allo stesso modo colla nuova serie di tavole.
Per spingere le assi a questo modo nella sabbia era inevitabile fare del chiasso battendo, ma a questo si ovviò coll’aumentare il servizio di vigilanza. Mentre si faceva quest’opera si teneva d’occhio la sentinella austriaca che di giorno stava sul «pappagallo », ma di notte scendeva spesso e si metteva a passeggiare in su e in giù ai piedi della sua torricella per una decina di metri, lungo il reticolato. Quando essa era piuttosto innanzi, si passava sommessamente la voce e si faceva buio nella galleria girando l’interruttore della camera del Guarneri; quando tornava indietro si riaccendeva la luce. Quelli al lavoro comprendevano. La stessa precauzione bisognava usare quando passava la ronda lungo il reticolato, ogni mezz’ora; e allorchè passava, pure ogni mezz’ora, l’ispezione al fossato e anche quando qualche solitario e malinconico collega italiano passava a tarda sera sopra i lavori.
Ma per tutto questo l’opera era resa più lenta. Eppure il rumore era il guaio minore. Due altri ne sopraggiungevano imprevisti, durante il lavoro. La base del primo pozzo era riuscita un po’ inclinata all’ingiù anzichè orizzontale, ma non si voleva correggere questo, difetto che sembrava leggerissimo per evitare una frana. Prima conseguenza fu che non si poterono spingere le assi del pavimento orizzontalmente (-risultarono un po’ inclinate verso il basso, quando se mai, sarebbe bisognato inclinarle verso l’alto. Sulle prime non ci si badò molto, ma poi, non riuscendosi a correggere la pendenza, che piuttosto crebbe quando si posero le tavole successive, finimmo col fare un piano inclinato che portò la base del secondo pozzo a quasi cinque metri di profondità. Questo guaio che soltanto in seguito venne misurato in tutta la sua gravità, non fu il solo.
Fatto il primo metro di galleria, nel secondo metro questa riuscì un poco più stretta giacchè nel piantare le nuove assi non si mantennero le stesse misure di altezza e di larghezza stante l’impedimento dei telai. Si continuò a restringere via via nello stesso modo e il cunicolo divenne, per dir così, a canocchiale. Mentre nel tratto prima del pozzo, come s’è detto, era orizzontale e largo ottanta centimetri e alto sessanta, nel secondo tratto dopo il primo pozzo risultò alla fine un vero budello e per di più in discesa; specialmente l’uscirne era faticoso e difficile, perché bisognava risalire all’indietro, col corpo completamente disteso, urtando nei paletti del telaio. Si dubitava molto di poter al momento della fuga spingere avanti in questo tratto un sacco tirolese rigonfio e si pensava già di dividere il contenuto e riunirlo poi nel secondo pozzo, ciò che avrebbe disturbato e ritardato molto la fuga.
Altro problema diventava quello del trasporto del materiale di scarico. I carrelli arrivavano fino all’imboccatura del primo pozzo. S’era fatto un altro carrello, ma assai più piccolo, che si tirava da un capo all’altro della strettoia con una funicella; poi con una paletta si portava la sabbia all’orlo del pozzo e ai riempiva il carrello grande. L’insieme funzionava male. Il nuovo carrello, come si è detto, era molto piccolo, perchè riuscendo troppo faticoso e molesto lo spinger un carrello in quella strettoia, s’era dovuto fare anche minore di quanto avrebbe consentito l’esiguo spazio, per poterlo tirare in salita con una fune non tanto grossa (chè di più grosse al momento non se n’erano trovate). Inoltre mentre nella prima galleria i telai erano solo di tre lati e non traversavano il pavimento, qui s’erano dovuti fare più robusti e quindi completi; ma in questo modo intralciavano continuamente la corsa al carrello. Per questa ragione anche il trasporto del materiale era diventato assai lento.
Pure si proseguiva, la fede non veniva meno, I turni di lavoro erano ridotti a sole due ore e le funzioni assegnate a seconda delle più o meno spiccate attitudini. Il Guarneri era di fatto a capo delle « perforatrici ». Passarono intanto i cinque giorni e nessuna chiamata veniva da Komarom. Ciò faceva sperare sempre meglio. I tre bersaglieri non volevano essere da meno degli alpini. L’Aspirante Rizzo, volontario di guerra, studente di Lettere e scolaro di Giovanni Ber-tacchi, sapeva bravamente alternare una meditazione sul Leopardi o sulle opere minori del Machiavelli con due ore di spinte, dei carrelli per il camminamento, esercizio questo che gli ricordava la sorte dei prodighi e degli avari nell’inferno dantesco. Il Tenente Ruspa, robusto e volonteroso, era un ottimo aiutante delle «perforatrici ».
A questo punto il Gianferrari credette venuto il momento d’eclissarsi. Per non nuocere al Campo, non fuggi mentre era in servizio coll’italo-austriaco a far compere per tutti quanti, ma venne alla passeggiata e lì, eludendo la vigilanza di otto segugi con tre graduati e un Ufficiale che accompagnavano a spasso una quindicina di Ufficiali, si ficcò in una macchia e gli Austriaci non si accorsero della sua mancanza che il giorno dopo a mezzogiorno. Ciò parve di buon augurio. Il Capitano Lamberti passò intanto nella camera vicina, al posto del Gianferrari e il Guarneri restò solo gelosamente nel suo vecchio posto. Nella camera attigua continuarono ad abitare il Pieri e il Vinci.

VIII. • Prossimi alla meta.

Bene o male il fossato era superato; si credeva anzi di essere già all’altezza del reticolato (mentre si vide poi che sì era ancora un mezzo metro di qua). Ancora pochi giorni e saremmo stati davvero sulla via della libertà: tutto, viveri, carte, bussole erano pronti, ben nascosti nei vani delle doppie pareti di legno delle camere, che avevano salvato ogni cosa dalle visite e dalle perquisizioni mensili. Si credeva d’essere meno bassi quasi di un metro e più innanzi d’almeno mezzo metro; ci ritenevamo perciò molto prossimi alla fine.
Si lavorò adesso a fare un largo vano dove cominciare il pozzo in salita, anzi i pozzi, perchè si era deciso dì fare un primo pozzo, poi un tratto trasversale dì un metro e infine l’ultimo pozzo che avrebbe dovuto sboccare nel campo di segale a un metro almeno dal reticolato: il pozzo liberatore!
Il Guarneri lavorava quasi con furore, non badando nè ad economia di denaro, nè di forza, senza timore di far più degli altri e senza fisime pel suo grado di Capitano. E in verità appena arrivato ad Aschach, nei dati della Cancelleria austriaca del Campo aveva messo, lui, laureando in Agraria, «di professione contadino :i!
Pareva ora al Guarneri che il terreno diventasse migliore, meno friabile, più sicuro. Eravamo ormai al 22 giugno. Le notizie del grande insuccesso austriaco sul Piave, pure attraverso la stampa nemica, giungevano ad allietare il cuore di quelli che anelavano di tornare a combattere, di riaffrontare i rischi e le incognite della guerra; gli animi si riempivano di rinnovata speranza. Chi non ha vissuto le ore di angosciosa tristezza della prigionia, difficilmente potrà comprendere quanta poesia fosse in quella speranza; come l’animo vi sì abbandonasse volentieri riuscendone più forte, più temprato e deciso, come altri fantasmi di gloria balenassero alla mente ansiosa di nuovi cimenti. Anche a distanza, non si possono ricordare senza commozione certi momenti e se l’amarezza dell’insuccesso e il dolore dell’impreveduta sciagura poterono per un istante far balenare un pensiero doloroso sulla inutilità e vacuità di certi sforzi, subito dopo l’animo ne usci sollevato e fiero; e anche ora, colla serenità di chi ha coscienza di aver compiuto il proprio dovere, ricorda quell’impresa e crede che sia valsa la pena d’aver tentato!
Appunto la sera del 24 giugno, quando il pozzo in salita si era già scavato per più di un metro, al Guarneri che lavorava in ginocchio, cadde una piccola frana sul capo. Sebbene egli dicesse che non era nulla, pure dovette, lui sempre attivo e instancabile, lasciare il lavoro per più di un’ora gettandosi sul letto. La cosa fece una certa impressione. Il tenente Gastaldi propose che si costruisse una specie di staccio di legno a maglie quadrate di dieci centimetri di lato e si facesse lo scavo di sotto in su con quello schermo, per impedire che cadesse una gran quantità di materiale tutta d’un colpo. Ma si sarebbe perso tempo a costruire quell’arnese, il quale avrebbe poi reso più lento lo scavo. Il Guarneri, sprezzante del pericolo, disse che non occorreva niente, che lui si sarebbe subito procurato da un compagno un elmetto di fanteria e che quel riparo bastava. Mancò il tempo di fare nuovi esperimenti!

IX. – L’improvvisa catastrofe: Helden! Helden!

Il 25 giugno alle 16 ricominciava il turno del Guarneri. Avendo i compagni che lo precedevano voluto finire una certa quantità di lavoro, egli incominciò mezz’ora più tardi. Al Tenente Spagnolo che lo aveva preceduto come «perforatrice » erano cadute addosso dalla volta due frane molto piccole, che egli agilissimo e snello aveva schivate tutte e due. Quando il Guarneri gli dette il cambio, restava nel pozzo un po’ di terra di scavo, che per la deficienza del carrellino non si era potuta trasportare. Il Guarneri avrebbe dovuto aspettare che quella sabbia fosse portata via, perchè d’ingombro nel già ristretto spazio. Fino allora si era fatto lo scavo adagio adagio, in modo da poter sempre mandar via la sabbia che veniva estratta. Ma questo sgombro rallentava il lavoro e il Guarneri si mise a scavare e continuò per un certo tempo, dicendo che il materiale si sarebbe mandato via tutto in una volta. Mostrava secondo il solito un assoluto disprezzo del pericolo; anche prima, alle obiezioni del Tenente Gastaldi aveva risposto dandogli del » cacadubbi »!
In questo modo s’era accumulata ai suoi piedi una certa quantità di terra. Per la strettezza del pertugio e la grossezza e robustezza del Capitano, che lo traversava sempre con sforzo, questa terra formava una vera e propria chiusura. A un tratto si ebbe un piccolo scivolamento di sabbia. Il Guarneri non se ne diede per inteso: continuava a grattare colla paletta l’infida sabbia che pareva lo allettasse più e più per tendergli un agguato. Un momento dopo una vera frana si staccava di sopra, investiva il povero Guarneri e riempiva il fondo del pozzo giungendogli fin sopra alla cintola. Il Tenente Vinci che gli faceva da aiuto ed era con la testa e le spalle nel pozzo, col resto del corpo nel cunicolo, potè appena evitare la disgrazia. La frana fece anche spegnere la lampadina elettrica che era nel pozzo.
La condizione del capitano Guarneri divenne davvero terribile e angosciosa. Si trovava tutto al buio, cinque metri sotto terra, con un ammasso di ghiaia che poteva franargli addosso. Liberarlo dalla ghiaia e al più presto era cosa difficilissima dal cunicolo, perchè essendo ostruito il pozzo, non c’era libertà di movimento in quella strettoia, per riempire il carrello di sabbia e mancava la luce.
Portar via colle mani la sabbia dovendo rifare all’indietro e all’insù la strada del pertugio, coll’ostacolo dei telai, sarebbe stata cosa difficile e lentissima. La ghiaia che si poteva raccogliere a bracciate rimaneva per metà sparsa lungo il cammino, rendendolo ancora più stretto e obbligando a continue puliture del pavimento. A ciò si aggiunga la nervosità e l’orgasmo da cui tutti più o meno furono presi.
L’unico che in quel tragico momento nulla perdè della sua calma, ma anzi mostrò un dominio di sè e una serenità di spirito da sbalordire, fu il Guarneri, imprigionato in quell’antro che avrebbe dovuto fra breve aprirgli la via alla luce e alla libertà e che ora poteva divenire da un momento all’altro la sua tomba. Se fosse statoli presso qualche suo compagno di combattimento avrebbe di certo riveduto in lui l’intrepido Alpino del Passo della Sentinella in Cadore, preso con fulmineo slancio al principio della guerra, di Monte Rosso, dove in furioso corpo a corpo aveva ricacciato il nemico, penetrato nella trincea, del Rombon, dove, nell’azione del settembre 1916, aveva continuato il fuoco delle sue mitragliatrici anche quando l’acqua bolliva nei manicotti e le canne scoppiavano; l’Alpino che all’Ortigara era stato mirabile esempio di slancio e di ardire, e che infine, nella rotta dell’ottobre 1917 aveva guidato per tre volte i suoi alla riconquista del Monte Cavallo ed era rimasto a proteggere la ritirata del suo battaglione finchè, perduti morti e feriti tre quarti dei suoi, interamente circondato e battuto da posizioni dominanti e come inchiodato al suolo dall’incrudirsi di una storta ad un piede, aveva dovuto ceder all’avverso destino!
Per prima cosa il Guarneri raccomandò di aver calma: non lo tirassero per i piedi, che soli sporgevano dalla sabbia; cercassero di levare la ghiaia adagio adagio. Ma il Tenente Vinci aveva subito compreso la gravità della cosa e corse a chiedere aiuto. Il Tenente Spagnolo, snello e abile, fece quanto potè, ma dopo dieci minuti di inutile fatica tornò indietro; al Pieri che gli domandava dei particolari rispose: «Ah! povero Capitano, povero Capitano ! » e scoppiò in pianto.
Vennero subito avvisati tutti i compagni e i più abili si posero uno dopo l’altro al lavoro. Si cercò di rimettere subito la luce, ma con quell’orgasmo, nè al Tenente Talmone nè ad altri riuscì. Parve tuttavia per un momento che si potesse estrarre il paziente. Si mandò a prendere del mistrà, ma appena fu portato, apparve nella camera il Gastaldi che disse : « Bisogna assolutamente avvisare gli Austriaci e cercare di salvarlo dal di fuori ». Poco dopo comparve il Sottotenente Osella e confermò la cosa. Il Sottotenente Peronino s’incaricò dell’ingrata missione.
Intanto il Guarneri, con voce ferma e pacata che arrivava in quell’oscuro cunicolo ove tanto eroismo appariva sempre più inutile e vano, aveva ripetutamente raccomandato di non avvisare gli Austriaci, d’aver calma e pazienza: lo lasciassero com’era e pensassero solo a levare con calma la sabbia. Ogni qualvolta gli avevano detto che la cosa riusciva male e che bisognava avvisare gli Austriaci, aveva sempre insistito perchè si evitasse quell’estremo rimedio. La decisione d’avvisare il nemico fu presa suo malgrado e gli fu comunicato quando gli Austriaci erano già sopra di lui e si sperava di liberarlo al più presto.
I compagni avevano due angosciosi timori: che il Guarneri fosse investito da una nuova frana e che anche non avverandosi questa paurosa ipotesi, potesse venirgli meno l’aria respirabile e dovesse morire asfissiato! Il primo pericolo di certo fu presente al Guarneri, perchè quando fu levato dalla triste fossa aveva ancora le braccia inarcate sopra la testa come a proteggersi e a impedire una nuova caduta di materiale; pur, non accennò a nessun pericolo, non mostrò nè fretta nè ansia, non s’inquietò mai. La imperturbabilità e il dominio di sè, che gli antichi saggi dissero il segreto della felicità umana e solo conseguibili con un’intera vita di esercizio e di meditazione, apparvero come una dote innata in quell’eroico giovane!
Si deve tener presente che tutti i compagni, troppo poco esperti di quei lavori, credevano d’essere colla galleria meno profondi di quel che erano in realtà e che si sarebbe fatto presto a liberarlo dal di fuori. Si ricordi inoltre che fin da principio c’era stata una deviazione a destra, che non era mai stata corretta, ma anzi, lievemente accresciuta in qualche tratto. Ne venne che quando si volle determinare il punto esterno corrispondente al posto dove si trovava il Guarneri, nessuno fu in grado di indicarlo con precisione.
Il sergente d’ispezione austriaco della Guardia del Campo col quale parlò il Sottotenente Peronino, sulle prime restò stupito, poi mandò quattro uomini con badili guidati da un caporale triestino (un fior di rinnegato) a vedere di che si trattava. Quando costui vide che si doveva scavar presso al reticolato e che sarebbe stato anzi necessario abbatterlo per un breve tratto, disse che non poteva assumersi quella responsabilità e che ci voleva un Ufficiale. Gli dicemmo in tutti i toni che il tempo stringeva, che c’era lì sotto uno che poteva morire da un momento all’altro e non bisognava perdere un minuto; non ci fu verso. Se ne andò via coi suoi uomini e coi suoi badili e non ritornò che mezz’ora dopo accompagnato da un Ufficiale, da un sergente e da una decina di soldati. E intanto si dovè perdere altro tempo a fissare il punto dove si doveva cominciare lo scavo.
A furia di colpi dati contro la volta del cunicolo si potè stabilire con una certa precisione il punto cercato. Furono poste sentinelle nel tratto del reticolato che si portava via (circa quattro metri) e si cominciò il lavoro. Ma i soldati austriaci lavoravano fiaccamente. Sul posto s’erano raccolti tutti gli Ufficiali del Campo, costernati per la notizia. Sebbene com’era inevitabile, qualche vago sentore del nostro lavoro si fosse avuto nel Campo, tutti ad ogni modo ne ignoravano il posto e i particolari. La cosa fece perciò a tutti una grande impressione. A gara i più robusti chiesero i badili e cominciarono a scavare. Ma dopo il primo metro d’argilla, ecco ricomparire il terreno traditore. Le pareti della buca, franando, la riempivano. Era una fatica da Sisifo. Si cominciò allora ad allargare l’orlo della buca.
Come avviene in simili casi, troppo era il chiasso, troppi i dispareri che si incrociavano. Il solo che probabilmente avrebbe potuto dirigere, era un Ingegnere siciliano, d’età sopra la trentina, piccolo, dall’ aspetto dimesso, semplice Aspirante di fanteria; ma restò quasi inascoltato. Il lavoro durava già da un’ora, senza che quasi nulla si fosse concluso.! Gli Austriaci fecero venire dei prigionieri serbi molto robusti, perchè aiutassero, ma gli Ufficiali italiani volevano fare tutto da sè. Anche gli Austriaci guardarono se c’era modo di estrarre il povero Capitano dal di sotto, ma subito si convinsero dell’estrema difficoltà. A un loro Ufficiale che con aria un po’ saccente domandava come mai non si fosse pensato. I piedi però apparivano caldi. Chiamò altri; dalla fredda sabbia uscivano due piedi nudi, che si sentivano al tatto in quel buio e che si voleva credere non divenissero freddi. Si capiva la triste realtà, pur non volendola confessare ancora; si cercava d’illudersi pensando che la frana pur questa volta non lo avesse totalmente investito, che fosse rimasto stordito, svenuto sì, ma non morto.
Intanto per la camera del Vinci e del Fieri e per quella del Guarneri era un viavai continuo di Austriaci che visitavano tutto il nostro lavoro. Visi dall’espressione diversa: di rabbia, d’orgoglio, di pietà, di ammirazione. I primi due giorni però, nell’insieme, gli Austriaci si mantennero rispettosi dinanzi a quell’esempio di sfortunato valore.
Quasi non bastasse, proprio in quel mentre si veniva a sapere che il Gianferrari, della di cui fuga si era sperato così bene (sapeva infatti il tedesco, era ottimo alpinista e molto intelligente e coraggioso) era stato ripreso al confine svizzero!

Dopo l’ultima e più fatale frana, gli Austriaci compresero che per estrarre vivo o morto il Guarneri occorreva un lavoro sistematico, con molti mezzi e con personale adatto. Scelsero fra i prigionieri serbi un buon numero di falegnami e carpentieri e con quattro lunghi e robusti pali definirono l’entrata della buca da scavare, che era grandissima. I prigionieri serbi lavorarono con grandissima lena e mostrarono simpatia verso gli alleati italiani d’allora e rispetto e ammirazione. Quel lavoro, sebbene condotto con solerzia, capacità e mezzi, fu lungo ed a noi parve interminabile. La notte passò senza che agli amici ansiosi fosse dato al mattino del 26 di vedere il povero Capitano. A mezzogiorno si lavorava ancora senza sosta e non ne vedevamo la fine. Soltanto verso le sei e mezzo di sera, dopo essere rimasti meravigliati della profondità a cui era dovuto giungere lo scavo’ s’ebbe la certezza che ormai non restava più molto da fare.
Nel cunicolo intanto non s’era più potuto ottenere una risposta dal Guarneri: i piedi, non c’era più da illudersi, diventavano gelidi, Gli fecero una puntura di canfora, ma non s’avvertì alcun risultato. Nel pomeriggio esaminandogli I piedi alla luce d’una lampadina elettrica, ai constatò che già cominciavano ad illividire. Gli si fecero a breve distanza due altre punture di canfora, ma nemmeno ora s’ebbe indizio d’una qualsiasi reazione.
Ai più venne a mancare l’ultima speranza: quando alla fine i Serbi giunsero a scoprirlo non rimase più dubbio. Il Capitano stava in piedi, colle ginocchia un po’ piegate in avanti, con la testa un po’ reclinata all’indietro, l’occhio aperto ancora quasi del tutto, l’elmetto in testa, le braccia in arco sopra. Al rumore della nuova frana egli si dovè volgere istintivamente col viso all’insù e in questa posizione venne investito. Non v’erano tracce di contrazioni spasmodiche, l’occhio era calmo; e la salma distesa sopra una barella pareva di una persona che riposasse. Il dominio di sè, che aveva dato l’impronta a quel valoroso, si manifestava in lui anche dopo la morte.

XI. Le estreme onoranze.

Fu posato su di una barella e sopra fu messa una coperta, quindi fu portato su per le pendici del piccolo cratere (che tale sembrava realmente la grossa buca) in mezzo alla turba estatica degli Ufficiali italiani e di non pochi borghesi dei due sessi, venuti da Aschach e rimasti per delle ore, dietro le sentinelle e il reticolato, a vedere il lavoro di salvataggio. La barella fu sollevata dai compagni e portata a spalle fino alla porta del Campo: gli Ufficiali seguivano in ordine. Quando si fu al cancello, la guardia austriaca tutta schierata presentò le armi, gli Ufficiali italiani si disposero a semicerchio. Il Colonnello Taddeini gridò: a Ufficiali italiani, salutate l’Eroe che è morto per la libertà e la fede nella Patria lontana ». Fu un momento di commozione generale: non mai come allora s’era vista la grandezza e la nobiltà del sacrificio e quanto il sacrificio possa elevare e santificare!
La barella passò il cancello seguita solo dai compagni più fidi, perchè il Comando austriaco non concedeva che si uscisse in più d’una quindicina. Accompagnando l’amico morto, tutti venivano in questo modo a dichiararsi compagni suoi dell’impresa, ma a nessuno dei quindici passò mai per la mente di volere in qualche modo nascondere la parte di responsabilità che gli spettava.
La salma fu portata, sempre a spalle, con buona scorta di soldati, in una ca¬mera mortuaria dell’ ospedale del Raggruppamento dei prigionieri dove si improvvisò una camera ardente. V’erano già dei fiori ed il catafalco. Sopra fu deposto il povero morto. Tolta la coperta esso apparve ancora molto ben conservato. Aveva addosso le mutande e la maglia. Era tutto sporco di terra, ma il viso non era alterato. Le membra apparivano ancora vigorosissime. Sembrava un sogno, un brutto sogno, che tutto fosse finito a quel modo, che tre mesi di lavoro e di speranze e di ansie non avessero approdato ad altro; che d’un tratto e proprio quando l’animo più si apriva alla speranza, il nostro migliore compagno si trovasse esanime in quella tetra camera!
La salma fu ricomposta. Le si posero dei fiori d’intorno, fu ridistesa la coperta. Poi gli amici si allinearono, il Capitano Lamberti comandò il saluto, il Tenente austriaco lì presente salutò anch’egli e tutti uscirono. Il giorno dopo fu fatta dai medici austriaci l’autopsia. Si riscontrò che era realmente morto per soffocazione: gli trovarono sabbia nell’esofago e nei polmoni. Due giorni dopo il Capitano dei Bersaglieri Vescovo, bergamasco, scultore (il quale dal Guarneri un mese prima aveva avuto la promessa che se si fosse trovato un mezzo di fuga egli pure ne sarebbe messe a parte) ottenne di andare all’ospedale e rilevarne la maschera.
Intanto ci concessero di dispone la salma in una cassa di zinco che fu subito acquistata per unanime volontà di tutto il Campo. In quel mentre gli Austriaci cominciarono a distruggere ogni traccia del nostro lavoro; i poveri Alpini videro coi propri occhi il saccheggio del loro arsenale, dei carrettini, delle seghe, di quelli che avevano creduto fino a quel giorno i loro strumenti di salvezza. Nondimeno il Sottotenente Osella riuscì con grande abilità a sottrarre quasi tutto il filo elettrico! Un Tenente Colonnello austriaco dall’aspetto arcigno venne dal Pieri e gli domandò con tono irato e imperioso dove fosse andato il filo. Alla risposta data con aria da stupido: « Ich weiss nicht» (non lo so) replicò rabbiosamente: « Ich glaubs nicht » (non lo credo) e poi si rivolse a quattro o cinque uomini che aveva seco e a quelli fece una grande sfuriata.
Il terzo giorno ci furono i funerali. Il Comando austriaco del Raggruppamento volle che non più di venti Ufficiali italiani vi partecipassero. Dei compagni mancavano il Capitano Marzoli e il Sottotenente Gianferrari: gli altri quindici vollero essere tutti partecipi alla mesta cerimonia. Intervennero anche il Colonnello Taddeini, il Tenente Colonnello Gherardi, il Maggiore De Giorgis dello stesso reggimento dell’Estinto, il Capitano d’artiglieria Piola e il Capitano Vescovo. Il Comando austriaco aveva disposto che i funerali riuscissero degni del morto. Un’intera compagnia era stata rimessa a nuovo per rendere gli onori; erano presenti il Colonnello Polak comandante il Raggruppamento, il Tenente-Colonnello Salomon del Campo e una decina di Ufficiali inferiori. Officiavano un Cappellano austriaco ed un italiano. Il mesto corteo ai mosse. Precedeva, secondo 1 uso austriaco, un Ufficiale italiano con un Crocifisso, seguivano i due Cappellani, poi la bara con una grande corona di fiori freschi sopra, portata a spalla da sei Ufficiali a cui davano il cambio altri sei; seguivano gli altri Ufficiali italiani con corone, poi quelli austriaci e la compagnia d’onore.
Al passare del corteo i prigionieri serbi, schierati in ordine, salutavano rispettosamente; alcuni borghesi guardavano pure con curiosità di dietro i cancelli e ai scoprivano riverenti. Si rasentò un primo camposanto di Serbi, una serie di croci fittissime allineate, di quasi cinquemila prigionieri morti di stenti e in seguito a una epidemia. Si giunse dopo non molto al Camposanto nuovo, in parte di Serbi e in parte di Italiani. Era un posto tranquillo, abbastanza pittoresco, non lungi dal Danubio, vicinissimo a un bel bosco. Si vedevano nello sfondo le estreme propaggini delle Alpi, ai cui piedi Enea Guarneri era nato nell’altro versante e sotto altro cielo: delle Alpi che amava, che aveva sfidato e aveva difeso, dove la balda giovinezza si era temprata alle fatiche e ai pericoli!
Lì era già pronta la fossa. Venne calata giù la bara fra il pensoso silenzio di tutti. All’improvviso rintronò una scarica di fucileria, poi un’altra e un’altra! I nemici rendevano gli onori di guerra al nemico morto da eroe nella fossa sotterranea, mentre anelava di tornare a combatterli a viso aperto. Salutava la sua dipartita da questa aiuola insanguinata il frastuono delle armi di guerra, la sola bella musica che Egli per tre anni aveva voluto, di cui s’era inebriato: il nemico rendeva ancora il dovuto onore al valore infelice!
Appena il fumo delle scariche si fu dissipato, il Colonnello austriaco prese una pala e versò sulla cassa la prima palata di terra; seguirono il Tenente Colonnello Salomon e gli altri Ufficiali austriaci, poi il Colonnello Taddeini e gli Ufficiali italiani. Allora il Colonnello austriaco accennò che si poteva ritornare. Il Colonnello Taddeini si volse un’ultima volta verso la bara e disse: « Addio valoroso compagno, addio Eroe d’Italia, riposa in pace ».
Quindi il corteo riprese la via del ritorno; la compagnia degli onori aveva già preceduto. Tutti erano tristi; eppure, in mezzo a tanta tristezza un qualche cosa era negli animi che rendeva meno amaro il distacco: la profonda persuasione della virtù dell’Estinto, ammirata anche dai nemici, di quella virtù che lo avrebbe fatto presente ai nostri cuori sempre; che gli avrebbe impedito di veramente morire. E si sarebbe detto che qualche cosa della sua calma e della sua pace si diffondesse nei suoi amici.
All’uscita dall’ospedale il Colonnello austriaco si fermò e gli Ufficiali italiani uscirono sotto buona scorta. Quel freddo ed impassibile militare, dal petto coperto di decorazioni, stette a vederli uscire dal cancello fissandoli ad uno ad uno con curiosità mista di rispetto, come se avesse voluto imprimersi nella memoria i loro volti.
Gli altri Ufficiali del Campo in quella dolorosa circostanza mostrarono un cameratismo e un rispetto superiore ad ogni elogio. Mentre le fughe improvvise ed intempestive trovavano numerosi i maldisposti e gli irritati, a cagione delle restrizioni che ne venivano al Campo, non una voce si levò che biasimasse quel tentativo. Tutti dimostrarono di ammirare la serietà dell’impresa, la compiutezza dell’organizzazione, le difficoltà superate, la tenacia. Se l’impresa era finita con una sciagura, ciò si doveva solo alla mancanza di direzione di un vero tecnico ,alle troppe difficoltà in mezzo alle quali ci eravamo dibattuti, e infine all’eccessivo coraggio di chi n’era stato vittima. Tutti approvarono subito la spesa di cinquecento corone per la cassa di zinco e accolsero senza lamento l’addebito austriaco di milleseicento corone a tutto quanto il Campo, per danni alla baracca e per spese nel tentativo di salvataggio.
Ormai la vita del Campo di Aschach stava per aver termine. Le perquisizioni piovvero; in una di queste gli Austriaci scoprirono bussole e cane di tre Ufficiali riusciti a farsi trasferire all’ospedale come malati, sperando di poter fuggire più facilmente di là. Una nuova accurata perquisizione rivelò le tracce della galleria cominciata nell’altra baracca e poichè avrebbe dovuto sboccare presso il trasformatore della luce elettrica, il Comando austriaco suppose e ostinatamente ritenne che si trattasse di una trama per gettare nell’ oscurità il Campo al momento della fuga. Alla memoria del Colonnello austriaco dovettero tornare i ricordi di certa letteratura romantica che rappresentava l’Italia come il paese dei tradimenti, del veleno, dei sotterranei, delle spie e dei consigli segreti! Fu preso da un sacro terrore: mandò a Linz una relazione sbalorditiva! Dopo pochi giorni si seppe che il Campo veniva sciolto.
La balda e speranzosa comitiva degli Alpini era divisa e mandata in Campi diversi. Al Capitano Pieri doveva essere riservato, fra non molto, l’onore di occupare il posto che sarebbe stato del Capitano Guarneri nel Campo di punizione di Komarom; i Sottotenenti Osella e Porto erano pure mandati, più tardi, in un altro Campo di punizione in Boemia.

XII. Voto augurale.

Al Capitano Guarneri era mancato nella carriera militare il meritato serto d’alloro. Ferito e proposto per medaglia al valore parecchie volte, aveva visto tanti altri onorati e decorati, mentre delle proposte per lui, sebbene accompagnate da motivazioni superbe, non s’era saputo più nulla.
Proposto una prima volta a Monte Rosso, poi, per medaglia d’argento. al Rombon, non essendo in quella circostanza riuscita l’azione, aveva visto il tutto ridursi ad un encomio solenne.
Un suo progetto di miglioramenti alla mitragliatrice Maxim, frutto di genialità e di esperienza di guerra, aveva subito urtato in diffidenze e gelosie. D’altra parte il suo carattere fiero e l’animo traboccante di giovanile baldanza e anche un po’ generosamente impulsivo, che talora gli impediva di velare col manto della prudenza i propri pensieri, lo rendevano bensì stimato e desiderato nei momenti difficili, ma non erano tali da spianargli la via degli onori.
All’Ortigara, ferito e proposto di nuovo per medaglia d’argento si era poi sentito dire che la proposta era andata perduta.
Ma non per queste miserie gli era venuto meno l’entusiasmo e il sentimento del dovere. Troppo nobilmente sdegnoso era il suo carattere!
Il Maggiore del battaglione Val Stura aveva promesso di domandare per lui, al ritorno in Italia, la medaglia d’argento per l’azione di Monte Cavallo. Dopo la morte gloriosa, due Ufficiali superiori e un Generale s’impegnarono a designarlo, appena reduci in Italia, per un’onorificenza, la più alta possibile. A quanto ci consta il solo Maggiore De Giorgis già del battaglione Saluzzo (2° Alpini) ha mantenuto la promessa.
Confidiamo che alla memoria del valoroso Capitano sia resa compiuta giustizia, e che anche in Italia si mostri di apprezzare nella sua interezza e d’additare all’ammirazione qualsiasi forma di virtù e si renda il dovuto omaggio a chi combattè da prode per tre anni continui, ed anche nella fortuna avversa mantenne animo invitto e fede immutata, sofferse, lottò, morì eroicamente vittima del proprio coraggio e di quello che fin all’ultimo istante della sua vita reputò il suo dovere, andando nuove pugno e sospirando la Patria lontana!
Così passò questo doloroso episodio della nostra giovinezza e della nostra prigionia. Può darsi che in avvenire, stanco delle piccole lotte di ogni giorno, l’animo nostro si volga ai fortunosi anni giovanili e ricordi l’entusiasmo e la fede e la amicizia d’allora. Il passato forse apparirà irradiato di nuovi bagliori e alla memoria tornerà il rimpianto del savio di Omero:

« Ed io pur con Eroi son visso un tempo
« Ned altri tali io vidi unqua, nè spero
« Di riveder più mai ….

Capitano PIERO PIERI.

Belluno, 25 luglio 1919, a tredici mesi dalla sciagura.

Giuseppe Bonomi: