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Storia Medicina Greca

Ippocrate di Cos

Nell’antichità ci si impiegava chissà quanto. Ma oggi il percorso tra Rodi e Cos lo si compie in mezza giornata, andata e ritorno, comodamente sdraiati sul confortevole ponte di un veloce traghetto.
A un centinaio di chilometri da Rodi, dispersa in una miriade di nomi di liceale memoria (Samo, Samotracia, Lesbo, Santorini) si trova l’isoletta di Cos (detta anche Coo), una delle Sporadi, nota in tutta l’antichità. La piccola e fertilissima isola era famosa sin da tempo immemorabile anche per il suo vino squisito e inebriante, per i profumi definiti amaracinus e melinum, e per le finissime sete, celebrate sino ai tempi di Ovidio, Orazio e Properzio. Sete contro le quali si scagliò violentemente Seneca perché lasciavano trasparire troppo chiaramente le forme femminili, tanto che le donne sembravano nude.

Ma Cos era celebrata soprattutto anche per la sua Scuola di Medicina: già parecchi secoli prima di Ippocrate ospitava uno dei circa trecento templi (asclepiei) della Grecia dedicati ad Asclepio (l’Esculapio dei latini). La maggiore fama l’isola la traeva da questo tempio, che sorgeva in prossimità della riva dell’azzurrissimo mare e al centro di un fitto bosco di alberi d’alto fusto, che più tardi Terullio, luogotenente di Antonio, farà ab-battere per costruirsi una flotta. Il tempio di Asclepio era adornato dai capolavori di Apelle, tra i quali l’Antigone e la Venere Anandiomene.
Proprio in questo tempio Ippocrate avrebbe appreso la Medicina.
Le rovine di un Asclepieion (forse ancora anteriore ad Ippocrate) dissotterrato da Herzog nel 1902, il vecchio platano sotto le cui fronde il grande Medico avrebbe parlato ai discepoli (ma i platani non vivono oltre i 500 anni!), e il grosso blocco di pietra con inciso il Giuramento, destano anche nel turista più smaliziato una certa emozione.
È difficile delineare una biografia di Ippocrate che risponda pienamente alla realtà dei fatti.
A parte i riferimenti letterari anche a lui contemporanei, che prestano il fianco a numerose critiche e difficilmente rivestono valore storico, si può dire che un vero interesse per la storia della sua vita cominciò a nascere dopo l’istituzione della Biblioteca di Alessandria (v. il Cap. sulla Medicina post-ippocratica), quando medici e filologi cominciarono a darsi da fare per cercar di capire quali dei numerosi scritti provenienti dalle antiche scuole mediche potessero ascriversi con sicurezza al grande medico di Cos.
Accanto a questo tipo di interesse fiorì anche quello verso le notizie relative alla sua biografia. Ma, essendo ormai trascorsi vari secoli, spesso, troppo spesso, l’immaginazione dei biografi andò ben oltre il lecito. Tuttavia, anche nelle leggende v’è sempre un nocciolo di verità che inevitabilmente emerge alla luce di studi e raffronti meticolosamente effettuati dagli studiosi nel volgere dei secoli.
Storicamente parlando, quattro sono le biografie di Ippocrate più accreditate. Una fu elaborata da Giovanni Tzetzes, uno scrittore bizantino del XII secolo d.C., basata su un testo precedente (Genealogia e Vita di Ippocrate) attribuito a Sorano di Cos (databile tra il I e il II secolo d.C.). V’è poi il testo greco detto Suidas (o anche Suide o Suda), un lessico enciclopedico bizantino di circa 12.000 voci compilato verso la fine del X secolo contenente un capitolo su Ippocrate, e che segue una tradizione completamente diversa. La terza importante biografia è un manoscritto con-servato nella Biblioteca Reale di Bruxelles, scritto in latino nel XII secolo, ma riferentesi a vari testi antecedenti, in cui v’è una monografia intitolata Yppocratis genus, vita, dogma. V’è infine la Vita di Ippocrate di Sorano di Efeso, la biografia certamente più nota.

Che cosa è lecito desumere da queste biografie?
In linea generale si può dire che Ippocrate nacque nell’isola di Cos (che al tempo faceva parte della confederazione ateniese) l’anno dell’80 Olimpiade, cioè intorno al 460 a.C., in epoca peloponnesiaca, sotto la monarchia di Abriados, nel ventisettesimo giorno del mese Agrianos (l’ottavo mese del calendario dorico), grazie alla documentazione di un erudito del luogo, Sorano di Cos. La lingua di Cos era il dorico.
Fatti i conti, Ippocrate sarebbe il diciassettesimo discendente di Asclepio, rampollo quindi dalla famiglia degli Asclepiadi, intendendo questi ultimi non nell’espressione generica di seguaci dell’arte medica, ma di di-scendenti diretti in linea maschile del grande medico. Insomma, Podalirio e Macaone, figli di Asclepio, erano lontanissimi parenti di Ippocrate.
Di ritorno dalla gerra di Troia, Podalirio sarebbe naufragato nella città di Sirnia in Caria (oggi in Turchia), dove diede origine ad una stirpe che si suddivise in tre rami: quello che si diresse a Rodi si esaurì, mentre gli altri due si insediarono a Cos e a Cnido.
Secondo Giovanni Tzetzes (Chiliadi, V), la discendenza sarebbe avvenuta secondo questa successione:
1 Asclepio        7 Cleomittade           13 Nebro
2 Podalirio       8 Teodoro I               14 Gnosidico
3 Ippoloco        9 Sostrato II              15 Ippocrate I
4 Sostrato I      10 Crisamide II         16 Eraclide
5 Dardano        11 Teodoro II             17 IPPOCRATE II
6 Crisamide I   12 Sostrato III

Tra gli antenati di Ippocrate, Nebro (il tredicesimo discendente) viene ricordato come celebre medico al tempo della I Guerra Sacra (VI secolo a.C.). Racconta Tessalo figlio di Ippocrate che una delegazione venne dal padre per riferirgli di un misterioso oracolo ricevuto nel santuario di Delfi, dove si era recata per chiedere consiglio circa una grave pestilenza scoppiata tra i soldati che cingevano d’assedio la città di Crisa. Secondo l’oracolo, bisognava recarsi a Cos e «riportare il figlio del cervo con l’oro». Nebro fece loro notare che la prima parte dell’oracolo era stata esaudita, in quanto la delegazione si trovava effettivamente a Cos; aggiunse poi che il cervo (in greco nebros) era lui, Nebro, e che l’oro (crysos) era il nome del suo figlio più giovane.
Nebro decise pertanto di recarsi con una nave, insieme con il figlio, nell’accampamento sotto le mura di Crisa per combattere la pestilenza. Qui riuscì a debellarla, e nello stesso tempo inquinò un canale con una droga che provocò la diarrea tra gli assediati, determinandone la resa. Un primo esempio di guerra chimica.

Secondo alcuni però, Ippocrate non discendeva soltanto da Asclepio, ma anche da Eracle (Ercole), in quanto due figli di Asclepio, Podalirio e Macaone, erano stati concepiti da Eione figlia di Eracle. (Il che spiegherebbe il nome del padre di Ippocrate, Eraclida). Tale ipotesi sarebbe avvalorata da due iscrizioni di epoca romana reperite proprio nell’isola di Cos, la prima delle quali fa riferimento a un «discendente degli Asclepiadi e degli Eraclidi», la seconda a «un discendente da una parte di Asclepio e dall’altra di Eracle».

Il giovane Ippocrate
Come epigone di un’antichissima famiglia di medici, Ippocrate non poteva non essere avviato a questi studi, i quali, segnatamente nel campo della Medicina, venivano impartiti nell’ambito della stessa famiglia.
Dal padre Eraclida, anche lui medico, Ippocrate apprese l’arte della medicina; studiò probabilmente anche con Erodico da Lentini, Gorgia da Lentini e Democrito di Abdera. Divenne un “periodèuta”, cioè un medico itinerante, che però viaggiava non tanto per prestare la propria opera spostandosi di paese in paese, quanto a scopo di studio. Un po’ quel che si fa oggi con gli stages negli Stati Uniti. Visitò così la Tessaglia, la Tracia e la Propontide, e si spinse probabilmente anche in Egitto, Libia e Scizia. Si soffermò nei luoghi dove gli ammalati avevano lasciato scritto in tavolette votive, presso i vari santuari, i benefici ricevuti da Asclepio, copiandoli diligentemente.
È stato anche detto che Ippocrate avrebbe appreso la Medicina studiando attentamente i resoconti delle guarigioni incise sulle stele del tempio di Asclepio a Cos, come afferma ad esempio Strabone (Geografia):
Ippocrate avrebbe utilizzato soprattutto le cure che erano là come ex voto per esercitarsi nelle prescrizioni che riguardano la dieta.
Un’affermazione tuttavia mai comprovata, dal momento che nel santuario di Cos gli archeologi non hanno ritrovato stele del genere. V’è ad-dirittura chi mette in dubbio che Ippocrate abbia realmente studiato a Cos, e che questa storia sia nata soltanto per dare maggiore importanza ad Ippocrate.
Contemporaneo di Socrate, e un po’ più anziano di Platone, Ippocrate visse nel secolo aureo dell’Ellade, quando Pericle stava dando nuovo im-pulso alle arti, Tucidide scriveva impareggiabili pagine di storia, Fidia immortalava nel marmo la bellezza ellenica, Sofocle e Euripide scuotevano con le loro tragedie l’animo degli Ateniesi.
Ippocrate si trovò ad Atene durante la famosa “pestilenza” dell’estate del 430, mentre la città era assediata dall’esercito spartano durante la guerra del Peloponneso. La malattia (partita dall’Etiopia s’era estesa all’Egitto e per via mare era giunta al Pireo) rimase latente nel 429, per manifestarsi con rinnovata violenza l’anno successivo. Il 427 segnò la terza e ultima ondata, e l’inizio definitivo anche in Atene.
Secondo Galeno — ma non è in alcun modo provato — fu debellata proprio da Ippocrate, allora poco più che trentenne.
Questa “pestilenza” ha da sempre solleticato la curiosità degli storici, specialmente per quanto riguarda la sua vera natura, potendo rivelare interessanti particolari sulle malattie che colpirono in epoca storica i paesi del Mediterraneo. Lo stesso Tucidide si ammalò, ma riuscì a sopravvivere e a tramandarci un’accurata descrizione dei sintomi e del decorso dell’o-scuro male: all’inizio febbre, prostrazione, infiammazione degli occhi, poi vomito e diarrea, seguiti da coma e morte. Chi sopravviveva, presentava gangrene, cecità, perdita della memoria.
Le strade brulicavano di malati barcollanti che inciampavano sul corpo dei moribondi e dei morti. Gli stessi medici morivano, tanto che presto la città ne restò priva. Secondo alcuni storici perì 1/3 della popolazione, secondo altri 2/3. Anche Pericle ne morì.
Come s’è detto, questa complessa sintomatologia ha interessato per secoli gli studiosi, che hanno formulato per essa a posteriori le diagnosi più disparate: vaiolo, peste bubbonica, scarlattina, morbillo, ileotifo. Di recente, e alla luce di dati più attendibili, alcuni studiosi (A.D. Langmuir e Coll.) hanno dato una nuova versione della “peste di Tucidide”. Essa sarebbe stata in realtà «un’infezione influenzale con complicazioni dovute a un ceppo di stafilococco produttore di tossine». Questa diagnosi sarebbe compatibile con la sintomatologia suddescritta, in quanto prevede la coesistenza di sintomi respiratori e gastrointestinali, mai altrimenti chiarita.
Un’altra considerazione che la rende attendibile è che un fattore de-terminante per la diffusione dell’epidemia influenzale è l’alta densità umana in uno spazio ristretto, quale può essere stata durante l’assedio di Atene del 430.
Tornando a Ippocrate, delle esperienze che trasse dai viaggi di studio egli farà largamente tesoro al suo ritorno in patria, quando si dedicherà alla pratica e all’insegnamento della Medicina; le condenserà nei suoi scritti, principalmente nei libri sulle Epidemie e in Arie, acque, luoghi.
Ippocrate era comunque anche un uomo. E come tale si innamorò di una bella ragazza (non se ne conosce il nome), la sposò ed ebbe da lei tre figli: due maschi, Tessalo e Dracone, anch’essi poi educati alla Medicina, e una femmina, della quale si sa soltanto che sposò il medico Pòlibo, allievo del padre.
Evidentemente, la fama di Ippocrate come buon medico si estese rapidamente al di fuori della sua patria se, secondo la leggenda, egli venne chiamato dagli abitanti della città di Abdera, situata dinanzi all’isola di Taso sulle coste della Tracia, perché il filosofo Democrito era stato colpi-to da una strana forma di follia che lo faceva ridere di continuo.
Giunto ad Abdera, Ippocrate trovò Democrito che se ne stava sotto un platano circondato da libri e da piccoli animali sezionati, scrivendo un libro… sulla follia. Osservandolo bene e interrogandolo attentamente, il medico si rese conto che Democrito non rideva perché colpito da qualche forma di pazzia: rideva piuttosto delle follie dell’essere umano. Non follia quindi, ma un grande segno di saggezza.
La fama professionale di Ippocrate andò ancora oltre i confini della stessa Grecia, giungendo sino in Persia, dove il re Artaserse I (figlio di Serse) non sapeva come porre fine ad una grave pestilenza che si era abbattuta sull’esercito. Fondando tutte le sue speranze sull’arrivo di Ippocrate, gli inviò, sembra, la seguente lettera:
Artaserse, il Gran Re, ha bisogno di te, e ci ha inviato degli ufficiali con l’ordine di darti l’oro, l’argento e tutto il resto di cui tu hai bisogno, o desideri, a profusione, e di farti venire al più presto. Dice che godrai degli stessi onori dei migliori dei Persiani. Presentati dunque senza indugio.
La proposta era quanto mai allettante. I medici che frequentavano quella corte (solitamente egizi) godevano notoriamente di enormi ricchezze ed onori; essere richiesto in modo così esplicito avrebbe solleticato chiunque.
Ippocrate conosceva però dei retroscena. Per esempio che un altro medico greco di lui più vecchio, un certo Apollonide, dopo aver trascorso una trentina di anni tra favolose ricchezze alla corte persiana, aveva fatto una brutta fine.
Apollonide aveva sedotto la sorella di Artaserse, Amitide, facendole credere che sarebbe guarita da una malattia se avesse giaciuto con lui. Divennero appassionati amanti, sinché dopo un certo tempo, non recuperando la salute ma anzi avviandosi irrimediabilmente verso la morte, Amitide rifece bene i conti e confessò ogni cosa alla madre.
Venuto a conoscenza del fatto, Artaserse fece sottoporre Apollonide al supplizio, per due mesi interi; e quando la donna morì, lo fece seppellire vivo.
Poiché successivamente si seppe che sia Amitide che la madre erano due donne profondamente dissolute, e che quindi la colpa di Apollonide era stata in fondo relativa, essere medico alla corte persiana poteva anche non rappresentare una posizione invidiabile. Ora, non sarà stato per questo precedente ma per dignità o per acceso patriottismo: fatto è che Ippocrate declinò molto poco elegantemente e affatto diplomaticamente l’invito, scrivendo a Istane, governatore di Alicarnasso, senza tante mezze parole:
… Alla lettera che mi hai mandato… ecco la mia risposta, che farai pervenire al re al più presto, dicendo che noi abbiamo a sufficienza provviste, vestiti, case, tutto ciò che occorre per vivere. Dell’abbondanza dei Persiani non mi è permesso di godere, né di liberare i barbari dalle loro malattie, perché essi sono i nemici dei Greci. Addio.
Anche in un’altra occasione Ippocrate si sarebbe rifiutato di curare i “barbari” abitanti a nord dell’Illiria e della Peonia colpiti da una grave pestilenza. Si tratta tra l’altro di una preziosa testimonianza della presenza di Ippocrate in Tessaglia durante una famosa pestilenza che sopravvenne in questo periodo, tramandata dal figlio Tessalo nel Discorso d’ambasciata (IX):
La pestilenza stava avanzando verso il territorio dei barbari che abitano a nord degli Illiri e dei Peoni. Quando il flagello li raggiunse, i re di questi popoli, confidando nella stima verso il medico… inviarono un messaggio a mio padre in Tessaglia, chiamandolo in loro aiuto… Ma lui domandò in che modo si alternavano il caldo, i venti, le nebbie e gli altri fattori climatici che hanno influenza sull’organismo. Quando ebbe raccolto le informazioni su questi dati, invitò i messi a riprendere la strada di casa…
Alle prime notizie che una pestilenza era scoppiata nei territori barbari situati sopra l’Illiria e la Peonia, Ippocrate riuscì a predire, in base alle condizioni climatiche e al regime dei venti, il percorso che la malattia avrebbe seguito per arrivare in Grecia, onde predisporre una valida profilassi: fece accendere degli enormi falò per purificare l’aria.
Né si limitò ad agire personalmente. Inviò immediatamente i suoi figli e discepoli in varie parti, con ordini ben precisi: Tessalo in Macedonia e Dracone in Ellesponto. Indi, dopo aver dominato l’epidemia in Tessaglia, si spostò egli stesso per assistere le popolazioni sino ad Atene e nel Peloponneso.
Il suo atteggiamento di rifiutare la propria opera ad altri agli occhi di un medico moderno apparirebbe quantomeno deprecabile. Per di più, egli avrebbe ottenuto con l’astuzia, dal nemico, informazioni sul clima e sui venti per prevedere l’avanzata della pestilenza verso la sua patria al fine di instituire tempestivamente misure preventive.
Chi dice che fosse stato cacciato da Cos per aver bruciato il tempio di Asclepio dov’erano custodite le iscrizioni mediche sulle quali aveva studiato, chi invece per aver dato alle fiamme la biblioteca di Cnido: fatto è che a un certo momento della sua vita Ippocrate volle lasciare Cos per recarsi in Tessaglia (molto più verosimilmente per arricchire le proprie conoscenze).
L’ottimo suo allievo Pòlibo, marito della figlia, rimase a Cos per sostituirlo nell’insegnamento della medicina.

Galeno vedrà le ragioni delle peregrinazioni di Ippocrate nel fatto che questi ascriveva grande importanza all’influenza dell’ambiente naturale sulla salute e sulla patogenesi delle malattie; e che volle pertanto approfondire queste vedute visitando personalmente luoghi diversi da quelli nei quali aveva vissuto sin’allora:
Visiterà la Grecia intera, perché deve anche scrivere sulla natura dei luoghi: per giudicare con l’esperienza quello che ha appreso dai discorsi, gli occorre vedere città diverse.
Quanto alla data di questo viaggio lo si può collocare intorno al 420 a.C. in quanto Ippocrate già si trovava in Tessaglia quando scoppiò quel-la pestilenza che viene datata negli anni 419-416.
Pur non esistendo indicazioni precise, è lecito presumere che, più di risiedere in una sola città, come Larissa, Ippocrate abbia peregrinato in varie parti, raccogliendo preziose esperienze sulla Natura, l’epidemiologia e l’andamento delle malattie, e nello stesso tempo diffondendo e consoli-dando la propria fama di grande medico. Questa peregrinazione trova in parte conferma in alcuni scritti del Corpus hippocraticum, in particolare in Epidemie: nella dettagliata descrizione di molti casi clinici viene indicato anche il luogo di origine dei malati, i quali non risultano soltanto originari di Larissa, ma anche di Melivea, Crannone, Farsalo, Fere.
Ma evidentemente Ippocrate non si accontentava di queste esperienze. A leggere le Epidemie e a voler identificare realmente Ippocrate nel medico itinerante, egli avrebbe anche visitato, probabilmente insieme a dei discepoli, la Grecia continentale (Macedonia, Tracia e Propontide).
Verosimilmente, le numerose città citate nelle Epidemie testimoniano quanto, al di là della persona fisica di Ippocrate, la sua Scuola abbia influenzato la medicina in quelle aree geografiche. Lo stesso rilievo vale per le altre località al di fuori della Tessaglia e della Grecia che, sempre nelle Epidemie, testimoniano la presenza di medici ippocratici: ad esempio Odessa (sul Ponto Eusino), Atene e l’isola di Salamina, Elide, Corinto, le isole di Siro e di Delo.
J. Jouanna fa notare la scarsezza di riferimenti diretti a Cos che si rivela nel Corpus hippocraticum, il che indicherebbe — a suo avviso — che queste opere siano state redatte in gran parte dopo la partenza di Ippocrate dalla sua isola.
In Macedonia egli avrebbe avuto in cura il re Perdicca II che, dopo la morte del padre Alessandro I, si riteneva fosse ammalato di tubercolosi polmonare. Ma con il suo fiuto clinico Ippocrate capì che si trattava in-vece di mal d’amore; e confermò questa diagnosi constatando che il polso del re aumentava di frequenza quando veniva fatto il nome della bella amata. Vera o falsa che sia, questa storia fu successivamente ripresa e attribuita a questo o a quel medico, per esaltarne la sensibilità clinica. Fu ad esempio attribuita a Erasistrato, nonché al grande medico arabo Avicenna; veniva ancora ricordata un migliaio di anni dopo nel poema Aegritudo Perdicae attribuito al poeta cristiano Draconzio.
A proposito dello straordinario “occhio clinico” attribuito a Ippocrate, si racconta che un giorno, vedendo passare una contadinella la salutò dicendo: «Salve, fanciulla!». Dopo qualche ora, la ragazza tornò indietro e gli passò ancora davanti. Questa volta Ippocrate la salutò con un «Salve, donna!». La ragazza abbassò lo sguardo e proseguì arrossendo. Qualche giorno dopo si venne a sapere che in quelle poche ore la ragazza aveva perduto la verginità. E a chi gli chiedeva come avesse fatto a capire la cosa appellando la ragazza dapprima come “fanciulla”, e poi come “donna”, Ippocrate rispose: «Perché una donna cammina diversamente da una fanciulla».

Patriota o xenofobo?
Dovunque passava, ovviamente, “lasciava il segno”. Le città che avevano beneficiato della sua opera gli tributavano onori; ad Atene ricevette una corona d’oro e venne iniziato ai misteri di Eleusi. Si tratta di storie entusiasmanti, esaltanti, alla fine delle quali ritorna però insistente la domanda: sarà vero tutto questo’
Più passa il tempo meno se ne sa, e sempre più storici e non storici aggiungono notizie, aneddoti, elementi presi da questa o da quella leggenda. Eppure, fa rilevare J. Jouanna, qualcosa di vero ci deve essere: per esempio, ciò che è stato scritto sul passaggio di Ippocrate a Delfi. Esistono infatti numerose stele che attestano non solo questa presenza a Delfi di Ippocrate e di Tessalo, ma anche che gli Asclepiadi godevano di particolari privilegi, primo tra i quali il diritto di consultare l’oracolo. Una di queste iscrizioni può essere variamente letta come “il tessalo Ippocrate”, oppure come “Tessalo e Ippocrate” o anche come “Tessalo, figlio di Ippocrate”; nondimeno, il riferimento alla presenza a Delfi di un asclepiade è quanto mai chiaro, come sono chiari i rapporti esistenti tra Asclepiadi e questo santuario.
Per di più Pausania testimonia che a Delfi, nel II secolo d.C. tra le dediche ad Apollo v’era una statua di bronzo raffigurante un uomo malato, con le carni corrotte, cui non restavano che le ossa: e i Delfi dicevano che era un’offerta al medico Ippocrate.
Ma non si pensi che, con tanti viaggi, Ippocrate abbia dimenticato la patria. Anzi con questa mantenne sicuramente stretti rapporti, tanto che intervenne anche in un grave contenzioso tra Atene e Cos: e il Discorso d’ambasciata non sarebbe altro che quello tenuto da Tessalo, figlio di Ippocrate, per perorare la causa di Cos presso gli ateniesi.
Nonostante questi stretti rapporti con la madrepatria, Ippocrate morì lontano da Cos, a Larissa in Tessaglia. L’età è incerta, oscillando a seconda dei vari Autori tra gli 85 e i 109 anni (quindi tra il 375 e il 351 a.C.). Certamente, in età molto avanzata, specie considerando l’epoca. Fu sepolto in una località sita tra Larissa e la piccola città di Gyrton. Strabone (Geografia) riporta addirittura l’epigrafe funebre:
Il tessalo Ippocrate, originario di Cos, nato dalla razza immortale di Febo, riposa qui.
Ha innalzato molti trofei, vincendo le malattie con le armi di Igiea; ha acquisito grande gloria, non per fato ma per scienza.
È vero che le notizie sulla sua vita sono spesso così vaghe e contra-stanti da fare addirittura dubitare alcuni sulla sua reale esistenza, ma in fondo non è tanto importante insistere su certi particolari ancora oscuri della sua vita, quanto tenere presente il concetto che egli fu sicuramente uno dei più grandi medici del suo tempo, simbolo della perfezione medica raggiunta dalla Grecia nel V secolo a.C. e del distacco della medicina “demotica” dalla medicina sacerdotale. Con Ippocrate, insomma, la medicina da empirica divenne finalmente razionale.
Vi sono numerosi punti oscuri e ripetute contraddizioni nelle varie biografie su Ippocrate. E anche i punti abbastanza fermi come la sua data di nascita, molti suoi viaggi, ecc. non soddisfano appieno la curiosità dello studioso.
«Perché Ippocrate fu un medico itinerante? Perché lasciò la sua isola natale?» si chiede ad esempio il Sigerist. Secondo una fonte, aveva una biblioteca a Cos, della quale bruciò gli antichi libri e archivi per cui fu costretto a lasciare la Grecia; secondo un’altra fonte (Andrea, citato da Sorano, lo afferma nel suo Sull’origine della medicina) non bruciò i libri di Cos ma quelli di Cnido, e secondo una terza fonte fu invece il dio Sonno a ordinargli in sogno di andare in Tessaglia.
Proprio per l’inconsistenza di certe notizie e l’incertezza di molti dati, l’immaginazione degli storici successivi non ha avuto freni. Un’inveterata tradizione di sacralità vuole ad esempio un Ippocrate ieratico che, indossando gli abiti sacerdotali, amministra il culto del proavo Asclepio mentre si aggira nelle lucide marmoree sale dell’asklepieion.
Oggi si sa invece che alla sua epoca non esistevano a Cos marmorei templi dedicati ad Asclepio, la cui fioritura data nel IV secolo a.C., più precisamente, per Cos, intorno al 375. Né esistevano quindi grandi simulacri, ma rozze statuette rappresentanti il grande medico del passato. Si può dire che nemmeno esisteva la famosa città di Cos, in quanto gli archeologi ci hanno mostrato un’isola, nel V secolo, abitata nelle caverne del suo interno, mentre la Cos nota per i suoi commerci marittimi è più tarda. Ciò potrebbe d’altro canto confermare la tradizione che vuole Ippocrate insegnare sotto un grosso platano (ma non quello che viene oggi mostrato ad uso del turista!). Un albero, il platano, sacro, che si trovava anche presso la sacra fonte dell’asklepeion di Pergamo; come anche sacri erano per questi templi l’alloro e la quercia.
Purtuttavia Ippocrate era il sacerdote del culto familiare in senso patriarcale, maestro dei figli e dei nipoti, come la Legge voleva.
Mentre Sorano, e dopo di lui Tzetzes, dipingono Ippocrate come un patriota greco che rifiutò l’oro offertogli dalla corte persiana, nel Suidas è citato l’invito alla corte persiana, ma non è detto che Ippocrate declinò l’invito, mentre nel manoscritto di Bruxelles è detto esplicitamente che Ippocrate visse alla corte di Artaserse, che poi andò in Egitto e che studiò sui testi medici.
V’erano in Grecia molti dotti per i quali l’Egitto era la fonte di ogni sapere: pertanto, Ippocrate era arrivato a Memfis e aveva tratto le sue conoscenze dai libri medici che ivi aveva potuto consultare. V’erano però altri dotti che nutrivano una profonda avversione per la Persia, per cui il loro Ippocrate non poteva che essere un filoellenico, e quindi nemico della Persia.
Ma, si è detto, le leggende non sono sempre fantasia, e possono con-tenere qualche grano di verità. Senza dubbio, alcuni Autori del Corpus hippocraticum sono stati influenzati, come lui, dall’Oriente, Egitto e Mesopotamia, e probabilmente più di quanto non si possa oggi pensare.
Dobbiamo comunque concludere che della vita di Ippocrate sappiamo ancora molto poco di preciso.

Gli epigoni
L’insegnamento e la dottrina di Ippocrate saranno continuati dai figli Tessalo e Dracone, oltre che dal genero Pòlibo.
Di essi il più celebre è Tessalo. Mentre il padre si trovava in Tessaglia avrebbe partecipato, secondo la tradizione, alla spedizione ateniese in Sicilia (415-413 a.C.). Tornato in patria, riprese a viaggiare, avendo contatti con il re macedone Archelao, figlio di quel Perdicca II che Ippocrate aveva a suo tempo curato. Ma anche altri medici di Cos frequentarono la corte macedone: per esempio, Critobulo di Cos divenne celebre per aver estratto una freccia dall’occhio di Filippo durante la battaglia di Metone (354 a.C.), mentre Critodemo fu medico di Alessandro Magno, ferito da una freccia durante l’attacco ad una fortezza in India.

Tessalo morì lontano dalla patria ma, diversamente dal padre, fu ri-portato a Cos, come indica un’iscrizione del IV secolo ritrovata sull’isola: «Te degno dei tuoi antenati, la terra paterna, o Tessalo, accolse dopo la morte».
Meno precise sono le notizie sul fratello Dracone, inviato dal padre in Ellesponto durante la pestilenza del 419-416.
Perpetuando la tradizione di famiglia, Tessalo e Dracone continuarono ad insegnare medicina ai propri figli, che chiamarono rispettivamente Ippocrate III e Ippocrate IV. Quest’ultimo divenne medico di Rossane, moglie di Alessandro Magno.
Alla lista dei discepoli di Ippocrate non suoi diretti parenti figura Timbreo, il quale diede ai propri due figli il nome di Ippocrate V e Ippocrate VI. Tanto per completare la lista, è anche esistito un Ippocrate VII medico, figlio di Prassianatte, anch’egli appartenente alla famiglia degli Asclepiadi.
Ma di questa illustre stirpe la leggenda ha voluto ancora una volta circondare il più grande e il più famoso, Ippocrate II: le api che avevano nidificato sulla sua tomba producevano un miele efficacissimo contro il mughetto. E le nutrici vi portavano i bambini, spalmando di miele le loro labbra.

Giuseppe Bonomi: