Le malattie infettive nel Medioevo
Affezioni purulente
L’ASCESSO (apostema) è un tumore o gonfiore di un membro — scrive Bartolomeo Salernitano (XII sec.) — dovuto a umidità e ventosità [apostema est tumor vel inflatio membri ex humiditate vel ventositate] ed è conseguenza di un’alterazione dei quattro umori.
Rolando de’ Capelluti da Parma tratta sistematicamente il problema degli ascessi.
Nel corpo umano esistono quattro tipi di umori che possono abbondare od essere insufficienti, di conseguenza esistono quattro tipi di apostema che prendono nomi diversi. Ve ne è uno, vicino al sangue, e si chiama flegmon [flemmone]; un altro dovuto alla bile rossa, e si chiama herpetiomenus; quello che viene dal flegma si chiama zimia.
Le posteme che derivano dal sangue provocano rubor, pulsus, dolor, calor et tumor. Quelle che derivano dal flegma, bianchezza, mollezza, come se il dito che lo comprime lasciasse una concavità [albedo, mollecies, ut si digitum quasi signum foraminis faciet] ».
Evidentemente doveva trattarsi di edema e non di ascesso.
« Quelle provocate dalla bile rossa presentano calore, rossore, misto a colore citrino [calor, rubor mixtus citrino colore]; quelle dall’atrabile: notevole durezza con un certo color nero [ingens duritia cum quaedam nigredine] ».
Contro le posteme, consiglia cataplasmi fatti di ruta, cumino, farina di grano, cipolla, lardo cotti in vino bianco e olio, mescolando continuamente. « Applicarli sino a che si forma il pus [deinde superponatur quosque ad saniem venerit]. Se la postema non si apre da sè, incidere con una lancetta [cum sagitella vel flebotomo inscidatur] in modo da fare uscire tutto il pus. Se del caso, introdurre un dito [digitus introduttatur] nella cavità ascessuale per togliere diligentemente tutto il pus [diligenter tota sanies exprimatur]. Una volta fuoriuscito il pus, introdurre uno zaffo di panno [stuella de panno] e cambiarlo due volte al giorno. Curare, poi, come nelle altre ferite ».
Mauro parla di ascessi polmonari [de apostematibus spiritualim], Guglielmo da Saliceto di ascessi profondi del collo che bisogna incidere longitudinalmente accanto ai grandi vasi; l’Alphita chiama panarichium, il patereccio, paranulos gli ascessi sottolinguali e tubernacoli vel tuberculi i piccoli ascessi.
Miniature di codici medioevali ci mostrano casi di idrosadenite o interventi su di essi come nel codice della Praxis chirurgica di Teodorico.
Henri de Mondeville precisa che negli ascessi con molto pus si può avere la febbre: occorre evacuare al più presto il pus.
A volte, sotto le ascelle, si formano — scrive Rolando — bubboni che non recano dolori al petto, non debilitano l’organismo e danno una febbre effimera. Non toccarli, lasciarli maturare sino alla formazione di pus. Una volta maturi, inciderli con una lancetta [sagitella] e fare uscire il pus. Non ritiene consigliabile lasciare che il bubbone si apra da sè [per se crepet].
Carbonchio
San Benedetto Crispo accenna al carbonchio [carbo] in due suoi versi nei quali lo dice morbo gravissimo, terrificante:
Vis inimica viget morbus cum perfurit ingens Languidus terrificus perimit cum viscera carbo e le cui ulcere vanno trattate con calce viva.
Ruggero chiama il carbonchio plaga carbunculus sive antrax mentre l’Alphita spiega che l’antrax è una postema avvelenata: antrax est venenosum apostema.
Ildegarda descrive la pustola nera del carbonchio, pericolosa, quasi incurabile: pustula quae nigra est, periculosa est, fere incurabilis.
Dissenteria
San Benedetto Crispo ricorda come il ventre aumenti spesso il suo flusso dissolvendo a poco a poco la carne tenera di molti:
Saepe solet ventris nimius transcurrere cursus Paulatim teneram multorum solvere carnem.
Plateario definisce la dissenteria [discenteria] un flusso del ventre con escoriazione degl’intestini [fluxus ventris cum excoratione intestinorum] e con emissione di sangue dal ventre [cum sanguine ventris emissione].
Anche Alberto Magno definisce la dissenteria « flusso con sangue » [fluxus ex sanguine dicitur dysenteria].
« Quando cattivi umori sovrabbondano in un uomo, dando febbre — scrive Ildegarda — i vasi che scendono a tutti gl’intestini [ad universa intestina] diventano quasi grandi fiumi [quasi magna flumina] e portano con sè acqua che trasuda nell’intestino provocando inundationem. A volte, fuoriesce anche sangue [ipse sanguis egreditur] ».
Erisipela
San Benedetto Crispo chiama l’erisipela ignis sacer che infuria nei visceri ardendo sotto la cute:
Perfurit ignis sacer comburens viscera semper Serpit et errat atrox fiammam sub cute remittens.
Ruggero afferma che le ferite si complicano spesso con l’erisipela [vulnera sepe solent herisipela concomitari] che rende la regione livida [locus ille lividus apparens].
I Quattro Maestri Salernitani distinguono l’ herisipela dall’herpestiomenus che sarebbe una fase successiva, allorché essa invade tutto il corpo.
Henri de Mondeville scrive che nell’ herisipela si possono avere ulcere maleolenti.
Heinrich von Pfolspeundt (XV sec.) chiama l’erisipela wildes Feuer [fuoco selvaggio].
Febbre ondulante
Cofone parla di febbri erratiche che vengono e se ne vanno a distanza di ore o di giorni; durano qualche ora e, poi, se ne vanno, per tornare dopo qualche giorno regolarmente.
Cancrena gassosa
Garioponto chiama sphachelos una forma di gangraena che colpisce gli arti inferiori e che uccide gli ammalati se non si procede all’amputazione della gamba. Anche Abulcasis accenna a una malattia degli arti che diventano, per cause esterne o interne, gangrenosi. Bisogna intervenire chirurgicamente asportando tutta la parte cancrenosa o amputando l’arto per salvare la vita del paziente.
Lebbra
La Scuola Salernitana conosceva molto bene la lebbra e le sue diverse forme.
Bartolomeo Salernitano scrive che 1′ elephantia, che il Volgo chiama lepra, di-pende dalla corruzione [corruptio] degli alimenti nelle membra accompagnata da putrefazione [putredo]. Ne è causa la putrefazione degli umori, conseguenza della putrefazione dell’atrabile [putrefactio humorum ex putrefactione malinconiae]; se, infatti il melanconicus humor si putrefà nei vasi, induce la corruzione delle membra sino alla loro completa dissoluzione e putrefazione.
La malattia si chiama elephantia per similitudine a certi animali che si chiamano elephantes: elephantia ab elephante che, di tutti gli animali, sono i più grandi [maiores] e la lebbra è la più grave malattia perché deturpa i pazienti: hec egritudo ceteris magna, quia magis deturpat patientem.
Vi è un’altra forma di lebbra — scrive sempre Bartolomeo — che rende gli occhi rotondi, a somiglianza dei leoni: la pelle si fende e dà grande prurito; poi si tumefà e si ulcera.
Ruggero sistematizza le varie forme di lebbra.
« La lebbra è causata dagli umori corrotti [ex corruptis humoribus], e siccome gli umori sono quattro, quattro sono le forme di lebbra: alopecia, elephantia, leo-nina e theriasis [pruriginosa]. L’alopecia deriva dal flegma; l’ elephantia dal sangue, la leonina si chiama così, perché i pazienti prendono l’aspetto di un leone [sicut leo]; la theriasis deriva dall’atrabile e i pazienti si grattano e si soffregano tutto il giorno [tota die se scalpere et confricare desiderant].
Plateario aggiunge che la lebbra, oltre ai cibi alterati, è dovuta alla carne porcina infetta, all’aria corrotta, all’avvicinamento di lebbrosi [ex accessione leprosorum], a volte a generazione spontanea [ex ipxa generatione].
Anche per Rolando vi sono quattro tipi di lebbra che chiama allopitia, elephantia, leonina et tyriasis. A differenza di Ruggero, attribuisce l’origine dell’allopitia al sangue, e paragona i pazienti alle volpi [vulpi assimilatur], perché queste perdono i peli. L’elephantia dipende dall’atrabile ed è così chiamata dall’elefante [ab elephante sic nominatur]. La leonina dipende dalla bile leonina e si chiama così perché ut leo varius est in colore. La tyriasis, infine, viene dal flegma, e si chiama così perché arrossa la pelle, da tyrus (colore rosso porpora).
I Quattro Maestri Salernitani fanno una grande confusione chiamando lepra tutte le malattie della pelle: l’impetigine, la serpigene, la tigna e la stessa lebbra.
Ildegarda, parlando della lepra si allontana dalla descrizione della Scuola Salernitana: « Molti uomini hanno le carni del corpo fatte di materia spessa [spissam materiam carnis corporis habentes] che li rende iracondi; la loro ira agita il sangue [ira eorum commovet sanguinem] che si mescola con quello del fegato e, così, si diffonde per tutto il corpo [per totum corpus hominis se diffundit] e si mescola con quello della carne e della pelle [carnem et cutem confundit], per cui questa si fende [scinditur] e le narici s’ingrossano [nares grossescunt], si fendono e si tu¬mefanno [et scindendi intumescunt]; la carne e la cute si ulcerano [carnem et cu¬tem hominis corrumpit et in ulcere evertit] ».
Quanto alla terapia della lebbra, Ruggero consiglia un unguento dalla formula complicatissima fatta a base di sapone gallico, di pece, di cera, di salnitro, di lupini, di fuliggine, di succo di fuliterra (?), strutto, olio: « introdurre tutto in un vaso fittile e porre sul fuoco finché tutto si liquefà, aggiungere cera liquida
e polvere di vermi del legno [pulvere teredorum pone] e così, tiepido, ungere ogni giorno ».
Abulcasis consiglia di cauterizzare le lesioni lebbrose e poi ungerle con olio di rosa o sangue di piccione.
Plateario, molto più realisticamente per quei tempi, afferma che tutte le specie di lebbra sono incurabili [omnes species lepre sunt incurabiles].
Malaria
La prima descrizione, nel Medioevo, dell’accesso malarico, la dobbiamo ad Alessandro di Tralles (528-605): « L’accesso comincia con un brivido intenso; il declino dà sudore abbondante; l’accesso dura circa 10 o 13 ore ».
La Scuola Salernitana conosceva bene gli accessi malarici, ma con il nome di terzana e quartana confondeva spesso altre malattie febbrili, tanto che Petrocello sentì il bisogno di intitolare il suo paragrafo sull’attacco malarico, De terciana vera.
Bartolomeo Salernitano è ben preciso: Accessio ejus cum magno frigore et postea magno calor sequitur. Die tertio, si tertium in eodem ora infestat [comincia con un gran freddo cui segue febbre alta; si ripete ogni tre giorni alla stessa ora].
Bartolomeo di Aversa dice che l’accesso malarico si presenta cum horripilatione aut rigore intenso che dura un’ora; l’accesso termina cum sudore.
Mauro chiama due tertiane la terzana vera che si manifesta ogni tre giorni [de tertio in tertium diem generatur], e terzana doppia, o quotidiana, quando si ha l’attacco ogni giorno [duplex tertiana aut tertiana quotidie]. La quartana, invece, sopravviene ogni quattro giorni [de quarto in quartum diem] e, se è doppia, ogni due [duplex quartana duobus diebus affligit].
Garioponto precisa che la terzana comincia in primavera, ed è incurabile. Bartolomeo di Aversa, invece afferma che la terzana si cura con la dieta [haec febris sola diaeta curari] e particolarmente con i pesci d’acqua dolce, come il luccio
e la perca [pisces fluviale, bene mobiles, scamosos, ut sunt lucci, perchae] e con pozioni a base di cassia e tamarindo cotti in acqua in cui sia stata precedentemente cotta l’indivia. È indicato anche l’infuso di rabarbaro.
Meningite cerebrospinale
Paolo d’Egina descrive una malattia contagiosa che provoca paralisi sensorie e motrici, convulsioni e somnulentia.
Morbillo
Solo Avicenna ci parla del morbillo dicendo che si tratta di un vaiolo biliare: [morbillus est variola cholerica].
Parotite
Le parotidi — scrive Petrocello — si possono ingrossare, ma in esse non vi è mai pus [non pus faciunt]. Il gonfiore è dato da una sovrabbondanza di umori [ex plenitudine humoris].
Consiglia impiastri di vario genere.
Peste
Chiunque presenta nel corpo pustule nere della grandezza di una lenticchia, morirà nel primo giorno [quicumque corpus pustulis nigris magnitudine lenticulae, distinctum habererent, ii intra primum diem fato cadebant], così scriveva Procopio descrivendo i casi di peste ch’egli osservò nell’epidemia del 540.
Il sintomo che più colpì i medici medioevali, nei casi di peste, fu l’ apostemae quae vocantur bubones.
Il bubbone — scrive Ruggero — è dato dalla superfluità dell’umore [superfluitas humoris] e nasce nell’inguine o nelle ascelle ed è incurabile quando il paziente ha febbre alta, veemente ed estenuante, e quando il bubbone è dolente e ulcerato, con dolori al petto.
Bisogna arrivare a Guy de Chauliac per distinguere due forme di peste: una polmonare, che si presenta con febbre alta, sputo sanguigno e morte in tre giorni;
e una bubbonica che si presenta anche con febbre continua, tumefazioni e bubboni nelle parti esterne di tutta la superficie corporea, principalmente nelle ascelle
e nell’inguine. Si muore di solito in cinque giorni, a volte, quando il bubbone si svuota da sè [crepet hec per se] il paziente può guarire, ciò che accadde allo stesso Guy de Chauliac.
Boccaccio ci descrive, nella Giornata prima del Decamerone, la sintomatologia della peste, com’egli stesso la constatò nella epidemia scoppiata a Firenze nel 1348: « Nascevano nel cominciamento d’essa, à maschi et alle femmine parimente, o nell’anguinaja o sotto le ditella, certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, et alcune più et alcun’altre meno le quali i volgari chiamavano gavòccioli. E dalle due parti del corpo predetto infra brieve spazio cominciò il già detto gavòcciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere et a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le coscie, et in ciascuna altra parte del corpo, apparivano a molti, a cui grandi e rade, et a cui minute e spesse. E come il gavòcciolo primieramente era stato, et ancora era, certissimo indizio di sicura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto » e più oltre aggiungeva: « pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ‘1 terzo giorno dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, et i più senza febbre o altro accidente morivano ».
La rabbia
La rabbia del cane
Il cane rabbioso presenta — secondo il Talmud di Babilonia — cinque sintomi: bocca costantemente aperta, bava colante, orecchie pendenti, coda tra le coscie, cammino sul lato della strada. Alcuni dicono che abbaia, ma che non si sente la sua voce. Non lo si deve uccidere con le mani, ma con una freccia.
Henri de Mondeville dà questa descrizione del cane rabbioso: « Ha le orecchie pendenti, il dorso incurvato, la coda tra le coscie, abbaia di rado [raro latrati; vacilla, camminando come un ubriaco, e sbatte contro i muri [cum vedit, titubat sicut ebrius, incedit juxta muros]; non riconosce il padrone; i suoi occhi sono rossi, la bava gli esce dalla bocca, umori scolano dalle sue radici, abbaia alla propria ombra, tira la lingua, fugge l’acqua ».
Secondo Pietro d’Abano, i sintomi del cane rabbioso sono: « Lingua pendente, coda tra le gambe, voce rauca e possibilità che si rivolti e morda il padrone ».
La rabbia nell’uomo
Ex morsu rabidi canis si hanno manifestazioni epilettiche, si limita a scrivere Plateario.
Più circostanziato è Bartolomeo Salernitano: « L’ ydrophobia è una malattia nella quale si ha il timore dell’acqua [timor aquae in potu recipiendo]. È provocata da una infezione del cervello [ex infectione cerebri] onde si ha visibile turbamento della coscienza [visibili spiritu turbatio]; tremore di tutte le membra, ruggiti, gonfiore del ventre. Aprire subito la ferita e cauterizzarla ».
«La rabbia — avverte Alberto Magno — si sviluppa tardivamente in un individuo morso da un cane, perché, quando la ferita è aperta, il veleno evapora, mentre quando è chiusa, il veleno sale al cervello, per cui si ha insania, bava velenosa, come se fosse agitato da uno spirito maligno: post morsum rabidi canis sequitur insania et homo laesus spumat venenose quasi agitatur a spiritu maligno».
Secondo Henri de Mondeville, i segni apparenti nell’uomo, dopo la morsicatura di un cane rabbioso, sono: irritazione e punture in tutto il corpo, singhiozzo e sete, secchezza della bocca, perdita della ragione e, alla fine, idrofobia.
La malattia non si sviluppa subito: a volte dopo 15 giorni, a volte dopo sei mesi e, persino, dopo sette anni [aliquando post semptem annos] e ciò dipende dalla diversità del veleno e dalla diversa reattività del paziente. Di solito, i primi sintomi cominciano dopo otto giorni.
Pietro d’Abano consiglia, in caso di morso di cane, di accertarsi se questo era rabbioso o no. A tal fine, porre una mollica di pane sulla ferita provocata dal morso, e poi offrire la mollica a un altro cane: se la rifiuta, vuol dire che il primo cane era rabbioso; se la mangia, no.
Come cura, consiglia di porre sul morso ventose scarificanti, e sopra la ferita aglio e cipolla trite e impastate con burro, dando a bere, ogni tre giorni, una pozione a base di gamberi di fiume bruciati e polverizzati.
Il Talmud babilonese avverte, però, che nessuna terapia è utile contro la rabbia.
Tetano
Il tetano [tetanica passio] — scrive Petrocello — provoca cervice rigida e inflessibile, muscoli tesi, bocca contratta; se, prima del suo svilupparsi, si ebbe una ferita, il morbo è incurabile.
Razeo considera il tetano uno spasmo involontario dei muscoli a contrazione volontaria; si differenzia dalle convulsioni, perché provoca movimenti di distensione e torsione dei muscoli e degli organi; per di più, il tetano è la conseguenza di un’altra infermità, mentre le convulsioni sono causate da se stesse.
Guy de Chauliac dice chiaramente che il tetano si sviluppa soltanto dopo una ferita. I suoi sintomi più comuni sono movimenti difficili degli arti, tensione del collo, contrazione delle labbra, come se si volesse ridere, costrizione [strictura] delle mascelle, denti e gola; stranulamento [tortura] degli occhi e di tutto il viso. Se lo spasmo raggiunge i muscoli della respirazione, il paziente muore subito.
Yperman parla di spasmo che colpisce un ferito: malattia terribile che fa il più spesso morire e che si distingue in tre forme: emprestonos, empistonos e tetanos.
Nell’emprestonos [emprostotono], i muscoli piegano la testa in avanti, di modo che il mento si abbassa sul petto ; le mascelle si serrano in maniera tale che la lama di un coltello non può passare tra i denti; le dita si contraggono talmente, da non riuscire ad aprirle e a stenderle.
Nell’empistonos [opistotono], i muscoli piegano la testa all’indietro; la bocca resta aperta e le dita si alzano talmente, che non si riesce a piegarle.
Nel tetanos [tetano] tutte le parti del corpo sono contratte in modo tale che è impossibile far loro compiere un movimento in senso opposto.
Tubercolosi
La ptysica passio — scrive Petrocello — è una ferita del polmone con tosse molesta, dimagramento, febbre etica, che è un vitio membranorum causato da peripneumonia e pleurite. È una malattia incurabile, e i pazienti muoiono dopo lungo tempo: per longum tempus deficientes moriuntur.
Per Bartolomeo Salernitano, la tubercolosi è un deperimento di tutto il corpo da ferita polmonare [ptisis est consumptio totius corporis ex vulneratione pulmonis] che causa emottisi: haemoptoici sunt sanguinem vomentes vel spuentes. L’emottisi è sangue spumoso emesso con tosse ed escreato [sanguis spumosus cum tussi et excreatione emissus].
Plateario si esprime presso a poco nella stessa maniera: emoptoici sunt qui sanguinem vomitum vel exsputunt ed il sangue è spumoso [spumosus est sanguis], proviene dal torace ed è emesso cum tussi. Aggiunge che la ptisis si ha, a volte, con ulcerazioni del polmone [cum ulceratione pulmonis], altre volte no. Quando si hanno ulcerazioni, queste si formano per diverse cause: da catarro [ex reumate], o da precedente pleurite [precedenti pleuresi], da peripneumonite o da rottura delle vene [ex ruptione venarum].
Secondo l’Anonimo Anatomico Salernitano se gli umori si raccolgono abbondantemente [maxima pars] all’interno del polmone [intus in pulmonem colligere¬tur] questo si ulcera [substantia ulcerata] e la sua fine sarà la tisi [eius finis esset ptisis].
Costantino Africano ripete che la tisi è una ferita del polmone [ptisis est in pulmone vulnus] e che se viene cum febre, pessimum signum est. L’ Alphita chiama la tubercolosi emoptoyca passio.
Ildegarda dà una strana etiologia alle emottisi: « Quando gli uomini hanno tanta amarezza nel cuore e tanti pensieri [tantam amaritudinem cordis et cogitationum in se habent] serrano e seccano la milza [splen constringit et rarefacit] per cui il buon succo che dovrebbe vegetare nella milza [bonus succus qui splen vegetare debet] risale verso il polmone, si mescola col sangue che viene pericolosamente escreato e vomitato [cum periculo sanguinem excreat et evomit].
Avicenna, infine, consiglia di nutrire abbondantemente i malati di febbre etica, malgrado il parere dei medici ignoranti che vietano il cibo [accidit stultis medicorum quod prohibens eis cibus].
Vaiolo
La prima segnalazione medioevale del vaiolo la dobbiamo a un Anonimo londinese del IX sec.: papulae… ques vocant volaticas, alii variolas, ad quod de homine in hominem transeunt, papule che passano da uomo a uomo.
Caio Plinio Valeriano ci parla di pustellae volaticae che il cardinale Pita, ci spiega significano variolae, come sono chiamate nella Gallia.
Una dettagliata descrizione del vaiolo la dobbiamo a Razeo: « Il vaiolo si manifesta particolarmente verso la fine dell’autunno e il principio della primavera. L’eruzione è preceduta da una febbre continua, da dolori nel dorso, da pizzicore nel naso e da deliri nel corso del sonno. Segue un prurito che il malato sente in tutto il corpo. Le guance sono molto rosse, gli occhi infiammati. Il malato prova una sensazione di pesantezza in tutto il corpo con un profondo malessere accompagnato da starnuti e sbadigli, da dolori alla gola e al petto, da difficoltà di respirare, da tosse, secchezza della bocca, dolori e pesantezza alla testa, nausea, inquietudine e angoscia. Quando appaiono le pustole bisogna fare particolare attenzione agli occhi dapprima, poi al naso e alle orecchie. Queste pustole bianche, estremamente ravvicinate le une alle altre, dure al tatto e senza liquido interno, sono pericolose e, se il malato non si sente sollevato dopo l’eruzione e il suo stato continua ad essere grave, è un sintomo mortale. Tutte le pustole di colore verdastro o nero sono particolarmente pericolose. Quando la febbre aumenta, dopo la comparsa delle pustole e si hanno palpitazioni cardiache, malum signum est ».
Avicenna reputa che il vaiolo si manifesti allorché nel sangue si produce un gorgogliamento [quandoque accidit in sanguine bullitio].
Averroes giustamente precisa che il vaiolo non colpisce mai due volte la stessa persona.
Varicella
Nel Fasciculus medicinae si legge che i bambini presentano spesso vescicole simili a quelle del vaiolo, ma non pericolose.
Razeo distingue la varicella dal vaiolo, perché, nella prima, mancano i dolori dorsali.