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Peste Boccaccio

Peste in letteratura
Ecco la descrizione della sintomatologia della peste fatta dal Boccaccio nel suo Decamerone:

Chiunque presenta nel corpo pustule nere della grandezza di una lenticchia, morirà nel primo giorno [quicumque corpus pustulzs nigris magnitudine lenticulae, distinctum habererent, ii intra primum diem fato cadebant], così scriveva Procopio descrivendo i casi di peste ch’egli osservò nell’epidemia del 540.
Il sintomo che più colpì i medici medioevali, nei casi di peste, fu l’apostemae quae vocantur bubones.
Il bubbone — scrive Ruggero — è dato dalla superfluità dell’umore [superfluitas humoris] e nasce nell’inguine o nelle ascelle ed è incurabile quando il paziente ha febbre alta, veemente ed estenuante, e quando il bubbone è dolente
e ulcerato, con dolori al petto.
Bisogna arrivare a Guy de Chauliac per distinguere due forme di peste: una polmonare, che si presenta con febbre alta, sputo sanguigno e morte in tre giorni;
e una bubbonica che si presenta anche con febbre continua, tumefazioni e bubboni nelle parti esterne di tutta la superficie corporea, principalmente nelle ascelle
e nell’inguine. Si muore di solito in cinque giorni, a volte, quando il bubbone si svuota da sè [crepet hec per se] il paziente può guarire, ciò che accadde allo stesso Guy de Chauliac.
Boccaccio ci descrive, nella Giornata prima del Decamerone, la sintomatologia della peste, com’egli stesso la constatò nella epidemia scoppiata a Firenze nel 1348: « Nascevano nel cominciamento d’essa, à maschi et alle femmine parimente, o nell’anguinaja o sotto le ditella, certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, et alcune più et alcun’altre meno le quali i volgari chiamavano gavòccioli. E dalle due parti del corpo predetto infra brieve spazio cominciò il già detto gavòcciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere et a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le coscie, et in ciascuna altra parte del corpo, apparivano a molti, a cui grandi e rade, et a cui minute e spesse. E come il gavòcciolo primieramente era stato, et ancora era, certissimo indizio di sicura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto » e più oltre aggiungeva: « pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ‘1 terzo giorno dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, et i più senza febbre o altro accidente morivano ».

Noi dobbiamo al Boccaccio, nella “Prima giornata” del Decameron, una descrizione particolareggiata di questa epidemia da lui vissuta a Firenze. Già abbiamo visto, parlando della peste, la precisa sintomatologia ch’egli ne dava; aggiungeva poi:
« E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò, che essa dagl’infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male; chè non solamente il parlare e l’usare con gl’infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportatore.
Meravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che, non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio uccideano; et in quelle case ricogliendosi e rinchiudendosi dove niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi et ottimi vini temperatissimamente usando et ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori, di morte o d’infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quelli piaceri che aver potevano si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai et il godere, e l’andar cantando attorno e sollazzando, et il soddisfare d’ogni cosa allo appetito che si potesse, e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi, essere medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna, ora a quell’altra andando, bevendo senza modo e sen¬za misura, e molto più ciò per l’altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero che loro venissero a grado o in piacere. E ciò potevan fare di leggiere, per ciò che ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, si come sè, le sue cose messe in abbandono: di che le più belle case erano divenute comuni, e così l’usava lo straniero, pure che ad esse s’avvenisse, come l’avrebbe il proprio signore usate: e, con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl’infermi fuggivano a lor potere.
Et in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta, per li ministri et esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini erano tutti morti o infermi o sì di famiglie rimase stremi, che uficio alcuno non potean fare per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era d’adoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non strignendosi nelle vivande quanto i primi, né nel bere e nelle altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza, secondo gli appetiti, le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con tali odori confortare: con ciò fosse cosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi, e delle infermità e delle medicine, compreso e puzzolente.
Alcuni erano di più crudel sentimento (come che per avventura più fosse sicuro) dicendo niun’altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona, come il fuggire loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai uomini e donne abbandonarono la propria città (Tav. XXXI), le proprie case, i lor luoghi, et i lor parenti e le lor cose, e cercarono l’altrui o almeno il lor contado, quasi l’ira di Dio a punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro le mura della lor città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere, e la sua ultima ora esser venuta. E tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti, et in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplio dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno.
E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura, et i parenti insieme rade volte, o non mai, si visitassero, e di lontano, era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava; et il zio il nipote; e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è quasi non credibile) li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femmine che infermavano, niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici (e di questi fur pochi), o l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salarj e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fosseri divenuti, e quelli cotanti erano uomini e femine di grosso ingegno, et i più di tali servigj non usati, li quali quasi di niun altra cosa serviieno, che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate, o di riguardare quando morieno; e servendo in tal servigio, sé molte volte col guadagno perdevano.
E da questo essere abbandonati gl’infermi da’ vicini, da parenti e dagli amici, et avere scarsità di serventi, discorse un uso quasi davanti mai non udito, che niuna quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d’avere a’ suoi servigj uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, et a lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire, non altrimenti che ad una fe¬mina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità li richiedesse: il che, in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette, cagione.
Et oltre a questo se seguia la morte di molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno: di che, tra per lor difetto degli opportuni servigj li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città le moltitudine di quelli che di dì e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi.
Era usanza (sì come ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti e vicine della casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano piangevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini et altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, et egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte, n’era portato. Le quali cose, poiché a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono, et altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro a quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute; anzi in luogo di quelle s’usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte posposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. Et erano radi coloro, i corpi de’ quali fosser più che da un diete o dodici de’ suoi vicini alla chiesa accompagnati; de’ quali non gli orrevoli e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi alla morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano dietro a quattro o a sei cherici con poco lume, e a tal fiata senza alcuno; li quali con l’aiuto de’ detti becchini, senza affaticarsi in troppo lungo ofizio o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano più tosto, il mettevano.
Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria in pieno; per ciò che essi il più, o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e, non essendo né serviti né atati d’alcuna cosa, quasi senz’alcuna redenzione tutti morivano. Et assai n’erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano; e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de’ lor corpi corrotti che altrimenti facevano a’ vicini sentire sè esser morti: e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.
Era il più dà vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de’ morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a’ trapassati. Essi, e per sé medesimi e con lo aiuto d’alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de’ già passati, e quegli davanti agli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n’avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatto venir bene e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne ponieno. Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sariano assai potute annoverare di quelle, che la moglie e ‘l marito, gli due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne conteniano.
Et infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuni, si misero tre o quattro bare, da’ portatori portate, di dietro a quella; e, dove un morto credevano i preti a seppellire n’aveano sei o otto, e tal fiata più. Nè erano per ciò questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altrimenti si curava degli uomini che morivano che ora si curerebbe di capre: per che assai manifestamente apparve che quello che il natural corso delle cose non aveva potuto con piccoli e radi danni a’ savi mostrare doversi con pazienza passare, la grandezza de’ mali eziandio i semplici far di ciò scorti e non curanti.
Alla gran moltitudine de’ corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo proprio secondo l’antico costume, si facevano per gli cimiteri delle chiese, poiché ogni parte era piena, fòsse grandissime, nelle quali a centinaia si mettevano i sopravvegnenti; et in quelle stivati, come si mettono le mercantanzie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno, infine a tanto che dalla fossa al sommo si pervenia.
Et a ciò che dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dice, che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno d’alcuna cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville e per gli campi i lavoratori miseri e poveri, e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o ajuto di servitore, per le vie e per li loro colti e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come bestie morieno.
Per la qual cosa essi così, nei loro costumi, come cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d’aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che addivenne che i buoi, gli asini, le pecore, i porci, i polli, et i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per gli campi (dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate) come meglio piaceva loro se n’andavano. E molti, quasi come razionali, poiché pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcun correggimento di pastore, si tornavano satolli.
Che più si può dire (lasciando stare il contado, e alla cità ritornando), se non che tanta e tal fu la cruderlà del Cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra ‘1 marzo et il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni, per la paura ch’ aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede per certo dentro le mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l’accidente mortifero non si sarà, estimato tanti averne dentro avuti?
O quanti grandi palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infine al menomo fante rimasero vòti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza sucessor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ lor parenti, compagni et amici, che poi la sera vegnente appresso nell’altro mondo cenarono colli loro passati! ».
Anche Francesco Petrarca che, nell’epidemia del 1348 vide morire la sua Laura, scriveva (Familiares VII, 7) all’amico Luigi di Campinia, ch’egli chiamava Socrate: Quod dicam? unde ordiar? quonam vertar? undique dolor, terror undique: che dire? donde incominciare? dove rivolgermi? dovunque dolore, terrore dovunque.
« Quest’anno 1348 non soltanto mi privò degli amici, ma spogliò il mondo intero da tutte le genti [non solum nos amicis sed mundum omne gentibus spoliavit].
Come potranno i posteri credere che c’è stato un tempo senza diluvio, senza incendio del cielo e della terra, senza guerre e senz’altro flagello visibile, che lasciò, non questa parte o quella della terra, ma l’intero universo senza abitanti? [Quando hoc posteribus credet, fuisse tempus sine diluvio, sine celi aut telluris incendio, sine belli aut alia clade visibili, quo non hec pars aut illa terrarum, sed universus fere orbis sine habitatores remanserint?].
Chi ha mai visto qualche cosa di simile? Chi ha mai udito una tale predizione? [Quando unquam tale aliquid visum aut fando auditum?].
Chi ha mai letto ciò negli annali? [Quibus hoc unquam in annalibus lectum est?]. Le case vuote, le città derelitte, i campi squallidi, i campi angusti per i cadaveri [Vacuas domos, derelictas urbes, squalida rura, arva cadaveribus angusta] (Fig. 219) ed un’orrenda e spopolata solitudine in tutto il mondo? [horrendam vastamque toto orbe solitudinem?].
Consulta gli storici: tacciono; interroga i medici: stupiscono; chiedi ai filosofi: alzano le spalle, corrugano la fronte e, col dito sulle labbra, impongono il silenzio [Consulti historicos: silent; interroga physicos: obstupescunt; quere a philosophis: humer contrahunt, frontem rugant, et digitolo labris impresso silentium iubent].
La posterità crederà a tutto questo? [credei irta posteritas?] ».

Giuseppe Bonomi: