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Relazione Ducco sulla peste del 1630 tradotta da Bonomi

Sulla peste che ha colpito la campagna (Provincia) bresciana
e la stessa città nell’anno 1630

Nel 1630 le milizie dell’Imperatore sono state inviate in Italia per espugnare il Ducato di Mantova feudo imperiale, per la morte di Vincenzo II duca di Mantova. Carlo Gonzaga Duca di Nivers come legittimo successore sosteneva che gli spettasse per opera divina e non per forza delle armi; in questo stesso tempo le medesime truppe venute per iniziare la guerra risultarono anche seminatrici di pericolosissimi morbi (malattie).
Mentre i soldati dell’Imperatore di passaggio per le Alpi Rezie trovarono in una certa valle chiamata valle di Portenz terre e villaggi vuoti degli abitanti decimati dal morbo pestilenziale, secondo un’usanza e una licenza soldatesca entravano nelle case ed depredavano sostanze ed arredi, diffondevano negli stessi i loro semi contagiosi, che poi vendevano in avari luoghi dello stato di Milano per ricavarne lucro; vendendo questi arredi per lucro provocavano lutti assurdi, infatti non molto tempo dopo iniziarono ad apparire certe malattie, che in breve tempo uccisero molti uomini ed erano di tale natura e caratteristiche che se in una casa ne moriva uno, poi sarebbero morti tutti (gli abitanti) di quella casa.
Veniva annunciato il diffondersi sempre più giorno dopo giorno delle bestiali qualità e caratteristiche di queste malattie in vari luoghi della campagna Milanese, poi invasero anche la stessa Milano, Cremona, Parma, Mantova, Verona. La diffusione di queste malattie era facile in quei luoghi a causa del passaggio delle armate dell’Imperatore, gran parte delle quali venne annientata dalle stesse malattie.
La città di Brescia, che conservava ancora memoria della recente strage dell’anno 1577, subito vietò il commercio con quei luoghi con l’intento di evitare una simile calamità, gravissime condanne a quelli che non osservavano gli ordini manifesti (trasmessi); elesse i cittadini insigni come Vigilanti della Sanità, perché da subito vigilassero che non fosse portato (nessun commercio) dai luoghi infetti non solo in città ma neppure nelle campagne.
La furia di tali malattie, sempre più rigogliosa di giorno in giorno, rendeva il Magistrato più vigilante. Già nella stessa città di Milano il morbo pestilenziale dilagava; morivano in un solo giorno più di mille cittadini di Milano di qualunque età, sesso, condizione; anche Parma, Bergamo, Verona, Cremona sperimentavano la stessa cosa, e queste città in breve tempo si sono fatte vuote di cittadini a causa della bestialità, dell’insolenza, della malignità e della pestilenziale natura delle malattie.

1. Origine della peste nel territorio Bresciano

Mentre i Vigilanti della Sanità (sorvegliavano) si davano continuamente da fare per la salvaguardia della città e della campagna, e non si risparmiavano nel controllo e nella osservazione dei malanni stranieri (venuti da fuori) con abnegazione e fatiche dispendiose, affinchè la furia di tanto male non invadesse il territorio bresciano, ecco che per lettera viene annunciato il 13 febbraio 1630, che nel villaggio di Palazzolo in territorio bresciano, si erano ammalati un certo Laurentio fabbroferraio, sua moglie e sua figlia, e che la moglie era morta nel giro di due giorni, la figlia nel giro di tre giorni.
A Laurentio spuntò un bubbone all’inguine sinistro con febbre continua, delirio, urine nerastre, vomito ed altri gravi disturbi; allarmati dalle manifestazioni (cliniche) di questo inusuale strano morbo e dalla veloce morte (che provocava), i Vigilanti della Sanità nello stesso giorno, senza alcuna attesa mandarono il cavalier Settimio Fisogni, vigilante della sanità, Francesco Albano e Giovanni Paolo Ferlinga, che morì mentre Brescia era avvolta dal fuoco della peste, ambedue medici, a visitare proprio quel malato, per avere grazie alla loro perizia la cognizione esatta della natura di quel male sconosciuto, riguardo al quale se fosse sorto il sospetto di male contagioso, si sarebbe potuto velocemente reprimere mediante una efficacissima prevenzione (messa da loro in atto tempestivamente).
Dopo essere ritornati il giorno dopo, espongono unanimemente come fosse maligno il morbo di Laurentio, tuttavia non contagioso, e che la morte della moglie fosse secondaria ad un aborto, e la figlia fosse stata uccisa da una massiva infestazione di vermi; quanto agli altri (abitanti) in quel villaggio (di Palazzolo), solo pochi erano affetti da febbri maligne dovute comunque ad un pregresso stile di vita dissoluto e ad una cattiva predisposizione del loro corpo.
Nel frattempo quelli che prestarono la loro opera a Laurentio alla moglie e alla figlia, in brevissimo tempo morirono tutti, anche se Laurentio si ristabilì molto tempo dopo che il bubbone venne a suppurazione. Non così si estinse la forza del morbo pestifero, e neppure si potè applicare una adeguata cura al male sconosciuto, ma con il passare dei giorni divampò sempre più e colpì e uccise altri.
Il nove marzo si ammalò Urbano Picerno andando in giro a cavallo (qua e là) per lavoro ed anche sua moglie; costoro ebbero un importante dolore di testa, dolore al dorso con agitazione, un gonfiore doloroso alle ascelle e nel giro di tre giorni morirono; nello stesso modo un altro fratello di Urbano si ammalò e accusò un violentissimo dolore e gonfiore alle ascelle, morì nel giro di quaranta ore; un simile gonfiore alle ascelle, un altro molto doloroso al dorso, che evolse poi in gangrena, si portò via un certo Ruggero in sesta giornata.
A questi seguì il figlio di un certo Scalvini, che nel giro di quattro giorni morì con febbre molto elevata e un gonfiore dolorosissimo al collo. Medesima sorte toccò alla moglie di Scalvini, che nello stesso giorno in cui il figlio si ammalò, morì in sesta giornata con un violento dolore allo stomaco e vomiti insistenti e non sentì nessun alleviamento dai medicamenti, e così pure un’altra donna mentre si lamentava del gonfiore in varie parti del corpo e assumeva il primo giorno un medicamento, il giorno dopo cambiò la vita con la morte.
In questo stesso villaggio sette altri si ammalarono, dei quali però non si fece nessuna menzione, non avendo acquisito alcuna idea della natura dei morbo. Mentre in questo villaggio, nel quale Laurentio per primo si era ammalato, alcuni muoiono, altri diciassette di un altro villaggio chiamato Mura, soccombono, e la natura delle loro malattie non venne riconosciuta.
Il fato/destino non potè rapire costoro così di nascosto, senza che il rumore della strana forma (clinica) e della velocità della malattia giungesse alle orecchie dei Vigilanti della Sanità, che di nuovo il 19 marzo mandarono colà, come Medici Vigilanti della Sanità, Sigismondo Paratico I.C. Laurentio, me e GioBatta Soncino, il cui valore non ha bisogno di lodi altrui, per investigare sulla natura di questo morbo e per conoscere sia la situazione presente di quel villaggio, sia quella trascorsa (passata).
Noi in verità spettatori della grandiosità di ciò che stava avvenendo, non abbiamo tralasciato niente e se qualcosa di nascosto si fosse verificato, l’avremmo reso pubblico e trasparente. Abbiamo ispezionato il cadavere dell’uomo defunto il giorno prima, sul quale abbiamo osservato macchie nerastre sparse per tutto il corpo, un carboncolo* in una mammella, un altro sul dorso, un bubbone all’inguine; in altri due ammalati abbiamo trovato un antrace (un carboncolo) al collo, un carboncolo in via di formazione all’osso sacro con petecchie nere e costoro nel giro di tre giorni perirono.
* Carboncolo = tumefazione locale e circoscritta nerastra

2. La nostra opinione sul morbo di Palazzolo

Da queste osservazioni descritte minuziosamente da me e dal mio collega, oltre che alla relazione di quanto accaduto, siamo arrivati a questa convinzione: che quel primo ammalato di nome Laurentio venne infettato da un morbo pestilenziale contagioso, che, come risaputo, era basato sul bubbone, sulla febbre elevata, sulle petecchie, sul delirio, ma ancora di più (basato) sulla rapida morte, sia della moglie che della figlia; non c’era alcun dubbio che in questi cadaveri vi fossero certissimi segni della peste, se tali cadaveri fossero stati esaminati, il che sarebbe stato necessario, e che quindi le malattie che si stavano diffondendo fossero pestilenziali e contagiose e che la peste veramente venisse contratta dal solo contagio, come ci fu riferito; allora non c’era nessuna putrefazione dell’aria, nessuna esalazione pericolosa, né dalle paludi né dagli stagni, infatti ivi scorrevano acque limpidissime, senza nessuna traccia di morti inumati; data la supposta natura della peste di quegli stati morbosi, con un pubblico decreto fu interdetto il commercio a tutto il villaggio, furono instaurate gravissime pene a coloro che violavano i termini degli editti, tanto che era lecito uccidere impunemente coloro che venissero trovati oltre i confini; erano stati stabiliti i termini ed allestite guardie apposite per confinare tutti entro i propri confini.
Noi, una volta ritornati in città, abbiamo esposto (a chi di dovere) nell’Ufficio della salute la nostra conclusione circa quanto avevamo esaminato sulla situazione di Palazzolo, e questa nostra opinione l’abbiamo esibita per iscritto affinché potesse essere esaminata da chiunque lo volesse, e come esempio (questo nostro modo di agire) venne immediata-mente trasmesso ai Vigilanti della Sanità dell’inclita città di Venezia; era infatti come sotto:

3. Relazione sulla situazione di Palazzolo fatta dai Vigilanti nell’Ufficio della salute di Brescia

Abbiamo posto la maggior solerzia possibile, come siamo soliti fare, nell’analizzare e spiegare la natura del morbo che si stava diffondendo in questi tempi nella terra di Palazzolo, siccome abbiamo concordato sull’importanza dell’incarico a noi affidato e nella cui analisi ci siamo proposti di considerare una sola cosa fra tutte, che naturalmente sia le attuali malattie, sia quelle che si stavano diffondendo da un mese, fossero chiaramente riconoscibili per le caratteristiche della peste e ancor più per il suo diffondersi, e da dove ne venisse la causa.
Abbiamo riconosciuto la natura pestilenziale della malattia dalla rapidità della morte, dai pericolosi sintomi che sopraggiungevano e che non si accompagnavano con le altre febbri maligne, anche se apparivano con molte di queste, allora tra gli altri (segni) veramente patognomonici abbiamo osservato carbuncoli, macchie, bubboni, antraci, alle ascelle, alle mammelle, sul dorso, agli inguini, gonfiori sul collo di colore nerastro, lividi, dolorosi, di aspetto molto lontano dalla normalità (dallo stato naturale), ed una volta avvenuto il contagio, il decesso di quasi tutti i malati affetti.
Questi sintomi li abbiamo davvero chiaramente visti e li abbiamo diligentemente esaminati in parte con i nostri stessi occhi fra molti altri (segni) che si potevano prendere in considerazione, ora nel cadavere di un giovane di 30 anni in buona salute, morto due giorni prima, ora in due altri malati, li abbiamo riuniti tutti in una relazione in parte anche dalla nostra attenta e diligente investigazione ed in parte da quella di molti altri, specialmente di medici (fisici) e arcipresbiteri di quella terra.
Riteniamo che la causa immediata della natura di queste malattie pestilenziali sia da riferire non nelle condizioni del cielo, non nell’inquinamento dell’aria, non nelle esalazioni putride della terra, ma senz’altro in un contagio originato dai traffici commerciali e dalle mercanzie. Non neghiamo tuttavia che una qualche caratteristica precedente presente nell’aria, abbia potuto agire più facilmente sugli esseri umani; a questa opinione siamo arrivati in primo luogo dal fatto che si sono infettati prima coloro che avevano già un’infezione da contagio e che avevano comperato arredi presi da luoghi infetti e coloro che per lavoro si spostavano qua e là in zone particolarmente sospette; da qui il danno che aveva già interessato alcune loro parti (del corpo) si è disseminato in altri soggetti. Pensiamo che questa malattia contagiosa si sia radicata dapprima in quel tale Laurentio fabbroferraio, dal fatto che fu colpito da un’elevata febbre con delirio, sordità e bubbone all’inguine, poco dopo sua moglie e sua figlia, una volta ammalatesi, nello spazio di tre giorni morirono: nel cadavere della figlia erano evidenti molte macchie nerastre, e che forse si potevano vedere anche altri segni maggiori nei cadaveri ora della figlia ora nella moglie, tuttavia è stato possibile che Laurentio, una volta suppurato il bubbone, dopo un lungo tempo si ristabilì, anche se sono rimaste in lui una somma debolezza (astenia), un torpore di tutti i sensi ed una facies cadaverosa.
Abbiamo ritenuto che queste fossero le informazioni che dovevano essere riferite a Voi Ecc.mi, affinché con la vostra somma prudenza possiate prevenire una tanto immane malattia contagiosa, che vi possiate impegnarvi immediatamente mediante una decisa ed autorevole sospensione del commercio, da cui abbiamo detto abbia originato il tutto. Voglia Dio che i vostri ed i nostri desideri si avverino felicemente; di certo per il momento Vi chiediamo di essere sicuri che noi non abbiamo evitato nessun genere di lavoro né di pericolo, per cui renderemo noto alla patria e a voi tutti il nostro più grande desiderio di servizio, lo stesso che abbiamo sempre dimostrato in altre occasioni più urgenti.
Data, 22 marzo 1640. Antonio Ducco e GioBatta Soncino.

Questa nostra conclusione circa il morbo pestilenziale di Palazzolo non piacque ugualmente a tutti; soprattutto a coloro i quali non avevano preso bene le conclusioni circa i primi ammalati; dicevano infatti che noi, che eravamo tra i più giovani medici della città, troppo facilmente avevamo emesso un giudizio in una circostanza così importante e che non si doveva tener conto delle nostre conclusioni, infatti asserivano che noi avevamo minore esperienza di quelli (esperti ed anziani) nel pronunciare sentenze (diagnosi) sulle malattie, proprio come medici giovani (di minore età), e la maggior parte dei cittadini (della città) li appoggiavano e sostenevano, e costoro non solo dietro le spalle ma apertamente sulla nostra faccia aggiungevano molte ingiurie e contestavano la nostra conclusione; alle voci di coloro che parlavano male, non davo altra risposta che questa (ometto quella che gli eventi avrebbero detto la parola definitiva sulla situazione): forse non sapete che la medicina è un’arte congetturale che procede per ipotesi nel ricercare la natura delle malattie e nel predire gli eventi, e che può fallire sia il medico vecchio sia il giovane, come l’esperienza di tutti i giorni dimostra, anche l’errore di diagnosi può riguardare qualunque malattia, anche se spesso sia esaminata ed osservata più volte dal medico, molto di più nel caso in cui non sia stata mai trattata (curata) dal medico nella pratica, ma soltanto spiegata dagli autori (insegnanti-maestri), e neppure si deve fare più affidamento sul giudizio del vecchio medico rispetto al giovane nel diagnosticare la peste, quando nessuno dei due (medici) abbia visto la peste in precedenza, infatti nello stesso modo diligente può maggiormente essere un perspicace osservatore dei segni il giovane, rispetto a quanto sia sconsiderato il vecchio (medico).
Mentre la gente giorno dopo giorno ci lanciava queste offese, giorno dopo giorno nel villaggio di Palazzolo si elevavano sempre maggiori le fiamme del fuoco pestilenziale, non solo però in questo villaggio, ma anche in altri scaturivano scintille del fuoco pestifero, infatti anche a Pontoglio e a Ospitaletto venivano annientate famiglie intere e i funerali che di giorno in giorno sempre di più si estendevano ora nel primo paese, ora in altri, confermavano adesso la nostra conclusione, così che costrinsero ad accettarla anche gli avversari ormai pentiti e gli stessi impararono, non senza un segno di qualche valore, cose importantissime, che riguardano principalmente l’incolumità e la salute pubblica, che devono essere ricercate ed analizzate con maggior solerzia e diligenza. Infatti la scintilla che in principio è piccola può essere estinta, ma qualora venga ignorata è sempre in grado di scatenare un grandissimo incendio.

4. Dell’opinione di qualcuno sulle cause di queste malattie che imperversano a Palazzolo

Coloro che sostenevano che le malattie di quel paese non erano peste, gli stessi riferivano anche la causa delle stesse e dicevano che quelle malattie avevano tratto origine dal fatto che gli uomini furono sottoposti (costretti) allora a carenza e a penuria di sale, a quella acqua usuale nella quale i monticelli (escrescenze) di terra ossia i funghi si sviluppano e si mescolano con gli alimenti, e quando queste acque poterono contrarre qualche proprietà velenosa da quegli stessi funghi, non fu niente da meravigliarsi se la natura malvagia aggiunta degli alimenti provocasse e stimolasse il morbo maligno.
Non escludo nessuna possibilità di qualche valore, che possa indurre una vera e propria corruzione negli umori, ma è assurdo che questa sia stata la vera causa; infatti molti che hanno usato ottimi alimenti e ben conservati lontano dal calore del sole, cionondimeno sono stati colpiti da quelle malattie. Lascino quindi da parte queste inezie, e rivolti a se stessi, credano e si rendano conto del loro errore di ignoranza o di malignità (cattiva fede). La causa di quelle malattie fu un vero e proprio contagio, non per alterata predisposizione dei corpi e qualche (alterazione) dell’aria, e per ora sia sufficiente spiegare la causa di queste malattie molto brevemente, perché presto la peste della città avrebbe risolto il dubbioso problema.

5. Sulla peste che invase la città

Gli altri villaggi della campagna bresciana fruivano della sanità messa sotto accusa nello stesso tempo che il fuoco pestilenziale devastava Palazzolo e Ospitaletto. Di questa stessa sanità fruiva anche felicemente la città di Brescia, nella quale nello stesso tempo erano presenti varie malattie, tuttavia tutti stavano bene e non si scorgevano concomitanti segni pestilenziali; la stessa città e i Vigilanti della Sanità sorvegliavano, dopo aver posto alle porte della città delle guardie, affinché nessuno entrasse in città dai luoghi infetti e quindi non venisse fatto entrare nessun vivaio di questa pestilenza; proprio per questo motivo furono aggiunti altri tre Vigilanti della Sanità per i soliti sette mesi, e fra questi tre fui scelto anche io, col compito di garantire sempre la presenza continua di coloro che presidiassero gli interessi della città e della campagna. Ma tuttavia dopo molte fatiche, agitazioni e rumori, il virus di quello stesso medesimo male spuntato in città apparve con qualche sospetto per la morte della moglie nella casa di Giacomo Ugoni, nobile della città vicino alla chiesa di San Barnaba, del quale questa fu la storia.
Mentre io svolgevo la funzione di vigilante nell’ufficio della sanità il 27 aprile del detto anno, alle mie orecchie giunse la notizia che nella medesima notte morì inaspettatamente la suddetta donna, che era ammalata da soltanto tre giorni, e mentre pensavo di emettere il sequestro del cadavere, ecco giungere a me un nunzio degli Ill.stri Rettori, che udita la stessa notizia, mi comandarono di recarmi subito a visionare il cadavere e riferissi ciò che avrei osservato.
Ho cercato di eseguire questi mandati il più presto possibile, e mi recai alla Chiesa di Sant’Afra, nel cui cimitero era già stato riposto il cadavere, che venne esaminato molto diligentemente alla presenza anche dei medici Paolo Ferlinga e Giulio Regio; di nuovo mi reco con gli stessi (medici) dagli Ill.mi Rettori, i quali non appena mi videro mi interrogarono con un certo curioso timore per sapere ciò che avevo visto e ciò che pensavo; a loro così risposi: avevo osservato petecchie (peticolae) nerastre di insolita grandezza, macchie livide sul dorso, dietro le orecchie, sotto l’ascella di sinistra una macchia scura e nerastra con una tumefazione iniziale, sopra l’omero sinistro un carboncolo scuro con una vescicola chiara al centro: segni questi che sono pericolosi, la cosa si fa seria e si volge al peggio, siamo in presenza di peste.
Gli Ill.mi Rettori rimangono perterriti per ciò che avevo riferito e confermato anche dagli altri tre medici; si sparse la voce per tutta la città, e tutti quelli che mi incontravano deridevano questa mia sentenza, mi chiedevano che cosa avessi trovato in quel cadavere, a tutti loro davo sempre una sola medesima risposta; non dicevo che in città ci fosse la peste, ma sostenevo chiaramente che la donna era morta con i segni della peste, cosa che loro assolutamente non volevano credere. Sebbene qualunque morte (come dice il proverbio) possa avere la sua giustificazione, nessuna tuttavia ebbe più giustificazioni di quella descritta sopra; vi erano infatti quelli che dicevano che la donna fosse affetta da morbo gallico, e che i lividi (macchie scure) fossero comparsi poi in seguito nel cadavere; vi erano poi quelli che avrebbero detto che il dolore e la macchia presenti sotto l’ascella erano dovuti alla continua opera di sostegno alla propria signora (padrona) ammalata e vecchia, e che da pochi anni era stata colpita dalla scabbia, che le aveva procurato quelle macchie sul corpo. La gente chiacchierava di queste cose del tutto stupide ed errate.
In ogni modo fu fatto il sequestro dell’intera casa, e furono mandati al lazzaretto fuori della città tutti quelli che si occupavano (erano al servizio) della donna defunta mentre era ammalata ed anche dopo la sua morte, e non furono risparmiati gli stessi medico e chirurgo, che furono condotti allo stesso lazzaretto insieme agli altri, dove rimasero per parecchi giorni. Tuttavia questa decisione circa il medico ed il chirurgo non piacque a tutta la città, e soprattutto agli altri medici che una volta udito questo fatto si astennero dal visitare gli altri ammalati, temendo il sequestro della propria persona se fosse sorto un qualche sospetto (di peste) nei loro ammalati.
Questo fu il primo sospetto in città della malattia, anche se molti giorni prima avemmo un simile sospetto del fatto che il 23 marzo era morto nell’osteria della Torre, vicino alla porta di San Giovanni un certo scrivano mantovano venuto da là, e che aveva portato paura e terrore in tutta la città a causa della sua morte veloce, era stato ammalato solo tre giorni, e a causa di vari segni rilevati sul suo cadavere. Per ordine dei Rettori esaminai con un mio collega il cadavere, e concludemmo che lo stesso era morto a causa del morbo pestilenziale (peste) dalle macchie livide, rossastre e nerastre sparse per tutto il corpo, non comparve la tumefazione sotto l’ascella sinistra, sebbene mentre era ammalato fosse presente dolore nella medesima zona, era verosimile infatti che fosse regredita, ma aveva sul cubito (parte volare) del braccio sinistro certe vaste macchie di vario colore nerastro, violacee e verdastre, oltre a un’escara circonferenziale di color nerastro e livido, i testicoli erano edematosi (gonfi) e violacei, mentre l’inguine sinistro era eritematoso (rossastro).
Dopo che venne ciò riferito, il Magistrato della Sanità comandò che il cadavere venisse subito sepolto fuori della città, racchiuso in una bara di legno in una fossa profonda, trattata con calce; tutti gli occupanti di quella casa furono mandati al lazzaretto, gli arredi furono bruciati insieme agli accessori che erano serviti alla assistenza del malato, e quella casa fu chiusa per quaranta giorni. Tuttavia riferivano i segni osservati sul corpo e la morte di costui come anche quella antecedente, a molti lavori e a molti viaggi, ed inoltre aggiungevano che durante il viaggio era caduto nelle mani dei predoni, dai quali fu violentemente percosso e che fosse rapidamente deceduto per la paura e per le ferite, anche le macchie erano insorte per gli stessi motivi, cosa che tuttavia risultò ad una attenta perquisizione assolutamente falsa.
In questo mese di aprile in città non comparve nessun altro sospetto del morbo pestilenziale; il mese seguente portò molti funerali, trovai infatti venti cadaveri affetti dalla peste; nel mese di giugno ne osservai molti di più, così il morbo si diffondeva gradualmente, e come una serpe si inoltrava un poco alla volta dal suo covo per tutta la città, e non si presentava prima in un quartiere piuttosto che nell’altro, colpiva indifferentemente varie parti della città (senza nessun ordine), infatti ora uno in un quartiere ora un altro in un altro ed in questo modo come in una fitta selva l’accensione del fuoco invadeva così tante parti fino a interessare tutta intera la città; ma in principio si portò maggiormente nella Piazza Piccola detta Piazzetta dell’Arco Vecchio (o Piazza Ruetta), in questo quartiere tutte le case e le farmacie furono chiuse per otto o dieci giorni, in parte per estinzione delle famiglie, in parte per sequestro di coloro che sopravvivevano. Seguì poi il quartiere grande a cominciare dalla porta San Giovanni fino alla santella (edicola) detta delle Cantinelle (piccole cantine, all’imbocco di via Grazie dal corso Garibaldi), e in questo luogo in un solo giorno si potevano contare parecchi cadaveri, e molti di più quelli che venivano portati agli ospedali (luoghi di cura). Sebbene in quel tempo il morbo imperversava in questi quartieri molto più che in altri, tuttavia non per questo la parte restante rimaneva indenne dall’orrore; tra le zone della città l’ultima che venne interessata dalla grande rovina fu il Mercato Nuovo, che per molto tempo rimase incolume, ma alla fine anche lui fu travolto dalla comune rovina insieme alle altre.
Fra i Monasteri i più colpiti furono i Fratelli di San Francesco, di Sant’Alessandro, del Carmine, di San Domenico, delle Grazie, di San Barnaba; fra i conventi di clausura delle monache pochi erano interessati interamente dal morbo. Soltanto tre in San Cosma e Damiano, cinque nel monastero di Santa Caterina, due in quello di Santa Giulia, ed in quello di Santa Croce e di Santa Pace; gli altri rimanenti monasteri rimasero illesi.

6. Sul mio allontanamento dalla città

Quando già il morbo si manifestava per quello che veramente era anche alla gente e si faceva conoscere chiaramente anche a quelli che non volevano, verso la fine del mese di giugno mi recai nella mia villa a Terenziano (Trenzano) con tutta la mia famiglia, temevo infatti il furore e la furia del morbo; tuttavia questo mio allontanamento dalla città non venne da tutti accettato nella maniera giusta, infatti venivo da alcuni accusato come empio, io che nella calamità globale della città ero solito prestare la mia opera come cittadino, come medico, come devoto, come vigilante della sanità, mi sarei sottratto completamente al mio lavoro (dovere); quelli che non credevano veramente al morbo o lo rifiutavano, a questi piacque (erano favorevoli) il mio allontanamento; questi costituivano la maggior parte della gente comune e anche la discreta parte dei cittadini facoltosi, dai quali venivo diffamato nelle piazze, nelle riunioni, nelle chiese, nel foro. A loro sembrava inaccettabile che venissero vietate le riunioni, che le merci fossero sospette, che fossero costretti contro volontà nel lazzaretto, abbandonate le proprie abitazioni, che fossero chiuse le osterie e le farmacie, che gli abitanti sospetti fossero costretti a rimanere chiusi in casa, per il fatto che pubblicamente dichiaravo ad alta voce che si trattava di peste, e che mentre fossi solo da una settimana ad esaminare malati e cadaveri con il minimo rigore e giudicavo con la stessa (minima) severità, e che comandassi in modo troppo rigido il sequestro delle persone, unico rimedio per soffocare la nostra peste. Nella villa nella quale mi trovavo appariva già qualche timore della diffusione della peste; per questo motivo da quella ci allontanammo tutti e mi trasferii in un’abitazione dei nostri coloni lontana da quella villa un miglio, e qui rimanemmo sempre sani fino a quando con lo scemare del morbo ritornammo in città, ovviamente durante questo tempo fui costretto a recarmi in città e era necessario subire in queste occasioni vari gravi e manifesti pericoli a me imposti dal dovere, e ovviamente, fu la grandissima benignità dell’onnipotente e misericordioso Dio che rimanessi sempre sano in tutti questi pericoli con tutta la mia famiglia.

7. Sull’aspetto miserevolissimo della città

Verso la metà di agosto come comandato vigilante della sanità mi sono recato in città ed in questa occasione vidi con i miei occhi l’orrore della città ancora prima di giungervi. Feci il viaggio dalla villa alla città da solo per dodici miglia; la strada è ampia e principale, quella che ero solito scegliere per la moltitudine ed la varietà dei viaggiatori, la maggior parte dei quali era di vecchi contadini che portavano con carri le merci in città e poi ritornavano; in altre circostanze era gradevole fare il viaggio per quella strada; in quell’occasione invece credevo di viaggiare attraverso delle grotte (un deserto), infatti per quattro ore non incontrai nessuno, mi furono compagni di viaggio solo timore, orrore, trepidazione. Entro in città, osservo attentamente tutte le porte della città prive di qualsiasi sorveglianza, non c’è nessuno che, come era costume, mi chieda chi io sia, da dove venga, che novità abbia, i soldati che facevano la guardia in parte erano morti, e quelli che erano sopravvissuti perirono entro qualche giorno, le imposte non venivano riscosse perché non c’erano quelli che dovevano riscuoterle, la paura della morte, la morte stessa e la malattia si erano impadronite di tutti. Dio solo sa quale orrore mi prese quando giunto alla mia casa e alla mia abitazione trovai vuote e chiuse le case degli amici lì intorno, pur chiamandoli ad alta voce, non c’era nessuno che mi rispondesse, il mio animo fu assalito dall’orrore della solitudine, mentre guardavo lo spettacolo desolante non con la fantasia, ma con i miei stessi occhi. Ma che cosa mi trattiene qui? Subito davanti agli occhi mi si presentò lo stato di tutta la città, che nel giro di tre mesi si era trasformata dal massimo di voluttà e di delizie ad un cumulo di miserie e di disastri; l’animo ha orrore a narrare le cose che ho visto, udito e toccato. Quasi tutte le case erano chiuse, chiuse anche tutte le osterie, le piazze della città, che prima erano un delizioso ritrovo degli uomini, erano diventate come delle spelonche, la città stessa sembrava un deserto, infatti chi la attraversava (percorreva) in ogni ora del giorno non avrebbe incontrato nessuno. Nelle chiese non si celebravano più le funzioni sacre, infatti parte dei sacerdoti erano morti, parte erano chiusi in casa e parte se n’erano andati lontano. Nessun commercio delle merci, non c’erano infatti quelli che vendevano le merci e neppure quelli che le compravano. Ai lati delle case venivano esposti soltanto cadaveri, che erano così tanti in un solo giorno che dieci carri non erano sufficienti a trasportarli tutti insieme. L’ingordigia dei becchini e dei monatti era così grande che venivano pagati con grosse somme, tuttavia non volevano portare via i cadaveri se non con un’altra maggiore somma aggiuntiva data dai parenti; la madre trattava il prezzo del cadavere della figlia, il fratello quello del fratello, la moglie quello del marito, l’amico quello dell’amico, la sorella quello della sorella, e colui che oggi si prendeva cura del trasporto di un amico, il giorno dopo diventava lui stesso preda dei becchini; quei cadaveri che non soddisfacevano l’esosità dei becchini venivano lasciati sotto gli occhi del padre, della madre, della sorella, del fratello, degli amici per un altro giorno, finchè fossero “contemplate” anche per il terzo e quarto giorno, e così il padre guardando lo spettacolo della morte nel cadavere del figlio poco dopo soccombeva anche lui stesso, e chi il giorno prima scongiurava, implorava che il figlio defunto fosse portato via lontano dai loro occhi, oggi aveva bisogno di un amico, che per pietà dell’amico si facesse carico del servizio (favore) e curasse di portare lui stesso via lontano degli occhi dei figli. In verità mi meravigliai al massimo del fatto che non solo una volta o due ma molto più spesso mi capitò di vedere, cioè che mentre esaminavo i cadaveri, che i genitori trasportavano figlie e figli con le proprie mani dalle camere sulle soglie delle case, i fratelli il fratello morto, le sorelle la sorella morta, i figli i genitori morti e spogliavano i cadaveri che dovevano essere esaminati dai medici, esponevano le gambe, sollevavano ora l’uno ora l’altro braccio, giravano la testa di qua e di là, li preparavano distesi supini e all’occorrenza li capovolgevano, tagliavano i capelli, esponevano all’aperto e manovravano i genitali e le altre zone di pudore, e non ho mai osservato nessuno … (lacuna di alcune righe) …
“che versasse una lacrima sullo spento figlio, o padre, o madre, o moglie, o marito; soltanto qualche sospiro, e questo perché intravedevano che gli sarebbe toccata eguale fine, non già che lacrimassero gli estinti. Tanta era la moltitudine degli infermi e dei convalescenti che si erano costruite delle tende nelle campagne vicine, ed incredibile si è quanta miseria opprimesse quegli infelici.

Parte mancante: … La lacuna di quattro pagine nell’originale latino è, per fortuna, colmata dalla versione italiana del Gambara, che ebbe certamente fra le mani un testo completo. Egli scrive:
“e, ciò che spesso vidi, non una lagrima versavano sullo spento figlio, o padre, o madre, o moglie, o marito; soltanto alcun sospiro, o questo ancora perchè scorgevano sovrastare loro egual fine, non già, che lagrimassero gli estinti. Tanta era la moltitudine degli infermi e del convalescenti, che si erano costrutte delle tende nelle prossime campagne, ed. incredibile si è quanta miseria opprimesse quegli infelici. Giacevano sul nudo terreno, tormentati da gravi dolori, gridando misericordia! mostravano le loro piaghe, imploravano soccorso; ma vani tornavano le gride e gli scongiuri. Vi stavano bensì dei preposti col danaro del pubblico, i quali erano destinati a somministrare vitto e medicine, a curare gli ammalati, e a trasportare i morti; ma così grande era, la frode, la avarizia e la libidine di costoro, che, privi di ogni carità e compassione, dissipavano ogni cosa, celavano gli alimenti necessari agli infelici op-pressi, curavano e nutrivano quelli che davan loro denaro; i poverelli, che nulla avevano a dare, lasciavano derelitti in braccio ai loro tormenti e a vermi, onde formicolavano le loro piaghe. Porzione di questi colle proprie mani medicavano le ulceri di cui erano affetti, e porzione esalavano lo spirito senza sovvenimento; n’è rade volte avveniva che si mescevano in un feretro medesimo cogli spenti i moribondi, i quali solo morendo trovano refrigerio e così gravi ambasce. Non vi era luogo in cui il fetore dei cadaveri non offendesse l’odorato; ed un uomo degno di fede mi giurò che un bel di ebbe a trovarsi costretto di coricarsi sul terreno colla faccia rivolta ‘al suolo, e così starsene a bocca aperta perché respirando le esalazioni pestifere dell’aria non lo soffocassero.
Non in condizione migliore si trovavano quelli che si curavano in città; giacchè i poveri pativano la fame, le case erano zeppe di ammalati e di moribondi, per presso non rinvenivano commestibili, niuno recandone dalle campagne e da’ villaggi. I più ricchi sorte meno dolorosa non incontravano; e siccome i mediai erano tutti fuggiti, così l’arte veniva esercitata da medicastri e cerusici barbieri, i quali anziché servi proficui, appellarsi potevano carnefici e nemici; il cui fine era di dissipare le proprietà, rubare la suppellettili, scroccare danaro; la cui carità era simulata, empia la pietà, nocive piuttosto che benefiche le disposizioni »

C’era una falsa (simulata) pietas, vera e propria empietà, servi malfattori, medicine dannose; in questa lista erano molto bene pagati i medicastri che non curavano e se ne andavano (senza curare), di loro infatti si poteva dire ciò che diceva Hippocrate dei cancri occulti, morivano infatti prima e più velocemente quelli che venivano curati da costoro rispetto a quelli che non venivano affatto curati; costoro crudeli godevano delle disgrazie altrui, la loro esosità e cupidigia giunse a tal punto che alcuni curando malati semivivi (mezzi morti) e malati instupiditi, si facevano proclamare eredi escludendo i consanguinei quand’anche fossero inconsapevoli ed ignari fratelli.
In questo stato si trovava la cittadinanza di fronte alle malattie in corso nel mese di luglio, agosto e settembre, ed in questo tempo il cane latrava rabbioso ed era anche in vigore al massimo in città la furia selvaggia delle malattie.
In quel tempo quelli che giravano per la città si imbattevano solo in becchini, monatti (imprenditori di pompe funebri), carnefici, medicastri, che da qui penetravano nelle viuzze, entravano in case sporche, depredavano i beni, divoravano le vivande, spogliavano i cadaveri anche quando erano vicini alle mense imbandite (alle pietanze preparate). Taccio ciò che in tale confusione poteva la licenza (libidine) di costoro; sia sufficiente dire che i beni, la vita, l’onore furono alla mercé della cupidigia, della crudeltà e dei capricci di costoro. Oltre a questi carnefici, pochi per l’appunto si recavano in strade, in piazze, e costoro erano quelli che dovevano per necessità e per dovere dell’ufficio pubblico dimorare in città, ed anche questi erano in pochi: infatti parte erano ammalati, parte simulavano la malattia per sottrarsi a tale compito impegnativo; giravano per la città solo i Vigilanti della Salute sotto la Loggia grande, lontano l’uno dall’altro stavano appoggiati ai bastoni, gestivano e trattavano le cose importanti e quelle da niente, davano ordini, camminavano senza mantello, senza toghe, senza servi; il mio ingresso in città era a zig-zag per paura del contagio, e parlavo tenendomi lontano da tutti, non mi avvicinavo agli ammalati; se tuttavia quelli che, ed erano in tanti, chiedevano aiuto in casa (loro), a costoro liberamente davo prescrizioni; poiché per la responsabilità del pubblico servizio ero costretto veramente s transitare per alcune vie, non potevo non andare a vistare alcuni ammalati che si trovavano giacenti nelle osterie, e nei viottoli, tuttavia li interrogavo da lontano, infatti se non mi teneva lontano dall’avvicinarmi a loro il sospetto del contagio (che tuttavia tenevo in massima considerazione), mi respingeva il fetore che emanavano.

8. Sugli accidenti e sui mali (dolori) osservati nella peste

Le affezioni fuori dal normale che colpirono i corpi in questa condizione pestilenziale risultarono così nuove e complicate, che è difficile elencarle in ordine; e tuttavia non voglio essere io autore di confusione, ma voglio distinguerle tutte in malattie e in sintomi, lasciando ad altro luogo l’analisi delle cause.
Sebbene le malattie fossero fra quelle consuete, tuttavia si diffusero in forme e modi assai diversi ed inconsueti; le febbri furono più frequenti e più generali e non conservarono in tutti i casi una sola natura e forma; alcune infatti (si presentavano) con rigidità, altre senza rigidità, altre (febbri) furono miti esternamente, ma internamente elevatissime, altre del tutto al contrario; tuttavia tutte erano di tipo continuo, alcune ravvicinate altre intermittenti (periodiche); anche la rigidità non in tutti era uguale, in alcuni molto violenta, in altri modesta, talora ordinata (regolare) ma per la maggior parte, diffusa in maniera irregolare; ad alcuni venne soltanto sul principio della malattia, ad altri (durò) per tutto il decorso della malattia, ma nella stragrande maggioranza dei casi furono osservate febbri terzane intermittenti e talora anche quartane, che sebbene conservassero i propri valori e le proprie caratteristiche, non permettevano tuttavia alcuna certezza di giudizio (diagnosi), infatti o erano prodotte più a lungo di quanto era richiesto dalla natura della malattia, dall’età, dall’equilibrio, dallo stile di vita, o una certa qualità non usuale ed inspiegabile si manifestava con i soliti modi e caratteristiche, in realtà con il ritmo della terzana o quartana, che in altri casi sono di per sé salutari, non permettevano del tutto sicure predizioni (prognosi) di salute (guarigione) o di morte.
Con le febbri sopraggiungevano le suppurazioni (ascessi), ora plurime ora in numero ridotto, talora assenti del tutto, e queste o insieme con le febbri oppure dopo uno o due giorni (di febbre); in molti casi si potevano vedere anche formarsi ascessi senza febbre, che tuttavia compariva dopo poco tempo. Subito dopo gli ascessi si formarono frequentissimi i bubboni inguinali, ascellari, alcuni molto dolorosi, altri meno dolorosi, molti suppuranti quasi subito, alcuni più tardi; ce ne furono di quelli che o subito recidivavano dal di dentro, altri che non maturavano né regredivano, ma diventavano più duri e per tre o quattro mesi perduravano senza nessun dolore o lacerazione (lesione), di colore vario, ora chiari ora arrossati mai lividi, di forma oblunga ovale, alcuni estesi altri appuntiti (conici), per lo più interessanti le ghiandole (linfonodi) e talora fusi con le medesime, in molti le parotidi comparivano gonfiate dietro le orecchie, dure, dolentissime, che suppuravano in pochi malati, che recidivavano da dentro, di colore biancheggianti, rosseggianti, lividi; a queste manifestazioni si accompagnava sempre la febbre. L’eruzione di carbuncoli risulta sempre perniciosa (pericolosa), e quando viene, si manifesta in qualunque parte del corpo, in alcuni grandi, in altri piccoli, non in tutti fu vista una vescicola biancastra al centro, tutti tuttavia molto dolorosi, in alcuni casi degeneranti anche in cancrena, in molti malati comparivano eruzioni di qualsiasi genere, a qualcuno solo bubboni o carbuncoli.
Pochi malati si sottrassero (sfuggirono) ai dolori di testa, questi infatti si manifestavano o violentissimi o miti, in molti da principio comparve una certa confusione (alterazione) della mente con dolore e stupore; talora anche acutissimi dolori colpirono gli ammalati ora al piede ora al braccio, più spesso alle ascelle, sul precordio, agli inguini senza nessuna eruzione; frequentemente i dolori di pancia con scariche di alvo, più spesso biliose, frequentemente sanguinolenti, talora di colore scuro piceo, che la gente (volgo) riteneva dovute ai vermi e non alla peste, perché erano colme di vermi oltre ogni misura; e si è osservato che i vermi venissero eliminati non solo con l’alvo, ma molto spesso anche con il vomito, cosa questa che si manifestava come una affezione comune in tutti i (malati) sofferenti; vomito fastidiosissimo, violento, molto fetido, spesso biliosissmo, a causa del quale gli ammalati rifiutavano anche i cibi (gli alimenti); (il vomito) veniva talora in prima giornata, non raramente in seconda o in terza e durava per tutto il decorso della malattia, in qualche caso cessava in seconda giornata. Ci furono quelli ai quali, dopo una improvvisa e violentissima rigidità, subentrasse un dolore sotto le mammelle con febbre elevatissima, con difficoltà respiratoria, con tosse valida, espettorazione abbondante, preceduta da sangue (emoftoe), avresti detto trattarsi di pleurite terminale secondo la sentenza di Hippocrate, e quelli che all’inizio avevano l’espettorazione tuttavia finivano male in quarta o quinta giornata; in questo modo soffrì Fausto Soncino che mentre svolgeva il servizio di Abbate della Città, colpito e travolto da questo vomito morì; alcuni perduravano (in vita) fino alla settima o nona giornata, come fu il caso che portò a morte il Cancelliere Ill.mo Aloisio Mocenigo Prefetto della città e ottimo Senatore, per curare il quale fui incaricato in settima giornata con lettera dello stesso Prefetto a me recapitata da un messaggero, lui però morì in nona giornata, dopo che io avevo fatto prima della sua morte una prognosi precisa.
Ho notato in alcuni delle difficoltà della deglutizione, specie in quelli in cui si era formato un ascesso della parotide o altro ascesso nel collo. Voci alterate in molti perdurarono per molto tempo anche dopo la loro ripresa (guarigione), così come la sordità che interessava alcuni all’inizio della malattia, altri verso la fine. Frequentissimi furono i deliri e le frenesie (fenitides), la cui violenza spinse molti a buttarsi dalla finestra, proprio in quelli in cui non si era mai manifestata nel corpo nessuna caratteristica del veleno pestilenziale. Sono state osservate molteplici (affezioni) malattie degli occhi, molto dolorose e quasi incurabili, che hanno provocato in alcuni una cecità completa di varia specie, e che colpivano un occhio soltanto ora il destro ora il sinistro, a secondo che o una o un’altra parte del corpo soffriva di una qualche maligna eruzione, era infatti affetto solo l’occhio della parte colpita-sofferente; ho osservato soprattutto questo caso in una giovane in fase iniziale della pestifera malattia contagiosa, e fu quella una dei primi malati a cui ho prestato la mia opera, abitava infatti vicino a casa mia, ha avuto un duplice bubbone alla coscia destra, un carbuncolo veramente grande e doloroso al dorso, vomitava tutti i giorni due o tre volte, sopravvenne una malattia oculare all’occhio destro, guarì dopo molto tempo dal morbo pestilenziale, ma perse l’occhio. In molti (malati) persistettero stupore (intorpidimento) di tutti i sensi, la favella alterata, perdita della memoria, a causa della malattia. In alcuni l’invalidità dei sensi e del movimento della parte destra o sinistra, proprio dalla parte cioè che era stata affetta durante la malattia da bubboni o da carbuncoli. Ho confortato quelli che chiedevano il mio consiglio per il dolore continuo agli inguini e per le parestesie delle cosce e che non notarono chiaramente nessun altro sensibile danno per tutto il tempo della peste. Le mie ghiandole inguinali per tutto il tempo della peste si sono gonfiate (tumefatte) con un po’ di dolore mentre camminavo, sono certo che ciò accadesse anche ad altri. Sudori abbondantissimi si manifestarono all’improvviso di notte in alcuni (malati) per più giorni pur senza qualche altra evidente lesione anche in quelli che non erano abituati a sudare in tutta la loro vita. A qualcuno venne questo sudore abbondante per più giorni e contemporaneamente un’eruzione spontanea della cute della testa quasi una ferita che la natura conservò aperta per più giorni. I sudori ora caldi ora freddi interessanti tutto il corpo sono stati osservati nelle fasi iniziali durante le febbri e le altre eruzioni.
Sono state osservate molte differenze delle urine, in molti (malati) apparivano all’inizio della malattia atrio subiugales (bestie da soma), in altri sembravano naturali, talora sanguinanti (ematiche), talora verdastre, in altri ancora apparivano naturali per tutto il corso della malattia, in alcuni (le urine) erano ritenute, in altri venivano emesse goccia a goccia, dense, rossicce, ora aventi interruzioni elevate (anurie), ora intermittenti con dentro depositi, oleose, in alcuni casi presentavano un grasso supernatante a causa del colore delle sostanze colliquanti.
Alle donne talora capitava tutto quanto è stato elencato, talora (capitavano) molti aborti, che erano frequentissimi, ed in pochissime sfuggivano la morte che avveniva al primo giorno o al secondo. Mi addoloro a ricordare queste cose, infatti una mia carissima sorella dopo un aborto al primo quadrimestre all’improvviso fatalmente morì (che Dio abbia misericordia della sua anima). In molti extra tempus sono stati liberi/esposti/indifesi moltissimi mesi, ad alcuni nello stesso morbo, ad altri senza morbo. Questi in verità pochissimi, si confortavano ma andavano incontro ad (altra) lesione, come per esempio le perdite (gli scoli) di sangue dalle narici, che fossero gocce o vere e proprie emorragie che scorrevano con grande impeto, e che non si potevano arrestare se non con grande difficoltà, talora erano irreparabili. Molti durante la malattia avevano danneggiato (perduto) il sangue, (le emorragie) non potevano essere arrestate per cui erano agitati, indizio (segno) di una grandissima e formidabile alterazione di tutta la massa sanguinea.
L’enorme debolezza e prostrazione degli uomini risultò derivata dalle sempre più sicure e frequenti diagnosi del veleno pestilenziale (della peste), questa (astenia) prese tutti a causa del morbo che si stava all’improvviso diffondendo, ad alcuni venne prima ancora della malattia non totalmente, ma in forma di una spontanea spossatezza.
Sulle caratteristiche (qualità) cambiate: a molti e a quasi tutti i febbricitanti comparvero delle papule dette petecchie, di colore e forma variabili, ora rossastre ora violacee, molto spesso lenticolari di colore scuro, talvolta più estese, ora sul dorso, sul petto, sulle braccia, sulle regioni crurali, sulle cosce, ora in numero elevato, ora (in numero) minore, a qualcuno apparivano all’improvviso, ad alcuni verso la fine della malattia, a qualcuno dopo la morte, ad alcuni in quella parte che era stata dolente durante il morbo, si poteva vedere non un tumore, ma macchie estese come delle unghie, e talora anche più grandi di colore livido, giallastro ma più frequentemente di un scuro/nero splendente.
Il colore della bocca degli ammalati risultò vario, in alcuni rosso fiammante, nero splendente, in tutti il colore era innaturale come anche lo sguardo: nel guardare in alto ora mostrava paura, ora incuteva terrore con occhi torvi, talora non affatto protuberanti, non raramente turbolenti e foschi; la qualità della facies si era allontanata talmente dal naturale aspetto, che si potevano distinguere anche solo da questa gli uomini contagiati e affetti da malattia contagiosa; per molti giorni l’alterazione e l’instabilità del viso/sguardo rimasero anche a me dopo il ritorno da Palazzolo, perciò sospettavo di qualche contagio contratto, ma dopo venti giorni sparì. Anche l’occhio distorto insieme alle convulsioni si impadronì di alcuni, uno chiuso, l’altro sofferente, le braccia e le cosce rigidissime sembravano quelle osservate nei cadaveri.
Sono meravigliato di tutti quelli che mentre descrivono la situazione pestilenziale del loro tempo e il suo diffondersi, raccontano le malattie di chiunque, osservano le variazioni anche minime delle urine come sintomi, le scariche dell’alvo, le perdite di sangue, fanno qualsiasi altra osservazione, ma non dicono nulla del polso, che tuttavia assume un grandissimo valore nelle febbri, anche se lo ritengono addirittura superfluo, perché durante la peste i medici non toccano il polso, ed anche queste differenze dei polsi possono costituire un manifesto pericolo (per il malato). Tuttavia ciò che nella nostra peste ho osservato, io non voglio nascondere; dei nove malati ai quali ho toccato il polso in entrambe le braccia (avambracci), sebbene sapessi di sicuro che stavo lavorando sulla peste, due sono morti nello stesso giorno in cui gli presi il polso, altri dopo due o tre giorni, soltanto in uno ho travato un polso celere, piccolissimo, irregolare; in vero negli altri il polso era buono (valido), regolare, né celere né tardo ma naturale (normale), e tuttavia poco dopo morivano, loro presentavano anche bubboni, sete, irrequietezza, insonnia e tuttavia né il polso né l’urina davano un segno della febbre, tuttavia la temperatura elevata, il vomito color ruggine erano tristi compagni di viaggio. Un altro ammalato Geronimo Lana, figlio di Gaspare, famosissimo Giurista, era afflitto da gravi disturbi, da vomiti continui, da confusione mentale, dolore all’inguine, a lui ogni giorno prendevo il polso e lo trovavo ora regolare, ora irregolare, ora valido ora piccolo; però si ristabilì dopo quattordici giorni, gli furono applicate subito delle vescicazioni sopra le ginocchia fin dall’esordio del male, e nessun altro in quella casa si ammalò, non ho altro da dire sopra il polso, (in questa situazione) la sperimentazione e l’audacia erano pericolose.
I sintomi di questa malattia colpirono gli uomini di qualunque condizione fossero, tanto i maschi che le femmine, tanto i vecchi che i giovani, sia quelli in buone che in cattive condizioni, però di più quelli che erano costretti ad abitare in case molto piccole e ai quali mancavano quelle condizioni che erano necessarie per un sano stile di vita; tali cose accadevano sia all’inizio della malattia che al suo aumentare che al suo decrescere; infatti all’inizio comparsero sui cadaveri petecchie nere di carbuncoli e alle ascelle il formarsi di bubboni, tuttavia sono stati osservati bubboni nelle condizioni più umide, carbuncoli in quelle più secche.
È anche notevole e curioso il fatto che all’inizio del contagio ed anche nel suo accrescersi sono morte più donne che uomini; non minore era il numero dei ragazzi rispetto alle fanciulle, che la gente stolta giudicava annientati dall’epilessia, il volgo e le (loro) madri dicevano che erano stati colpiti dal morbo detto “della brutta”, e sebbene tutti vedessero la velocità della morte in tre o quattro giorni con petecchie e livori sul dorso e su tutto il corpo, livori che furono osservati in tutti i malati (morti), tuttavia non potevano o piuttosto non volevano credere che fossero morti di peste. Invece gettavano insulti contro di me e contro il mio Collega, non a causa di quello che diagnosticavo con la solita serietà nel giudicare i cadaveri, ma anzi per il fatto che vedevo la gente non credere alla malattia, per cui con animo forte mettevo maggior impegno e uomini nel sequestrare le case, credendo che questa fosse la sola via ed il solo rimedio col quale si potesse reprimere e soffocare il morbo al suo esordio.

9. Su quelli che ho visitato in questa malattia

Quelle manifestazioni che nelle consuete malattie capitano ai malati nelle forme benigne, proprio queste secondo l’incarico pubblico e con poca difficoltà ho redatto con ordine e che possono essere ricondotte ad alcune regole (di comportamento) in base a sicure osservazioni, perché non si allontanano da tali varianti della malattia secondo un proprio costume, e non hanno confuse diffusioni di luogo, di specie, di grandezza; anche se vengono scoperte nella bufera e nello stato pestilenziale, degenerano poi da loro stesse in forme stravaganti e turbano e molestano la natura con insolite variazioni e alterazioni, e perciò in questa situazione studiata non possono essere ordinate sotto alcune regole certe/sicure, perché sono instabili; ciò che infatti a un ammalato risulta un segno salutare, per un altro è fatale, e molti si ristabiliscono con uno o l’altro segno salutare, mentre molti altri perirono, e allorchè si pensava che uno a poco a poco stesse per morire, in modo imprevedibile se la cavava. Di fronte tuttavia a tanta confusione (complessità) ed incostanza dei segni, esiste un debole (lefris) segno costante e raramente ingannevole, che fu accompagnato (a questo segno) con più pochi sintomi ed anche meno strani (inconsueti), anche meno secondo un’inconsueta abitudine era nella sua idea, e significava conseguentemente che vi fossero meno pericoli, di questi non pochissimi ne sono usciti (scampati), e sono proprio quelli che alla diminuzione della febbre sopravvenne un ascesso; erano poco letali i bubboni agli inguini e alle ascelle che presto suppuravano; invece i dolori violenti agli inguini e alle ascelle senza nessun gonfiore (tumore), con febbre continua, erano un indizio più certo di morte che di salute, così come tutti i tumori che regredivano, soprattutto se la febbre si intensificava. Tuttavia tra i bubboni erano meno pericolosi quelli che si trovavano nelle parti distali, più pericolosi quelli ascellari; quelli che occupavano il corpo delle ghiandole più difficilmente maturavano, diversamente quelli sotto le ghiandole; quelli che precocemente nascevano più presto maturavano ed erano più salutari. L’interessamento delle parotidi in tutti erano quasi letali, tra i molti ho visto un caso o due suppurare. I carbuncoli erano peggiori dei bubboni, alcuni sono morti con un solo carbuncolo, altri con molti, raramente sono stati visti carbuncoli senza febbre, molti di più i bubboni (senza febbre); le differenze delle parti interessate dai carbuncoli non erano di nessun significato né per la salute né per la morte, infatti talora sono stati visti morire più presto quelli che avevano i carbuncoli nel piede che nel petto o nel collo, talora guarivano con due o tre eruzioni, non raramente morivano; quelli ai quali scoppiavano bubboni senza febbre, proprio questi si sono salvati tutti. Le contratture disordinate ebbero una pessima evoluzione, perfino letale, anche il vomito non regredito in seconda o terza giornata, li fece morire. In due malati preannunciai che la morte sarebbe venuta in quarta giornata, poiché furono colpiti dal delirio subito fin dall’esordio del morbo. Pochi si sono salvati di quelli che diventavano frenetici; le perdite di sangue di qualsiasi genere (emorragie) risultarono letali, infatti o erano minori di quanto la natura del morbo esigeva, o maggiori di quanto la vigoria (il vigore del corpo) potesse sopportare. Nei soggetti con bubboni scoppiati furono letali le sopraggiunte scariche dell’alvo; alcuni sono morti con sudori caldi presenti in tutto il corpo, altri con gli stessi si ristabilirono; alcuni sono morti, talora anche molti, con urine ematiche per tutto il morbo, altri si sono ristabiliti con le stesse; quelli che emettevano urine dense, torbide e simili alla lisciva con febbre, sono tutti morti, anche se (le urine) erano veramente molto abbondanti, peraltro ho visto che si sono salvati alcuni con la stessa quantità di urine. Le petecchie violacee furono indizio più certo di morbo, più certo ancora quelle nerastre, non ho visto nessuno salvarsi con queste petecchie. Mi fu riferito che una donna se ne andasse in settima giornata, la quale ebbe gran dolore alla testa e all’inguine destro solo in prima giornata, poi cessarono entrambi i dolori e non presentò nessun altro sintomo, infatti mangiava e dormiva bene, non era afflitta da sete né da urine calde cosa abbastanza auspicabile, solo la grande debolezza delle forze da principio fino alla fine la caratterizzava abbastanza gravemente, così che non poteva muoversi senza nessun altro lamento. Quelli che erano colpiti dalle solite malattie, tutti questi erano più difficili o più lunghi di quanto fosse la loro natura; le febbri terzane o quartane talora sono state osservate, tutte salutari, ho visto colpite da quartana una o due donne che dopo quattordici giorni presentarono carbuncoli ed entrambe perirono. Dopo il quarto periodo di una febbre terzana intermittente spuntò a un ragazzo di sei anni all’ascella destra un bubbone che suppurò e lui guarì; ho notato che in molti (casi) dopo un intervallo di molto tempo dal morbo sopraggiungevano in quelle parti del corpo che furono colpite dai bubboni durante la malattia, o gonfiori nuovamente suppuranti e edematosi o flemmoni o forme eresipelose che tuttavia non avevano niente di contagioso; in tutti rimase per lungo tempo una estrema stanchezza (invalidità) delle parti interessate, ragion per cui le medesime parti riprendevano facilmente il flusso dei liquidi rimanenti.
Solo pochi guarirono di quelli che di continuo sentirono un’oppressione del cuore durante una febbre non remittente (continua); nessuno si è salvato di quelli che febbricitanti sono stati colpiti da una sincope una volta o due. Ho notato non pochi salvati di quelli che emettevano (urinavano) un liquido citrino dalla vescica.
Riferisco queste cose che ho visto ed osservato di persona; non respingerò del tutto la buona fede di quelli che scrivono cose contrarie o del tutto diverse; infatti la furia delle malattie fu inconsueta, l’ordine naturale era alterato e del tutto cambiato, incerti erano i giudizi (le previsioni – le interpretazioni), i rimedi (erano) vani ed inutili; le cose benigne erano maligne, le cose maligne ridiventavano benigne, la salute da un morbo disperato, la morte derivava talvolta e molto spesso dalla salute, così che in questa situazione si poteva dire ed osservare niente di certo e definitivo.
Si potevano vedere completamente stravolte le fondamenta della Medicina, estinta la stessa natura, l’avresti detta tutta insieme retta e governata dal caso e dalla fortuna; c’era in queste malattie complessità e confusione, così era turbato l’ordine delle cose e della natura; confermata e costante sempre risultò la maldicenza contro i Medici, soprattutto della gente stolta, che non potè o non volle mai credere che il morbo fosse pestilenziale finché vide portare via sui carri duecento morti al giorno.
Ciò che da me anche fu osservato è che alcuni una volta e anche due fossero colpiti dallo stesso morbo e guarissero ma poi colpiti per la terza volta morissero, fra questi ci fu il nob. Ludovico Gambara, uno dei Vigilanti della Sanità, che colpito per due volte dal morbo fatalmente morì. Dallo stesso morbo pestilenziale fu colpito per tre volte il rev. Preposito di San Lorenzo (don GioBatta Hermano) per tre volte guarì, per cui se in arte (medicina) mai avvengono cose prodigiose, queste a maggior ragione accadono nelle situazioni maligne e pestilenziali.

Il GAMBARA o. c. pag. 113 aggiunge: «Il Rev.mo Prevosto di S. Lorenzo D. Giambattista Hermano, zelantissimo in quella circostanza luttuosissima, nominato a quella cura d’anime con Bolla 11 marzo 1629 e che la resse sino al 1663».
E’ superfluo rilevare che anche la storia della peste bresciana dovrà essere fatta, oltre che coll’ingente materiale inedito dell’Archivio storico civico, con quello non meno ingente e importante dell’Archivio di Stato di Venezia, poichè tutto il carteggio ufficiale intorno a questi avvenimenti si conserva in quell’immenso deposito di carte, sotto la se-zione Senato – Terraferma. L’archivista Filippo Condio mi comunicava, come saggio, questi due documenti.
Il 26 marzo 1630, il Senato Veneto, informato della comparsa della peste in Palazzolo, e del suo rapido progredire in quella terre, temendo il suo propagarsi nella città di Brescia, stabiliva di eleggere un Nobile col titolo di Provveditore di là dal Minzo per tutela della Sanità.

L’eletto doveva senza scuse o dilazioni partire nel termine di dieci giorni «nel nome del Signor Dio» e trasferirsi a Palazzolo, dove, presa cognizione di tutto, era obbligato a «far quelle più preste et convenienti provvisioni, et dar tutti quegli ordeni che per Sua prudenza cognoscerà ricercar il bisogno per la preservatione dello Stato, per il qual effetto esso Provveditor in tutta la Terra Ferma, eccetto dentro la città in piena ed assoluta potestà di dare gli ordini che gli parerà; di far abruggiar girando scoprisse necessario robbe e casoni, et castigar quelli clic nascondessero da luogo a luogo robbe infette o sospette, partissero di case o luoghi infetti o sospetti, o vero non fossero obbedienti agli ordini di esso Provveditor, nel quale casa potrà bandir, metter in Galèa, dar la corda, e punir anco di pena corporale quelli che lo meritassero, amministrando sommaria et espedita giustizia».
Gli era data facoltà di recarsi in quei siti nei quali avesse ritenuto necessaria la sua presenza, valendosi delle milizie, delle corti, dei capitani di campagna, e di qualunque officiale o ministro di reggimenti, per gli eventuali bisogni del suo ministero.
Il 3 aprile il Senato approvava e lodava le energiche &liberazioni prese dal Provveditore Generale “perchè alle rive d sia ben avvertito et a Pontevigo, come che quel confine altrettanto sospetto riesca, quanto geloso per il passo frequento che possono haver quei dei Milanese in più luoghi nel Stato Nostro, penetrandovi a lor piacere, quando non fosse stata applicata la opportuna provvisione».
I documenti dell’Archivio veneto dei Frari, dei quali questi che pubblichiamo sono un piccolo saggio, si fanno sempre più fitti e interessanti mano mano che la peste – malgrado ogni cautela e ogni sorveglianza – si diffonde nel territorio bresciano, invadendolo e devastandolo quasi tutto.
Il 27 settembre 1630, sul declinare del trimestre ferale che aveva segnato l’apogeo del morbo contagioso, il Senato veneto mandava a: Rettori di Brescia, questo nuovo proclama, che aveva però solamente lo scopo di difendere la città capitale, ma ci fa conoscere indirettamente un elenco di paesi bresciani dove la peste infuriava ancora:
«El se fa sa per che al prexente el si mor da peste nelli lochi infra ti bresana, videlicet; in Calvisano, Santo Vigilie, Paraticho; de la Riviera de Salò, Bedizuoli, Calvazesio; do Val D’ampia et Val de Sabio, in Bovegno cum sue Ville, Preselio, Agnosino; de Val Camonega, in Ar-togni, Angol, Borno, Esem, Corna, alli fosine de Sopra Darle Masi: (Mozziamo), Anfur, Castel Franche Cortenedol; Et per tanto non sii alcuna persona de che condicion esser si voglia che ardisca partirsi ile ditti lochi amorbati per venir a Venetia, nè condur, nè cum fede, nè senza, sotto pena de esserli dato tre strapade de corda, star uno anno in presovi serado, et pagar L. 300 de pizoli (lire piccole) de proprij beni del delinquente se haver se ne potrà, se non, delli beni della Illustrissima Signoria Nostra, et siano perpetualmente banditi de Venetia et del Destretto.”

 

Giuseppe Bonomi: