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Storia Medicina Romana

Malattie infettive e parassitarie
Descriveremo elencandole in ordine alfabetico, le malattie infettive e parassitarie conosciute dai Romani.

BRUCELLOSI
Trattando il capitolo sulla febbre abbiamo visto come Gelso parlasse di una febbre periodica e regolare, caratterizzata dall’alternanza di accessi febbrili e apiretici e come tali febbri fossero spesso croniche. Noi abbiamo emesso l’ipotesi che si trattasse di febbre ondulante evidentemente causata da Brucella melitensis.
Dionisio di Alicarnasso parla di una malattia che colpiva le donne incinte provocando l’aborto; si trattava di una forma spesso mortale che era assai diffusa a Roma intorno agli anni 510 e 470 a.C. Anche Tito Livio descrive un fatto simile, precisando che tale malattia colpiva sia le donne incinte che le mucche gravide. Questa evenienza fu riscontrata nel 276 a.C. e di essa parleremo più diffusamente nel capitolo sulle epidemie.
Tutto fa credere che tali malattie fossero dovute a Brucella abortus e che questa fosse, all’epoca romana, molto più virulenta e diffusa di quanto non lo sia oggi.
CARBONCHIO
Il carbonchio, carbunculus, è un indurimento rosso, duritia rubens, che si manifesta sotto diversi aspetti, con un apice nero, nigricans capite, o livido, che si addentra nei tessuti sottostanti senza tumefarli, in corpus intendens neque tumescens. Non provoca dolore né prurito né alcun altro sintomo, se non uno stato di sonnolenza che conduce il paziente a morte in tre giorni. Talvolta provoca brividi e dà piccole pustole, pustulae, che si localizzano attorno all’indurimento principale. Raramente causa febbre. Quando la malattia si propaga all’esofago e alla gola, stomachum faucesque, essa diventa rapidamente mortale, velocissime exanimans.
Gelso considera il carbonchio la peggiore di tutte le malattie, non aliud carbunculo pejus est. Ne enumera i sintomi, ejus hae notae sunt: « Vi è un arrossamento sul quale sporgono, leggermente, pustole, il più spesso nere, talvolta un po’ livide o pallide, che sembrano contenere sanie. Al di sotto il colore è nerastro, la stessa carne è più secca e più dura di quella normale. Tutto attorno si apprezza una crosta, circondata dall’infiammazione. La pelle, in tale sede, non può essere sollevata e sembra aderire ai tessuti sottostanti. Questa affezione può estendersi, sia rapidamente sia lentamente. È necessario intervenire o con sostanze caustiche o con il ferro rovente ».
Secondo Plinio, il carbonchio era sconosciuto in Italia, e vi fu introdotto dalla Gallia, dove risultava assai diffuso nelle province narbonesi, allorché erano censori L. Paullo e Q. Marcio.
COLERA
Gli autori latini conobbero bene il colera e ne diedero una descrizione assai precisa.
Ad esempio, Gelso dice che « il colera è una malattia che può essere considerata comune sia allo stomaco che all’intestino in quanto comporta sia feci alvine sia vomito e in più, meteorismo, inflatus, coliche intestinali, intestina torquentur, evacuazioni e vomito di bile simile ad acqua, quindi a schiuma di carne fresca, di colorito talvolta bianco, talvolta nero o variegato. La sintomatologia è, talora, accompagnata da crampi alle gambe e alle mani, da sete viva, da svenimenti. Il malato muore subitamente, subito moritur ».

Sorano di Efeso, citato da Celio Aureliano, afferma che il colera è una dissoluzione dello stomaco e dell’intestino, che induce una rapida morte: cholerica passio est solutio stomachi ac ventris intestinorum cum celerrimo periculo.
Areteo di Cappadocia dà un quadro ben più completo di questa malattia: « Il colera è un morbo estremamente acuto, è un riflusso di tutti gli umori del corpo verso lo stomaco e l’intestino. Quelli che affluiscono nelle vie superiori sono rigettati con il vomito, quelli che si portano nelle vie inferiori vengono eliminati con le feci. Il vomito è, inizialmente, acquoso e ciò che viene eliminato con le feci risulta liquido, estremamente fetido. Col progredire della malattia, le coliche si fanno più forti, compaiono svenimenti, rigidità degli ar L’urina diminuisce, la voce si spegne, il polso si affievolisce, lo stimolo alla defecazione diventa costante. Il paziente muore in modo crudele e miserevole ».
Aureliano sostiene, infine, che il colera è prodotto da uno scolo rapido di umori nell’intestino e nello stomaco: cholera est humoris fluor, celer ac parvi temporis ventris atque intestinorum.
Nessun autore latino fa riferimento alla contagiosità del colera. Altri particolari sul colera saranno dati nel capitolo sulle epidemie.

FEBBRE TIFOIDEA
Gli Autori parlano spesso di intestini colpiti da ulcerazioni accompagnate da febbri: Areteo, ad esempio, dice che, in alcuni casi, si notano, nell’intestino del paziente, ulcere superficiali, in altri ulcere un po’ più profonde e più gravi, infine particolarmente profonde, poco fisse, facilmente serpeggianti, rossastre, che si slabbrano e diventano mortali. Anche le vene che si trovano nella zona dell’ulcerazione risultano corrose. Il sangue che fuoriesce risulta tanto più abbondante quanto più le ulcerazioni sono estese. In questi casi i pazienti soffrono di febbri acute, svenimenti e vanno presto incontro alla morte.
La descrizione di Areteo sarebbe sufficiente per porre la diagnosi di febbre tifoidea. Questa ipotesi è confermata da Celio Aureliano, nei suoi scritti, successivi a quelli di Areteo. Egli riprende, grosso modo, la descrizione fatta da Areteo, aggiungendovi, però, il sintomo rivelatore: egli scrive, infatti, che i pazienti soffrono di hebetudo, sono, cioè, in uno stato stuporoso.

SCABBIA
I Romani confondevano la scabbia con altre malattie della pelle che ne alteravano il normale aspetto. Essi le denominavano tutte scabies, tuttavia Celso descrive, con questo nome, una forma che è da ritenersi senz’altro scabbia.
« La scabbia si manifesta con una rugosità rossastra della pelle, durior cutis dove compaiono pustole più o meno secche e umide. Alcune secernono materiale purulento e provocano ulcerazioni che inducono continuo prurito, continuata exulceratio pruriens, rapidamente diffondentesi, serpit cito. In alcuni casi, tale eruzione guarisce definitivamente, in altri, recidiva in determinate epoche dell’anno. Più la rugosità della zona è estesa, asperior est, più il prurito risulta intenso, e la guarigione difficile. Una pomata con zolfo e pece è utile nel trattamento di tale affezione ».
Il concetto di contagiosità della scabbia era ben noto ad Orazio che, nell’Ars poetica, ricorda che è doveroso fuggire i portatori di scabbia: Ut mala quem scabies aut morbus regius urget.

INFLUENZA
Non possediamo descrizioni esatte sulla patologia influenzale, ma la descrizione che Tito Livio fa dell’epidemia che colpì Roma, con carattere più di minaccia che di pericolosità, pestilentia minacior tamen quam perniciosum, potrebbe essere quella di un’epidemia influenzale. Altrettanto dicasi per un’altra epidemia, qui magis in longos morbos quam in perniciales evasit, che durò molto a lungo, ma non fu di particolare gravità, e che potrebbe essere stata, anch’essa, un’epidemia influenzale.
Ne riparleremo nel capitolo sull’Epidemiologia.
ELMINTIASI
Vermi intestinali
Plinio li definiva animalia interaneorum e distingueva i lumbrici, vermi rotondi, dalle taeniae, vermi piatti. Tale distinzione è del tutto aleatoria in quanto egli cita anche tineae rotundae; inoltre, fa una certa confusione tra taenia o tinea, tenia e taenia o tinea, tignola.
Celso dice che « i vermi, lumbrici, soggiornano talvolta nel ventre, e vengono espulsi sia per via anale sia, fatto assai più disgustoso, attraverso la bocca. Tali vermi sono talvolta piatti, e sono i più pericolosi, talvolta cilindrici »: interdum latos esse qui peiores sunt, interdum teretes videmus.
Quinto Sereno Sammonico, nel suo poema Liber medicinalis, si chiede perché la Natura abbia creato, nelle viscere dei poveri esseri mortali, tenie serpentine, tinea serpens, e lombrichi voraci, lombricus edax:
Quid non adversum miseris mortalibus addit Natura, interno cum viscere tinea serpens Et lumbricus edax vivant inimica creantes?
Questi parassiti, egli dice, attraverso il loro continuo morso ci lacerano gli inte-stini e, spesso, risalgono addirittura lungo la gola, togliendoci il respiro:
Quod genus assiduo laniat praecordia morsu Saepe etiam scandens oppletis faucibus haeret Observasque vias vitiae concludit anhelae.
Fortunatamente, afferma poi, esistono molti validi rimedi per eliminare questi intrusi.
Celio Aureliano, infine, enumera e descrive tutta la sintomatologia legata alle forme di elmintiasi: dal fluor ventris alla tussicula aria, al pulsus inaequalis, alla alienatio mentis ecc… Egli distingue cinque tipi di vermi: gli ascarides (ossiuri), i lumbrici lati, i lumbrici albi, i lumbrici rotundi, ed i lumbrici sanguinolenti.

HERPES ZOSTER
Così come l’erisipela, anche l’herpes zoster era chiamato ignis sacer: « Si distinguono diverse forme di fuoco sacro, quello che colpisce la cintola viene definito zoster »: Ignis sacri plura sunt genera, inter quae medium hominem ambiens qui zoster appellatur.
Secondo Celso, l’herpes zoster si presenta con colorito rossastro o misto di rosso e di pallido, subrubicundum aut mixtum rubore atque pallore. Risulta irto di pustole confluenti, pusulae continuae, di cui, alcune, sono più grandi di altre ma, in sostanza, sono tutte piccole e assai numerose. Queste pustole, quasi sempre, contengono sanie, e l’arrossamento si accompagna a rialzo della temperatura locale, rubor cum calore. Tale forma talvolta si estende, quando la parte precedentemente colpita è in via di guarigione, talvolta, quando tale parte è ancora ulcerata e le pustole, dopo essersi aperte, formano un’unica ulcera da cui geme un umore che sembra contenere sanie e pus. Queste ulcere si formano soprattutto sul torace, sulle costole, sulle parti prominenti.
Galeno afferma che, se la bile si fissa in una parte del corpo, l’affezione prende il nome di herpes.
LEBBRA
I Romani denominavano la lebbra elephas, o elephantiasis. Il termine lepra fu usato, per la prima volta, nella traduzione latina della Bibbia. Il termine elephantiasis ha sovente creato confusione: infatti, esso fu tradotto con il termine « elefantiasi » che definisce tutt’altra malattia.
La lebbra è stata descritta per la prima volta da Lucrezio:
Est elephas morbus qui propter flumina Nili Gignitur Aegypto in media neque praeterea usquam.

La lebbra, che infierisce sui bordi del Nilo, nella fascia centrale dell’Egitto, non è diffusa altrove.
Anche Plinio fa notare che questa malattia è tipica dell’Egitto, Aegypti peculiare hoc malum, e fa una prima descrizione della malattia stessa: « Comincia a manifestarsi sotto forma di una piccola lenticchia, lenticula. Ben presto la pelle si secca e si copre di macchie di colore diverso, spesse in alcune zone, sottili in altre, talvolta dure e piene di asperità. Infine, esse assumono un colore nerastro e comprimono la carne sull’osso sottostante facendo gonfiare le dita delle mani e dei piedi ».
Celso scrive che la lebbra è quasi sconosciuta in Italia, ma assai diffusa in altri paesi. « Si tratta di una malattia cronica che i Greci chiamano ελεφαντιασς ». Egli la descrive: « Tutto il corpo è colpito, al punto che le stesse ossa sono alterate. Tutta la superficie del corpo è coperta da macchie e da tumefazioni, il cui colore, rossastro, diventa pian piano scuro, atra. La pelle inegualmente spessa, sottile, dura o molle, è solcata da pieghe dall’aspetto di squame. Il corpo dimagrisce, il viso, le gambe ed i piedi appaiono tumefatti. Quando la forma è inveterata, le dita delle mani e dei piedi sono inglobati dalla tumefazione, compare leggera febbre che uccide spesso il paziente accasciato da così grave malattia ».
Si deve ad Areteo di Cappadocia la descrizione più completa e corretta della lebbra. « Inizialmente, i pazienti risultano soltanto leggermente torpidi; col progredire della malattia, le urine diventano spesse, biancastre. Sulla pelle compaiono chiazze con spessi tubercoli, piene di asperità, le une vicine alle altre, ma mai confluenti. Lo spazio fra l’una l’altra presenta solchi, come sulla pelle degli elefanti. Le vene risaltano a causa dello spessore della pelle. Successivamente, tutta la superficie del corpo non forma che una sola crosta, i peli cadono, la pelle della testa si screpola, le ragadi che vi si formano si moltiplicano, profonde, ineguali, piene di asperità. Il viso si ricopre di grossi foruncoli, duri, con un apice bianco ».
« Sull’estremità delle dita si notano, così come sulle ginocchia, eruzioni pruriginose. Talvolta queste colpiscono anche il mento dove formano una corona, o le guance, facendole apparire rigonfie. Le sopracciglia protuberanti, spesse, glabre, formano, congiungendosi, una tumefazione molto prominente. La zona sottostante le sopracciglia è assai infossata e discende al punto da coprire l’occhio ed impedire la vista. In tal modo i pazienti assumono un aspetto corrucciato o, talvolta, sembianze leonine ».
« A mano a mano che il male progredisce, le eruzioni pruriginose sulle guance, sul mento, sulle dita, sulle ginocchia si ulcerano. Le ulcere sono fetide ed incurabili. Infine il naso, le dita, i piedi, le parti genitali vanno in putrefazione e cadono. Questo male crudele li conduce alla morte soltanto dopo averli fatti trascorrere un lungo periodo di vita vergognosa ed averli completamente mutilati ».
« I poveretti sono oggetto di avversione e di orrore. Anche i parenti e gli amici li sfuggono e tanto più, in quanto sono contagiosi. Spesso vengono condotti ed abbandonati in luoghi deserti o in mezzo alle montagne ».

MENINGITE
Plinio, per due volte, accenna a una forma febbrile che chiama soriasis, senza dare spiegazioni sulla sua patogenesi o sulla malattia nella quale essa compare.
Sorano di Efeso parla di una forma di soriasis sottolineando che si tratta di una malattia che colpisce i bambini e che è cerebri fervor cum meningis, ita ut occipitium infantis concavum fiat, cum igneis et ferventibus febris: una grave affezione del cervello e delle meningi che fa rovesciare indietro la testa dei bambini, accompagnata da febbre molto elevata. E facile concludere che questa breve descrizione di Sorano, nella traduzione latina di Moscione (V secolo d.C.), sia sufficiente per far porre la diagnosi di meningite.
Anche Celio aveva descritto una sindrome che potrebbe far pensare alla meningite: « Un brivido violento, paralisi dei nervi, nervorum resolutio, oscu-ramento della vista, oppure perdita della coscienza; in più, dolore insopportabile alla regione temporale e alla nuca ».
Areteo descrive una sindrome caratterizzata da cefalea « che si complica con fenomeni convulsivi coinvolgenti i muscoli della testa. Gli occhi rimangono fissi, la regione del collo produce dolore lancinante, compare vomito, perdita della coscienza ed infine sopraggiunge la morte ».
Anche Celio Aureliano parla di una cefalea che è sintomo di una affezione delle meningi: Pars affecta aliis membranas cerebri, aliis eam quae testam circumtegit.

MALARIA
I Romani conoscevano assai bene le febbri malariche e ne avevano pure capito l’etiologia parassitaria (confrontare il capitolo sull’Etiologia delle malattie contagiose e sull’Epidemiologia), come si potrà leggere nel capitolo dedicato a questa branca della medicina. Ci limiteremo qui ad esporre le loro conoscenze cliniche su questa malattia.
I Romani consideravano la malaria come una forma di febbre periodica e attribuivano a questa periodicità quasi una genesi divina. Cicerone si chiedeva se non si deve ritenere di origine divina qualsiasi movimento, qualsiasi evento che implichi una successione prestabilita di fatti, come nel caso della febbre terzana e quartana, la cui alternanza, è del tutto regolare.
Può darsi che i Romani chiamassero le febbri malariche febres frigidae, a causa dei brividi (frigus) con le quali esse esordiscono: tale espressione è usata da Plinio senza alcuna spiegazione e da Valerio Fiacco, citato da Svetonio, che riferisce che il medico Aurelio Opilio parlava di una febris frigida cum horrore trementer.
Le febbri malariche furono anche chiamate da Plauto, da Aulo Gellio e da Arnobio querquera. Il poeta satirico Caio Lucilio si dice tormentato da malaria contratta a Labro (l’odierna Livorno):
Labro iactans me ut febris querquera terret;
ed altrove afferma che si può contrarre febbre malarica e cefalea (LCL. Frg.):
Querquera consequitur febris, capitisque dolores.
Plinio chiama anche le febbri malariche: febres quae cum horrore veniunt, le febbri che cominciano con brividi.
I Romani conoscevano molto bene i diversi tipi di febbri malariche: la febbre terzana, la quartana, la doppia terzana, la doppia quartana, la terzana perniciosa.
Gelso descrive inizialmente la febbre quartana: « Le febbri quartane sono le più semplici. Esse esordiscono normalmente con un brivido, quindi sopraggiunge una sensazione di calore, incipiunt fere ab horrore, deinde calor erumpit. Quando la febbre è passata, si hanno due o tre giorni di sosta. La febbre ritorna in quarta giornata ». La febbre quartana, guarisce molto lentamente, ma non è mai mortale: quartana neminem jugulat ». Bisogna infine rimarcare che si può essere colpiti da una febbre doppia quartana, duae quartanae, e da febbri quotidiane che sono costituite da quartane quae ex quartanae facta sit.
Essendo difficile stabilire ciò che spinse Gelso a considerare, in questi casi, piuttosto la quartana tripla che la terzana doppia, possiamo supporre che, a quell’epoca, le forme di quartana fossero le più diffuse.
Galeno afferma che la febbre quartana, all’esordio, quando il paziente avverte ancora i brividi, presenta una sintomatologia tipica: il polso si superficializza e rallenta il ritmo. All’acme dell’accesso febbrile, o quando esso è vicino, esso è rapido e frequente, tuttavia conserva ancora, qualche segno di lentezza e di superficialità. Conferma anche ciò che Gelso aveva già notato: « che la febbre quartana è la più lunga a guarire, ma la meno pericolosa ».
Successivamente, Celso parla della febbre terzana dicendo che « essa esordisce e termina come la quartana, con questa differenza: lascia un solo giorno di intervallo e ricompare in terza giornata ».
Galeno insiste sul brivido che, fin dal primo accesso, è violento nella febbre terzana, e successivamente la sua intensità aumenta ancora. Aggiunge che la febbre terzana ha un decorso più breve della quartana ed ha carattere benigno. Il polso ha una frequenza e una intensità maggiore che nella febbre quartana.
Gelso fa cenno, anche, a una forma di febbre terzana assai più, grave della precedente, che ha, anch’essa, un ritmo di tre giorni, ma non un intervallo di quarantotto ore; l’accesso ne comprende in genere trentasei, talora meno, talora di più. Potrebbe trattarsi di una terzana doppia perniciosa che Gelso definisce anche emitriaton, mezza terzana, una specie di terzana, genus tertianae, in cui, di solito, accesso e remissione si succedono a ritmo ravvicinato che dura da ventiquattro a trentasei ore: molti dei pazienti muoiono rapidamente.
Celio Aureliano fa notare che i pazienti affetti da terzana doppia, sovente cadono in uno stato di catalessi: catalepsin in tertiam duplici maxime frequens. Si tratta evidentemente di una terzana perniciosa.
Il subittero tipico della malaria è citato da Plauto nella Frivolaria:
is mihi erat bilis querquetatus.

PESTE BUBBONICA
I Romani designavano con il nome di pestis o pestilentia, qualunque malattia contagiosa. Ma ciò non impedì che essi conoscessero assai bene la peste bubbonica e polmonare.
Narrando il flagello che colpì Atene, Lucrezio traccia un quadro realistico della peste bubbonica e polmonare: « Dal fondo dell’Egitto, dov’era nato, il flagello si abbattè su Atene: intere folle erano a quel punto destinate al contagio e alla morte. Si cominciava col sentirsi la testa in fuoco mentre bagliori rossastri colpivano la vista. La gola, ormai nera, era bagnata da un sudore sanguinolento e le ulcerazioni ostruivano la via della voce ». « La superfice del corpo e tutte le parti esterne, non sembravano soffrire di febbre troppo elevata », contemporaneamente, ulcerazioni simili ad ustioni, comparivano, rossastre, su tutto il corpo. « Nessun intervallo alla sofferenza, il corpo giaceva inerte mentre la medicina, muta dal terrore, non sapeva cosa dire ».

« A questo punto ben più gravi sintomi si facevano avanti; la respirazione affannosa o talvolta lenta, talvolta profonda, il collo bagnato da sudore lucente, l’espettorato scarso, minuto, color zafferano, salato ed espulso con fatica da colpi di tosse rochi. In ottava o, al massimo, in nona giornata il paziente moriva ».
Galeno parla di una febbre che si manifesta quando sono presenti bubboni senza apparente lesione: « queste febbri sono di natura sospetta e per nulla rassicuranti ».
Areteo precisa che i bubboni pestilenziali si formano principalmente nella zona inguinale.
Rufo di Efeso parla anche di rigonfiamenti all’ipocondrio e alle ascelle, accompagnati da dolori e talvolta da ulcerazioni. Egli li chiama bubboni.
RABBIA
« La rabbia è provocata dal morso di un cane arrabbiato, rabiosus canis; è necessario estrarre il virus con una ventosa, cucubitula virus ejens extraendum est; quindi cauterizzare la ferita, vulnus id adurendum est. Quando il morso non è stato trattato con successo, consegue una avversione all’acqua, aquae timor: i Greci definiscono idrofobi quelli che ne sono colpiti. È una malattia assai triste, in cui il paziente è tormentato, da un lato dalla sete e, dall’altro, dal terrore di bere ».
Celio Aureliano aggiunge che l’idrofobia, timor aquae, è causata non soltanto dai morsi dei cani arrabbiati, ma anche da quelli di altri animali sensibili alla rabbia: lupi, orsi, leopardi, cavalli ed asini: causa passionis est canis rabidi morsus velut caeterorum quoque animalium quae sint simili rabie noxia: luporum, ursorum, leopardorum, equorum et asinorum.
Come Celio Aureliano, anche Celio aveva intuito e sostenuto che il morso degli animali doveva contenere un virus: omnis autem fere morsus habet quoddam virus.

TETANO
« Non esiste malattia più penosa e più grave di quella che irrigidisce i muscoli, blocca e riversa all’indietro la testa sulle spalle, o il mento, inclinato verso il torace, o, ancora, il collo eretto ed immobile. Si muore nel giro di quattro giorni. I Greci la chiamano opisthotonos, emprosthotonos o tetanos ».
Galeno precisa che nel tetano le diverse parti del corpo risultano contratte, in senso contrario, per l’azione dei muscoli antagonisti.
Areteo offre la descrizione più dettagliata della malattia ed ha compreso come la stessa si scatena: « Il tetano è assai doloroso, uccide rapidamente e difficilmente guarisce. È una particolare affezione della muscolatura e dei tendini delle mascelle. Da tale sede, la malattia si diffonde a tutte le altre parti del corpo. Quando lo spasmo si verifica senza la flessione o la distensione del corpo, si chiama tonos. Se la flessione avviene all’indietro si chiama opisthotonos, se si fa in avanti prende il nome di emprosthotonos. Queste affezioni sono spesso successive a piaghe, quando la pelle, o i muscoli, sono stati soggetti a lesioni. I pazienti, quasi sempre, muoiono, in quanto ogni convulsione, successiva a una ferita, risulta mortale. Anche un parto complicato può provocare questa malattia ».

VAIOLO
Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli si trova una statua, in terracotta, che raffigura un uomo, il cui viso, il collo ed il petto, sono coperti da pustole confluenti. La densità delle pustole sul viso e la loro confluenza, permette, senza difficoltà, di porre la diagnosi di vaiolo.
La statua è senz’altro un ex-voto offerto alla divinità che aveva permesso la guarigione del malato.
Il vaiolo era dunque presente a Roma; l’epidemiologia ce lo conferma, come potremo vedere nel capitolo dedicato alle epidemie.
Gelso si limita a descrivere il tipo di pustola senza specificare in quale forma morbosa esso compaia. Al contrario, Galeno, a proposito della « peste antoninia », dice che si trattava di una malattia contagiosa e mortale, caratterizzata da un esantema che compariva in nona giornata.
Dionisio di Alicarnasso descrive due volte una malattia epidemica caratterizzata dalla formazione di pustole e da notevole gravità. Parleremo più in dettaglio di questo argomento in altro capitolo nel quale accenneremo anche a Diodoro Siculo che descrisse un’altra epidemia di vaiolo.

Eziologia delle malattie contagiose
Lucrezio afferma che nulla proviene dal nulla:
Nil igitur fieri de nilo posse fatendumst,
ed aggiunge: « Per essere creata, qualunque cosa ha bisogno di un seme che la faccia sviluppare poi al tenero soffio dell’aria »:
semine quando opus est rebus, quo quaeque creatae aeris in teneras possint proferrier auras.
Si tratta di semi di tutti i tipi che provengono dalla terra e che si mescolano in modi differenti e sono trasmessi separatamente. Egli precisa che: « Le malattie si scatenano perché tanto la terra quanto il cielo sono apportatori di semi di moltissimi agenti patogeni capaci di generare gravissime malattie:
[…] quia sunt multarum semina rerum,
Et satin haec tellus morbi coelumque mali fert, Unde queat vis immensi procrescere morbi.

Altrove egli scrive che la pestilenza resta sospesa nell’atmosfera e noi, re-spirando, l’assorbiamo:
[…] Suspensa manet vis aere in ipso
Et, cum spirantes mixtas hinc ducimus auras
Illa quoque in corpus pariter sorbere necessest.

Più tardi, Seneca riprenderà lo stesso concetto: multa mortifera in alto latent, molti sono i princìpi mortali nascosti nel cielo; e completerà questo pensiero, scrivendo: « che molte terre racchiudono molti princìpi mortali e che è possibile rendersene conto anche solo osservando il gran numero di veleni che vi nascono spontaneamente senza che la mano dell’uomo li abbia seminati. È quindi logico che il terreno racchiuda germi dannosi, mala semina, così come ne racchiude di utili » ed aggiunge: « Forse che non esistono in Italia diverse caverne da cui si esalano vapori pestilenziali, pestilens vapor, che l’uomo e l’animale selvatico non possono respirare senza danno? ».
Ma si deve a Lucrezio il passaggio classico che definisce l’eziologia delle malattie contagiose: « Qual è la causa delle malattie, e da dove nasce, all’improvviso, questa forza malsana che semina i suoi molteplici danni fra gli uomini e le mandrie? Lo voglio dire. Dapprima esistono semi che sono necessari alla vita; ma ve ne sono altri, moltissimi, sparsi nell’aria, che sono apportatori di malattie e di morte. Quando il caso ha riunito questi ultimi e ha contaminato il cielo, l’aria diventa malsana, fit morbidus aér, e tutte queste malattie, tutte queste epidemie ci giungono dal di fuori, come le nubi e come la nebbia attraverso il cielo, oppure salgono dalla stessa terra quando il suolo umido è reso putrefatto dall’alternanza di abbondanti piogge e di eccessivo calore:
Atque ea vis omnis morborum pestilitasque Aut extrinsecus ut nubes nebulaeque superne Per caelum veniunt, aut ipsa saepe coortae De terra surgunt, ubi putorem umida nactast Intempestivis pluviisque et solibus icta.

Seneca afferma anche che le epidemie esplodono dopo i violenti terremoti.
L’eziologia microbica delle malattie contagiose è stata meravigliosamente sintetizzata da Varrone, che, parlando della malaria, ammetteva l’esistenza di certi minuscoli animali, invisibili ad occhio nudo, che, trasportati dall’aria, penetrano, attraverso il naso e la bocca, nel corpo causandovi gravi malattie: Quaedam animalia minuta quae non possunt oculi consegui et per aér intus in corpus per os ac nares perveniunt, atque efficiunt difficiles morbos.
Questi animalia minuta sono chiamati da Varrone anche bestiolae. Vitruvio, sempre a proposito della malaria, ammette anche lui l’esistenza di queste bestiolae.

Epidemie
ORIGINE DELLE EPIDEMIE
Dando un clima a noi sfavorevole si sposta ed un’aria nociva esce dalla sua normale dimora, questo nemico avanza lentamente come nebbia o come nube e, avanzando, sparge tutt’intorno, lo scompiglio e la corruzione. Infine arriva nel nostro cielo, lo corrompe e lo ingloba rendendocelo nemico. È dunque così che il flagello della nuova epidemia si diffonde rapidamente, si abbatte sulle acque, o sui cereali, o su qualunque altro prodotto utile alla nutrizione dell’uomo o al pascolo degli animali, o, peggio, si espande, sospeso nell’aria stessa, e quando noi respiriamo quest’aria contaminata, fatalmente l’assorbiamo. La stessa cosa succede nei buoi che sono spesso colpiti dal contagio o anche nei greggi di montoni ».
Plinio, ammettendo la contagiosità di certe malattie, definisce le epidemie pestilentia contagia.

SUCCESSIONE DELLE EPIDEMIE A ROMA
La prima epidemia di cui si ha notizia è quella che scoppiò a Roma nel 738 a.C. essendo re Romolo. Plutarco la descrive dicendo che in quell’anno a Roma vi fu un’epidemia senza una malattia apparente, ma che uccideva improvvisamente gli uomini. Non si possono fare ipotesi sulla natura di questa epidemia dati gli scarsi elementi a nostra conoscenza e dato che Plutarco scrisse la vita di Romolo otto secoli dopo il suo regno.
Plutarco accenna ancora a una seconda epidemia «pestilenziale» che sarebbe scoppiata a Roma nell’anno 707 a.C.
Una terza epidemia si registrò nell’anno 636 a.C. Essa si diffuse nell’esercito e fece una vittima illustre, il re Tullo Ostilio. Tito Livio parla di questa epidemia scrivendo che la malattia indeboliva l’animosità guerresca dei soldati: Haud ita multo post pestilentia laboratum est. Questa malattia, che colpì quasi esclusivamente l’esercito lasciando indenne la popolazione civile, potrebbe essere stata il tifo esantematico.
Dionisio di Alicarnasso, che scriveva al tempo del regno di Tarquinio il Superbo, parla di una quarta epidemia che scoppiò a Roma nel 510 a.C.: « Una peste strana che colpiva i giovani, ragazzi e ragazze, e particolarmente le donne incinte che abortivano e morivano con il prodotto del loro concepimento ». Questa epidemia indusse Tarquinio ad inviare un’ambasceria per consultare l’oracolo di Delfi. Si potrebbe pensare a una epidemia di brucellosi, da Brucella abortus.
Una nuova epidemia colpì Roma nel 494 a.C., durante la guerra contro i Sanniti: « Questo anno, così fortunato per i successi militari, fu altrettanto disastroso per la peste, pestilentia gravis » .
Nell’anno 490 a.C., la carestia colpì Roma, mentre epidemie molto gravi infierivano fra i Volsci e particolarmente fra le popolazioni di Velitres, oggi Velletri, a sud di Roma.
Due anni più tardi, una nuova epidemia scoppiò a Roma, per fortuna questa volta con carattere benigno: « La mortalità fu lieve, vi fu soltanto un gran numero di malati. Si potrebbe pensare a una epidemia influenzale.
Una nuova epidemia, simile a quella del 510 a.C., scoppiò a Roma nel 470 a.C.; scrive Dionisio: « Una malattia, detta contagiosa, scoppiò fra le donne, causando forte mortalità fra quelle incinte: esse abortivano e morivano con i loro bambini prematuri ». Ancora una volta è logico pensare alla Brucella abortus, come per l’epidemia del 510 a.C.
Subito dopo questa epidemia, ne scoppiò un’altra, nell’anno 469 a.C., che colpì Roma e si diffuse in tutta l’Italia: colpì uomini e donne, giovani e vecchi, non vi fu nessun rimedio efficace. L’epidemia fu di breve durata, evitando così la fine di un popolo. Un’epidemia di breve durata ed assai violenta fa pensare a una forma influenzale piuttosto che ad una forma di peste.
Intorno all’anno 460 a.C., Tito Livio scrive: « Era un periodo opprimente, particolarmente malsano sia in città che nelle campagne, tanto per l’uomo che per il bestiame: grave tempus et forte annus pestilens erat urbi agrisque, nec hominibus magis quam pecoris. Il timore di malattie spinse i contadini a rifugiarsi a Roma con i loro greggi, et auxere vim morbi terrore populationis pecoribus agrestisque in urbem acceptis, fatto questo che contribuì a raddoppiare l’intensità dell’epidemia.
A causa della promiscuità di animali di diverse specie, ammucchiati alla rinfusa, ex colluvio mixtorum omnis generum animantium, i cittadini soffrivano il lezzo di odori inconsueti, et odore insolito urbanos, mentre i contadini, negli alloggiamenti ove si erano ammassati, et agrestem confertum in arcta tecta, erano malati di calore e d’insonnia, aestu ac vigilis augebant. I contatti inevitabili diffondevano l’epidemia, anche quando gli abitanti si curavano vicendevolmente: ministeriaque: invicem ac contagio ipsa vulgabant morbo.
Tito Livio non fornisce alcuna informazione sulla sintomatologia dei malati, dice soltanto che questa epidemia fu di una violenza mai vista prima, ut numquam ante vexati, che essa cominciò alle calende di settembre e che produsse vittime anche nella classe patrizia, uccidendo due consoli, parecchi tribuni e molti cittadini illustri.
Penso che tale epidemia fosse causata dalla peste.
Qualche anno più tardi, nel 455 a.C., vi fu a Roma una carestia dovuta alle piogge abbondanti: « Due flagelli giunsero contemporaneamente a decimare tanto gli uomini quanto il bestiame, la carestia e la peste: dein duo simul mala ingentia exorta fames pestilentiaque foeda homini, foeda pecori. Le campagne si spopolarono, vastata agri sunt; Roma fu colpita da una lunga catena di decessi e da innumerevoli, lugubri disastri, urbs assiduis exhausta fueribus multis et claris lugubribus damnis. Durante questa epidemia, morirono anche molte Autorità romane, e Tito Livio conclude la sua esposizione dicendo che l’estensione di quel disastro rattristò quell’anno.
Anche Dionisio parla di questa epidemia, precisando che i cadaveri giacevano senza sepoltura, nelle strade, o che venivano gettati nel Tevere o nelle cloache, fatto questo che provocò l’avvelenamento dell’aria e l’estensione dell’epidemia: gravis et maleolens odor qui venti fleta inde ferebatur per airem, eos etiam qui adhuc recte valebant, invadebant.
Dato che queste epidemia esplose dopo inondazioni, è probabile che fosse dovuta al colera.
Tra il 434 e il 432 a.C., Roma fu scossa da una serie di terremoti. Dopo le prime scosse, si ebbero altre preoccupazioni in quanto iniziò un’epidemia la cui violenza continuò a crescere, vis morbi ingravescens. Essa aumentò ancora l’anno seguente ed il terrore e lo spavento che essa causò in città e nelle campagne furono tali che nessuno uscì da Roma e i Fidenati non osarono scendere nei territori romani per le loro consuete razzie. Contro questa malattia la scienza fu del tutto impotente: nec arti aliisve remediis.
Soltanto tre anni dopo questa, un’altra epidemia scoppiò a Roma. L’anno 428 a.C. fu di una estrema siccità: « La mancanza d’acqua attirò verso i letti disseccati delle sorgenti o dei ruscelli numerosi animali che vi morivano di sete; la sete fece giungere altri animali e, per contagio, la malattia raggiunse l’uomo. Il male cominciò colpendo i contadini e gli schiavi; infine anche Roma fu invasa, Urbs deinde impletur.
« L’epidemia fece dimenticare tutto. Si votò un tempio ad Apollo per la salute del popolo, aedis Apollini pro valetudine populi vota est; malgrado ciò, il disastro fu grande in città come in campagna, dove morivano uomini e bestie, e persino di fame, essendo questa conseguenza dell’epidemia stessa, famem quoque est pestilentia ».
L’anno seguente, la violenza del male cominciò a decrescere: eo anno vis morbis levata.
Anche Dionisio di Alicarnasso parla di questa epidemia, dando ragguagli più precisi sulla sintomatologia presentata dai malati; egli scrive: In homines ingruerunt plurimae infirmitates et maxime scabies, vehementis saeviens. Morbus severa quam qui maxime micerabilis et celerrimae mortis causa. « Gli uomini furono affetti da parecchie sindromi, ed in particolare da un’eruzione che provocava penose sofferenze, pruriti, talvolta ulcere e che colpiva con violenza. La malattia conduceva fatalmente a una rapida morte ».
Noi crediamo, senza peccare di presunzione, che l’epidemia, che colpì Roma nel 428 a.C., fosse una epidemia di vaiolo.
Tito Livio parla ancora di altre epidemie che scoppiarono a Roma nel 411 e nel 408 a.C.: Pestilentia minacior tamen quam perniciosior et pestilentem annum inopia frugum neglecto cultu agrum. Si trattava di una malattia più temuta che pericolosa e che impediva la cultura dei campi. Doveva certamente essere un’epidemia influenzale.
L’inverno del 397 a.C. fu molto rigido: tristis hiems. L’anno successivo, in estate, scoppiò, fra il bestiame, un’epidemia, gravis pestilens omnibus animalibus aestas incepit. Non sapendo che fare né come combatterla, fu organizzato il primo lectisternium per placare l’agitazione del popolo, sine rimedio populus diu multumque fatigatus.
L’anno seguente, 395 a.C., una nuova epidemia scoppiò in Sicilia fra le truppe cartaginesi. La malattia era caratterizzata dalla eruzione di pustole su tutto il corpo, in corporum superficie pustulae erumpebant, ed i pazienti mo¬rivano nel giro di cinque o sei giorni, quinque aut sex ad summum diebus gravibus affecti tormentis interibant.
Evidentemente, si trattava ancora di un’epidemia di vaiolo che dovette toccare anche Roma, in quanto Tito Livo dice che nel 394 a.C. una pestilenza colpì Roma e la campagna romana, pestilentia agris urbique, e che essa fu considerata come un segno tangibile dell’ira degli dei.
Un’altra epidemia di vaiolo colpì Roma quattro anni dopo, nel 390 a.C.: cominciò a diffondersi nella campagna e raggiunse poi la città. Dionisio di Alicarnasso descrive la malattia: Homines in gravem morbum inciderunt, quorum initia fuerunt tenues papulae in summa cute erumpentes; mox in ulcera grandia desinentes gangrenis similia, deformia visu. « Gli uomini furono colpiti da una grave malattia, cominciarono a formarsi papule sulla pelle che poi evolvevano in pustole alterando la fisionomia ». Dionisio aggiunge che contro questa malattia non esisteva alcun rimedio, erat autem nullum laborantibus remedium. Le papule si trasformavano in pustole ed essendo il viso la parte più colpita, ci è permesso di porre con certezza la diagnosi di vaiolo.
Tito Livio conferma che altre carestie e pestilenze colpirono Roma: una nell’inverno 379-378 a.C., che esplose senza apparente ragione; l’altra, di rara violenza, pestilens ingens ortu, sotto il consolato di Genucio e Servilio, causò la morte di un censore, di un edile e di tre tribuni del popolo. Fra i cittadini, la proporzione dei morti non fu inferiore. La peste continuò tutto quell’anno ed il seguente (361 a.C.). Per domandare la grazia agli dei si celebrò per la terza volta, dalla fondazione di Roma, un lectisternium, ma dato che nulla calmava la violenza del male, né i rimedi umani, né la bontà degli dei, et quum vis morbi nec humanis consiliis nec ope divina levaretur, la superstizione cominciò a farsi largo fra la gente.
Un altro lectisternium fu organizzato nel 345 a.C., in occasione di un’epidemia. Ancora una pestilenza scoppiò nel 331 a.C. dopo una guerra contro gli abitanti di Sedicinum, città della Campania: pestilentia secuta est.
L’anno 329 a.C. fu funesto sia per le intemperie sia per la perfidia degli uomini, foedus insequens annus seu intemperie coeli seu humana fraude: si accusò infatti qualcuno di avere appestato l’aria e l’acqua e provocato l’epidemia che infierì a Roma: vennero condannate 170 persone.
E ancora la peste che infierì nel 311 e nel 295 a.C.. Quest’ultima durò due anni ed i Romani non sapendo più che cosa fare, decisero di mandare un’ambasceria ad Epidauro per interrogare Esculapio.
« La peste non sollevò soltanto seri timori, ma causò in Roma (276 a.C.) un danno immenso, uccidendo sia animali che uomini; e ciò che rese l’evento ancora più clamosoro fu che quasi tutte le donne incinte abortirono e le femmine degli animali, gravide, non portarono a termine la gravidanza ». Tito Livio ripete ancora lo stesso concetto: quum nulli propemodum iam aut partus humani, aut foetus animalium aderentur incolumes (LIV. Urb. XV, 5). Evidentemente, a quell’epoca, la brucellosi possedeva ancora una virulenza che si è andata spegnendo col passare dei secoli.
Al ritorno di Pirro in Italia (275 a.C.), la peste devastava ancora Roma, ed i danni che essa causava, da così lungo tempo, avevano portato i cittadini a un tale disgusto per le cose della vita, al punto che i giovani, in età di prestare il servizio militare, rifiutavano di arruolarsi.
Nell’anno 212 a.C., durante l’assedio di Siracusa, l’armata romana fu colpita da una malattia contagiosa, curatio ipsa et contactus aegrorum vulgabat morbos, la malattia si diffondeva in chi curava i malati o in coloro che avevano contatto diretto con i malati stessi, e i soldati morivano. Questa malattia, che si propagava per contatto diretto, non poteva essere che il tifo esantematico frequente negli eserciti in guerra.

Un’epidemia più lunga che grave, magis in longos morbos quam in perniciales evasit, colpì Roma e la campagna romana nell’anno 208 a.C.; si trattò, probabilmente d’influenza.
Anche i marinai della flotta romana, ancorata in un porto dell’Asia Minore, furono colpiti da una malattia benigna, ma che indebolì i marinai al punto che la flotta dovette abbandonare il porto. Di quale malattia poteva trattarsi? Data la regione, la non gravità della affezione e la debolezza che essa produceva, si potrebbe pensare alla dengue.
Nel 187 a.C., furono ordinate pubbliche preghiere per combattere una epidemia che colpì Roma e la campagna romana .
Tito Livio racconta anche che fu impossibile reclutare 8.000 uomini per l’esercito, a causa di una pestilenza che colpì Roma e la campagna circostante tra gli anni 184 e 182 a.C..
La stessa difficoltà si presentò nel 176 e nel 175 a.C.: i Consoli ebbero non poche difficoltà a reclutare i soldati a causa di una malattia che uccideva nel giro di sette giorni, haud facile septimum diem superabant. Quelli che sopravvivevano, qui superaverant, rimanevano malati per lungo tempo di febbre quartana, longinque, maxime quartanae, implicabantur morbo.
Secondo Plinio, il carbonchio comparve in Italia nel 163 a.C., e la lebbra nel 160 a.C..
Orosio parla di una terribile epidemia che causò un’alta mortalità a Roma nell’anno 142 a.C. .
Dionisio riferisce che nel 139 a.C. una terribile pestilenza infierì in Italia e soprattutto a Roma dove provocava 2000 morti al giorno.
Si posseggono scarsi dati sulle epidemie che infierirono a Roma sotto l’Impero.
Si conosce un’epidemia chiamata «peste antoniniana» in quanto infierì sotto gli Antonini. Essa fu introdotta a Roma nel 167 da Lucio Vero che rientrava dalla Siria con la sua armata vittoriosa. Il contagio si propagò fino al Reno e in Gallia. Galeno, nelle sue opere, fa più volte riferimento a questa epidemia, chiamandola μελας, melas e λοιμος, loimos. Aggiunge che i malati presentavano un esantema che compariva il nono giorno e che la malattia era assai contagiosa. Può darsi che si trattasse di vaiolo.
Tacito parla di un anno contrassegnato dagli dèi delle tempeste e dalle malattie, tempestatibus et morbis insignir. La Campania fu devastata da un uragano che distrusse qua e là le fattorie, gli orti, le case, e che infuriò fino ai confini della città dove tutti gli uomini erano decimati da una terribile epidemia, in qua omne mortalium genus vis pestilentiae depopulabatur, senza che comparisse in cielo alcun segno di corruzione. Le case si riempivano di corpi inanimati, le strade di cortei funebri, né il sesso né l’età erano discriminanti; si vedevano schiavi, liberti e liberi di nascita morire in modo brutale. La concomitanza dell’acqua e dell’epidemia funesta fa pensare al colera.
Si conosce anche l’epidemia che infierì in tutto l’Impero romano nel III secolo d.C. e che durò 15 anni: dall’anno 252 all’anno 267. Questa epidemia fu descritta da Tasco Cecilio Cipriano, San Cipriano, e chiamata perciò « la peste di Cipriano ». Si trattava di una malattia che provocava eru¬zioni cutanee su tutto il corpo ed anche negli occhi conducendo alla cecità. Il contagio si propagava anche attraverso le vesti. Si trattava evidentemente di vaiolo.

DIFESA CONTRO LE EPIDEMIE
La maggior parte delle epidemie che infierirono a Roma si manifestarono nei tempi più antichi, quando, nella città, non esistevano ancora reti di fognature razionali; la gente beveva l’acqua dei pozzi o del Tevere nel quale faceva anche il bagno. La costruzione delle fognature e degli acquedotti migliorò rapidamente le condizioni della sanità romana. Ne riparleremo nel capitolo sull’Igiene.
Oltre alle opere pubbliche, Celso consigliava misure individuali da prendersi durante le epidemie.
Egli scrisse: « In tempo di epidemia è bene viaggiare, navigare o, almeno, passeggiare lentamente, a piedi o in carrozza, prima del caldo più forte del giorno, mai dopo mangiato o dopo il bagno. Evitate i piaceri sessuali, il vomito ed il sonno, soprattutto dopo aver mangiato. È bene tenere l’intestino sgombro, non bere vino che a giorni alterni. Quando si siano osservate queste precauzioni, modificate il meno possibile il normale ritmo della vostra vita ».
I Romani adottarono anche misure di difesa contro le malattie contagiose, soprattutto contro la malaria, per mezzo dell’igiene del suolo e delle costruzioni, di cui si parlerà più avanti.
Lotta contro gl’insetti nocivi
I Romani lottavano contro gl’insetti nocivi con metodi vari: cacciando meccanicamente gli stessi, lavando il suolo con infusioni insetticide, avvelenandoli con esche, uccidendoli con fumi tossici e difendendosi con reticelle protettrici.
Lotta meccanica
La si utilizzava soprattutto contro le mosche. Si cercava di eliminare le mosche sia per liberarsi da un insetto indubbiamente fastidioso, taedio musca-rum, sia per la loro sporcizia e per proteggere gli alimen¬ti. Marziale nel suo epigramma Muscaria pavonina, dice:
Lambere quae turpis prohibet tua prandia mucca Aliti eximiae cauda superba fuit.

Ciò che protegge le vostre provviste dalla sporcizia delle mosche era in altri tempi la superba coda di un uccello.
Questo epigramma fa capire che i Romani usavano gli scacciamosche, che chiamavano muscaria, mentre un altro epigramma informa che tale incarico era assegnato ai bambini che scacciavano le mosche con un ramo di mirto:
Fugatque muscas myrtea puer virga.

Lavaggio dei pavimenti
Per combattere le pulci, Palladio consiglia di aspergere frequentemente il suolo con infusioni di cumino ed elleboro bianco tritati in parti eguali, o di lavarlo con la morchia dell’olio. A tal proposito ricordiamo come Plinio affermasse che tutti gl’insetti muoiono se si riesce a ricoprirli di olio.
Esche avvelenate
Per uccidere le mosche, Plinio consiglia di spargere, nei locali infestati, elleboro bianco polverizzato ed imbevuto di latte.
Suffumigi
Per scacciare le zanzare Plinio consiglia di bruciare il galbano: hi galbano accenso fugantur, o scorza di melograno: mali punici cortici fumo culices fugantur.
Questi consigli sono interessanti in quanto dimostrano che i Romani utilizzavano, contro le zanzare, i mezzi che sono giunti fino a noi: i suffumigi. Se ne servivano non soltanto contro le zanzare, ma anche contro le mosche, contro le quali Plinio consiglia fumigazioni a base di nigella.
Zanzariere
Orazio dipinge lo stupore dei Romani quando videro, alla battaglia di Azio, il conopeum di Cleopatra in mezzo alle insegne romane: inter signa turpe militaria sol adspicit conopeum..
Giovenale ci apprende che il conopeo era una reticella di filo a maglie molto strette, linum tenuissimum maculis nanctum, e che i Romani chiamarono cubicula.
Un passo di Varrone, prova che già alla fine della Repubblica le donne romane avevano i letti guarniti di conopeum, e che questo nome era stato esteso anche al letto che aveva un conopeum, una zanzariera.
Cicerone chiama reticulum un sacchetto di lino a maglie molto fini, contenente foglie di rosa, che Verre, in Sicilia, si infilava nella testa per dormire.
Elio Vero riempiva con le stesse sostanze le tende che circondavano il suo letto. Queste tendine, che il suo biografo definisce minutum reticulum, erano zanzariere già conosciute dagli Egiziani, come racconta Erodoto nelle sue « Storie ».

Giuseppe Bonomi: