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Premessa Estimo Ospi 1598

Premessa e Presentazione.

Descrizione del territorio di Ospitaletto.

Ospitaletto si trova nella parte occidentale della Provincia di BS: confina a nord (in direzione da est a ovest) con Castegnato (la Baitella), Paderno e Passirano (la Balduzza), poi Cazzago (Barco di Bornado); a sud (sempre da est a ovest) con Castegnato, Travagliato e Cazzago (la Costantina ed il Perosino).
Il terreno coltivabile non è molto: infatti a soli settecento metri a nord della strada iniziano già i terreni degli altri paesi; a sud la situazione va meglio, grazie alla presenza di Lovernato che dista dal centro abitato almeno 1500 metri.
La strada statale n° 11 (l’attuale Padana Superiore) divide il paese ed il suo territorio in due zone ben distinte e a diversa resa produttiva: quella a sud della strada è “adaquadora”, grazie alla seriola nuova di Chiari e ai suoi numerosi “serioletti”(15/06/1571); quella a nord della strada è arida non essendovi (almeno fino al 1965) alcun sistema di irrigazione: da qui la diversità di valore commerciale e di valutazione per l’estimo dei terreni irrigati da quelli aridi.

L’estimo che ho trascritto è quello del 1598 (ASB, Catasto Antico, vol. 1647): quindi un estimo che risale a duecento anni prima delle Mappe Napoleoniche, che rimangono pur sempre un riferimento topografico, abbastanza preciso perché, anche se vengono compilate ben due secoli dopo, è pur vero che fanno riferimento all’estimo del 1641; inoltre a quei tempi, le cose cambiavano molto più lentamente dei tempi nostri … Infatti alcune contrade del 1598 sono ancora identificabili ed individuabili nelle mappe Napoleoniche, perciò anche se queste riportano i Numeri di Mappa e non il nome delle contrade, tuttavia si può ugualmente risalire ad una mappatura dei Quartieri e delle Contrade del XVI e XVII secolo del comune di Ospitaletto.
Bisogna precisare che la documentazione più vicina a questo estimo del 1598 è “Il Catastico della città di Brescia et suo territorio” che il Da Lezze presentò al Senato di Venezia nel 1610, che vale la pena di trascrivere e riportare.

[Nel 1524 il Senato di Venezia dispose che ogni Podestà o Capitano al ritorno della sua provincia doveva riferire anche per iscritto (e non solo a voce) intorno al suo rettorato. Nella sua relazione il Da Lezze scriveva “… presento un libro che servirà per informare … almeno per la maggior parte delli particolari di quella Città, Castello, Monitioni, entrate e spese di quella Camera …”.
Ovviamente alla raccolta ed elaborazione di tanto materiale hanno concorso segretari e funzionari del Podestà che si sono avvalsi anche della collaborazione delle autorità civili e religiose, degli uffici municipali e comunali e dei vicari bresciani sparsi sul territorio: anche se dalla sua lettura “risulta chiaro che la sua redazione definitiva va attribuita ad una sola mano per lingua, stile criteri di scelta e di organica distribuzione della materia e che il redattore non era affatto privo di una particolareggiata e larga conoscenza delle vicende, tradizioni e leggende locali certamente più note ad un bresciano che non ad un funzionario veneziano, quindi forestiero” (Pasero, Introduzione al Catastico di Brescia del Da Lezze).
Giovanni Da Lezze inviato da Venezia quale nuovo podestà di Brescia (in sostituzione del precedente) fece il suo ingresso ufficiale di domenica il 14 dicembre 1608. Alcuni anni prima, Giovanni era stato capitano di Bergamo nel 1594-96. Egli apparteneva ad uno dei più importanti casati della città lagunare per censo, parentele famigliari e per aderenze politiche: suo nonno Giovanni venne creato cavalieri e conte da Carlo V nel 1532; suo padre Andrea era magistrato di S. Marco e procuratore molto influente nella vita politica veneziana.
Da Andrea e da Maria (figlia di Lorenzo Tiepolo) nacque il nostro Giovanni il 15 aprile 1554; nel 1574 sposò Maria di Girolamo Priuli della quale rimase vedovo proprio durante la sua podesteria bresciana e dalla quale aveva avuto due figlie e cinque figli maschi, il primogenito dei quali Andrea sarà capitano di Brescia nel biennio 1625-26.
Il giorno dopo il suo ingresso in città, il nuovo podestà prestò giuramento di piena osservanza degli Statuti degli Ordinamenti e dei privilegi cittadini alla presenza delle autorità comunali in carica: l’abate o capo del Consiglio speciale Pietro Barbisoni, i deputati all’osservanza degli statuti Giulio Stella e conte Alfonso Provaglio, l’avvocato del comune Gaspare Lana e i due sindaci Giovanni Francesco Saiano e Lucio Appiani. Adriano Pedrocca uno dei due cancellieri ne redasse il verbale e così si concluse la cerimonia dell’insediamento.
Brescia a quei tempi era divisa in Cittadella Nuova e Vecchia ed in Quadre: sei di San Giovanni, sette di San Faustino (l’ottava comprendeva Mompiano), due di S. Alessandro, ciascuna delle quali rappresentata ed affidata alla sorveglianza di un anziano democraticamente eletto dagli abitanti: in tutto questi anziani erano quindici. Al di là delle mura sorgevano i borghi e si stendevano le Chiusure per circa un paio di miglia.
Giovanni Da Lezze rimase podestà di Brescia per il 1609 e 1610: l’ultima riunione del Consiglio Generale cittadino presieduta dal Da Lezze fu tenuta il 13 dicembre 1610 ed a lui successe nella podesteria Pietro Barbarigo che comparve per la prima volta nella adunanza del 20 dicembre successivo. La partenza del Da Lezze venne salutata dalle abituali cerimonie ufficiali di commiato. Il giovinetto dodicenne Francesco Lando (figlio di Antonio allora capitano di Brescia) recitò un’orazione che venne ritenuta degna di stampa, “insigne saggio della più barocca prosa encomiastica scritta con il pennello della lingua e della voce” come l’ha definita Carlo Pasero. Da Venezia dove subito ritornò, il Da Lezze fece pervenire ai maggiorenti del Comune di Brescia una sua lettera di saluto nella quale oltre alle attestazioni di affetto e gli auguri per il nuovo anno offriva pronti servigi in caso di necessità; ed infatti ebbe poi occasione di intervenire più volte a favore dei Bresciani grazie alle ragguardevoli cariche che occupò dopo aver lasciato la podesteria di Brescia.
Giovanni Da Lezze morì il 13 settembre 1625 ed i Bresciani lo ricordarono facendo celebrare in Duomo pochi giorni dopo, il 17 settembre, un solenne ufficio funebre a suffragio della sua anima, nel medesimo tempo onorando lui ed il figlio Andrea, allora Capitano in carica].

Sotto il dominio veneto Hospedaletto faceva parte della Quadra de Travajado: ecco il testo del Da Lezze.
“N.1 Terra situata in piano lontana da Brescia otto miglia in circa, confina con Travajat, con Passiran et con Castegna, è di circuito mezo miglio, s’estende il suo territorio un miglio e mezo per longo et per traverso; per mezzo d’essa terra passa la strada di Palazzolo.
Le Possessioni non sono molto buone et dalli habitanti sono adacquate.
Le mittà de buoni (=beni) sono de Cittadini, l’altra de’ Contadini.
Da alcuni anni in qua è stata limitata per li Datii dell’imbotado pan, vin et carne.***
Fuoghi n° 300 – Anime n° 1500, de’ quali utili 210.
Nobili Bressani: li Usopini, li Odasij, li Aleni, li Guarner.
Contadini principali: Guarneri et molti altri (Caij, Gazoli, Chiappi, …).
Chiesa di San Giacomo parochiale officiata da Preti con buona entrada.
Chiesa di San Rocco officiata una volta all’anno.
Piò di terra circa 1500
Alcuni Molini posti sopra la Castrina che passa per il territorio acqua tratta dal fiume Oglio.
Li piò vagliono tanto come quelli di Travaiat.
Non vi sono Monasterij né altri edifici. – Il Comune si governa come quelli di Travaiat
Ha poca entrada la qual cava da alcuni campi di raggione del Comune.
Animali Bovini n° 30 para – Cavalli da somma para 25 – Pecore non ve ne sono né capre.
Carri et carrette n° 30.”
*** significa che ha avuto un privilegio (vedi in allegato la trascrizione di tale privilegio)
E questo è quanto Giovanni Da Lezze scriveva su Ospitaletto nel 1609-1610.

Commento all’Estimo 1598. Quadro generale.

Per quanto riguarda gli estimi di Brescia e del suo territorio si ha notizia di un estimo voluto da Barnabò Visconti nel 1379.
Secondo l’Odorici (Storia di Brescia t. VII pg. 224) il più antico estimo conosciuto e di grande importanza per raffronti statistici ed analisi approfondite, è quello del 1385. Questo estimo è stato trascritto da Andrea Valentini nel 1896 insieme alle Provisiones fatte per il comune di Brescia il 27 febbraio 1388. Quindi alla dominazione di Gian Galeazzo Visconti risale la redazione di questo primo estimo del 1385. Da esso apprendiamo che Ospitaletto era inserito nella quadra di Rovato, mentre successivamente sotto il dominio veneto verrà posto nella quadra di Travagliato.
Ecco i comuni della Quadra de Rovado: Comune de Rovado, de Hospedaleto, de Cazago, de Chalino, de Bornado, de Passirano, de Paternoleto, de Camigniono, de Castegnato, de Travayado, de Casalibus de Torbolis, de Torbolis, de Ronchadelis. Infatti nell’Estimo del Comune di Brescia e suo territorio, viene descritto che era suddiviso in Quadre: quadra de Palazolo, quadra de Clariis, quadra de Urciis, quadra de Quinzano, quadra de Pontevico, quadra de Ustiano e Gottolengo, quadra de Canedo, quadra de Asola, quadra de Monteclaro e Castro Zuffredo, quadra de Gaydo e Calvisano, quadra de Gavardo, quadra de Gussago, quadra de Rovado (nella quale è inserito anche l’Hospedaletto e Travajado), quadra de Rezato, quadra de Capriano e Mayrano, quadra de Isseo, quadra de Valle Sabia, quadra de Valle Trompia, quadra de Navis.
Vale la pena di ricordare che per quasi un ventennio (1404-1421) il governo di Brescia fu retto da Pandolfo Malatesta, che aveva avuto la città in pegno per i servizi resi ai Visconti. Il periodo Malatestiano, pur tanto turbato da lotte, fu tuttavia anche fervido di opere civili ed artistiche, rese possibili da una sapiente amministrazione finanziaria; alla corte del nuovo Signore di Brescia vennero letterati ed artisti come Gentile da Fabriano, che affrescò la cappella di S. Agostino nel palazzo del Broletto. Il dominio illuminato di Pandolfo fu di breve durata in quanto le sue mire espansionistiche allarmarono i Visconti, che non avevano mai rinunciato al territorio bresciano. Mandarono così il loro più valente capitano – il Carmagnola – ad assediare Brescia che, nel marzo del 1421 dopo un lungo assedio, si arrese al duca di Milano.
Fra le richieste avanzate per la resa, Brescia pose anche quella che non le fossero aumentate le tasse e che le fosse concesso di continuare a pagare le gabelle “all’uso antico”. Il Duca non solo accettò queste condizioni, ma concesse anche molti privilegi e nuove esenzioni alle famiglie che si erano dimostrate fedeli alla sua casata.
Il fisco già allora era organizzato in modo estremamente caotico ed iniquo: il cespite massimo di entrata per il governo erano i dazi che colpivano tutte le merci e i prodotti; queste imposte indirette si distinguevano in speciali e generali: venivano chiamate speciali quelle che si imponevano. Sappiamo (GP. Belotti) che durante il periodo Visconteo e Malatestiano vi furono questi estimi nel Bresciano:
anno 1385: Estimo visconteo;
anno 1401-03: Estimo di Pandolfo Malatesta; anno 1409: Estimo di Pandolfo Malatesta;
anno 1411: Estimo di Pandolfo Malatesta; anno 1414: Estimo di Pandolfo Malatesta;
anno 1416: Estimo di Pandolfo Malatesta
anno 1422: Estimo visconteo.

Caduta la Signoria dei Visconti e dei Malatesta il 30/12/1426, Brescia venne per la prima volta sotto il dominio della Repubblica di Venezia e Francesco Foscari nel 1429 riformò gli Statuti precedenti e provvide alla successiva compilazione affidandola a Giudici, Causidici e Nobili bresciani. Durante il primo trentennio la dominazione veneta nel Bresciano fu duramente contrastata dai Visconti, che giunsero ad occupare in più riprese parti importanti del suo territorio: soltanto con la pace di Lodi, nel 1454, la città venne inserita stabilmente nell’organizzazione dei domini veneziani.
Nell’atto di dedizione a Venezia, Brescia aveva ottenuto il riconoscimento dei propri statuti cittadini, ma la Repubblica veneta, pur lasciando un buon margine di autonomia sulle questioni locali, si assicurò ben presto il controllo della provincia per mezzo dei propri funzionari: attraverso di essi poté organizzare l’esazione puntuale delle imposte e controllare attentamente la vita politica e civile dei nuovi sudditi. La Repubblica inoltre, non solo confermò i vecchi privilegi e le esenzioni viscontee, ma per ricompensare la fedeltà di Brescia, ne aggiunse altri di carattere economico, che tonificarono l’economia bresciana prostrata dalle guerre e favorirono una discreta ripresa della vita agricola, commerciale ed industriale, permettendo alla città di raggiungere e superare la floridezza goduta nei secoli precedenti.
Questi privilegi furono confermati dal Senato veneziano nel 1440; con essi i cittadini si garantirono una molteplicità di esenzioni inerenti alle “gravezze” reali o personali e alle “taglie” ordinarie e straordinarie.
Inoltre, sotto il dominio veneto le quadre vengono risistemate suddividendole in “settentrionali” (a nord della strada che va dalla Porta di Torrelunga di Brescia fino alla terra di Salò, e dalla Porta di San Giovanni fino al Castrum di Palazolo) ed in “meridionali” (che si trovano a sud delle stesse strade); riportiamo la nuova ripartizione; ecco le quadre a nord:
quadra de Rezato, quadra de Gavardo, quadra de Valle Sabia, quadra de Valle Trompia, quadra de Lumezzane, quadra de Gussago et Francia Curta, quadra de Palazolo, quadra de Yseo;
e quelle a sud:
quadra de Gaydo, quadra de Montichiari, quadra de Gotolenghi, quadra de Bagnoli, quadra de Mayrani, quadra de Travayadi (con Hospitale Denni), quadra de Manerbio, quadra de Quinzani e quadra de Urceani Novari que est terra separata a Brixia.
Nel 1473 questa suddivisione verrà leggermente variata da Ferando in Brescia, ma per quanto riguarda l’Hospedaletto, questo giovane paese rimarrà nella quadra di Travajado.
In conclusione: durante la dominazione Veneta il territorio provinciale bresciano si divideva in 19 Quadre; ogni quadra aveva il proprio Consiglio del quale facevano parte quanti erano eletti dai comuni in essa compresi. Ospitaletto faceva parte della settima Quadra, quella di Travagliato che comprendeva otto Comuni (Travagliato, Ospitaletto, Torbole, Casaglio, Lograto, Maclodio, Berlingo, Trenzano).

[Durante la dominazione veneta le terre bresciane erano suddivise amministrativamente in sette podesterie: le quattro maggiori: Valcamonica, Salò, Asola e Orzinuovi; e le tre minori: Chiari, Lonato e Palazzolo; ed in quattordici vicariati: i sette maggiori di Iseo, Montichiari, Rovato, Gottolengo, Calvisano, Quinzano, Pontevico; i sette minori: di Gavardo, Manerbio, Ghedi, Gambara, Pontoglio, Castrezzato, Pompiano; tutti sottoposti al controllo del Consiglio Generale di Brescia. I rettori si preoccupavano di mettere dirette rappresentanze venete nelle aree strategiche di confine (Brescia, Salò, Anfo, Asola, Orzinuovi e Pontevico).
All’interno di questo ampio panorama emergeva la distinzione basata sul diverso registro fiscale di terre separate, terre privilegiate ed esenti, e parte restante del Territorio. Le terre separate (Asola e Lonato, le tre Valli – Camonica, Trompia e Sabbia – la Riviera di Salò con il lago di Garda, erano amministrativamente svincolate dalla restante porzione di terre rientranti nel Territorio e potevano ripartire secondo modalità autonome gli oneri e le imposte dirette dovute alla Serenissima, sulla base di distinti ruoli d’estimo (v. Barbara Bettoni: Le polizze d’estimo bresciane). Accanto a queste terre vi erano delle Quadre e comunità che ricevevano privilegi di esenzione in relazione ad alcune imposte dirette e soprattutto riguardo agli oneri indiretti. Vi era infine il Territorio che si era costituito organismo federativo rurale nel 1430, aveva come primitivo obiettivo una precisa attività di difesa delle componenti della società rurale: questo organismo riuniva le terre maggiormente soggette all’imposizione fiscale, sia di tipo diretto che indiretto].

Sistema fiscale veneto nel bresciano
Il primo periodo della dominazione veneta mantenne le precedenti modalità di riscossione delle imposte definito in epoca viscontea e malatestiana.
Inizialmente la repubblica cercò di placare il malcontento contro l’eccessivo carico fiscale, concedendo di volta in volta privilegi ed esenzioni soprattutto a quelle zone del territorio bresciano che avevano un maggior potere contrattuale, come le Valli e la Riviera di Salò, o a quelle che avevano sviluppato strutture rappresentative più incisive come le quadre di Pedemonte e della Franciacorta.
Una distinzione circa la natura dei tributi:
i dazi che genericamente possiamo paragonare alle imposte indirette. I dazi erano numerosissimi: colpivano tutti i prodotti agricoli ed artigianali, alcuni anzi (il vino e il pane), erano tassati due volte alla produzione e al consumo. Quelli più rimunerativi riguardavano il sale; le biade; l’imbottado che colpiva tutti i frutti della campagna al momento del raccolto; la macina che riguardava tutti i tipi di grano e a cui si collegava strettamente quello dei pistori (fornai) che gravava sulla produzione del pane; sulle carni bovine, caprine ed ovine; sulla produzione e la vendita della lana e del lino. Nel primo secolo della dominazione veneta l’incidenza dei dazi era stata notevolmente mitigata dai privilegi concessi alla città, a molte comunità ed a singoli patrizi.
Dopo la pace di Cambrai (1529) la repubblica uscita dalle guerre carica di debiti aumentò i dazi e restrinse i privilegi, adottando una politica rigidamente protezionistica che incise negativamente sull’economia bresciana che si trovava in una fase recessiva.
le gravezze che comprendevano una serie di tributi che venivano pagati direttamente dai possessori di beni mobili o immobili (più o meno come le odierne imposte dirette) soggette però al variare delle necessità finanziarie della Serenissima, ed in particolare dalle circostanze belliche che spesso poi restavano stabili come la dadia delle lanze o colta ducale che aveva inizialmente carattere straordinario (per far fronte alle spese militari per gli attacchi ungarici), ma diventerà una tassa quasi regolare: per il bresciano essa fu fissata in 20.000 ducati per il 1434 e in 24.000 ducati per il 1441. L’introduzione della prima imposta diretta stabile (la decima) si ebbe solo con la guerra con i Turchi (1463 – 1479).
Altre imposte dirette (sussidi, gravezze) erano la tassa “per le genti d’arme”, gli “ordini di Banca” o alloggi di cavalleria; il “campatico” e il “testatico” che colpivano solo i contadini; infine l’imposta per la costruzione e per la risistemazione delle rocche o castelli in cui si articolava il sistema difensivo veneziano in Terraferma. Già la denominazione di queste tasse denuncia la loro finalità, che era quella di coprire essenzialmente le spese militari, spese non solo irrinunciabili ma anche destinate a crescere via via che la Serenissima si trovò a dover fronteggiare praticamente da sola l’avanzata del turco nel Mediterraneo.
L’imposizione dei sussidi e delle gravezze non si fondava dunque sulle effettive disponibilità economiche dei sudditi di Terraferma, nè sulla tassazione progressiva dei beni e dei redditi, come avviene in epoca moderna, bensì sulle necessità di bilancio della Dominante. Così quando Venezia necessitava di un sussidio, stabiliva la cifra complessiva che i domini di Terraferma le dovevano sborsare, procedendo poi a suddividere tale cifra fra le varie provincie secondo “quote o carati” variabili in rapporto ad alcuni parametri, quali l’estensione del territorio, il suo reddito, la sua popolazione, ecc.
È chiaro che questi criteri non garantivano una equa distribuzione del carico fiscale, il quale non era fondato su una rilevazione generale ed omogenea dei beni e dei redditi, ma veniva imposto d’autorità secondo le necessità del bilancio di Venezia.
Una volta definito il contributo cui era obbligata, ciascuna provincia doveva provvedere a una ripartizione delle “quote o carati stabiliti” all’interno dei diversi “corpi sociali” (cittadini, clero, famiglie nobili, territoriali, ecc.) che la componevano. A sua volta anche questa ripartizione non si ispirava a principi di equa suddivisione tra le parti ed in base ai redditi, ma derivava da decisioni prese dal principe (doge) nell’ambito di una continua attività di mediazione degli interessi particolari dei vari corpi (sociali) coinvolti. Per esempio, fin dalla prima compilazione dell’estimo del 1430 la città “per repartir fra i suoi cittadini la porzione di gravezze che gli toccava sopra gli caratti 9 e mezzo fece il suo estimo da per sé il suo, per repartir tra i suoi comuni e scoder con giustizia la porzione che gli toccava sopra i 14 caratti e mezzo”.
In conclusione quindi, il gettito fiscale cui era obbligata la provincia bresciana come territorio della Terraferma proveniva dai dazi e da una serie di imposte di tipo diretto (indicate con il termine di gravezze) che andavano a incidere soprattutto sulla proprietà fondiaria ed erano pagabili in denaro.
Nelle gravezze od onera rientravano la taglia ducale (di origine quattrocentesca), la tassa delle genti d’arme e il sussidio (introdotti nel corso del Cinquecento).
La taglia ducale divenuta tributo ordinario nel 1445 era un onere che veniva computato sulla base di beni mobili e immobili posseduti. (I Cittadini nel 1448 erano riusciti ad ottenerne l’esenzione perpetua, mentre le terre separate che dal cinquecento avevano ottenuto una riduzione delle quote cui erano obbligate: questa tassa quindi andava a colpire in modo incisivo il Territorio, che ne era gravato senza possibilità di sottrazione). La seconda tassa (la tassa delle genti d’arme) imponeva il versamento di una certa quantità di moneta in sostituzione dell’originario rifornimento in natura di foraggio, alloggio e utensili al fine di mantenere le truppe veneziane inviate sul Territorio.
Il terzo tributo (sussidio) acquisisce carattere ordinario a partire dal 1534 e doveva essere pagato da tutti (uniformando i contribuenti di fronte al fisco) e rappresentava una innovazione di estrema importanza nel sistema fiscale attuato nella provincia bresciana (B. Bettoni).
Era inoltre prevista una ulteriore forma di tassazione nota come “limitazione dell’imbotado” che alcune comunità del contado dovevano versare alla camera fiscale in sostituzione del dazio sui raccolti di vino, cereali, e altri prodotti agricoli (biade, fieni, olio, legumi, ecc.).

RIPARTIZIONE DELLE IMPOSIZIONI
La terraferma era suddivisa in 100 “carati”, ognuno del valore di X ducati e ogni provincia fu “caratata” della propria quota e così la Serenissima si assicurò ampi margini di discrezionalità potendo dosare la suddivisione secondo l’opportunità politica. Una volta stabilito quanto era dovuto da ogni singola provincia, si provvedeva alla ripartizione dei carati stabilito fra i “corpi”: Città, Territorio, Clero e Luoghi con giurisdizione separata, cioè la Riviera e le tre Valli, Asola e Lonato. Anche questa seconda suddivisione, come la precedente, avveniva d’autorità, secondo l’arbitrio del principe, il quale ovviamente cercava di mediare fra i diversi interessi particolari dei vari corpi, spesso contrapposti. A partire del 1431, i 24 carati assegnati al bresciano furono così suddivisi: Città, carati 9 ½; Territorio, carati 14 ½. Queste quote rimasero sostanzialmente inalterate fino al 1561, anche se potevano essere rettificate qualora una delle parti fosse riuscita a dimostrare di essersi eccessivamente impoverita rispetto alle altre e avesse inoltre accumulato una forza contrattuale tale da costringere il senato di Venezia a prendere in considerazione le sue richieste.
Stabilite le quote spettanti ad ogni corpo, la Città, il Clero, il Territorio e i Luoghi separati provvedevano al rinnovo del proprio rispettivo estimo, al fine di adeguarlo alle variazioni delle ricchezze – individuali per la città e collettive per il territorio e i Luoghi separati – che si erano verificate nel periodo che aveva vigoreggiato l’estimo precedente. Per fare un esempio concreto, utilizzerò l’estimo del 1443, steso per ripartire la “talea” di 24.000 ducati che la provincia di Brescia doveva pagare a Venezia nel 1444: in quell’occasione il territorio doveva versare lire 87, soldi 6 per ogni lira d’estimo posseduta.
Stabilita la cifra per il territorio, questa veniva suddivisa tra le varie Quadre, in base all’estensione delle terre coltivate e in base alla popolazione; ogni Quadra poi suddivideva la somma a lei assegnata tra i vari Comuni che la componevano, anche qui in base all’estensione e alla qualità delle terre coltivate e in base alla popolazione del Comune. In questo modo ogni Comune doveva corrispondere la somma stabilita. Per fare questo, si prendeva come punto di riferimento l’estimo del Comune:
Fatto l’estimo si divideva la quota di tassa assegnata per il valore complessivo ottenuto con l’estimo, ottenendo così il coefficiente che andava moltiplicato per ogni lira o frazione di essa allibratagli ed ottenere così la tassa che ciascun possessore di reddito doveva pagare. In pratica si eseguiva una semplice proporzione del tipo:
Capitale tot : capitale personale = Tassa assegnata al paese : X dove
X = rappresenta la tassa reale che ogni possessore (contribuente) era tenuto a versare, per cui
X = Capitale personale x Tassa assegnata al Comune / Capitale tot oppure anche:
X = Tassa assegnata : Capitale totale = Coefficiente base che dovrà poi essere moltiplicato x capitale personale, in modo da ottenere la X ricercata, cioè la tassa da versare/versata da ogni possessore.
Il capitale totale e quello personale erano ricavati dall’Estimo; è chiaro che conoscendo l’ammontare della tassa assegnata ad ogni paese (ben stabilita ed attribuita di volta in volta nell’ambito della Quadra per ogni comune), era (ed è) facile determinare la somma precisa di tassazione che ogni contribuente doveva versare. Ma NON è conosciuto il valore assegnato alle Quadre e neppure il valore che ogni Quadra assegnava ai propri comuni!!! Se si conoscessero tali valori si potrebbe facilmente calcolare il valore del contributo fiscale per ogni cittadino e per ogni contadino!

Estimo.
L’estimo dunque assolveva una duplice funzione: quella di indicatore del patrimonio fondiario e di divisore e ripartitore delle tasse comminate.
Il primo estimo generale congiunto fra città e territorio fu pubblicato solo nel 1591, mentre il successivo fu bandito ben cinquant’anni dopo, nel 1641.
Mentre l’estimo della città serviva solo per stabilire il coefficiente da utilizzare per imporre le “gravezze” al singolo cittadino, quello del territorio serviva anche da indicatore della consistenza patrimoniale dei singoli paesi e quindi da divisore delle quote d’imposta fra le varie comunità.
Il carato così assegnato ad un paese rimaneva però invariato per tutto il periodo in cui vigoreggiava l’estimo, indipendentemente dalla variazione patrimoniale positiva o negativa della Comunità. Dato però che fra una operazione di rinnovo e l’altra intercorreva assai spesso un lungo lasso di tempo, il mancato adeguamento delle imposte dirette alla variazione patrimoniale finiva per accelerare i processi di impoverimento o di arricchimento delle singole comunità, generando così profondi squilibri sociali e contrapponendo fra loro i paesi del contado.
Viceversa, le comunità che si trovavano in uno stato miserevole al momento dell’estimazione mantennero inalterata la loro quota anche se nel frattempo divennero più ricche e più densamente popolate.
[A titolo informativo riporto l’elenco degli estimi del quattrocento e del cinquecento:
L’anno 1430 “doppo che il prencipe ebbe aggiostato arbitrariamente il caratto tra città e territorio. La città per repartir tra i suoi cittadini la portione di gravezze, che gli toccava sopra gli caratti 9 e mezzo fece il suo estimo da per se senza il territorio. Il territorio anch’esso fece da per sé il suo, per repartir tra i suoi comuni e scoder con giustizia la portione che gli toccava sopra li caratti 14 e mezzo”.
1434: la città reformò il suo per levar le alterazioni seguite tra cittadini doppo il 1430.
1435: il territorio reformò il suo, fermo però restando il caratto tra città e territorio del 9 e mezzo, 14 e mezzo.
1442: la città reformò il suo, anco il territorio il suo, restando nondimeno fermo tra essi il caratto, tutto che vi potesse esser qualche alteratione de beni, che una parte havesse acquistato più dell’altra.
1459: la città fece il suo. 1469 Lo fece un altra volta.
1460: il territorio reformò il suo. 1471: lo tornò a far il territorio.
1475: la città fece il suo estimo. 1479: il territorio fece il suo.
1486: la città il suo. 1489: il territorio il suo. 1498: la città il suo. 1517: la città il suo. 1531: il territorio il suo. 1534: la città il suo. 1548: la città il suo. 1568: la città il suo. 1588: la città il suo].

Il primo estimo generale, concordato fra la città e il territorio pubblicato nel 1591 richiese ben 28 anni di gestazione: fu infatti bandito dal Senato Veneto nel 1563 per verificare il rapporto esistente fra i beni mobili e fondiari dei vari corpi, soprattutto fra la città e il territorio, il quale si era visto spogliato, in poco più di un secolo, di buona parte della sua terra. Il procedimento per la stesura dell’estimo generale della città e del territorio era abbastanza complesso e andò nei secoli, pur rimanendo invariato nei suoi meccanismi fondamentali.
Per il territorio, in una prima fase, i consoli dei comuni, dopo aver raccolto le dichiarazioni individuali di proprietà dei singoli contadini (polizze), predisponevano i libri d’estimo da consegnare all’ufficio del territorio; successivamente una lunga serie di ricerche, d’inquisizioni, d’interrogazioni degli estimandi – svolte dai “perquisitori” nominati dal territorio – doveva verificare che fosse dichiarato con fedeltà e senza frode il patrimonio complessivo sia della comunità che dei singoli. Infine l’estimo definitivo veniva redatto a Brescia negli Uffici del Territorio, sulla base dei libri degli estimi raccolti dai sindaci delle quadre.
Fino al 1547 i registri non erano molto dettagliati nella descrizione delle singole proprietà, in quanto contenevano solo i valori d’estimo complessivi attribuiti ai singoli, mentre fornivano, invece, una visione d’insieme dei beni fondiari posseduti dagli abitanti del paese: era dunque molto facile che nella fase di raccolta delle informazioni, una parte dei beni venisse “dimenticata” o sottostimata, oppure non censita perchè non erano stati registrati in tempo i passaggi di proprietà, riuscendo in tal modo a farsi attribuire un coefficiente d’estimo inferiore al reale valore patrimoniale posseduto. Gli artefici di queste evasioni erano in genere i “contadini principali”, quelli più ricchi, che avevano il monopolio delle magistrature della comunità e che riuscivano a sopravvivere, se non ad arricchirsi, scaricando sui proprietari più piccoli e più inermi il costo dell’iniquo sistema fiscale veneto.
Nel 1547 i Rettori di Brescia imposero nuove regole per la riforma dell’estimo: fu richiesta una nota distinta di tutte le possessioni che contadini e cittadini avevano in ogni paese della provincia; le polizze, individuali e non collettive, dovevano precisare il nome del proprietario, con la fedele registrazione della qualità e della quantità dei beni posseduti; dovevano essere consegnate entro il termine di 10 giorni, altrimenti i deputati stessi avrebbero proceduto alla attribuzione della quota d’arbitrio, “per quanto parrà alla coscienza loro”.
Col tempo si comminarono delle multe contro gli evasori o per gli “errori” di valutazione o di mancata denuncia dei loro averi; se la frode era stata resa palese da una denuncia, la multa comminata veniva divisa a metà per l’accusatore, l’altra metà andava ¼ ad arbitrio dei deputati della città e ¼ sempre ad arbitrio dei deputati del territorio. Dal 1573 si perfezionò il compito dei perquisitori che dovevano riferire, sotto giuramento, tutte le frodi e le omissioni ritrovate nelle polizze, affinchè fosse possibile correggerle e punire gli evasori. I beni da estimare erano: case, possessioni, vigne, campagne, pascoli, boschi, monti, lame, molini, edifici e generalmente ogni altro bene. Se ne dovevano indicare qualità, quantità, le coerenze, al fine di poterli rintracciare ed estimare al loro giusto prezzo; si dovevano inoltre indicare, anche “tutte le teste di maschi da anni 16 alli 60”, che erano giuridicamente legati al paese, indipendentemente dalla loro residenza, ad esclusione dei soldati e dei nullatenenti. Andavano poi registrati i livelli e i beni mobili, le mercanzie, da lire 25 planet in su, i crediti, gli animali, gli utensili agricoli con il loro reale prezzo, mentre non si estimavano le gioie e il mobilio di casa.
Il colonato andava estimato separatamente e anche qui si dovevano indicare le teste dei distrettuali o dei cittadini, specificando, per questi ultimi, se lavoravano beni propri o quelli altrui, o se li affittassero ad altri, al fine di stabilire se essi dovessero concorrere alle “gravezze” con la comunità o meno. Infatti, dopo infinite cause, il territorio aveva ottenuto nel 1593 che i cittadini che esercitavano attività rurali, fossero considerati agli effetti del fisco alla stessa stregua dei contadini.
In sintesi, le operazioni che portarono alla realizzazione di un primo estimo generale (redatto in base a criteri stabiliti congiuntamente per la Città e per il Territorio) risalgono alla seconda metà del Cinquecento. I lavori per la produzione di questo estimo presero l’avvio nel 1564 in seguito ad un ordine indetto con una ducale nella quale si prevedeva che l’estimo dovesse essere prodotto entro quindici mesi. Ne erano esclusi il Clero e le terre separate. L’estimo generale venne invece pubblicato solamente al principio degli anni novanta. Questa compilazione richiese lunghi tempi non solo per la complessità delle operazioni ma anche (come ha documentato Alessandra Rossini) per via delle “resistenze dei ceti più ricchi e potenti che non avevano alcun interesse ad aggiornare in tempi rapidi le liste fiscali …”.
Non erano mancati (alla fine degli anni quaranta del ‘500) i primi tentativi di produrre estimi che coinvolgessero i tre corpi locali basati su criteri di estimazione uguali per tutti. Ma sarà solo nel corso del seicento che ebbero luogo le operazioni di uno degli estimi generali più completi e meglio conservati per la provincia bresciana, quello del 1641 da tutti considerato come la fonte più ricca dal punto di vista storico,di informazioni sulle proprietà immobiliari che vennero classificate per categorie fiscali sulla base della destinazione d’uso.
L’estimo generale di fine Cinquecento fu accompagnato dalla compilazione delle polizze: i rettori avevano dato precise indicazioni che rivelano le scelte di selezione della ricchezza imponibile. L’imposizione fiscale colpiva la proprietà fondiaria della quale bisognava indicare la qualità, la quantità e la condizione fiscale dei beni; era inoltre necessario segnalare la presenza di acque, molini, masnadori, rasseghe, folli ed altri edifici dai quali si ricavavano entrate; esclusi i mobili e gli utensili destinati all’uso domestico; ma soprattutto doveva essere dichiarata una delle fonti principali di reddito dei cittadini: i crediti che essi vantavano nei confronti dei contadini e gli affitti riscossi da massari e coloni.
La ricchezza imponibile veniva calcolata anche sulla base di alcuni beni mobili: mercanzia, bestiame (vache, bovi, cavalli, pecore, porci ecc.), e bisognava indicare la composizione del nucleo famigliare, in particolare “tutte le teste de maschi da anni 16 fino alli 60”.

Questi in estrema sintesi sono gli avvenimenti che hanno portato al primo estimo generale del 1591-92. Quello di Ospitaletto sarà costituito e pubblicato nel 1598.

Vediamo ora alcuni valori dei terreni nella seconda metà del cinquecento:
il valore dei terreni più fertili ed irrigui oppure vinicoli oscillava da 100 a 200 ducati al piò, quelli prativi erano stimati da 50 a 100 ducati, ed i boschivi fino a 60; ma nelle valli i prezzi salivano di molto ancora perché la terra coltivabile era poca e disputata.
Nel 1575 un terreno aratorio vitato ed irriguo era valutato £ 250 al piò,
Nel 1598 £ 317 e nel 1641 un terreno con le stesse qualità era stimato e valeva commercialmente £ 350 al piò. Ma a Ospitaletto il valore oscilla da £ 30 a £ 60.
Nel 1598 (anno del censo preso in esame) la soma di formento (frumento) valeva commercialmente £ 28; meno precisi e meno affidabili sono i valori per altri prodotti (segala. miglio, biade, fieno, ecc.): tuttavia li riporto per dare un’idea.
La segala nel 1599 alla soma valeva £ 26,
nel 1605 veniva pagata £ 24;
il miglio nel 1612 £ 8 alla soma;
il vino nel 1592 valeva sul mercato bresciano £ 4 soldi 17 alla zerla;
il fieno nel 1599 al carro £ 19 soldi 16;
nel 1602 £ 16 – 18: si notino le variazioni del prezzo a seconda dell’andamento dei mercati. (da GP Belotti: in Commentari dell’Ateneo, 1994).

Inoltre durante tutto il Cinquecento i capitali dei Cittadini nobili e facoltosi vengono sempre più investiti nell’acquisto di fondi agricoli: ne derivò un accrescimento di numero e di peso sociale ed economico dei cittadini rurali che impiegavano i loro capitali (comunque procuratisi) nelle speculazioni agrarie che assicuravano un sistema economico tendenzialmente volto alla pacifica rendita e una certa stabilità e tranquillità. Insieme a questa attività di lavorazione dei campi, intensificarono l’allevamento del bestiame meno costoso: venne così incrementato anche il patrimonio zootecnico della provincia che non solo forniva carne alla città, ma anche pellami all’industria del cuoio. Ne trassero beneficio infine anche le attività casearie con larga produzione di latticini assai pregiati (Pasero).
L’intervento nella agricoltura bresciana di questi cittadini rurali apportò un miglioramento qualitativo e quantitativo dei prodotti appunto perché essi personalmente si occupavano dei propri poderi e sorvegliavano il lavoro dei massari, dei coloni e dei braccianti. Promossero inoltre migliorie e bonifiche dei terreni fino allora poco o male sfruttati ed introdussero nuove tecniche agrarie anche sostituendo il metodo della coltivazione continua rotatoria a quello tradizionale basato sul periodico riposo della terra. Infine intensificarono e regolarono la irrigazione dei campi: tutti meriti questi della iniziativa privata, perché nel bresciano non risultano provvedimenti organici del governo veneto.
Fino a tutto il cinquecento prodotto fondamentale della terra era stato il frumento: i poderi in genere si consideravano divisi in tre corpi: quelli seminati a frumento o segala o avena, quelli a orzo o a miglio, quelli a minuto (leguminose o altre colture); il grano turco non arriverà che nel settecento. Nel bresciano la produzione di cereali è ancora autosufficiente, benché sostenuta da livelli di reddito alquanto ridotti. Nel territorio di Ospitaletto, situato ai margini della Franciacorta è presente anche una discreta produzione di uve.
Anche gli animali di grossa taglia sono elencati in questo estimo del 1598: ecco i dati che si possono ricavare dalla trascrizione ed analisi di questo estimo: (pochi sono gli ovini).

Criteri adottati in questo estimo ed in quelli successivi, fino all’età napoleonica.
I beni immobili case e terreni sono valutati in modo abbastanza “benevolo” e tengono conto delle caratteristiche dei fabbricati, della loro estensione, della presenza di “era et horto”, del numero di vani, e soprattutto della copertura e della presenza di portico, di pozzo, di stalle e fienili. Per quanto riguarda i terreni, l’estimo si basa fondamentalmente sulla presenza di irrigazione, rispetto a quelli che ne sono privi e quindi aridi e quindi a minore produzione; si basa inoltre sulla qualità del terreno (geroso, mosnoso, sabioso, predoso, ecc.) ed anche sulla tipologia delle coltivazioni, vale a dire se sono presenti viti oppure no, alberi o boschetti (fornitori di legna), prati e trepoli, ecc. I beni immobili costituiscono la base della formazione del reddito, alla quale si aggiungono i prodotti della lavorazione della terra. Se i terreni a disposizione sono in misura ridotta e ristretta, viene applicato “il colonato” (una tassa chiamata appunto colonato) in misura abbastanza forfettaria: in questi casi infatti ci si limita a stabilire una o due lire come componenti del reddito, evitando di elencare i prodotti agricoli, ma facendo una sorta di “forfait”, come detto, assai limitato e perciò accettabile.
Nei casi invece di grosse estensioni di terreni agricoli coltivati, la componente del reddito che dipende dalla produzione agricola (il colonato appunto), viene dettagliata nelle sue varie voci: cereali, legumi, biade, fieno, melga ecc.
Con una caratteristica da tenere presente, che è la seguente: partendo dalla quantità di terreni coltivati (piò) con quella determinata coltura, si detraggono le spese per la semente, per la lavorazione e la cura delle coltivazioni, ma si tengono presenti anche i “pericoli” a cui la coltivazione va incontro dalla semina al raccolto e che fondamentalmente sono dovuti a calamità naturali (o le piogge troppo abbondanti o al contrario i lunghi periodi di siccità, che incidevano in modo determinante sulla quantità e qualità del raccolto): si arriva così a determinare “una parte estimata” del prodotto (che non è la totalità del prodotto, ma solo una sua piccola e limitata parte) che entrerà a stabilire e determinare il reddito “pulito” (detratto dalle spese e dai pericoli), che sarà poi quello utile ai fini fiscali e quindi sarà quello che viene poi tassato.
Esempio: se sono stati seminati 3 piò di frumento, dal prodotto di questa semina vengono detratte le spese per l’acquisto della semenza, della lavorazione, gli eventuali e possibili danni del maltempo, ecc. e viene stabilito che, ai fini dell’imposizione fiscale, si calcolano tassabili “quatro quarti” (dove la quarta è una misura di volume per aridi ed equivale a litri 12,16), vale a dire litri 48,64 che pressappoco equivale in peso a 50 kg. E sono appunto questi 48,64 litri di frumento (50 kg) che sono estimati £ 2: queste £ 2 vanno a formare la parte di reddito tassabile in aggiunta degli altri prodotti agricoli: per esempio, i 12 piò di legumi (detratte le spese per la semenza e considerati i pericoli, ecc.) contribuiscono alla formazione del reddito tassabile in misura di quattro quarti, vale a dire 48,64 litri, estimati lira 1). Questi sono i criteri seguiti nell’estimo del 1598 (e forse anche in quelli successivi).
Stesso discorso bisogna fare per gli animali d’allevamento di grossa taglia: bovi, manzi, vache, cavalli ed asini: anche qui si tiene conto dello stato in cui si trovano questi animali: se sono robusti ed in buona salute, oppure se sono magri ed in scadenti condizioni, oppure se hanno degli acciacchi, che fanno puntualmente scattare una diminuzione del loro estimo.
In questo estimo del 1598, vengono calcolati anche i debiti dei vari proprietari terreni, i quali vengono detratti dal reddito totale in modo da determinare il reddito netto sul quale verrà applicata la relativa tassazione. Tali debiti sono sostanzialmente di tre tipi: quelli dovuti ad acquisti di panno (per vestirsi), quelli dovuti all’acquisto di “ferrarezze” (attrezzi da lavoro) e quelli dovuti a denari prestati per acquisto di casa, di terreni o per fornire la dote a qualche figlia o sorella che si maritava.
Infine bisogna tenere presente che i funzionari “addetti all’estimo” non infierivano affatto, ma applicavano i loro criteri in modo abbastanza benevolo nell’interesse dei locali rispetto ai quelli della Repubblica di Venezia.

A questo punto dall’estimo del 1598, che ho trascritto, riporto il totale dei Contadini, poi vedremo il totale dei Cittadini ed infine il TOTALE Globale di tutto il paese. Bisogna però subito precisare che le lire riportate accanto ad ogni voce “produttiva” non devono essere intese come valore commerciale, bensì come parte del valore commerciale globale che viene indicata e presa in considerazione come tassabile, come utile cioè ai fini fiscali. Pertanto, per fare un esempio, se i piò coltivati a cereali sono 138 e vengono indicate £ 57, queste 57 lire non sono il valore globale della produzione, ma indicano soltanto una (piccola) parte che rappresenta la tassa che il proprietario deve versare al fisco. E questo discorso vale anche per tutti gli altri prodotti (vino compreso), per gli animali, ed anche per gli immobili: case e terreni.

Per i Contadini:
piò 784 per un totale di £ 29869, £ 38,10 al piò; così coltivati (quando indicati):
Cereali: piò coltivati 138 per un tot di £ 57
Legumi piò coltivati 40,6 per un tot di £ 12
Melga piò coltivati 12,45 per un tot di £ 8,15
Biade piò coltivati 7,11 per un tot di £ 6
Fieno piò coltivati 3 per un tot di £ 3
Zerle di vino n° 91 = hl 42,26
Vaselli (damigiane di vino) carri n° 351,5 = hl 2098 per totale (di zerle e carri) di £ 501
Animali: Buoi n° 44 per tot. £ 292 — Vacche n° 32 per tot £ 139
Manzi n° 8 per tot £ 5 — Cavalli n° 25 per tot £ 69
Asini n° 6 — Pecore (ovini) n° 90 per tot
Mobili di agricoltura per tot di £ 106

Per i Cittadini: nb: il valore dei piò è sostituito dal colonato … pertanto ho preso il valore medio di £ 38: piò 1290 per un totale di £ 88800; che per i Cittadini dà un valore medio al piò di £ 68; così coltivati (quando indicato):
Cereali: piò coltivati 361 per un tot di £ 130
Legumi piò coltivati 52 per un tot di £ 24
Melga piò coltivati 49 per un tot di £ 21
Biade piò coltivati 22,5 per un tot di £ 10
Fieno piò coltivati 50 per un tot di £ 49
Zerle di vino n° 70 = hl 34,82
Vaselli (damigiane di vino) carri n° 101 = hl 602,85 per totale (di zerle e carri) di £ 236
Animali: Buoi n° 100 per tot. £ 584 — Vacche n° 14 per tot £ 43
Manzi n° 10 per tot £ 20 — Cavalli n° 20 per tot £ 133
Asini n° 0 — Pecore (ovini) n° 0
Mobili di agricoltura per tot di £ 230

Totale generale del Paese di Ospitaletto (Cittadini + Contadini)
piò 2073 per un totale di £ 118669; valore medio al piò £ 57,25; così coltivati (quando indicati):
Cereali: piò coltivati 499 per un tot di £ 187
Legumi piò coltivati 92,6 per un tot di £ 36
Melga piò coltivati 61,45 per un tot di £ 29,15
Biade piò coltivati 29,61 per un tot di £ 16
Fieno piò coltivati 53 per un tot di £ 52
Vino: Zerle di vino n° 161 = hl 80,08 (+2700,88 = hl 2780,96)
Vaselli (damigiane di vino) carri n° 452,5 = hl 2700,88 per totale (di zerle e carri) di £ 737
Animali: Buoi n° 144 per tot. £ 876 — Vacche n° 46 per tot £ 182
Manzi n° 18 per tot £ 25 — Cavalli n° 45 per tot £ 202
Asini n° 6 — Pecore (ovini) n° 90 per tot £ … (non segnato)
Mobili di agricoltura per tot di £ 336

Considerazioni. Nel calcolo dell’estimo che riguarda i Cittadini (o almeno molti di essi), come detto altrove, non viene indicato il valore delle varie PdT (pezze di terra), probabilmente perché la relativa tassa (imposizione fiscale veniva pagata alla Città: qui vengono solo dettagliate le varie voci del Colonato, tassa pagata dal Colono (cioè da chi lavorava quelle PdT). Io ho ritenuto importante inserire qui la valutazione anche delle PdT escluse, attribuendo loro un valore medio di £ 38 al piò, per avere un quadro più generale e più completo del territorio di Ospitaletto.
Nell’elenco delle Contrade di Ospitaletto, nel quale ho inserito anche tutti i terreni (pezze di terra) elencati nell’Estimo del 1598, ho potuto calcolare il valore del piò contrada per contrada: i valori si possono facilmente trovare appunto nell’elenco delle contrade.
Una nota curiosa: in questo estimo del 1598 non vengono elencate le colture di moroni (gelsi) e neppure si accenna alla bachicoltura. Disattenzione, dimenticanza, oppure a Ospitaletto, questo tipo di coltivazioni e di attività produttive arrivano dopo? Di sicuro, sono presenti alla fine del settecento ben due “filande”: una in paese ed una al Camaione, per cui il dubbio resta.
Altra osservazione a proposito degli animali: non vengono menzionati i maiali o porci, che dovevano pur essere abbastanza diffusamente allevati, perché fornivano carni a basso costo; probabilmente non venivano inseriti nell’estimo perché considerati “animali di piccola taglia” rispetto ai bovini e agli equini.
Ora bisognerebbe raffrontare questi dati con gli estimi precedenti (1550, 1573, 1588) o di quelli successivi ed in particolare con quello del 1641, esattamente di quaranta anni dopo.
A questo proposito vale la pena di far notare che questo estimo del 1598 ha una caratteristica particolare, che poi non si ritroverà più negli estimi successivi, neppure in quello generale del 1641; tale peculiarità consiste nella descrizione sommaria, ma abbastanza puntuale, dei prodotti della coltivazione della terra: cereali, biade, fieno, vino ed anche degli attrezzi di agricoltura usati per la lavorazione dei terreni.

Ultima osservazione: si tratta di un estimo dei fabbricati e dei terreni agricoli; da questo estimo sono esclusi gli artigiani, i negozianti, i commercianti, i professionisti, gli artisti, ecc.

Rovato, 5 novembre 2011

 

 

Bibliografia:
Barbara Bettoni: “le polizze d’estimo bs.ne” in Ricchezza, valore e proprietà dal 1400 al 1850 – Venezia, Marsilio 2009.
Gianpiero Belotti: supplementi dell’Ateneo di BS anni 1994 e 1996; e “Il sistema fiscale veneto nel bs.no” in Castegnato edito dal Comune di Castegnato 1989
Andrea Valentini: gli Statuti di Brescia secoli XII-XV, Venezia 1898

Giuseppe Bonomi: