Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
…
Ugo Foscolo
3° Ramo Famigliare, 2nda Discendenza dei Bonomi
Nucleo Famigliare
Pietro Bortolo (1G-3RF-1) & Marietta Trebeschi
Ricordo che il terzo ed ultimo figlio maschio fu Pietro Bortolo (22/10/1864 – 24/12/1918). Pietro sposa il 1/12/1890 a Rodengo, Trebeschi Anna Maria “Marietta”, nata al Paradello il 14/11/1868, da Giuseppe (nato a San Bartolomeo l’8/05/1835 e morto l’8/05/1902) e da Pierina Zeni di Nave (6/06/1840 – 3/02/1908). Abitano in via Reale Mattina nella casa numero prima 9 e poi 12. Pietro fa il negoziante.
Da questo matrimonio nacque Maria Pierina Annita il 22/09/1891 (padrino Battista Inselvini), che muore pochi giorni dopo, il 19/10/1891.
Alcuni anni dopo, il 27/10/1897 nacque mio padre Arturo, padrino Battista Orizio (2G-3RF-1). Arturo sposa il 19 gennaio 1921 a Paderno Maria Erminia Gares (13/10/1901 – 3/11/1977) di Giuseppe (detto Giopi) e di Antonia Bettoni. [Per i Gares, si veda in appendice una dettagliata relazione]. Pietro Bortolo muore il 24/12/1918, la moglie Marietta il 16/05/1924.
Alcuni ricordi e considerazioni su mio nonno Piero, su mio padre Arturo e sulla mia famiglia.
Mi sono chiesto più volte perché il nonno Pietro Bortolo avesse ricevuto quei nomi: per quanto riguarda Bortolo, la risposta è stata chiara e immediata: l’ha ereditato da sua nonna paterna (Bartolomea Tanfoglio, moglie di Giovanni, il nostro capostipite). Ma il suo primo nome Pietro da chi l’aveva ereditato o ricevuto? Nei Bonomi di Sale c’è una lunga filza di Pietro: il bisnonno per esempio era Pietro (quello morto giovane ucciso per strada) e andando più su ci sono altri Pietro Bonomi nella nostra linea genealogica. Ma, mi sembrano tutti un po’ lontani per chiamare un figlio, l’ultimo figlio di Antonio e Maria Giacomelli, Pietro. Ricordiamo che i suoi due fratelli maggiori: Giovanni e Giuseppe avevano ricevuto il loro nome rispettivamente dal nonno paterno (Giovanni) e dal nonno materno (Giuseppe Giacomelli, padre di Maria). E dunque? Questo Pietro da dove salta fuori? L’unica possibilità che scorgo è quella che l’abbia ricevuto dalla nonna paterna di sua madre Maria Giacomelli, che era appunto Piera Toffa, che aveva sposato il nonno Damiano Giacomelli … oppure, ma questa mi sembra più remota e meno probabile, i suoi genitori hanno voluto ricordare il fratello Pietro di Giovanni (padre di Antonio) e quindi suo zio (del piccolo Pietro) …
Un altro particolare (questa volta triste e doloroso) va segnalato su mio nonno Pietro: è il più giovane fratello ed è anche il primo a morire nel 1918 a solo 54 anni; il fratello Giovanni (più vecchio di 18 anni) muore a 78 anni nel 1922 ed il fratello Giuseppe (più vecchio di 15 anni) muore a 73 anni, nello stesso 1922.
Il nonno Pietro, aveva svolto il servizio militare a Roma come Carabiniere a Cavallo: mi ricordo un aneddoto che mio padre spesso raccontava a tavola, allorquando era stato cucinato il pollo o la gallina ed io storcevo il naso perché non mi piaceva affatto mangiare le ali; diceva mio padre che il nonno Pietro quando era a Roma ed invitava qualche gentile donzella a pranzo nei ristorantini, ordinava per sé solamente un’ala del pollo, asserendo che era la parte migliore e più saporita, mentre per la sua gentile invitata ordinava quello che lei desiderava. In realtà era “anche” perché l’ala del volatile costava molto meno della coscia e/o del petto: evidentemente erano tempi quelli, che non circolavano molti soldi nelle tasche del nonno e lui non voleva farlo intendere alla sua invitata e voleva nascondere questa sua situazione modesta con una ostentata raffinatezza.
Tornato a casa da Roma dopo il servizio militare, il nonno Pietro si diede al commercio di cavalli con l’Austria e l’Ungheria; ricordo che mio padre mi raccontava che aveva un “biroccino” (una specie di calesse, molto leggero e veloce, trainato da un cavallo di razza), sul quale si spostava nei suoi viaggi. Era un tipo abbastanza severo, il nonno Piero, come lo erano quasi tutti i padri di quei tempi, al punto che se mio papà Arturo non voleva mangiare alcune pietanze che la mamma gli preparava (fagioli e piselli), perché non gli piacevano, mio nonno ordinava di ripresentarle di pasto in pasto in tavola, finchè mio padre non si fosse deciso a mangiarle … e fu così che alla fine, mio papà divenne goloso sia di fagioli che di piselli!
Nel 1915, a 18 anni, appena scoppiata la guerra, Arturo finì al fronte dalle parti di Bassano del Grappa, come automobilista: guidava infatti un autocarro che doveva portare rifornimenti alle trincee sulle montagne di quella zona dove si trovava il fronte. Lì conobbe i fossati e i camminamenti delle trincee della Grande Guerra, per ben tre anni. Reduce dalla guerra, tornò appena in tempo per vedere suo padre Pietro morire: era la vigilia di Natale di quell’anno: il 24/12/1818. Che bella festività di Natale devono aver passato il nostro papà e la sua mamma Marietta!… Morto suo padre Piero, mio padre Arturo a 21 anni rimase in casa solo con la mamma Marietta, che gestiva già prima della guerra una drogheria in via Brescia n° 10, sotto alla loro abitazione, insieme a una ragazza che l’aiutava, Teresa Gares di Paderno.
Fu proprio tramite Teresa, che mio padre conobbe sua sorella Maria Erminia Gares, che dopo qualche tempo sposò. Questa drogheria dopo la morte della mamma Marietta (1924) venne affittata ai signori Zangrandi … anche perché il papà acquistò la casa di via G. Rizzi, nel 1932, casa che era stata messa in vendita dalla Vedova Ghidini.
Nel gennaio 1921, infatti, mio padre si sposa con mia madre, nata a Paderno, e i novelli sposi convivono sotto lo stesso tetto con la mamma e suocera Marietta nella casa di via Brescia: ma al contrario di quel che ci si aspetterebbe, non ci furono attriti tra nuora e suocera, anzi si stabilì un bellissimo rapporto come tra madre e figlia, (figlia che mia nonna Marietta, pur desiderava tanto, ma non ebbe mai). Testimonianza di questo bellissimo rapporto fra loro, è che spesso sentivo mia mamma ripetere che aveva imparato tutto quello che sapeva sulla cucina e sulla gestione della casa, dalla nonna Marietta: infatti la mamma Erminia arrivò in casa di mio padre, ancora molto giovane, appena compiuti i 19 anni, e da ragazza a Paderno lavorava in un calzificio/filatoio: non aveva certo tempo per apprendere da sua mamma, la nonna Antonia, i segreti della buona cucina e le altre incombenze domestiche. Per fortuna nostra, l’arte del buon cucinare, la imparò dalla suocera, che la prese a ben volere e la trattò sempre come una vera figlia. Tra le due ci fu un rapporto di vero e sincero affetto: non era un caso e neppure finzione, se mia mamma (che era la nuora) parlava con tutti così bene della suocera, con la quale conviveva insieme al marito!
E che perdita, che dolore anche per mia mamma quando, alcuni anni dopo, la nonna Marietta morì! Donna di casa quindi la mia nonna Marietta ed esperta gestrice dell’economia domestica; donna di casa ed attenta, quasi fanatica delle faccende domestiche, anche mia mamma Erminia.
Ma che dire di mio padre Arturo? Un padre, come moltissimi padri di allora, severo ed esigente quanto bastava, ma da cui traspariva sempre, anche quando doveva mostrarsi con noi figli severo ed inflessibile, una dolcezza di amore e di dedizione, a tal punto che quasi sempre finiva con esaudire le nostre talora superflue richieste. Non credo di poter essere smentito da nessuno, se affermo che non solo non ci lasciò mai mancare i beni necessari ed essenziali (fece studiare i suoi due figli maschi fino alla laurea, e lo avrebbe fatto anche con le due ragazze, che però non vollero proseguire gli studi), ma addirittura spesso ci accontentava anche con cose superflue ed eccessive per quei tempi.
Anche dopo la cessione della gestione della drogheria di via Brescia al sig. Zangrandi, mio padre continuò e potenziò il commercio all’ingrosso di riso, farina, cascami ed altri vari alimentari. I suoi Clienti erano le botteghe alimentari dei paesi vicini: da Passirano a Cazzago, da Travagliato a Rodengo Saiano fino a Padergnone, da Castegnato a Berlingo, da Paderno a Calino e Bornato … ed altri ancora …
Ad attenuare e ammorbidire la sua severità verso di noi suoi figli, in realtà più di facciata che di sostanza, credo sia stato il fatto atroce e dolorosissimo (per un padre e una madre), che perse due figli in tenerissima età, proprio quando superata la fase neonatale, incominciavano a relazionarsi con i vari componenti della famiglia e si imbattevano nelle prime incerte esperienze della prima infanzia; insomma proprio nel periodo che ti riconoscono, ti sorridono e ti rubano il cuore, quel periodo che va dalla fase post-neonatale all’età dell’asilo (o scuola materna, come oggi si dice) … il primo Peppino lo perse a 18 mesi nel maggio del 1930, per polmonite ed il secondo Peppino lo perse per difterite (grup) alcuni anni dopo nel 1938, quando aveva due anni e mezzo … Penso che sia stato un dolore straziante, questo della perdita di due figli così piccoli … un dolore che deve aver lasciato un segno indelebile nello spirito e nel carattere…
Da parte mia, sono convinto che nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai figli!
Tuttavia, ebbe il coraggio e sentì il dovere di continuare a svolgere responsabilità pubbliche di tipo politico-amministrativo, giacchè convinto sostenitore dello “stato etico”, intendeva la politica come servizio alla gente … e non come scorciatoia o come strumento facile e rapido per farsi gli affari suoi ed arricchirsi, come forse è capitato così frequentemente nel dopoguerra! Ho già detto che a diciotto anni venne chiamato a combattere nella prima guerra mondiale e svolse il suo servizio a Bassano e sul Monte Grappa come autista di un autocarro che doveva rifornire i soldati che si trovavano al fronte, su in montagna in trincea, in prima linea. Reduce dalla I Grande Guerra, aderì al Fascismo nel 1925, credendo nei suoi valori patriottici e sociali e nel suo propugnato e realizzato spirito di superamento della lotta di classe, che proprio in quei tempi invece veniva propugnata e sbandierata dal marxismo. Ricordiamoci che l’Italia, nonostante il suo alto tributo di uomini nella guerra 1915-18, venne dopo la pace, così vilmente bistrattata dagli Alleati (Francia, Inghilterra e USA), che nei reduci di quella grande guerra, durante la quale per la Patria avevano rischiato e messo a repentaglio anche la vita, si insinuò un profondo senso di frustrazione e di rivalsa: erano gli anni della presa di Fiume da parte di D’Annunzio, della lotta sociale dei contadini e delle masse operaie, del Movimento di Benito Mussolini, che comunque lo si voglia giudicare, si dimostrò un validissimo baluardo contro l’avanzata comunista dell’Unione Sovietica anche in Italia (ed è sicuramente per questo motivo che i comunisti non gli hanno mai perdonato di averli fermati in Italia, che loro invece volevano far diventare una Repubblica “democratica” comunista assoggettata all’URSS!). È pur vero che gli Italiani persero la libertà, ma acquistarono un discreto benessere; sicuramente sarebbe stata una perdita peggiore per gli Italiani, quella che avrebbero subito sotto il regime comunista sovietico, come la storia dei Paesi dell’est ha chiaramente dimostrato, perché in quel caso, l’Italia e gli Italiano non avrebbero perso solo la libertà!
Ma qui mi fermo, perché il discorso ci porterebbe fuori strada, strada che questo libro non vuole percorrere, perché non vuole essere un libro di storia politica, ma ha ben altri obiettivi. Aggiungerò soltanto che durante il così vituperato Ventennio Fascista, mio padre ha fatto solo del bene alla gente di Ospitaletto: a fianco del Podestà Federico Serlini, oltre alle Scuole Elementari, fece costruire le Piscine, sicuramente tra le prime piscine della Regione, dove d’estate gli Ospitalettesi potevano mandare i loro figli a prendere il sole e a fare il bagno durante le vacanze; inoltre venne favorito l’insediamento e lo sviluppo di alcune grosse fabbriche proprio in paese (Corbetta, Ferrari, Serlini, ecc.) … e molte altre cose utili e proficue per la popolazione, cose che conoscono bene quelli che hanno vissuto di persona il Ventennio, solo che abbiano la memoria e l’onestà morale per ricordare … tutto: il male, ma anche il bene!
Di sicuro, mio padre Arturo Bonomi, non partecipò mai, e ripeto mai, alle spedizioni degli squadristi contro qualche avversario politico … Posso dire con tutta tranquillità che della vita politica di mio padre, Segretario del Fascio qui a Ospitaletto, durante parte del Ventennio Fascista, non posso che andare fiero ed orgoglioso, perché usò la sua carica politica non per fini di interesse personale, ma soltanto per servire il suo paese ed i suoi abitanti e non la usò mai contro nessuno, tanto meno contro gli avversari politici, che in verità spesso aiutò. Magari i politici e gli amministratori della Repubblica nata nel dopoguerra fossero stati e fossero tuttora così onesti!
L’olio di ricino ed il manganello non solo non li usò mai, ma neppure li fece usare mai a nessuno, tanto gli erano entrambi estranei, questi “strumenti di correzione o punizione politica”, (sicuramente meno dannosi e comunque da non confrontare con i gulag comunisti o i lagher nazisti!); così come assolutamente estranea gli era la violenza, e non solo quella politica! Lo sanno molto bene quelli che l’hanno conosciuto, ma soprattutto quelli che da lui han ricevuto del bene, e non sono pochi, qui a Ospitaletto… ma per questo suo trascorso servizio al Paese, quando morì nel 1979, il sindaco di allora e la sua amministrazione comunale, piccoli e gretti, se ne guardarono bene dal riconoscergli il servizio in Comune ed i suoi meriti durante il Ventennio … forse non era politicamente corretto farlo e … sicuramente non era conveniente!!! quanto sono meschini e gretti questi cosiddetti “democratici”!
Invece, quasi come ringraziamento del bene fatto, alla fine della guerra, nel 1945, venne prelevato da “valorosi partigiani” (che volevano farsi giustizia e volevano vendicare le “malefatte degli squadristi”) e venne messo in galera a Brescia, come prigioniero politico e come delinquente comune; fortunatamente dopo un lungo mese di angoscia e preoccupazione, più per la sua famiglia che lo aspettava a casa, che per la sua pelle, ma fiducioso e sicuro della sua coscienza serena e pulita, non essendo emerso alcunché di colpevole a suo carico, venne rilasciato e ritornò a casa, ancora una volta indelebilmente segnato anche da questa squallida ed assolutamente immeritata esperienza … durante la sua prigionia vide molti arrestati picchiati a sangue e maltrattati dai vincitori … (Qualcuno ha letto “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa? Oppure “I vinti non dimenticano”? oppure “I Gendarmi della memoria”? oppure “Prigionieri del silenzio”? e altri suoi libri di analogo argomento?). Quando si inizierà a scoprire il velo sulle malefatte dei partigiani rossi, che commisero atrocità paragonabili a quelle naziste? Forse un giorno qualcuno lo farà…!
Ci sono molti che si vergognano di essere stati fascisti o di aver avuto padri, madri, nonni e nonne fascisti! Mio padre non ebbe niente di che vergognarsi del suo passato: ed io intendo prendere fermamente le distanze da quelli che si vergognano del loro passato politico, perchè evidentemente hanno qualcosa di cui vergognarsi (e perciò da nascondere) … mio padre non ha niente da nascondere del suo passato, ed io perciò non ho niente da vergognarmi: né di lui per essere stato fascista, né del suo passato per quanto ha fatto: alla gente di Ospitaletto non ha fatto che del bene … e se qualcuno se n’è dimenticato, ci sono i fatti (ed io) a volerglielo ricordare!
A sentire parlare e leggere quello che scrivono, quei signori che oggi (e solo oggi) si vergognano del loro passato e del passato regime, viene subito un fondato sospetto: non sarà che vogliono nascondere qualcosa proprio del loro passato? A sentirli, sembra che “tutta la colpa era degli altri”, e non la loro o anche la loro! No, loro erano le vittime innocenti ed incolpevoli; loro, se c’erano, o non contavano o dormivano, e quindi non potevano fare niente. Ma chi erano allora tutti quelli che davano il consenso al fascismo negli anni ’30 e che costituivano più dell’90% della popolazione italiana?
La loro ipocrisia non può che far venire il voltastomaco … e perciò cambiamo argomento!
Un grande merito che personalmente attribuisco a mio padre, fra i tanti che io gli riconosco, è quello di aver fatto restaurare nei primi anni cinquanta la chiesetta, che era annessa alla proprietà acquistata nel ’32 e che allora si trovava in un desolante stato di abbandono, essendo da molti decenni adibita a magazzino. Costruita nel 1700 da don GioBatta Moretti, alto prelato di Brescia, venne edificata dallo stesso architetto e dagli stessi operai che allora stavano costruendo, proprio in quegli anni, la nuova Chiesa Parrocchiale di Ospitaletto, che venne terminata, come si sa, verso il 1719, anche se la prima messa venne celebrata nel novembre del 1711.
La chiesetta del Moretti invece, dedicata alla Beata Vergine Maria, venne terminata nel giro di diciotto mesi, come ha dichiarato il Vescovo Badoer nella sua visita pastorale del 1702, il quale la visitò e la giudicò “omnia bene”. Tale chiesetta venne tenuta in ottimo stato per tutto il settecento, fintanto che rimasero proprietari i Moretti, don GioBatta e suo nipote avvocato, anche lui di nome GioBatta; alla morte di questo nipote avvenuta nel 1815 la casa, la chiesetta e tutto il resto della proprietà vennero lasciati in donazione alla Congrega Apostolica di BS, che poco dopo la vendette a Pietro Fava, commerciante di BS, della Parrocchia Sant’Agata, e alla sua morte, passò alla sua vedova Maria Ludovica Andreoli, che si risposò con Pietro Simoni (di BS) e al quale diede un figlio, Traiano che divenne ingegnere. Dai Simoni la proprietà e la Chiesetta annessa passò alla fine dell’ottocento ad una parente, la sig.ra Perolini vedova Gaiazzi (che era un nipote dei Simoni), e da questa ai signori Ghidini, che nel ’32 la vendettero a mio padre.
Questa è in estrema sintesi la storia della cappella, che mio padre ri-portò agli antichi splendori: di ciò gliene sono molto grato; non solo, ma io personalmente, sento forte il dovere e la responsabilità di trasmetterla nel migliore stato possibile ai miei figli, nella speranza che la sappiano conservare in ottime condizioni, così come il loro nonno Arturo e il papà Peppino hanno fatto e vorrebbero … che anche loro facessero …
Di mio padre conservo un ricordo stupendo; ho solo il rammarico di essermelo goduto troppo poco, rispetto ai miei fratelli: essendo il più piccolo in famiglia, sono arrivato per ultimo; ma la brevità del tempo è stata almeno attenuata dall’intensità dei sentimenti.
Quando morì mio padre, il 28 luglio del 1979, c’era una grande calura dappertutto nella pianura del nord: l’Italia si balneava, più di tre quarti del paese fece finta che non fosse morto Qualcuno.
Ma papà Arturo continuò a vivere nella considerazione e nell’amore indelebile e riconoscente dei figli e delle figlie, come nella perenne giovinezza della sua maturità e bontà; chissà che un giorno, questo paese, governato dal dopoguerra in poi da amministrazioni “democratiche”, non si penta di non aver dedicato ad Arturo Bonomi nemmeno una strada e neppure un’Istituzione! Lui che insieme al Podestà Serlini fece costruire le Scuole e le Piscine comunali per i figli dei suoi compaesani … e che quindi fece del bene al suo paese, anche con la divisa di Segretario Politico del Fascio, ideologia in cui in buona fede credeva (come moltissimi italiani, del resto)!
Dopo la Guerra, mantenne coerenza, fierezza ed orgoglio e il suo talento lo appese a un chiodo; il suo silenzio, appena temperato da qualche frase talora chiara, talora enigmatica e profetica, il suo polemico ma riservato disimpegno, mobilitavano le coscienze anche e soprattutto di chi faceva finta di non ricordare … Papà è morto come sanno morire gli uomini che lasciano a ciascuno (che l’ha conosciuto e frequentato) qualcosa che possa servire per vivere.
Da parte mia sono sicuro che in Excelsis gli vogliono bene, perché lui fu sempre in buona fede e del bene ne fece molto a chi ne aveva bisogno, al di là della casacca politica che indossava.
Dopo la terribile prigionia politica alla fine della guerra, iniziò a soffrire di ulcera gastroduodenale e ricordo che spesso teneva una mano sullo stomaco per comprimerlo e tacitare i bruciori, cercando di estinguerli per qualche momento; per questo scopo e per godere un po’ di sollievo dal dolore che lo affliggeva, e per confortare lo stomaco avvilito dall’ulcera, faceva uso perennemente di manciate di bicarbonato ed in seguito quando comparvero in farmacia, come ultimo ritrovato contro l’ulcera, le famose compresse Roter: quante volte l’ho visto dopo pranzo scioglierle in un mezzo bicchiere d’acqua calda e trangugiarle tutto d’un fiato con una smorfia di disgusto … L’ulcera veniva così pregata di stare a cuccia, di rabbonirsi e non mettersi di mezzo, almeno per un po’…
Figlio unico e intraprendente, ma fiero e con alto senso del dovere, di un vivace commerciante di riso (mio nonno Piero), ironizzava con affetto nostalgia e magnifica intelligenza delle cose su quella comunità e realtà borghese cui apparteneva toto corde, per vocazione e fedeltà. Ha sempre serbato un colorito roseo alle gote (agli zigomi, i cosiddetti “pomellini rossi”!), come ne vantano certi lombardi di ceppo agiato: io sono nato in una famiglia borghese e non me ne vergogno: non vedo alcun motivo, di cui dovermi vergognarmi, … anzi ne sono fiero! al giorno d’oggi, però, la borghesia si è trasformata in un ammasso di radical-chick, di cui è meglio non parlare, per non guastarci l’umore!
Abbiamo visto i figli di Francesco Antonio Bonomi e di Maria Giacomelli: tre figli maschi e una figlia femmina; ora si tratta di passare in rassegna i figli dei figli, cioè i nipoti che distingueremo anche loro in tre Rami a seconda del loro genitore di origine e di riferimento: Giovanni, Giuseppe e Pietro Bortolo; orbene, tutti i Bonomi di Ospitaletto, eccetto quelli di Evaristo e quelli che abitavano in via Seriola (ai “Nati”), hanno in comune questi avi e tra di loro esiste uno stretto rapporto di parentela; da adesso in poi si diversificano i vari discendenti di Giovanni, di Giuseppe e di Pietro Bonomi; e così arriviamo alla terza Discendenza o Generazione.
Servizio militare del nonno e del papà:
Nonno Piero: cinque anni di servizio nel Regio Esercito Italiano, nella Legione Carabinieri Reali a cavallo dal 1 settembre 1884 al 19 settembre 1889 e congedato con questa dicitura: “nei cinque anni passati sotto le armi ha tenuto buona condotta ed ha servito con fedeltà ed onore”. Roma, 19/09/1889.
Papà: arruolato sotto le armi l’8 giugno 1916 ed inviato in territorio di guerra il 22 settembre 1916 fino al 15 gennaio 1918 e congedato i 28 gennaio 1920 con la dicitura:” durante il tempo passato sotto le armi ha tenuto buona condotta ed ha servito con fedeltà ed onore”. Il suo n° di matricola era 3674 (43) del 9° Autoparco, 26° Auto reparto, 2° Compagnia Automobilisti.