Tra un attimo, fuggita la memoria….
Tra un’ ora, questo calore del sangue
Che negli amplessi tumultuò si forte….
E tra una luna, anche il volto con gli occhi
Di fuoco nero e il crine di viola.
Perché volto non hanno
Le stille e le faville,
Le ombre ed i raggi,
E della Notte i fremiti,
E i sospiri del Mare.
Aldo Capasso
… più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d’un raggio avviva
occhio che piange.
Giovanni Pascoli
Fra me e te, che pure sei
Nella corrente chiusa del mio sangue,
esiste, o padre, il taglio della morte.
Uniti noi due strettamente
L’uno all’altro, divisi nei due
L’uno dall’altro paurosamente.
Così lega la vita, a grandi stuoli.
E il tempo è qui a versare l’attimo
E l’oblio a lasciare
Sopra la tragica terra dell’uomo
Il silenzio dei suoi fiumi.
Giuseppe Gerini
3rza Discendenza dei Bonomi:
3 Ramo Famigliare: Pietro Bortolo
Nucleo Famigliare
Arturo Bonomi & Maria Erminia Gares
Terzo ed ultimo Ramo Famigliare, quello che fa capo all’ultimo figlio maschio di Antonio (fu Giovanni), cioè Pietro Bortolo 1G-3RF-1.
Abbiamo visto che Pietro è nato il 22/10/1864, sposa l’1/12/1990 a Rodengo (il Paradello era allora ed è tuttora nel comune di Rodengo) Marietta Trebeschi (14/11/1868 – 16/05/1924) (di Giuseppe e di Pierina Zeni) (1G-3RF-1m), dalla quale ebbe due figli: Pierina Maria 22/0971891 — 19/10/1891 e Arturo nato il 27/10/1897, che il 19 gennaio 1921 sposerà a Paderno Maria Erminia[i] Gares (13/10/1901 – 3/11/1977) (di Giuseppe (detto Giopi) e di Antonia Bettoni). Arturo lo segneremo come: 2G-3RF-1.
Di questa famiglia, nella quale sono cresciuto, vorrei scrivere alcuni ricordi … che mi sono rimasti fin da bambino … la memoria dei bambini è soprattutto memoria di voci, di scene, di istantanee.
In questa casa c’era fin da prima della guerra la radio collocata sulla credenza della saletta e gli ascoltatori si accomodavano sul divano tutti assolutamente in silenzio per bearsi delle opere liriche o delle operette che venivano trasmesse. E fu così che fin dalla più tenera età la vita dei miei giorni era avvolta nella colonna sonora musicale “della belle musica italiana”. Ho conosciuto fin da piccolo i bei ritornelli orecchiabili che non svaporano mai, restano freschi, giovani, spumeggianti e scacciapensieri, soprattutto quelli che toccano la profondità del cuore, tutto un vibrare di sentimenti. Insomma, in casa sono cresciuto con la musica (tutta la musica), in particolare però con la lirica che i miei prediligevano: Bellini, Verdi, Puccini, Donizzetti, Mascagni, Cilea, ecc. ma soprattutto Puccini e l’amatissima soprano Magda Olivero (“un usignolo” come la definiva Cilea!), che veniva ascoltata in religioso silenzio e mandava regolarmente in visibilio, in una vera e propria estasi musicale, mia mamma e le mie sorelle. Ma anche Beniamino Gigli, Giuseppe Di Stefano, Mario del Monaco, Maria Callas, Tito Schipa … erano prediletti e venivano ascoltati con grande commozione ed ammirazione. Ma la Magda Olivero era una cosa a parte: lei incarnava con la sua insuperabile maestria vocale ed interpretativa la vera musica lirica del melodramma italiano.
Opere liriche, ma non solo; i miei genitori e le mie sorelle si dilettava anche delle Operette (la Vedova allegra, il Paese dei campanelli, Cincillà, al Cavallino bianco, la Contressa Marica, il Conte di Lussemburgo, Addio Giovinezza, la Contessa del Bel Tabarin, ecc.). Ed io, nato stonato, cresciuto in mezzo a queste melodiose armonie, sono rimasto stonato senza speranza, stonato più di una campana con le crepe (sc-eppa, come si dice in un dialetto molto efficace); ah, quanto soffrivo di questo scherzo che la natura mi aveva giocato: una forte e spiccata sensibilità musicale unita ad un grande amore per la musica: ma presenti entrambi in una persona sommamente ed irrimediabilmente stonata! Quanto mi sarebbe piaciuto cantare senza dovermi vergognare delle mie orrende stonature canore e storpiature melodiche ed armoniche! Per fortuna, ancora più stonato di me era (ed è) il mio amico Battista Radici, tanto che insieme facevamo un bellissimo duo da “Corrida”, dilettanti stonati allo sbaraglio! Un duo canoro da circo equestre con i clown! Stonati come siamo, se cantiamo insieme con un bravo cantante ben intonato, spesso lo facciamo stonare anche lui …!
A differenza di mia mamma e di mia sorella Liliana, che erano intonate e cantavano bene, io invece, con mio sommo rammarico e dispiacere, sono sempre stato molto stonato: ciononostante, talora mi sorprendo a canticchiare quel Puccini che mi commuoveva e mi sconvolgeva (e continua sempre ancora adesso, che sono vecchio, a donarmi profonde ed intense emozioni), nonostante che nel canto l’intonazione degli acuti mi difetti in assoluto … ma forse anche dei bassi … ah, quel diavolo di Puccini! È ancora capace di rugarmi dentro, nel profondo, e di farmi venire la pelle d’oca.
Mio padre, tutto immerso nel suo lavoro, partecipava però volentieri, quando poteva, a queste sedute “religiose” di musica alla radio o sul vecchio grammofono a dischi 78 giri. Figlio di un “vivace” commerciante di cavalli e di una mamma molto attiva che gestiva oltre la casa, anche una drogheria sotto l’abitazione, l’ho spesso sentito ironizzare con affetto, nostalgia e magnifica intelligenza delle cose su quella realtà borghese di paese, cui apparteneva “toto corde” per vocazione e fedeltà.
Diventato, dopo la I guerra mondiale o Grande Guerra, commerciante di riso e di farine, unico svago al suo lavoro, era la partita di carte a “tre sette”, serale e domenicale, che si concedeva con i soliti amici che frequentavano il Bar Centrale, di sua cugina Angelina Bonomi, maritata Solazzi. Altrove in altri capitoli, ho scritto altri ricordi …
Papà è morto come sanno morire gli uomini che lasciano a ciascuno (che l’ha conosciuto e frequentato) qualcosa che possa servire per continuare a vivere …
Dal matrimonio tra Arturo e Maria Erminia Gares nascono i seguenti figli:
1) – Pietro Giuseppe (2/12/1921) (nome del nonno paterno e materno) 3G-3RF-1-1, padrino Angelo Trebeschi di Rodengo; ha frequentato le scuole elementari in paese, dopo gli studi classici presso il Collegio Cesare Arici di Brescia, a quel tempo gestito dai Gesuiti, frequenta il corso di laurea in medicina e chirurgia a Pavia, dove si laurea nel 1946 e poi si specializzerà in Pediatria nel 1948. Durante il corso di laurea venne chiamato sotto le armi ed inviato a Verona dove frequenta per tre mesi il corso di addestramento di carrista e diventa sergente carrista; dopo viene mandato per altri due mesi a Vicenza; da settembre 1941 fino a marzo 1942 frequenta la scuola Allievi Ufficiali a Bologna e nel 1942 viene nominato sottotenente carrista a Verona. Nel giugno 1943 viene congedato per continuare gli studi universitari, faceva il quarto anno del corso di laurea e servivano medici. Nel mese di ottobre 1953 frequenta l’Ospedale militare di BS, dove diventa tenete medico e passa dai Carristi alla Sanità Militare. Sposerà il 14/06/1947 Nedelia[ii] Aletto (11/07/1925 – 18/02/2008) (di Carlo e Lucia Casetta) 3G-3RF-1-1m. La sua carriera medica si svolgerà come medico funzionario dell’Inam e come pediatra nei Consultori pediatrici dei nostri paesi. Andò in pensione nel 1978 … e poi se la godette come pensionato andando a caccia … [Vedi scheda in appendice sugli Aletto].
2) – Anna Maria (Mariuccia) (6/04/1926), madrina Anna Venturi in Crescenti, ostetrica Carolina Picinelli 3G-3RF-1-3f; sposa il 10/09/1955 Giuseppe Luciano Torri (12/12/1919 – 17/07/2009) di Natale Antonio e di Rosa Scolari, maestro elementare; (3G-3RF-1-3f/mt) [vedi scheda in appendice sui Torri].
3) – Giuseppe (Peppino I) (10/11/1928 – 16/05/1930), padrino il maestro Fausto Dusi (amico di mio padre), ostetrica Carolina Picinelli;
4) – Liliana[iii] Giuseppina (21/12/1932), madrina Gina Gozio (3G-3RF-1-4f); sposa l’8/05/1954 Lorenzo[iv] De Leo (21/01/1920 – 9/12/2005), guardia scelta della Squadra Mobile di BS (3G-3RF-1-4f/mt); vedi scheda in appendice su De Leo; (NB: nel 1932 i miei abitano in via Rizzi n° 5!)
5) – Giuseppe Federico[v] Vittorio (Peppino II) (26/05/1935 – BS, 25/01/1938), padrino il Podestà Federico Serlini;
6) – Giuseppe Antonio (Peppino III) (18/08/1944), 3G-3RF-1-2, padrino Giuseppe Crescenti; scuole elementari in paese, dopo il Liceo Classico all’Arici di Brescia, si iscrive al corso di laurea in medicina e chirurgia a Pavia dove si laurea nel 1969 ed inizia subito a lavorare nell’Ospedale di Rovato in Chirurgia Generale e Maternità, svolgendo la sua attività con il prof. Francesco Francesconi, suo maestro di chirurgia. Divenne nel 1988 primario di Chirurgia a Rovato, ma dopo la chiusura di questo ospedale, avvenuta per torbidi giochi politici “di scambio” e con il pretesto della riorganizzazione della rete ospedaliera bresciana, venne trasferito nell’Ospedale di Chiari, dove divenne nel 1996 Primario di Pronto Soccorso e nel 1998 Direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza dell’Azienda Ospedaliera “M. Mellini”, che comprendeva (e comprende tuttora) tutti gli ospedali dell’Ovest Bresciano: Chiari, Orzinuovi, Rovato, Palazzolo ed Iseo. Tenne questo incarico di ruolo fino al maggio 2007, quando chiese il trattamento di quiescenza, dopo 43 anni di lavoro… e si dedicò a queste ricerche e non solo a queste …
Sposa il 5/09/1970 Dania Eliana[vi] Campana (Rochefort, Francia, 2/09/1945) di Agostino (…) e di Simone Gauffier (…) (3G-3RF-1-1m1). Dal matrimonio nacquero due figli Arturo ed Alessandro; ma dopo alcuni anni di incomprensioni, i due si sono separati nel 1996.
Da allora Giuseppe (Peppino III) convive con Costanza[vii] Cancelli (Rovato, 24/10/1955) (di Abele e di Francesca Vizzardi) (3G-3RF-1-1m2), di Rovato, la quale, tra l’altro, lo ha aiutato in questo lavoro di ricerca e grazie alla quale è stato possibile portarlo a termine. I due si sono alfine sposati in comune il 9/10/2012.
Ricordo di mio fratello Piero Bonomi (apparso sul Bollettino Parrocchiale di Ospi nella primavera del 2012).
” Sono certo che questa pagina è troppo breve e sicuramente inadeguata per evocare compiutamente la sua esperienza di vita professionale ed umana, la personalità e le molte qualità di un uomo e di un medico della sua statura. Questa però non vuole essere una celebrazione accademica, ma soltanto un ricordo ed un ringraziamento ad un fratello (lui il primo dei figli ed io l’ultimo) che ha onorato, con la vita e il servizio di medico, la sua terra, la sua comunità, il suo paese. Con la sua scomparsa, Ospitaletto oggi perde uno dei suoi figli più stimati, più benvoluti e perciò sicuramente più rimpianti.
Nato il 2 dicembre del 1921 da Arturo e da Maria Erminia Gares (di Paderno), primo di sei figli, frequentò le elementari con il maestro Fausto Dusi: a quel tempo a Ospitaletto c’erano solo le prime quattro classi elementari; pertanto nostro padre lo iscrisse per la quinta e per proseguire gli studi al Collegio Cesare Arici di Brescia, gestito allora dai Padri Gesuiti. Conseguita la Maturità Classica (quella seria, della Riforma Gentile) frequenta il corso di laurea in medicina e chirurgia all’Università di Pavia, dove si laurea il 14 novembre 1946, e sempre a Pavia si iscrive subito dopo alla Specializzazione in Pediatria, che consegue il 6 settembre 1948.
Il destino ha voluto che facesse il pediatra, forse spinto o motivato in questa scelta dall’aver visto morire in tenera età due fratellini (i Peppini): uno nel 1930, aveva 19 mesi e l’altro nel 1938, aveva 20 mesi; ma sicuramente anche perché amava così tanto i bambini.
L’anno dopo la laurea, nel giugno 1947 sposa Nedelia Aletto, figlia di Carlo e Lucia Casetta, dalla quale avrà due figli: Roberto e Maria Erminia.
Nel 1949 si trasferisce in Val Camonica a Ceto, Cerveno e Paspardo per svolgere la sua prima esperienza di medico generico e di pediatra proprio in prima linea. In valle rimane fino al 1952, poi ritorna a Ospitaletto per gestire i Consultori Pediatrici anche dei paesi vicini (Paderno, Cazzago, Castegnato, ecc.) e viene assunto come medico funzionario dell’Inam, dapprima a Chiari, poi diventa Primo Medico a Palazzolo ed in fine Primo Medico Dirigente a Brescia. Ma io so per certo che il lavoro che lui di gran lunga preferiva era quello clinico, che svolgeva nei “suoi consultori”, dove il contatto diretto con i bambini, sani o malati che fossero, lo gratificava in pieno, umanamente e professionalmente; non era certo la posizione di prestigio che aveva acquisito nella grande struttura di Brescia a gratificarlo. Molte mamme lo ricordano infatti per quella sua naturale e spontanea affabilità nell’approccio ai bambini e per l’assoluta facilità e sicurezza nel visitare e “manovrare” quelle piccole e gracili creature, che erano poi i pazienti dei consultori da lui diretti.
La sua pensione fu rattristata da un evento molto doloroso: nel 1994 perse la nipotina Silvia di dodici anni: e fu sicuramente uno dei momenti più difficili della sua vita … non ho mai saputo se fosse riuscito a elaborare questo dolore e a superarlo: sono certo che in quell’occasione si convinse più che mai che nessun padre dovrebbe sopravvivere alla morte di un figlio (o di un nipotino). Spesso lo vedevano al Cimitero davanti alla piccola bianca lapide di Silvia … certo è che da allora si potevano leggere profonde tristezze negli occhi di Piero … Un’altra dura prova che la vita gli presentò, quando era già avanti negli anni, fu la perdita nel 2008 della moglie Nedelia dopo una lunga malattia.
Ma fortunatamente nella sua lunga vita conobbe oltre ai dolori, anche dei momenti di serenità e di gioia; infatti Piero ebbe delle belle soddisfazioni come quelle di assistere al matrimonio dei suoi due figli e diventare nonno per la nascita di quattro nipotini (due di Roberto e due di Maria Erminia); non solo, ma negli ultimi anni ebbe la fortuna di diventare anche bisnonno con la nascita delle tre pro nipotine, figlie di Barbara e di PierMario; l’ultima arrivata però, la vide solo in fotografia: non fece a tempo ad incontrarla, perchè nata a Londra. E non mi riesce difficile immaginare quanto fosse grande il suo desiderio di tenersi in braccio e coccolare la neonata Olivia, lui che voleva così bene ai bambini e si divertiva un sacco a mettersi al loro livello … per giocare … come faceva spesso con Maddalena e con Francesca.
Il 15 aprile 2007 riceve dall’Ordine dei Medici di BS la targa a ricordo dei suoi sessant’anni di laurea, un traguardo che la sorte non riserva a tutti i medici …
Gli piacevano molto anche le riunioni conviviali di famiglia, e puntualmente le organizzava in occasione dei suoi compleanni: tra una portata e l’altra, sorrideva e scherzava con le nostre sorelle, più che rivangando, quasi rivivendo i bei tempi della nostra giovinezza in famiglia con papà e mamma e noi non mancavamo di ricordargli che era lui il “coccolino della mamma”, e lui lo sapeva … anche se non voleva ammetterlo. Da parte sua poi, non esitava a mandarmi a quel paese, quando diventavo un po’ pesante e pressante nelle raccomandazioni di riguardarsi e di curarsi come un paziente ligio ed obbediente … come avvenne nell’ultimo incontro famigliare per festeggiare i suoi novant’anni: li aveva infatti da poco compiuti, sentiva qualche acciacco, ma tutto sommato pareva godere di uno stato di discreta salute e serenità … tanto che coltivava ancora diversi interessi culturali.
Da giovane dicono che avesse un bel carattere aperto, allegro e scherzoso; dopo il matrimonio e con l’esercizio della professione di medico (quindi di persona pubblica), divenne più serioso e controllato, pur mantenendo sempre la sua naturale spontaneità nei rapporti con parenti, amici e pazienti adulti o piccoli che fossero. Durante tutta la sua vita, conservò sempre un’assoluta coerenza con le sue idee ed i suoi valori, tanto che nutriva una innata avversione, quasi una vera e propria intolleranza, verso l’ipocrisia, l’opportunismo, la disonestà e la stupidità, che dai lontani anni cinquanta vedeva riportati quasi quotidianamente da giornali, radio e televisioni.
Da sempre grande lettore di libri, negli ultimi decenni era ritornato allo studio e alle sue letture preferite, in particolare ai classici della letteratura italiana, tra i quali privilegiava Dante, del quale amava ripassarsi tutto quanto aveva imparato al Liceo, così che spesso si dilettava di recitare a memoria intere terzine intercalandole, a mo’ di puntuali sentenze, nell’argomento di cui si parlava o si discuteva e gioiva nel verificare ogni volta questa modernità dell’Alighieri.
Non mancava mai alle messe che facevamo celebrare in chiesetta (quella chiesetta che nostro padre aveva fatto restaurare nei primi anni cinquanta) …
Ebbi modo di parlargli dopo che venne colto dall’accidente vascolare che lo avrebbe ucciso, proprio pochi minuti prima che morisse, e dato che era lucido di coscienza gli chiesi come si sentisse; mi rispose che non andava per niente bene, ma nonostante il dolore che lo affliggeva, mi parve di cogliere sul suo volto una certa serenità, come soltanto il viso di chi possiede ferme convinzioni interiori sa rimandare; non la disperazione di chi sa di essere alla fine, anche perchè uno che è stato medico, non può non avere fede. Pochi minuti dopo era spirato: era il 17 gennaio 2012, verso le 19,30. Piero è morto come sanno morire gli uomini che lasciano a ciascuno (che l’ha conosciuto e frequentato) qualcosa che possa servire per vivere.
Che la sua testimonianza umile, ma non modesta, pacata e riservata, ma forte della fermezza di convinzioni interiori coltivate con coerenza, possa rimanere viva e resti come esempio per la nostra Comunità.
Per me, ora, benché lui, mio fratello Piero, sia ridotto un pugno di cenere ed io invece sia ancora qui, non conta proprio un bel niente …; si può lo stesso ritrovarsi insieme e parlare, ed io posso chiedergli ancora qualche consiglio, anche se so già che ci saranno tanti momenti, come questo, in cui la voce non viene su … Senza essere però invadente e senza distoglierlo e neppure sottrarlo ai suoi nuovi ritrovati incontri: quelli con i nostri genitori, papà e mamma, con i Peppini, … soprattutto con Nedelia e con la sua amata nipotina Silvia … ed avranno tante cose da dirsi.”
Peppino (III°) di Arturo
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[i] Erminia: di origine etrusca, di significato ignoto, è documentato in latino come Herminuis – Herminia, proprio di un gens romana di origine etrusca. Di scarsa circolazione in Italia durante il Medioevo, ricompare durante il Rinascimento in versione femminile, dapprima attraverso la Sofonisba (1524) del Trissino, poi con la Gerusalemme Liberata (1579) del Tasso: a questa Erminia figlia di Cassano, re di Antiochia, innamorata di Tancredi, si deve la diffusione successiva del nome, rilanciato più volte anche dalle rivisitazioni musicali dell’opera. Tradizionalmente si ricorda il 25 agosto, S. Erminia martire a Reims (1396), dove aveva avuto diverse visioni e scritto quattro libri della sua vita.
[ii] Nedelia: diffuso in Lombardi, deriva da Neda, Nedo: la cui origine sembra di incerta attribuzione. Si possono dare diverse spiegazioni: da un lato Nedo può rappresentare la parola greca onda, flutto, forse ripresa dal nome mitologico di una ninfa oceanica, nutrice di Zeuss, chiamata Neda; non è da escludere che Nedo sia una variante fonetica di Nado; e che in slavo è diminutivo di Nedeljka, che significa nata di domenica.
[iii] Liliana: etimologicamente ricondotto al latino “lilium” giglio, è in realtà un nome insorto recentemente come adattamento dell’inglese Lilian, ipocoristico di Elisabeth, e di fatto corrispondente all’italiana Elisabetta: a conferma si può osservare l’assenza del nome nei repertori latini e medioevali e anche nella tradizione letteraria italiana. Raro all’inizio del secolo il nome inizia la sua ascesa negli anni ’20 soprattutto in Lombardia.
[iv] Lorenzo: continua il nome latino Laurentius, utilizzato come gentilizio e come cognomen di valore etnico, tratto dall’antica città laziale di Laurentum, sede del re Latino e méta finale del viaggio di Enea. La diffusione del nome è cristiana, sostenuta dalla presenza di molti santi e sante così chiamati: S. Lorenzo, arcidiacono di Roma nel III sec., martirizzato nel 258 durante le persecuzioni di Valeriano, quattro giorni dopo il Pontefice Sisto II. Il suo martirio è così narrato: il Papa condotto a morte si rivolse a Lorenzo per raccomandargli i suoi tesori; il Prefetto impose al diacono di consegnargli tali beni, ma Lorenzo dopo averli distribuiti ai poveri, ai vecchi e agli infermi, mostrò all’ufficiale il popolo dei derelitti rispondendo che quelli erano i veri tesori della Chiesa. Il Prefetto lo fece allora condannare a morte sottoponendolo al supplizio della graticola. Prima di esalare l’ultimo respiro il Santo si sarebbe rivolto ancora al prefetto con le parole “assum est, versa et manduca”. Cioè “è cotto, ora voltalo dall’altra parte e mangia”. Jacopo da Varagine collega il nome a Laurum tenens (che tiene la corona laurea), simbolo di vittoria: con il martirio Lorenzo vinse la morte e si laureò Santo, facendo dichiarare al suo persecutore :credo che siamo stati vinti. Costantino gli eresse una basilica sulla via Tiburtina, una delle più grandi chiese dell’antichità, divenuta presto meta di pellegrinaggio. La festa di S. Lorenzo è il 10 ed è documentata già nella prima metà del IV sec: e il Santo è conosciuto come secondo protettore di Roma, dopo Pietro. La tradizione medioevale è ricchissima di questo nome. Altri Santi hanno contribuito a sostenere il nome a livello locale: S. Lorenzo da Frazzanò, nato intorno al 1116 e divenuto uno dei maggiori esponenti del monachesimo basiliano in Sicilia (festa 30 dicembre); S. Lorenzo Illuminatore, abate vissuto nel V sec, fondatore del monastero di Farfa, spesso identificato con S. Lorenzo da Spoleto (festa 8 luglio); S. Lorenzo di Novara, ricordato come terzo Vescovo della città e come martire al tempo di Giuliano l’apostata; le sue reliquie si conservano nella Cattedrale (festa 30aprile); S. Lorenzo Maiorano , patrono di Manfredonia, Vescovo di Siponto nel V sec., a cui è apparso in sogno l’Arcangelo Michele dove voleva essere onorato (festa 7 febbraio); S. Lorenzo Giustiniani (1381-1456), primo patriarca di Venezia (festa 5 settembre); S. Lorenzo da Brindisi (1559-1619), dottore della Chiesa, attivo nelle predicazione in Europa (festa 21 luglio).
[v] Federico: di origine germanica deriva dall’antico Frithuric Friduric Frederick attestato nei paesi germanici fin dal V secolo, latinizzato in Fridiricus. Si tratta di un composto ‘frithu’ (recinzione, protezione, ma anche pace) e ‘rikja’ (potente, ricco); si può tradurre come: potente nel suo possesso o anche potente che domina nella pace. L’ingresso del nome in Italia dipende direttamente dagli imperatori germanici della casa di Hohenstaufen primo tra tutti Federico Barbarossa (1123-1190), sceso più volte in Italia per combattere i Comuni. Un altro riferimento importante è suo nipote il raffinato Federico II di Svevia (1194-1259) figlio di Enrico VI e di Costanza di Altavilla, re di Sicilia: amante delle belle arti, fece della sua corte un cenacolo di cultura, centro di incontro tra la tradizione greca, araba, ebraica. In seguito il nome entra nella tradizione famigliare di molte dinastie regnanti sia italiane (i Gonzaga a Mantova, i marchesi di Saluzzo e i marchesi di Urbino) sia europee (gli Asburgo, gli Aragona, gli elettori di Sassonia). Per molto tempo Federico mantiene una connotazione aristocratica, alimentata anche dalla letteratura ed il nome ritorna spesso anche in opere liriche. Noi ricordiamo il cardinale Federico Borromeo che ha una parte importante nella conversione dell’Innominato.
[vi] Eliana: presente in epoca imperiale come Helianus, importato dalla Grecia ; all’origine vi è il greco Helios (sole) con suffisso derivativo che indica appartenenza: si ricorda Claudio Eliano il poligrafo romano del II-III secolo d. C. autore di una Storia degli animali e di una raccolta di fatti e detti di personaggi famosi. La Chiesa riconosce una S. Eliana festeggiata il 20 aprile: nata nell’VIII secolo da una povera famiglia di Cilento, considerata pazza e derisa dai suoi concittadini, si rifugiò in una grotta dove visse cibandosi di erbe e di radici. La fama della sua vita esemplare si diffuse e alla sua morte il corpo fu trasportato nella cattedrale di pesto. La distruzione saracena dell’intera costa salernitana non riuscì a soffocare la devozione; S. Eliano martire in Numidia viene festeggiato il 22 luglio.
[vii] Costanza: continua il personale latino Constantius -a attestato nel periodo imperiale e formato dal participio presente Constants -tis (costante, fermo, risoluto, saldo; apprezzato dai Cristiani perché inteso in senso morale come fermo nella propria fede). Nel Medioevo è attestato l’uso al femminile fin dall’886; molto apprezzato dai Cristiani per il suo valore augurale, Costanzo fu il nome di vari santi: S. Costanzo martire della Legione Tebea, caduto a Dronero (CN), dove viene ricordato dalla Chiesa romanica del XII sec. di S. Costanzo al Monte , eretta a pochi chilometri dal paese. Il Santo è compatrono di Meana, che ne conserva le reliquie, e Patrono di Pont Canavese, dove gli è dedicata la Chiesa Parrocchiale (la festa 18 settembre). Un altro S. Costanzo fu Vescovo a Vercelli nel VI secolo. In Campania c’è S. Costanzo di Capri, protettore dell’isola per averla più volte difesa dalle invasioni saracene (14 maggio). Un altro Santo importante è S. Costanzo, primo Vescovo di Perugia: originario della Gallia e di nobile famiglia fu imprigionato durante la persecuzione di Antonino Pio, ma continuò la sua predicazione e convertì i prigionieri che lo liberarono e lo aiutarono a raggiungere Roma. Nuovamente ripreso, fu decapitato nei pressi di Foligno (festa 19 gennaio). Venerato a Perugia di cui è patrono, ma anche in Puglia a Panni (FG) che ne conserva le reliquie, S. Costanzo Vescovo di Aquino (FR) patrono della città (festa il 29 maggio); S. Costanzo martire con Simplicio e Vittoriano, patrono di Celano (AQ) festa il 25 agosto. Anche il femminile Costanza è sostenuto da varie sante. S. Costanza martire a Nocera (festa il 19 settembre), in questo caso sembra però prevalere il prestigio di grandi personaggi storici come Costanza d’Altavilla (1154-1198), ultima erede dei re Normanni, che resse il regno di Sicilia in nome di suo figlio Federico II.