Il Secolo, venerdì 19 Ottobre 1923 – Gli Alpini del dui- Cuneo si appresta a celebrare i gloriosi caduti del secondo reggimento alpini, il leggendario dui. Abbiamo chiesto all’onorevole Soleri che con i magnifici alpini del secondo reggimento combattè e fu ferito da valoroso, una sua impressione sul dui eroico, ed egli ci ha mandato questo commosso articolo che s’siamo lieti di offrire ai lettori.
Domenica alla presenza di Sua maestà il re, i vecchi e i nuovi alpini del secondo reggimento celebreranno la memoria dei loro 4000 caduti inaugurando un grandioso monumento di bronzo, pregevolissima opera dello scultore monti, dedicato “all’Italia tant bela”. Dalle valli delle marittime e delle Cozie, dalle pendici del Viso dall’Argentera, dalle Langhe ricche di pampini e liete di canzoni, dal Saluzzese ridente e gemmato di castelli, accompagneranno nell’antica città della dei sette assegni di la Cuneo possente e paziente, dagli angusti portici e dai panorami sconfinati, e si raccoglieranno sotto to le vecchie bandiere i nuovi gagliardetti, questi veterani della guerra di montagna. Sfileranno dinnanzi al sovrano che essi sono consueti a salutare in queste valli col loro passo cadenzato e pesante, tenendo per mano gli orfani dei camerati caduti, commossi nella rievocazione mesta delle glorie della guerra e risoluti nel proposito sicuro delle discipline della pace. Animatore degli sforzi finanziari occorsi, realizzatore del risultato raggiunto, organizzatore fervido e geniale della nuova mobilitazione dei montanari congedati è il colonnello Bes, alpino nell’anima e nella tenacia, valoroso comandante del reggimento in guerra e incorreggibile poeta dialettale, innamorato come una sposa dei suoi alpini di cui ha cantato le virtù e le tradizioni, le glorie i sacrifici, la sagoma e il cuore. Ogni reggimento alpino alla sua fisionomia ed il suo carattere. Gli alpini del secondo stentano di essere i più scarponi fra tutti, i bocia, tozzi quadrati e flemmatici, tali e quali li ha cantati il colonnello Bes: Sensa cà deurmo per tera / Son soldà propri da guera / deurmo istess, se sensa paja / son soldà propri d’bataja! / brav filiass bogianen / doa ‘s pianto s’passa nen: / ferm al feupront a l’atach / tiro drit, son pa mai strach! — il secondo reggimento alpino scrisse durante la guerra fiere pagine di valore collettive di ardimento individuale. gli toccò l’onore di essere il primo reparto citato nei bollettini del comando supremo, quando il 25 maggio a Val d’Inferno il tenente Ciochino ed il caporale Vico ebbero a riassumere l’audace incursione compiuta nelle trincee nemiche con la frase rimasta storica : “i l’oumat fait pulisia”. Furono ancora i vecchi alpini territoriali del battaglione Val Matra ad immolarsi nella difesa di Val Calcino e da meritare l’onore di essere additati dal generale Diaz all’ammirazione della patria, come quelli che confermarono con loro sacrificio l’antico motto: di qui non si passa, insegne e vanto degli alpini nostri. I nomi dei 10 battaglioni alpini del secondo sono legati a quelli dei luoghi più famosi e sinistri della guerra: Pal Piccolo e Freikofel, Rombon e Cucla, Montefiore e castel Gomberto, Monte Nero e Monte Rosso, Vodice e Ortigara, Pasubio e Solaroli. Essi conobbero le più tormentate sanguinose vicende della guerra e ne vissero le più aspre tribolazioni. 4000 morti fra cui 130 ufficiali oltre 20.000 feriti rappresentano il contributo di sangue dato dal secondo alpini alla vittoria. Lo lo selezionarono varie ricompense collettive al valore con superbe motivazioni e le medaglie d’oro conferite a tre suoi caduti, del cui eroismo non è spento il ricordo. Sono il colonnello Luigi Piglione, umanista e filosofo che chi scrive il direttore di questo giornale ben ricordano fiero soldato coltissimo latinista, morto scuotendo i reticolati nemici sul Cukla dell’ardita impetuosa azione da lui guidata e diretta; il capitano Musso al cui magnanimo sacrificio al Ladin si inchinò il nemico riverente nelle solenni onoranze rese alla sua salma; il capitano Curti stefanino, gagliardo duce di un manipolo di alpini sacrificatisi nella indomita difesa di un ponte di alta importanza strategica. Il secondo alpini considera però anche un poco sua la gloria di altri eroi, che nelle sue file educarono la coscienza i tempi virarono la fede dalla medaglia d’oro Mario Beltricco, figlio della Val Maira, che ne disperati attacchi del settembre 1916 sul Pasubio aureolò della pura gloria del suo sacrificio il battaglione Aosta, al maggiore Albarello il cui testamento. Nella stretta della morte del baracchino sepolto della valanga, bara di morti e di morenti, e documento di gagliardo storicismo e di suprema bellezza ideale. Accanto a lui il secondo alpini ben ricorda il suo capitano Enea Guarneri che sepolto da una frana nel cunicolo scavata per la fuga dalla prigionia vieta ai colleghi angosciati di chiamare aiuto al comando austriaco che impedirebbe la loro salvezza e li esorta a pensare solo a loro. ” Muoio asfissiato nel nome d’Italia” scrive Carlo Albarello, ed Enea Guarneri morendo dice “la mia vita per i miei compagni”. Sono fatti di ieri ma già sembrano ora molti nell’aureola della leggenda del mito e si ricongiungono in una pari grandezza morale alle pagine più pura del martiriologio italiano. Formano insieme il patrimonio morale della patria ed il suo blasone nazionale. I numeri altri episodi potrebbero ancora rievocarsi e tanti altri eroi ricordarsi se al di sopra di tutti non stesse l’esempio che è più luminoso nella sua modestia e più alto nella sua umiltà di tutti da un agente semplice e operosa che creò con la grandezza del suo sacrificio le fortune della guerra e che martella con la disciplina del suo lavoro quelle della pace. Firmato Marcello Soleri
‘L doi ‘n Bataja, 21 ottobre 1923 – Anno I n. 1-
il primo saluto: a Sua maestà il re ed alle madri e vedove dei caduti. //Il secondo saluto: ai capi, ai mutilati, agli alpini fondatori, a tutti combattenti, a tutti gli alpini.
Il terzo saluto: a tutti fratelli dell’esercito, dell’armata, della milizia. Il quarto saluto:// a Cuneo possente e paziente, ai suoi eroi d’ogni tempo. // Il quinto? ai Bocia Alpini ed a noi! – Viva il RE!
An bataia. Sì battaglia ancora, sempre per la patria tant bela alla ricerca del nostro passato di vita vittoriosa, a svolgere il nostro presente di vita doverosa, a preparare il nostro avvenire di soldati, di cittadini, di alpini. An bataia sui nostri monti, al di là dei nostri confini, dovunque arrivano le nostre braccia, dovunque possa arrivare la nostra attività, il nostro spirito, il nostro cuore, dovunque ci porti l’interesse, dovunque ci porti l’amore, dovunque ci porti il destino. An bataia! Con i muscoli e nervi d’acciaio, con ideale fermo, con volontà costante, senza mai cedere, senza mai disarmare, ostinati a vincere, onestamente, nobilmente, ad ogni costo! An bataia! Con la fede dei nostri martiri, con il coraggio dei nostri eroi, fedeli al nostro re, fedeli ai nostri capi, a rifare la nostra disciplina, a formare la nostra educazione, a vincere intellettualmente, economicamente, ma soprattutto moralmente, con un ideale che si fondi sulla patria unita e salta, che nessuno offenda, che tutto il mondo abbracci. An bataia! Armando, lavorando, soffrendo: si se occorrerà anche soffrendo, con fermo proposito di salire, salire sempre. E se mai la patria tornasse ad essere minacciate offesa nei suoi confini, nella sua missione, nei suoi destini: alpini modestie forti del nostro doi glorioso dovunque siate, giovani e vecchi; an batraia con l’armi in pugno, sull’esempio dei nostri eroi, per la patria per il re. Savaia. firmato Can da guera.
Un pensiero prezioso. Preziosissimo per il nostro dolori perché è il pensiero che il generale a disposizione per le truppe alpine dedicò ai nostri 4000 eroi. Privo nel giorno della sagra solenne della presenza del tenente generale Lorenzo barco, il dolori può però in tale giorno dire a tutti, fratelli ed amici, come la sua festa del cuore buono affezionato agli alpini e ad ogni manifestazione alpina di patriottismo, del superiore capo, abbia trovato una profonda rispondenza di amore. Il secondo alpini e fiero delle parole che il generale scrisse al suo colonnello ringrazia sentitamente. La parola dei superiori che incita al bene e tanto più efficace quanto più sgorga dal cuore; e leggendo la lettera del generale barco che il dono in battaglia vuole fra le sue colonne, la prima, ognuno sentirà da quanta bontà di cuore, da quante elevatezza di spirito, essa sia stata dettata: e sarà piacevole ad ognuno trarne spinte volontà al ben fare. Le schiere invisibili dei nostri eroi saranno presenti davanti alla maestà del re a ricevere l’omaggio di tutto il reggimenti di tutti buoni e cari amici della provincia e del paese, riuniti come una volta sotto i gagliardetti gloriosi dei gloriosi battaglioni; si sappia e cioè dovere, che anche il nostro capo è con noi, profondamente avvinto a, religiosamente offerente con noi il suo cuore il suo affetto la sua venerazione e a chi tutto meritò perché tutto diede.
Roma 15 ottobre 1923, ” caro colonnello Bes, ho ricevuto la sua lettera dell’11 e ne la ringrazio. E purtroppo destino che quest’anno io non possa intervenire alle più belle feste alpine. Ho dovuto rinunciare al convegno di venire a perché impegnato a Roma fin d’allora nei lavori della nostra commissione d’esame per l’avanzamento a scelta dei capitani; e debbo ora per gli stessi motivi rinunciare alla cerimonia del 21. A lei prode valente capo di codesto insuperato secondo alpini, al quale L. tanto intimamente legata sia dai lontani e cari ricordi della gioventù, sia dei più recenti più severi vincoli della lunga e travagliata guerra, insieme valorosamente combattute gagliardamente vinta, io voglio dire con la certezza di essere bene compreso e fedelmente interpretato presso gli intervenuti, tutto il rincrescimento che provo nel non poter essere presente anche con la persona così come sarò interamente e religiosamente presente con lo spirito alla solenne funzione. Il mio cuore di alpino e di ideale capo delle truppe alpine, ai suoi palpiti più forti per tutto ciò che esaltandone le altissime virtù militari e civili, contribuisce ad onorare gli alpini. Che dire poi quando trattasi di feste come quella del 21 in cui tutto concorrerà a rinsaldare fra gli attuali difensori delle Alpi, i nobili sensi di fierezza per l’gloria dei loro maggiori e di solidarietà nel tacito ma tradizionale sacro impegno di non mai venir meno agli insigni esempi onde furono prodighi dalla loro fondazione ad oggi i Verdi d’Italia?
I vecchi e gloriosi battaglioni della fedelissima provincia hanno ben ragione di celebrare con solennità militare religiosa ad un tempo il loro valorosi 4000 che invisibile ma presente legione di spiriti, faranno dinnanzi alla maestà del re la loro solenne parata di loro marziale sfilamento, sulla destra ed in testa dei loro fratelli minori e dei loro familiari! Col rievocarsi dei ricordi e col ravvivarsi degli affetti, in quel giorno si rinnoveranno le usate care parole della fratellanza fra le fiamme Verdi, vigili, in vite non mai dome è custodi dei più sacri tesori della patria; e si ripeterà da tutti il solenne giuramento di fedeltà alla gran madre, ed all’Augusta persone che tanto esemplarmente ne regge destini. Per tutto quello che rievoca del glorioso passato vicino lontano, per tutto quello che promette per l’avvenire, la vostra festa mia fervido ed entusiasta aderente; adesione di alpino agli alpini, assai prima ed anche più che adesione di capo i propri affezionati dipendenti. La prego mio caro colonnello di farsi presso tutti gli intervenuti interprete spiritualmente intelligente quale ella è di queste mie parole e più ancora dei sentimenti profondi che le dettano. Mi annoveri fra i primi che davanti al monumento così genialmente concepito generosamente realizzato la memoria dei Prodi, quasi come a domestici Lari, faranno il saluto delle armi e offriranno l’omaggio reverente ardente dello spirito del cuore. Affezionato generale Lorenzo Barco.
seguito del ‘L doi ‘n bataia % – orazione inaugurale pronunziata dal comandante del Dòi – colonnello cavalier ufficiale Michele Celeste Bes nella caserma Vittorio Emanuele III – Cuneo 21 ottobre 1923
alpini, combattenti, madri, vedove, orfani, rappresentanze, spiriti eroici dal desio chiamati dalla nube i lidi africani, dall’Alpe tutta: siete presenti?
Maestà, 4000 alpini caduti, migliaia e migliaia di dolorosa di orfani di guerra: 40.000 combattenti alpini: i combattenti e le famiglie dei nostri eroi della provincia: umido il ciglio, commosso il cuore: Son tutti i presenti! Ed ora eccellenza, monsignor vescovo, scendete ad insultarli “hossa umiliata!” Benedice questo altare di gloria e sacrificio; benedite il nostro re, all’Augusta nostra origine tutta la famiglia reale; benedite i nostri eroi, le madri, le vedove, le spose, i figli dei nostri caduti; benedite le guardie d’onore delle addolorate, i capi, i combattenti alle loro famiglie, tutti i presenti in un corpo, tutti presenti in i spirito.
Eccellenza benedite i nostri soldati, i miei alpini! Come al campo i nostri cappellani alla vigilia d’ogni nostra Pasqua, prima e dopo il sacrificio. (Il vescovo benedice – un minuto di raccoglimento – risale al palco).
Maestà, gli alpini portano fortuna! Figli della roccia, figli delle nevi, sono figli di Dio! Ho nella tormenta che flagella, o sotto il fuoco che schianta, o maestosi sulle punte scottanti gli orizzonti, o rotolanti come massi giù pei dirupi, vigilanti o silenti, vivi o morti, aquile che proteggono; aquile che conquistano; la loro preghiera è semplice, la loro preghiera è pura! Iddio l’accetta il esaudisce; sono incrociati dall’Alpe; sono i prediletti al sacrificio! Una preghiera ardente hanno innalzato sul Alpe delle scorse settimane, con le madri e sorelle inginocchiate ai piedi dei piloni; portando fiori, i bianchi fiori alla Madonna della neve, della roccia o delle grazie!
Chè vostra maestà e l’Augusto sovrano uscissero dall’angoscia che serrava il cuore; chè le auguste principesse si dolci di grazia e di bontà delle nostre campagne, uscissero salve dal truce morbo che le tormentava; chè che sulle auguste labbra di vostra maestà e dall’amata regina d’Italia tornasse il sorriso che incanta; Dio ha esaudito gli alpini che sempre sulle eccelse vette porto di voti degli italiani! Figli degli eroi dell’Alpi che hanno difeso nei secoli la patria, custodiscono gelosi in alto la fortuna della gloria dei secoli, di vostra Augusta casa perché guidi sempre ai più alti destini la fortuna d’Italia. Ecco il monumento! L’abbiamo voluto qui questa altare di sacrificio e gloria i nostri eroi caduti; qui dove essi sono con noi i partiti, dovessi con noi più non sono tornati: dove pianta amo il nostro Labaro di gloria al suo arrivo con l’aquila; dove un’di ai miei aquilotti in giuramento dissi: “alpini vi è una legge che non muore quella della fedeltà al re e dalla patria!” L’abbiamo strappata l’idea ad un episodio vissuto la battaglia ardita coronata, dove voi del Ceva e Saluzzo foste eroici. Vostra maestà in alba la provata con l’Augusta firma: lo scultore monti con arte maschi ha, alpina, la degnamente sublimata. A far bandiera la ditta Berning Nicoli ci ha offerto il marmo verde antico di Val Maira, la ditta Cassini di Tenda quello di Val Roia! Il rosso e il bianco l’avevano già messo i miei alpini versando sangue sulle nevi. Altre ditte generose ci diedero calce e trasporto. Ufficiali sotto l’armi e in congedo di tutti i miei alpini esemplari diedero giornate di stipendio e di cinquina. Parecchi municipi ha fatto strappi loro magri bilanci. Donne sorelle gentili hanno raggranellati preziosi contributi anche uova di gallina. A 20.000 montano le offerte. A gettare le basi finanziarie abbiamo rilevato anche i bachi da seta. Poi siccome i nostri eroi vogliono rocce e vette anche da morti, i miei alpini si sono dati a rotolare giù dalle cave blocchi macigni per ricostruire la vetta che li glorifica in bronzo e roccia. Anche i muli pazienti, instancabili dei trasporti hanno fatto tutto il loro dovere. Nel mentre 4000 piantine hanno messo in buche i miei alpini sull’alte care e così sarà in ogni anno a rimembranza-questa la consegna-perché nel verde delle piante ogni loro ricordo viva, perché la montagna non muoia. Opera di volontà, di disciplina, d’amore, di plebiscito, coronata maestà frattanto amore della vostra Augusta presenza. La storia! Chi sa dirla? Gli alpini piemontesi non scrivono la storia: la scolpiscono da secoli nella roccia con gli acidi del sudore del sangue. Forse per questo hanno aspetto più magro e più patito, certo per questo hanno tempra salda e muscoli d’acciaio. La storia! Bisogna andarla a cercare sulle rupi dei monti, sulle ambe eritree, sugli scogli di Derna, nei deserti di Libia, su ogni roccia dallo Stelvio al mare, all’Albania, anche a Valona anche sulla sponda sacra del Quarnaro, : ovunque vi si affaticano sangue. Gli alpini delle due all’Adua muoiono allineati. Suona la Diana: Tripoli bel suol d’amore, domani partirai per primo, Saluzzo meraviglioso nell’aspra battaglia fra i burroni di Derna, strapperai sfiniti marinai nostri dall’imboscata; darà il fatiche e sangue in tutta la campagna. Ogni battaglione corpo tornerà esaltato, tu umile e modesto tornerà il pago d’aver tutto dato di nulla chiesto. L’Europa è in fiamme: “an bataia” sulle guglie bianche dorate della Carnia a scavare strade soffrendo geli mentre l’esercito si prepara. Scoppia in primavera risonante inno di Mameli. Dal piano dell’Inferno a Monte Cullar battaglioni permanenti e di Valle an bataia a scolpire sul Pal Grande, sul Freikofel, sul Pal Piccolo la storia alpina più aspra contro il nemico più pugnace. A voi sottotenente Ciochino e sergente Vico la prima medaglia e al corpo fama alpina varcando la frontiera. Si parla di medaglia d’argento al Dronero. È tempo di battaglia non di medaglia. La medaglia sarà d’oro, la guadagnerai tu capitano Musso al Rio di Lanza fiera ferita che non cede e lo stesso nemico meravigliasi che con solenne pompa militare per primo spontaneamente esalta. Conquista la sua più brillante fama il terzo alpini a Montenero. Artefici di quell’impresa sono pure figli del secondo: Etna, Fabre, medaglia d’oro Pettinati ieri riesumato oggi glorificato Caporetto; Arbarello il arrampicatore audace che la vetta conquista. Poi sotto valanga muore nel nome di taglie lasciando un testamento di eroismo che tutto monumento. Altro scarpone del doli strapperà sotto in fuorviante tormenta la benda prestata vetta del Cukla, che tu solo riavrai gettandoti all’assalto in testa al tuo Saluzzo meraviglioso, finalmente premiato; Luigi Piglione gloria d’oro del reggimento, gloria d’oro del corpo ieri riesumato, oggi glorificato, avrei presto accoglienze d’amore davanti a questo altare. Furono parte del 2°: conquistatori di ardita vetta Buffa di Perrero sangue che non mente, e Trossarelli: guadagnandovi sul Carso e allo Sleme alla testa dei valorosi fanti la medaglia d’oro. Buon maestro il Trossarelli al mio capitano Beltricco medaglia d’oro, sangue del Dronero, gloria dell’Aosta che sulle spianate trincea apre il varco i suoi soldati col corpo lacerato e glorioso. Quanti ufficiali reparti del secondo fan da capisaldi vivi dallo Stelvio al mare eroicamente tenendo conquistando con valore d’oro: e nelle mischie furiose riaccese in Carnia, in Val Dogna, alla Rombon, a Monterosso e sull’Isonzo e sul Carso. Viene la superbia punitiva. Battaglione Argentiera, Monte Viso e Val Maira, aquile del secondo volate dal Montenero a Monte Fior e Castelgomberto sugli altipiani. Qui sta la salda nel sangue la vostra gloria. Come a Monterosso non si passa! Vi stanno i pasquali, i Jordan tengo. Poi volate aquile ferite, ma non spettinate su al contrattacco vittorioso fino alla Caldiera. Il Bicocca intanto si sfracellerà nell’assalto a Monte Rosso, poi passerà col borgo San Dalmazzo già provato, a perdere sul tragico Rombon con un altro attacco, il 60% degli ufficiali e truppa: Ivi, maggiore Giacoma, introvabile non bastando i mezzi attaccherà e in testa col frustino in mano gridando Savoia; e tu maggiore Morelli rimarrai schiacciato sulla trincea frammezzo i nostri alpini. Sugli altipiani il progetto K rimandato prepara all’Ortigara, sull’alto Isonzo l’inverno burrascoso di incessante neve e valanghe vi butterà giù alpini miei del 1° e del 2° introvabili, nei burroni senza nome, senza croce, senza tomba. A primavera la battaglia concentrata del più grande sacrificio alpino: la battaglia di incolparti non colpevoli; dove tu Bicocca ti farai distruggere sull’Ortigara conquistata col tuo maggiore Panizzi sfracellato in testa dove pure voi del Val Maira e del Val Stura perdeste ancora il 60% degli ufficiali e truppa. L’estate ci regala la Bainsinza, l’autunno ci regala Caporetto. Battaglioni borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo a riposo sulle trincee del Rombon cruento a voi la gloria di resistere anche se Plezzo crolla.Saluzzo rintuzzarai primo l’avversario. Quando solo l’ordine vi ripiega, sotto ogni fuoco e tormento sulla via crucis del ritorno, lasciate corpi sfiniti a brandelli della neve rossa, senza lamenti; resisterete ancora furiosi al Prevala fino a che la marea non vi travolga. Accorri Bicocca, accorrete Argentiera e Monviso dagli altipiani, aquile in volo di battaglia, senza posa alla stretta di Saga, a Monte Stol. Qui Argentera all’intimazione di cedere formi il quadrato e col tuo comandante in testa alla baionetta apri la via. Una parte battaglione Cuneo sciatore, dallo stesso nemico ammirato. Ti farai distruggere a Monte Badenecche piuttosto di cedere. Poi a te ancora sempre a te Val Maira invincibile in Val Calcina scrivendo col sangue il “non si passa”! Di là alla tua medaglia: il battaglione Val Maira con ferrea tenacia e con superbo valore, per tre giorni consecutivi resisteva all’impeto di un’intera divisione nemica saldamente tenendo con l’eroico sacrificio dei suoi alpini le tormentate trincee contrattaccando ogni ora con un manipolo di Prodi riusciva ad inchiodare l’invasione sulla linea che la patria aveva additato per l’estrema resistenza. Val Calcina 13 novembre 1917. Aveva già dato prova fulgida di abnegazione e ardimento sul Pasubio in aspre giornate di battaglia: 18,19, 20 ottobre 1916. Nel mentre tu Stefanino Curti di famiglia eroica al Ponte Vidor novello Leonida alle Termopili sempre rintuzzando fino alla morte coi tuoi alpini di guadagnarvi la medaglia d’oro, e tu capitano Guarneri cuore d’oro Leonino, imprigionato nel corpo non nello spirito, bucavi di notte la terra per tornare alla battaglia fino a rimanerne Pietro Micca chiuso e soffocato. Otto battaglioni su 10 del reggimento si fanno distruggere scogliere viventi contro l’irrompere avversario. Il secondo alpini dopo Caporetto potreste quasi tutto già trovarlo nei numerosi nomi delle lapidi che adornano di gloria anche il più piccolo Comune della provincia. Per questo l’Argentera diventava Borgo San Dalmazzo, il Val Stura la 18ª compagnia, il Val Varaita Fenestrelle. DFB del 99 rifaranno il Cuneo distrutto o andranno rinforzare morire degli altri gloriosi battaglioni alpini d’Italia. quando suonerà la Diana della riscossa il armata ariete del generale caviglia vibrerà il colpo irresistibile e il generale conte Petitti di Rovereto volerà su Trieste, il Cuneo glorioso filerà vittorioso con altri su Bolzano catturando intere divisioni di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo attraverso i mari attraverso i monti volate ora Dronero e Saluzzo in Albania contro il nemico che agguata, contro la febbre che uccide. Lì fermerai Dronero superbo scudo a loggia, i rivoltosi in massa, poi li rintuzza era ai ridotto manipolo d’onore alla baionetta sullo scoglio di Valona: sì che in tempi di miseria morale ne riparlerà il mondo del tuo valore e del valore alpino. Poi ripiegate due aquile gloriose! Vi attende il lido doloroso del Quarnaro, ahi! Sotto l’insulto il fuoco dei fratelli. noi ubriachi? No! Venduti, no! Ubbidienti si, sempre a scrivere con altri battaglioni di alpini, fanti l’ultima dolorosissima pagina “dovere” . % nel seguente file …
% dal file precedente discorso di Bes … Questa in rapido volo la storia del reggimento muto. Gli storici venturi potranno cercarla nei libri forse; ma farà meglio a ricercarla nella geologia di un’epoca tragica, vittoriosa, alpina. Gli storici moderni possono ancora trovarlo nelle carni straziate dei mutilati dei segni onorifici dei feriti, dei visi emaciati dei nostri 4000 orfani, nei tuguri silenti, nei rosari di lacrime delle madri spose e sorelle. L’alpino del secondo faceva la guerra come un ordinario lavoro tenace, di sacrificio, da soldato di razza non per il timore di pena o speranza di ricompensa. Ogni picco di roccia conquistata diventava sacro più non lo cedeva. All’attacco era irresistibile. Generoso, umano, l’uccider era mezzo non fine! “Maslo nen sarà en pover pare”! Ecco ciò che io sentito al Cornone, della trincea fumante funambolesche mente conquistata. Modesto non si vantava mentre gli altri buon camerata ed ammirava. Per questa modestia e il reggimento che a meno medaglie. Nel d’Olivier la sua fama. Se un nostro alpino reclamo una ricompensa perché non si dica che non ha fatto la guerra, è quella sola che vostra maestà voluto sul petto: la croce di guerra! Ora da questa storia fiera a venature d’oro e d’argento, ma di macigno e di sacrifici o ingente, da questo monumento di vetta conquistata per la patria tant bela dove padri, figli, nipoti, la stessa gloria tessendo di sacrificio e di amore si lacerarono le vesti, le carni assieme per piantare vittoriosi in alto la bandiera; balza o alpini balza o cittadini un’insegna mento che è insieme ammonimento e comandamento. Dello grido commosso in nome degli eroi, davanti alla maestà del re i reduci della patria della vittoria. Ai piedi di questo altare, di qualunque altare di sacrificio di gloria, ogni partigiana dire inutile alla patria, si deponga! Si uniscano gli sforzi nell’amore, la patria è eterna. Servirla è dovere! Ecco il precetto servirla uniti nell’accordo o dell’amore senza egoismi, fino al sacrificio più umilmente. Gli alpini del secondo, gli alpini tutti in accordo di spirito di cuore hanno servito la patria con patimenti e sangue e senza egoismi umilmente. Giovinezza! Giovinezza! L’storia e vita che circolando passa, che morendo torna. Il vecchio muore perché la patria viva! Questa ha radici roccia della Historia dei secoli. Egli è il tronco, tu sei il seme, la gemma od il virgulto. Lascia che circoli la vita! Ti saluta e ti esalta nella bandiera che ci ha portati in alto. Ti saluto e ti esalta perché la porti simbolo e fede sempre più in alto oggi ancora per la patria domani è sempre per l’umanità. E grida pure il tuo grido bello eia! eia! eia! Alalà! Ma sovrano su tutti la legge il fatidico che ci ha risorti che ci ha uniti che da secoli noi alpini corso studiamo, che ogni cuore dell’attacco ha lanciato, che ogni labbro morente a palpitare atto, che l’alpino nostro dalla rupe vittoriosa grida: Savoia! Savoia! Savoia! Viva il re!
Canto dei martiri. Ho martiri d’Italia risorgente, o vecchi soldati, territoriali alpini per primi chiamati all’inizio delle battaglie, che tre ceste giovani ancor inesperti le linee delle trincee e liquida aste nella difesa di esse, come il padre dirige il figlio nei primi passi della vita; e saldi al vostro posto senza dir parola, lasciando che parlasse per voli religioso dovere che stavate santamente compiendo, avete aspettata la morte: e siete morti con l’Italia nel cuore, butti, interrogando e parlando con gli occhi all’ultimo sole che moriva con voi, ma che sapevate sarebbe risorto il giorno dopo a salutare per voi è baciare per voli le vostre spose e i vostri figli: o santi martiri risorgente! O soldatini imberbe delle ultime classi che arrivaste nei luoghi dolorosi e gloriosi nei momenti della maggiore sventura; con la faccia rosea, mezza nascosta sotto l’elmetto che vi pesava sul capo e dal bavero della mantellina che vi saliva fino alle orecchie, infagottati nelle divise troppo grandi, con l’espressione tra lo spaurito il curioso, non rendendovi ancora conto dell’immensità del sacrificio quale eravate chiamati: ed arrivando cercavate riparo presso i più vecchi buoni soldati, nelle tende dei vostri ufficiali, che vi tenevano presso di loro e li proteggevano con una mamma protegge i suoi bambini; o grandi bambini che siete morti anche voi siete morti quasi inconsciamente, così senza sapere il perché, sapendo solo che avevate un grande dovere da compiere il avete mirabilmente compiuto: o santi martiri anche voli risorgente! Ho martiri doppiamente martiri che nella prigionia siete morti della morte più orribile alla quale possa essere condannato uomo: italiani disgraziati che non avete potuto rendere la vita la terra vostra che nell’aveva data e che solo su di essa aveva il diritto; in terra straniera nello spettro di una bandiera non nostra, in oscure fredde valli, chiusi in tetri campi di concentramento baracche nere, allineate, strette d’affitto reticolato oltre il quale per voi non c’era più mondo; il i siete morti salutando la patria lontana attraverso le stelle del firmamento comuni a tutte le patria; attraverso le stelle unica visione che lavori la barbarie nemica non poteva impedire: le stelle che vedevano voi, vedevano pure la vostra casa, i vostri campi, i vostri santi amori piccoli e grandi e in quella tenera visione di menti cavate per un momento tutta la vostra sciagura; e siete morti così tristemente senza un bacio d’amore, senza una parola amica avendo per ultimo Dio non il bacio della mamma vostra, ma il bastone forse dello sgarro austriaco: ho martiri risorgente perdonate i vostri nemici; essi non sapevano quel che si facevano, il vostro sacrificio era troppo grande perché si potessero comprenderlo. Of interessante di tutti voi che siete caduti nella gloria per l’onore di tutti, ed avete data tutta la forza più vitale del sangue vostro, della vostra giovinezza della vostra virilità, da tutte le terre straniere, da tutte le terre che custodiscono gelosamente le vostre salme, da tutte le tombe sparse qua e là tra i monti, nei ghiacciai, in mezzo le nevi composte dalla pietà e dall’amore dei soldati con quattro sassi, un po’ di terra, un fiore e due pezzi di legno scritti a matita legati con un filo d’erba in croce, dal Carso infuocato, dalle martoriate rive dell’Isonzo, dalle vette gloriose, dalle pianure insanguinate, dalle sponde vittoriosa del Piave: ho martiri risorgente. O tombe scoperchiatevi e lasciate levare i morti! O martiri risorgente il canto di Garibaldi richiamò un giorno, vi chiamo oggi e vi chiamerà sempre. ! Perché verranno altri martiri. Perché il cammino dell’uomo non si deve fermare mai. E così il cammino della patria. Perché la vita è vita solamente quando è aspirazione continua verso luci sempre maggiori, e non consiste nel raggiungere la meta. Perché quando la raggiunta la vita finisce. E l’Italia avrà bisogno di nuovi martiri per le sue nuove grandezze. E i martiri di tutte le taglie future cadranno nelle future battaglie e risorgeranno alle celebrazioni di ogni futura vittoria. È il canto di Garibaldi si perpetuerà in eterno. Firmato capitano Nino Brunetti
segue poi articolo storico su ciò che fece il doi in Eritrea, in Libia e nelle G.G. + le cose più grandi … + altri articoli interessanti ..
poi un poesia di Giannettino Pro monumento caduti 2 alpini: “Lalpin che passa” parole e musica del cap. Nino Brunetti (carina)
Infine le disposizioni per la sfilata davanti al Re …
La Provincia di BS, venerdì 21 dicembre 1923 – l’eroica brigata Toscana celebra i suoi caduti i suoi fasti in un’imponente raduno di popolo – la magnifica orazione di Sua eccellenza Luigi Gasparotto
La Provincia di BS, venerdì 21 dicembre 1923 – l’eroica brigata Toscana celebra i suoi caduti i suoi fasti in un’imponente raduno di popolo – la magnifica orazione di Sua eccellenza Luigi Gasparotto
Al Teatro Grande solenne per accolta di popolo in ardore di fede, furono ieri sera celebrati i fasti dell’eroica brigata Toscana. Una selva di bandiere radunate sul palco formava uno sfondo suggestivo al colpo d’occhio che presentava il nostro massimo teatro vivo di luci, di nomi e di slanci. Erano rappresentati i seguenti sodalizi: associazione lupi in congedo, associazione mutilati, associazioni madri e vedove di guerra, combattenti, reduci P.B., reduci di guerra, associazione alpini, battaglione Tito speri, veterani, combattenti gruppo Postete-gratonico, società l’esercito, società Dante Alighieri, garibaldini, milizia nazionale, circolo Mameli club liberale, associazione Bersaglieri Lamarmora, gruppo combattenti ferrovieri, eccetera. Una rappresentanza con bandiera aveva mandato la sezione lupi di Milano. La cerimonia si inizia al suono della marcia reale eseguita dalla banda del 77º e dell’inno dei lupi. Il presidente della sezione lupi, colonnello Carboni, presenta l’oratore Sua eccellenza Luigi Gasparotto, il fante valoroso il modesto, esaltatore di legno efficace del fante d’Italia, il saggio uomo di governo che in tempi difficili seppe con polso fermo mantenere viva la fiamma redentrice della nostra guerra. A lui rinnova il ringraziamento dell’associazione lupi e del popolo di Brescia per aver accettato di celebrare le glorie dell’inflitta brigata Toscana in una cerimonia che non è accademia ma un doveroso omaggio ai morti gloriosi per l’Italia il colonnello Carboni da quindi lettura delle numerose adesioni pervenutegli tra cui quella di Sua eccellenza l’onorevole Bonardi, del generale Menarini, dell’Onorevole Merlin, del capitano Formisano, dell’onorevole Bresciani eccetera.
Parla l’onorevole Gasparotto. Sua eccellenza Gasparotto salutato da un applauso vivo, prolungato. L’oratore del quale ci this pensiamo di rilevare la fiamma della fede e la nobiltà della forma inizia il suo discorso con un toccante episodio. All’indomani dell’armistizio egli narra, entrato nel cimitero di Aquileia si fermò davanti ad un enorme masso portante inciso il nome di Giovanni Randaccio. Il lupi, esclamò il compagno che lo seguiva e quell’appellativo risveglio nell’accesa immaginazione l’epopea storica della brigata Toscana. Oggi continua l’onorevole Gasparotto, sono qui a commemorare la bella eroica brigata lieto di farlo in questo 20 dicembre 41º anniversario del sacrificio di un giovane biondo di Guglielmo Oberdan offertosi alla morte per affermare la vita immortale della stirpe italica. Dopo che l’oratore che avvince fin dall’esordio l’attenzione del pubblico imponente, ha inviato al duca d’Aosta, al duce della terza armata, che mai dubitò dell’eroismo e della fedeltà dei soldati d’Italia, il saluto augurale, segue la brigata Toscana da val Daone al Sabotino a Oslavia, al Podgora, a Gorizia e la sua parola è un canto di amore e di gloria che eccitando alla commozione trascina all’applauso. Il classico episodio del valore dei lupi resta la presa del Sabotino, episodio sufficiente a segnare di gloria la vita di una brigata: quale altra brigata può dire di avere in 40 minuti sconvolte munitissime difese come quelle del Sabotino? Il passaggio della brigata lupi da Gorizia alla pietraia del Carso suggerisce all’oratore un efficacissimo pauroso quadro della vita tormentata del Carso. Parlare del Carso, esclama l’onorevole Gasparotto, vuol dire parlare del martirio perenne del fante: non solo la puntaglia atroce, il riposo stesso ivi era una agonia. E se il Carso ha dato ai lupi tutti i i dolori, a loro ha dato la gloria della vittoria del Veliki e del Faiti, bianchi scarnificati segni della morte. La guerra dei lupi come una leggenda di tempi eroici, corse per tutto il fronte: compagnie della morte furono chiamate le compagnie della leggendaria brigata. Tutte le armi ci sono care, afferma con trascinante impeto l’onorevole Gasparotto, tutte hanno scritto pagine di gloria, ma soprattutto non ci sono care i fanti, i poveri fanti sbrandellati. Dove passa un fante scopritevi, ivi passa non la miseria dell’arma più umile ma le glorie dell’arma più santa.
Il destino che non era stato avaro di gloria coi lupi, il cui nome l’Italia gridava per tutte le sue vie, sospinse l’eroica brigata sul Timavo. L’oratore con mirabili figurazioni da cui sorge tutta la tristezza di quella terra di morte, ricorda il tormento di Flonda, sepolcro di fanti, gli assalti magnifici al cospetto dell’Hermada, sfinge impenetrabile, il sacrificio di Randaccio e l’impeto di Gabriele D’Annunzio al quale invia il saluto memore di Brescia orgogliosa di ospitarlo sul lago rifatto italiano, eternamente italiano. La tristissima parentesi di Caporetto trovò l’eroica brigata sugli altipiani e ancora una volta il nemico con so contro la muraglia infrangibile. Che sarebbe avvenuto se il nemico avesse potuto dilagare, debordando i lupi? Pieghiamo la fronte agli eroi degli altipiani e del grappa; la rotta di Caporetto doveva finire sul grappa e sul Piave in rinascente fortuna delle armi italiane. L’oratore con impeto crescente distrugge l’ignobile voce che colpì all’indomani del disastro di Caporetto il nome del fante italiano: il soldato non ha tradito, grida l’onorevole Gasparotto e l’accento della voce dice la convinzione dell’animo, il soldato non ha tradito: dove i comandanti vollero che si combattesse, il fante si batté con sempre eguale slancio e con eguale sprezzo della morte; la verità spartana di Enea Guarneri di Passirano rimane a simbolo dello spirito e della disciplina del fante italiano. L’onorevole Gasparotto ritrae le giornate del giugno 1918, l’ultima disperata baldanzosa prova del nemico: con appassionata rievocazione canta lo slancio eroico della giovinezza scaturita dalle glebe e dalle zolle della patria e alla patria immolantesi con giocondità. La vittoria del 4 novembre suggerisce fulgori di immagini e saggezza di considerazione all’oratore. Bisogna aver vissuto quelle giornate per comprendere come si ama la patria quando sia alla coscienza di averla salvata. Sublime nella concisa saggezza della parola e la rievocazione che l’oratore fa del trionfale trasporto della salma del milite ignoto dalla romana basilica di Aquileia al Campidoglio. L’onorevole Gasparotto, verso il quale il pubblico è andato sempre più convergendo la sua attenzione, conclude la nobilissima orazione cui l’alto ingegno ha dato sapienza di moniti, e il cuore compito di passione e la cultura la tornita bellezza della frase, facendo l’appello degli umili e grandi Lupi bresciani caduti.
Al nome di Ugolini Bruno il padre professor Ugolino risponde: presente. Un applauso lungo, fremente scoppia nella folla. L’onorevole Gasparotto dopo aver salutato con parole di confidente conforto i superstiti della leggendaria brigata chiude il suo discorso con questo monito: cittadini, dovunque passa una dama del dolore, scopritevi; ovunque passa un mutilato cedete il passo, ovunque passa un combattente ricordate che passa la gloria della patria. Fervore patrio. Lo all’onorevole Luigi Gasparotto viene rivolto dall’imponente uditorio un triplice applauso, applauso che ha il fragore del tuono, all’empito di un ardore trasportante. Dopo la marcia reale il pubblico chiede a gran voce gli Inni patrii: sono eseguiti dalla musica del 77º l’inno dei lupi, l’inno di Mameli, giovinezza e l’inno di Garibaldi salutati tutti da frenetici applausi. Serata di ardore patrio quella di ieri sera: cerimonia magnifica nella quale hanno vibrato all’unisono sentimenti di dolore e di conforto, di speranze, di fede e di nostalgie; rito sacro illuminato da una pura vivida luce di gloria nel nome sacro dei gloriosi gruppi caduti per la patria. E bene ha fatto l’associazione lupi a rinverdire nel non immemore pensiero della gioventù bresciana i fasti dell’eroica brigata Toscana che alla luce delle leggenda infutura nei secoli la gloria delle sue vittorie.
Il Mezzogiorno sabato 12 e domenica 13 maggio 1923 – spedito al com. GB Guarneri e scrittura autografa di Piero Pieri . La nostra guerra: a proposito di Cadorna …
Gli articoli del nostro collaboratore Silvano Fasulo hanno suscitato impressioni e commenti in gran numero. Fra le molte lettere che ci sono giunte, crediamo opportuno dare posto a queste osservazioni fatte da persone che sulla guerra porta il giudizio della sua diretta esperienza.
Ho letto con vivo interesse la recensione di Silvano Fasulo al diario di Mussolini e specialmente l’articolo dal titolo abbastanza impressionante apparso il 27 aprile u.s.: Mussolini promise il processo a Cadorna. Gradirei che fossero concesse a me, interventista della prima ora e combattente, alcune osservazioni in proposito. Comincia a esser noto come sia ricca di splendori e di ombre la nostra guerra. Trovo però ingiusto che a Cadorna siano attribuite soltanto tutte le ombre. Per il Douhet della cui autorità il Fasulo si vale “dei 500.000 morti, 400.000 sono morti non per la patria ma per insipienza dello Stato Maggiore. Cadorna s’era fermato ai trattati scolastici del suo tempo.” Ma di grazia, Cadorna e lo Stato maggiore sono la stessa cosa? In tutto l’articolo del Fasulo e nelle citazioni non lo si distingue mai. Secondo il Douhet la guerra si poteva fare con sole 100.000 perdite? La Francia ha avuto, senza le truppe di colore, 1.300.000 morti, la Germania quasi 2 milioni, l’Austria Ungheria 800.000, l’Inghilterra senza le truppe coloniali 650.000. E allora una delle due. Ho la nostra guerra e era quasi una bolletta rispetto a quella degli alleati, o anch’essi – malgrado le tradizioni militari più sode e i comandanti che si vorrebbero superiori al nostro Cadorna- hanno avuto anche fatte le debite proporzioni perdite al meno quanto noi. Come mai poter restare così a lungo alla direzione dell’esercito un generale che si era fermato al 1859? E come mai il popolo di taglia di cui ero abbonato il lettore assiduo, fino a Caporetto continuò a farne grandi elogi? La ragione mi parrebbe una sola: in Italia vi erano poche tradizioni militari, molti degli improvvisi interventisti da anni e anni aveva predicato che non ci sarebbero state mai più guerre, socialisti e pacifisti si adoperavano a diffamare l’esercito. L’opinione pubblica non s’occupava di questioni militari ed era del tutto incompetente ad esercitare una critica e un controllo, come avveniva in Francia e in Germania: la carriera militare screditata, era riservata troppo spesso chi non riusciva negli studi. Ne seguì un alta gerarchia militare assai scadente. La colpa è proprio di Cadorna? Tutt’al più anch’egli sarebbe stato l’esponente della situazione creata da pacifisti e da socialisti. E del resto non è forse vero che di quei generali di cui il Fasulo parla con tanto disprezzo, ben 217 furono eliminati da Cadorna? E non fu questa dunque una sua grande benemerenza, anche se in qualche caso particolare sbagliò? Non è mai capitato il signor Fasulo, come capitò a me tante volte, di vedere i comandi di divisione o di brigata ridersi delle circolari di Cadorna? E di restare scandalizzato dell’indisciplina, della maldicenza, del disfattismo di tanti ufficiali altolocati? E di provare un senso di sollievo vedendo ogni tanto che qualcuno di quei signori era messo da Cadorna in condizioni di non nuocere? È purtroppo vero che nel 1915 non si fece tesoro dell’esperienza di guerra del fronte francese, ma è anche vero che moltissimi si illuse che l’intervento d’Italia avrebbe deciso la guerra in pochi mesi. Si credette perciò di poter fare la guerra di movimento. Fu solo Cadorna partecipare a questa illusione? E il fargliene una grave colpa non significa un po’ giudicare col senno di poi? E come è noto, l’offensiva dell’ottobre 1915 ci fu quasi imposta dai francesi, e i mezzi tecnici del nostro esercito erano ancora scarsissimi. Ma nessuna disposizione di Cadorna prescrisse che si rompessero i reticolati coi petti e coi denti. Ancora anche qui non si può rovesciare tutta la colpa sul generalissimo, ma bisogna riconoscere il merito di aver mandato via tanti macellai. L’errore più grave invece fu fu sempre a mio avviso nel cattivo impiego delle riserve, del fermarsi sulle posizioni conquistate, nel non fare azioni avvolgenti. Che poi il Comando Supremo (vuol dire Cadorna?) Non facesse mai tesoro di nessuna esperienza, mi pare un po’ eccessivo. Mi sembra che in vista del nuovo modo di guerreggiare si quintuplicate se l’artiglieria, che si decuplica cassero le mitragliatrici e si creassero le lombarde e si può dire l’aviazione, per non parlare d’altro. Questo si fece forse contro la volontà di Cadorna? Riconosco che fu assai male ispirato il Cadorna quando emanò il bollettino del 28 ottobre 1917 in cui accusava le truppe di codardia. Ma anche il generale cappello per il quale il Fasulo pare abbia molta simpatia-e e sì che tutti sanno qual senso psicologico avesse di fronte al soldato!- ha rivolto nei suoi libri suppergiù le stesse accuse alle truppe e non solo per la rotta di Caporetto. E perché due pesi e due misure? E ricorda il Fasulo come furono trattati soldati italiani reduci dalla prigionia? Allora Cadorna non c’entrava! La lettera di Mussolini subito dopo Caporetto senza dubbio è interessante. Colpa degli interventisti e l’aver consegnato la loro guerra gente che non la sentiva, non la voleva, non l’accettava. Si deve dire questo di Cadorna non piuttosto dei generali che mandò o non fece a tempo a mandare a spasso? “I reggimenti che si sono arresi senza colpo ferire appartengono al Piemonte”. E quali sono? Ne citi soltanto mezzo! E come mai il Fasulo che si scandalizza ragione del bollettino di Cadorna, non si scandalizza delle parole che pubblica e che mostrano come Mussolini non si staccasse molto allora in questo dal punto di vista di Cadorna? Dei tratti sfondati non vi erano brigate di fanteria piemontesi; ricorda invece che proprio il battaglione piemontese degli alpini Dronero annientò il 24 ottobre 17 sul rombo un reparto d’assalto austriaco che il battaglione Monte Albergian tenne la cima del Pleka meritandosi la medaglia d’argento al valore che il battaglione Monte Argentera si immolò contendendo forze nemiche decuple, il 25 ottobre, la vetta dello Stol! È molto doloroso vedere come anche oggi poco o nulla si sa dei più del come si combatte la battaglia di Caporetto! Lo sfondamento grave avvenne sui fronti della brigata Caltanissetta Taro e Spezia: con tutto questo se i rinforzi fossero giunti a tempo e se l’artiglieria avesse sparato, la falla si sarebbe presto turata. Questi si sarebbero punti da chiarire! Lo sfondamento della prima linea sul Piave sul grappa, il 15 giugno 1918 fu ben più ampio che a Caporetto, ma lì i rinforzi c’erano! Ma non voglio divagare. Alla fine il Fasulo conclude: “in quanto a Cadorna, io non saprei incolparlo di nulla. Il difetto era del sistema”. E allora perché vorrebbe che Mussolini lo processassero? Concludo finalmente anch’io: non è giusto ed è anche alquanto ingenuo il voler attribuire tutti gli errori e le manchevolezze della condotta della guerra ad un solo uomo e tantomeno poi al generale Cadorna. Quando un uomo, che appartiene ormai alla storia si vuol giudicare ponendo in vista soltanto i difetti per di più le manchevolezze a lui non imputabili e che egli cercò più volte di riparare, si giunge pure attraverso verità di dettaglio a un giudizio passionale quando non sia iniquità o ingratitudine. Ma forse mi sbaglio, si giunge invece a renderne più grande più simpatica la figura…
Napoli 29 aprile 1923. Firmato professor Piero Pieri capitano di complemento del 7 reggimento alpini.
La provincia di Brescia, martedì 8 gennaio 1924. Una celebrazione del valore bresciano – i 24 volontari alpini caduti in guerra esaltati da S. E. Soleri – la durata delle fiamme Verdi -l’inaugurazione della lapide murata sul Broletto e del gagliardetto del gli artiglieri da montagna.- Gli alpini di Lombardia nella giornata fredda e grigia di domenica, hanno celebrato nella nostra città con una manifestazione austera e solenne in memoria dei compagni volontari caduti nella guerra. Alle 9:30 alle sezioni intervenute alla cerimonia e le rappresentanze si sono radunate alla sede dell’associazione Nazionale alpini. Il corteo si è recato alla chiesa della Pace dove insieme alle madri dei caduti gli alpini hanno con una rito religioso commemorato i loro morti. Finita la funzione religiosa durante la quale il valoroso tenente cappellano padre Giulio Bevilacqua ha celebrato la gloria degli alpini che cercano egli dice dei morti la patria non come bellezza morta che non è più possibile contemplare, ma come bellezza vivente che ivi vi possono e devono realizzare, il corteo si ricompone e per e percorrendo al suono e al canto dei loro inni le vie principali della città. Precede la musica del ricreatori io e seguono le rappresentanze delle sezioni dell’Ana di Brescia, Domodossola, alto Garda, Verona, Camuna, Schilpario, Bergamo, Adro, Bedizzole, Bagolino, Botticino sera, Caionvico, Castenedolo, Gardone Val Trompia, Lumezzane, Gavardo, Franciacorta, e una rappresentanza del comitato centrale. Seguono le altre rappresentanze fatto di segno a manifestazioni di simpatia, gli alpini raggiungono il cortile di palazzo Broletto ove ha luogo l’inaugurazione della lapide ai volontari caduti. La lapide è opera dello scultore professor Tinto Bortolotti. Essa reca una bellissimo rilievo in bronzo nel quale tre aquile in volo verso le Alpi raffigurano lo slancio dei volontari. Sotto il medaglione fortemente modellato stanno queste poche e semplici parole dettate dall’onorevole Ducos: primi sulle Alpi-nel sacrificio-volontà fu per questi- destino di morte e di gloria. Seguono i 25 nomi dei volontari caduti. Poi in basso: ai volontari alpini caduti, la sezione bresciana dell’Ana gennaio 1924. Sul palco hanno preso posto le autorità civili, militari e gli invitati. Notiamo il prefetto della provincia Grande ufficiale Augusto Marri, il commissario prefettizio commendator Zanon l’onorevole Ducos, il generale Cattaneo comandante il corpo d’armata di Milano, il generale barco ispettore delle truppe alpine, il generale Menarini comandante la divisione di Brescia, il generale conte Martinengo comandante la brigata Toscana, il commendator Pirlo, il commendator strada, il cavalier Cazzola presidente del comitato centrale dell’Ana, i comandanti dei reggimenti di stanza a Brescia ed i rappresentanti delle associazioni patriottiche.
In quadrato avanti al parco si sono disposti soci dell’Ana e le rappresentanze. Mentre una nebbia fittissima ed un gelido nevischio calano nella storica piazzetta si inizia la cerimonia. Al suono della marcia reale e tolto il drappo che copre la lapide che l’onorevole Ducos consegna in nome dell’Ana al commissario prefettizio commendator Zanon. Egli è lieto che ad esaltare la memoria degli alpini caduti sia stato chiamato l’eroico capitano, decorato di medaglia d’argento onorevole sole ieri., Avanti a questo altare eretto dalla fede dei camerati , dice l’onorevole Ducos, il capitano Soleri vi parlerà degli alpini della loro guerra delle loro epiche imprese. Parla poi brevemente il commissario prefettizio commendator Zanon che ringrazia nome della cittadinanza, la quale egli dice e oggi più che mai orgogliosa di questi eroici suoi figli della montagna.
La provincia di Brescia, martedì 8 gennaio 1924. Una celebrazione del valore bresciano – i 24 volontari alpini caduti in guerra esaltati da S. E. Soleri – la durata delle fiamme Verdi -l’inaugurazione della lapide murata sul Broletto e del gagliardetto del gli artiglieri da montagna.-
Il discorso di S.E. Soleri. Il capitano onorevole sole ieri pronuncia quindi il suo discorso ufficiale: cittadini camerati, il sentimento di profonda fraternità nazionale ed alpina che vibra qui così intenso, ha voluto che a rievocare ed a celebrare il sacrificio di questi vostri eroi fosse chiamato un alpino piemontese; ed io sento tutto to l’orgoglio come cittadino e come soldato della vostra designazione.
Solidarietà lombardo piemontese. Questa solidarietà italica fra Lombardi e piemontesi fu cementata nell’Olocausto e nel martirio fin da quando i ceppi dello Spielberg rinserrar ono le membra ma non le anime di Pellico, di Confalonieri, del vostro Gabriele Rosa (e di don Dco Zambon di Passirano) e poi attraverso le cospirazioni e le insurrezioni, negli esilii e sui patiboli, nelle schiere garibaldine e nelle milizie sabaude, fino all’ebbrezza di Vittorio Veneto sacra data dagli olocausti dell’Ortigara e del Grappa. Il generoso popolo lombardo mentre ancora lo opprimeva il dominio straniero già esprimeva altissime manifestazioni di questa fraternità, come quando il 12 gennaio 18…7 donava all’esercito sardo quel primo monumento al fante, che fu sfida all’Asburgo ed auspicio dell’epopea fulgente che dalla rotta di Novara, attraverso l’armistizio di Villafranca, la fiamma delle dei 1000, la breccia di Porta Pia, ha portato il tricolore a Trento e a Trieste. I figli delle vostre Alpi e delle mie prima di essere affratellati in 100 battaglie, combattute a fianco a fianco – ed amo ricordare la disperata difesa contro cui s’infranse l’impeto nemico a Monte Fior e a Castelgomberto compiuta dal vostro battaglione Morbegno e dei miei argentiera, Monviso e Val Maira, citati in uno stesso ordine del giorno ed insieme decorati – avevano già fraterno nelle anime parimenti forgiate dalla natura e dalla storia, in una virtù austera di disciplina, in una devozione suprema alla patria, in una fiera maschi ha generosa saldezza, capace di ogni audacia meditata di ardimenti e della più sconfinata solidarietà nei pericoli. Vir et algor, via dura fumus, settenubes et obuscata – c cantava il poeta valdostano del 10º secoloome , hanno ugualmente martellato negli alpini vostri e nostri la robustezza fisica e spirituale, il senso del dovere, il religioso amore alle Alpi. Così matrigna di viaggi ed avare di beni. Gli impavidi volontari alpini, di cui oggi qui rame moriamo la gloria, sono il fiore più puro e la espressione più eletta di tutta una gente di umili e saldissime alpini, che le vostre valli lombarde, dalla Valcamonica la Valtellina, dalla Val d’Intelvi alla Val Chiese, hanno espressa dalle loro ceppaie di incontaminata sanità morale. In quella gente ed in questi volontari si rinnovano e rivivono le più fulgenti pagine della vostra storia che se fiammeggia delle individualità più gagliarde e delle anime più fiere, splende anche più degli olocausti collettivi di folle immolatisi nella più ardente devozione civica e nazionale. . Il passato di Brescia- grande il passato di questa Brescia, fucina di ogni tempo di anime temprate come l’acciaio delle vostre armi ed insieme gentili come la poesia immortale della vostra Veronica Gambara; di questa Brescia che rivendic tutte le franchigie da Roma imperiale e ne fu strenuo presidio nelle libere comunità medioevali, sorella di armi e di destini a Milano ed a Venezia; di questa Brescia che diede all’Italia due re longobardi e la prima repubblica romana; che fu flagellata in ogni tempo dalle fazioni dagli assedi dai saccheggi e martorizzata dalla ferocia dei francesi di Gastone di Foix e da quella dei tedeschi di Hainau; che visse la riscossa di Legnano e la primavera del 1848, la carboneria e la giovane Italia e si disse l’uomo nelle sue 10 giornate in superato e di incomparabile olocausto di questa Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia beverata nel sangue nemico.
La nuova storia. Ma per quanto grande sia questa storia tuttavia a nessuna delle sue pagine è seconda la gloria che oggi qui si rievoca di questi eroi accorsi all’appello della patria ed offertisi nel più magnanimo sacrificio che irradia luminosa a virtù di esempio e mormorante aura di bene. Esse appartennero in molta parte a questo vostro quint del suo contributo alla vittoria. O reggimento alpino, magnifico e fortissimo che io saluto con ammirata reverenza, questo reggimento che nel libro d’oro dei suoi 4000 caduti offre la sacra testimonianza e lo impressionante documento del suo contributo alla vittoria. Eroi purissimi, i cui nomi d’Italia nuova non può come nella neve antica contenere nell’elenco sacro di un secondo canto di un Omero. È una folla di morti, è la ricca tombe di tutta una giovinezza che accorsa alla voce della patria, cadde, si rinnovò, creò giorno per giorno soffrendo e morendo le fortune vittoriosa della patria. Il 16 battaglioni di questo reggimento ed il suo reparto d’assalto su offersero le più dure traversie riversarono a fiotti il sangue più puro. La loro rinomanza è legata a quella delle azioni più memorabili e cruente della guerra, dopo essersi accesa sulle dune libiche nella leggendaria difesa della ridotta Lombardia, nella mischia di Bu Massar, dove il battaglione idolo agli ordini del nostro attuale capo, il valoroso generale barco che qui saluto, con devota deferenza, conquista to alla reggimento la prima medaglia d’argento e poi nella sanguinosa azione di Assaba con la medaglia d’oro del tenente Esposito. Non è questa la sede di una rievocazione adeguata delle sorti e delle gesta del vostro reggimento che furono tribolate come i ghiacciai dell’Hortler , dell’Adamello e dello Stelvio e corrusche di folgori e sferzate dalle bufere come quelle vette. Ma in questa prima adunata degli alpini lombardi e mio dovere di inchinarmi alle loro più sacre memorie; ti rievocare quella difesa di cima mama…io dove come poi a Monte Fior e a Castel Gomberto un pugno di superstiti , aggrappati alle rupi e più saldi di esse, tra i cumuli dei caduti, salvava situazioni estreme e posizioni sommerse nell’invasione. In quel cimento le anime semplici degli alpini del Monte Suello furono conquiste dalla visione dell’eroismo del capitano Corrado Benini medaglia d’oro ed esaltate fino alle più eccelse vette del sacrificio. È doveroso di ricordare qui dinnanzi a voi la vostra ascesa vittoriosa sull’Ortigara, croce e altare degli alpini; le pugne sideree sui ghiacciai e sulle guglie dell’Adamello e del Crozon di Folagarida e l’incrollabile baluardo opposto dei vostri petti alla fiumana nemica alle Melette e poi la irruenza travolgente su Valdobbiadene, sul Monte Barberia e Monte Cesen, dove le sorti di Vittorio Veneto furono strappate alle ultime più disperate resistenze nemiche, e la memoria di un altro vostro eroe il con il capitano Tonolini Francesco fu consegnata alla gloria. Il blasone del quinto reggimento alpini come quello del mio secondo non è tanto scritto nelle ricompense collettive che sono state conferite ai suoi labari, quanto nel sangue dei caduti e nella memoria dei superstiti. Nella gloria alpina delle penne d’aquila lombarde si esaurisce nelle pagine di oro del quinto reggimento. Ovunque i figli delle vostre valli hanno offerto testimonianze e raccolti i riconoscimenti del loro valore. Lombarde furono le medaglie d’oro alpine del tenente Barbieri Francesco di Milano, del settimo reggimento, trafitto a costa bella dopo essere scampato a 100 ardimenti al grido di avanti sempre i Viva gli alpini; del tenente Caimi Giuseppe di Milano pur egli del settimo reggimento che a cima Val d’ero o a segno col suo olocausto l’estremo limite dell’avanzata nemica del colonnello conte Augusto Gioppi, da Mantova, caduto nel suo posto di comando che fu sempre quello del maggior rischio; del vostro tenente Tognoli Angelo spentosi sul Grappa nella sanguinosa ed eroica vigilia della vittoria. Ed anche Lombardi furono uno 1000 soldato ed un celebrato comandante alla cui memoria fu conferita la suprema ricompensa al valor militare: l’alpino Zucchi Gianluigi da Milano giovinetto diciassettenne che tornato all’assalto per strappare al nemico il suo ufficiale catturato si fa scudo a lui e riceve in pieno il colpo che egli apre le porte dell’immortalità ed il generale Achille Papa vostro concittadino, nome quasi leggendario nella guerra, venerato dagli alpini subito dopo quello del generale cantore, il più santo caduti l’uno dell’altro per a dire pensato che il prestigio del comando sia riposto innanzitutto nell’esempio. Tali furono gli alpini di questa forte terra lombarda, dalla cui famiglia furono figli fra tutti gentili e fieri i volontari bresciani, nei quali si sono riaffermati delle antiche virtù di questa terra e si sono rinnovati i vecchi, da quei suoi giovanetti che legati alle torri di assedio di Federico II per recitare i cittadini alla resa, li rincuorava non invece a resistere, a quel Tebaldo Busato che preferì alla vita offertagli a prezzo del consiglio dei suoi cittadini di sottomettersi ad Arrigo VII il più atroce supplizio per avere l’nel i invece dissuasi a Tito speri che appoggiate le spalle al palo glorioso con occhi scintillanti cerco il cielo. – I volontari bresciani – la gioventù bresciana costituendo nel primo anno della guerra il plotone dei volontari alpini bresciani non faceva che raccogliere i rinnovare una vecchia e costante tradizione del vostro popolo: quella di accorrere alle armi, ai rintocchi della campana del Broletto allora quando le mura della città o i confini della patria fossero minacciati. Quei giovani avevano addestrato già in tempo di pace l’anima e le membra e non appena scoppiata la guerra lo stesso giorno 24 maggio 1915 partirono in 30 tutti i meno che ventenni baciati dalle madri e salutati dal popolo, raggiungendo pochi mesi dopo la Val di Lei zero dove scrissero la breve ma fiera storia di quel reparto ed alcuni episodi di sicuro valore. Con le schiere del resto non è che radunarono tanti figli del bresciano e nei plotoni di quella compagnia speciale ove si affratellarlo i volontari di Brescia e quelli della legione trentina, essi dal 13 al 22 ottobre l’ardita azione della conquista di Nodic, dominio e di insidia nemica alle nostre comunicazioni di Val di Ledro. L’assalto che nel primo impeto fu arrestato fra i reticolati nemici e vi sostò miracolosamente vari giorni ebbe ragione delle estreme resistenze in una ripresa fulminea. Nel dicembre l’aggressività temeraria e generosa dei volontari bresciani si riafferma nella presa del Monte Vies e poi nell’aprile 1916 in una lotta senza tregua di attacchi e contrattacchi di irruzioni e e scalate per la conquista aspramente contesa delle posizioni nemiche a Monte Sperone.
Tale fu l’eredità morale di quel manipolo allora scelto venendo i suoi elementi inquadrati nei vari battaglioni, dove essi e tanti altri volontari ne seguirono le orme con Tino amarono ad essere lievito ed esempio di appassionata fede italica a prezzo della vita offerto con quell’austera baldanza e con la stessa serena fermezza con cui i Fratelli Bandiera caddero sotto il piombo borbonico gridando: viva l’Italia! E i volontari garibaldini da Schiaffino a Sartorio, da Montanari a Nullo, da Rosolino Pilo a Bronzetti, da Montaldi a Daverio, da Manara a Mameli ed altri mille si immolarono a Bezzecca, a Calatafimi, a Villa Corsini dove come canta il poeta: la grandezza di ciò che fu compito alza e sovrasta la notte sublime e mai con un compito più grande l’anima pure vinse il carcere ignaro. Caddero questi nella storia di gloria di Giuseppe Garibaldi e caddero quelli nel solco delle tempio di Cesare battisti gloria e luce immortale degli alpini. Cesare Battisti.-
Cesare Battisti.- Cesare Battisti che qui nella vostra Brescia fu presagio del suo destino e della sua missione, quando parlando nel marzo 1915 nel piazzale del vostro cimitero in commemorazione dei caduti delle 10 giornate, diceva al popolo pensoso e sdegnoso di ciarpame retorico di invidiare ed augurare a se la sorte dell’oscuro garzone macellaio incaricato durante le 10 giornate di suonare a stormo la campana del Broletto e che più volte ferito e sentendosi morire si legò attorno al collo la fune della campana e si lanciò nel vuoto perché anche morto il suo corpo continuasse a suonare. Così la voce di Cesare battisti riescono anche più ammonitrice più imperativa alla patria dopo che il capesto egli aveva strozzato in gola l’estremo grido di viva l’Italia! Ben degni di lui e del suo olocausto furono i vostri giovani volontari che ne raccolsero l’invocazione ed il comando. Ricordiamone alcuno se pure rinnoviamo un acerbo dolore che però ritempra e rinsalda per la virtù che onora, per l’eroismo che celebra, per l’esempio che addita. Erano usciti dalle file del plotone volontari bresciani e ne avevano raccolta l’anima intrepida il giovanetto orfano Nulli Riccardo che la patria in un luogo i più dei genitori perduti e nel suo grembo materno reclinò il capo la sull’Ortigara nell’ora dell’espiazione, Zanetti Carlo risoluto ed animoso, senza esitante sa anche quando al costone Vertic si aprì il varco nei reticolati nemici e raggiunse la trincea austriaca per morirvi; Under buoni Giuseppe al quale l’anima ferrea e la volontà tenace avrebbero dato ascesa vittorie se non lo avessero spinto alle più audaci imprese compiute con mirabile ardimento prima alla va in senza prima e poi col sacrificio della vita a Cima Cady; supplicò Giambattista che agli agi e dagli affetti familiari anteporre la voce della coscienza e della mitragliatrice nemica su cui cadde alla Bainsizza fece piedestallo il suo glorioso monumento, Angiolo Reggiardi alcuni minori non crebbe lasciare la vita più volte offerta e poi perduta a Monte Tomatico che non gli studi severi, fortemente proficuamente professati. Ettore Bertolotti anima gentile d’artista i maschi ha di soldato ferito al petto nel giugno 1916 e travolto poi con tanti altri volontari dalla funesta frana della Lora. Tutti questi che furono decorati di medaglia di argento gareggiarono nell’eroismo sereno storico e consacrarono la nostra reverenza la memoria di quel primo reparto che fu orma eseguita da tanti altri volontari. Il testamento di Annibale Calini.- ricordiamo fra questi il conte Annibale carlini singolare tempra di cittadino di soldato caduto in quella triste giornata del 10 settembre sul Pasubio in cui avversità ed imprevidenza e resero vano il più indomito valore senza oscurarlo. Gravissimamente ferito, rimasto sul campo nell’attesa della morte, nel silenzio solenne dell’alba rotto solo dai gemiti dei feriti egli lascia un documento che rivela una grandezza d’animo veramente plutarchiana. ” Inedite carissimi a questa guerra. Come il fuoco essa mi ha distrutto, ma ha coronata di luce la mia fine, ma mi ha purificato”. Egli destina i suoi averi ad un’opera educatrice la colla condizione che nell’anima dei futuri soldati, dei futuri padri delle future madri sia instillata la convinzione che dolce et decorum est pro patria mori, ove gli unici sappiano difendere con slancio quanto si è ora conquistato con tanto sangue con tante sofferenze morali e fisiche, come non può immaginare chi non ha provato, le altre sappiano con forte virile animo i dolorosi lutti”. E chiude: ” siate orgogliosi di aver avuto un alpino della Gens”. Camerati alpini, chinate la fronte. Non solo la famiglia Calini, ma tutta la nostra gente delle Alpi, della penna d’aquila sente l’orgoglio di un così grande esempio e si prostra reverente a tanta altezza morale. Non invano Tito speri salendo al patibolo rispondeva al conte montanari che gli diceva il sangue dei martiri feconda la libertà, queste grandi parole: ” Se noi moriamo sopravvivere a noi la nazione e la nazione ci vendicherà. Insegniamo agli italiani a morire, ecco quello che ci resta da fare.” E gli italiani appresero a morire: lo appresero Annibale Calini, Manerba Stefano, la cui voce si spense con le parole “avanti ragazzi, avanti nel nome d’Italia” . Nino Capellotti giovinezza ardente in perenne sfida con la morte Costanzo di Vizzini che le forze fisiche abbandonarono prima dell’energia morale e quanti altri questa lapide ricorda. Al loro fianco volontari dell’eroismo lasciatemi ricordare il vostro concittadino il mio compagno d’arme capitano Enea Guarneri, che mentre e per essere sepolto nel cunicolo scavato per sfuggire dalla prigionia e ritornare alla battaglia e sta morendovi dissuade i compagni dal chiamare a soccorso la guardia austriaca e li incita a lasciarlo morire pensare solo alla loro salvezza. Sono fatti di tale statura che ben meritarono l’omaggio giù il cappello davanti agli alpini, reso si dal nemico di fronte all’ardimento di quel Carlo Albarello che doveva anche lui morire con una socratico storicismo, sepolto dalla valanga nel suo baracchino lasciando scritto quel testamento che rimane documento impressionante di energia morale: “muoio asfissiato nel nome d’Italia”.
Leggenda e mito. Sono fatti di ieri ma già sembrano avvolti nell’aureola della leggenda e del mito, si ricongiungono alle pagine più pure del martirologio italiano ed assurgono a gloria immortale della stirpe. Appresero a morire da Tito speri il nostro Nino Bertolotti capitano degli artiglieri da montagna intrepido nella battaglia, storico nella prigionia visto, i vostri conterranei capitano town chini e tenente Tognoli, i quali l’ebbrezza della vittoria più contesa nell’aspra vigilia della loro incomparabile gloria. Cadde l’uno sul Grappa e l’altro a Valdobbiadene, nomi sacri perché ivi la vittoria non fu tripudio ma sacrificio cruento è vittorioso sta a smenti- ????
Il grappa ove la resistenza nemica si esasperò fino allo spasimo e la mischia diventò furore di leoni. Valdobbiadene, gloria dei battaglioni del quinto alpini, il cui sacrificio cruento è vittorioso sta a smentire leggende d’oltralpe, pur nulla diminuendo al sicuro valore dei soldati alleati. Ma dire ancora altri nomi rievocare altri episodi non è possibile. Fu tutta una indissolubile fusione di cuori, un’intima unione di popolo e di soldati, perché la patria fu qui sempre religione e comandamento. Fu volontario tutto il popolo nella passione nel sacrificio e la sua grande anima serravano nel petto quei vostri giovani eroi che caddero nella canaglia della trincea flagellata e nell’impeto dell’assalto ardente. Essi hanno bene compiuto il vaticinio che al poeta italico dettava alla vostra celebre vittoria greca: vorrei vederti sull’Alpe splendida / fra le tempeste bandir nei secoli / oh popoli l’Italia qui giunse / vendicando il suo nome e il diritto. L’Italia giunse al Brennero e al nevoso vendicando il suo diritto, fatto tutto di pensiero di sangue di fatica. Il suo popolo compiuto quello che Gladestone chiamò un prodigio della storia; di quella storia che nella sua sicura seppure talvolta tarda giustizia ha vendicato l’ingiuria del conte di Metternick. Questi lanciando contro l’Italia la sprezzante frase di espressione geografica non pensava di presagire invece la sorte di quell’impero che egli serviva nel colmo della sua tra cotanta potenza e albagia. L’impero di Asburgo che cupido guardava le sorti e le sventure del nostro giovane paese è crollato, sì che l’Italia può senza l’incubo della costante minaccia, attendere a compiere la sua missione di pace di lavoro. Lo hanno abbattuto i soldati volontari d’Italia, gli alpini vostri i lupi di Toscana, i bersaglieri ed è bene che lapidi e monumenti sorgono ovunque, nelle città e nei borghi a ricordare per sempre nei secoli venturi oltre la memoria degli uomini a che non sembri leggenda si pure alla auguri una dell’epopea che l’Italia non fu fatta con i canti e con le orazioni, ma con dolore col sacrificio, col pianto e col sangue in un aspro calvario durato 100 anni, da Novara a Vittorio Veneto, da Silvio Pellico a Tito speri, da Guglielmo Oberdan a Cesare battisti, da Carlo Alberto Vittorio Emanuele III. Il sogno della unità nazionale prima di diventare alla realtà storica Vittorio Veneto fu strazio a Novara, martirio Belfiore, riscossa Solferino epopea cui 1000, disinganno a Custozza, passione e sacrificio di più generazioni. – La missione del nostro popolo.- La guerra ha scritto un grande pensatore crea più uomini di quanto non ne uccide. Possa essere così e l’esempio dei caduti fecondare le virtù dei giovani e creare le energie nuove che martellino le maggiori fortune della patria. I morti rischiarano con la luce del loro sacrificio le vie per raggiungerle. Non è finita la missione di un popolo che ha dato al mondo la luce immortale del suo genio, da umanità eterna del suo pensiero, la fatica austera della sua gente, l’esempio della sua rinascita storica e nazionale. Lo sentiamo in questa vostra Brescia dove il diritto d’Italia fu scritto con tanto sangue generoso, dove le energie della stirpe pulsano così possenti ed alacri e dove la passione della patria e così ardente. Per per l’Italia avanti ancora e sempre perché si avveri la visione estrema che illuminò la pupilla dei vostri volontari morenti, perché il testamento dei caduti non rimanga inatteso. Giuri ognuno per oggi e per domani sulle glorie per i destini della patria non col clamore della parola vana ma col silenzio e il proposito risoluto fedeltà alpina all’Italia che immortale come il più della gloria dei suoi eroi. Viva l’Italia il mirabile discorso di Sua eccellenza sole ieri interrotto più volte da acclamazioni scroscianti e salutato la fine da un applauso fragoroso e da grida di viva l’Italia.!
Gli alpini si recano quindi interpellati in castello ove nel salone del gran miglio ha luogo il rancio speciale. Al rancio speciale prendono parte circa 600 persone. L’ampio salone risuona di canti ora giocondi ora nostalgici: sono le canzone di guerra delle penne verdi e degli artiglieri da montagna accomunati nella vibrante manifestazione di italianità. Alla fine del rancio parlano esaltando le gloria dell’esercito nostro l’onorevole sole ieri, dopo, il generale barco, il generale Menarini, l’avvocato Cassola e padre Bevilacqua. ma qui non viene riportato il suo discorso …
Stesso giornale Corriere della Sera 13 gennaio 1924 – letteratura d’alpini – non è stata notata ancora da nessuno mi pare oltre a quella per le belle ragazze la spiccata inclinazione dell’alpino per le belle lettere. Si può notarla tra le tante cose molto più futili che l’attualità porta ogni giorno il nostro giudizio. Gli alpini scrivono non c’è andata che si chiude senza che un piccolo manipolo di opere scritte da alpini su cose alpine, vengano ad aggiungersi a quelle che le annate precedenti hanno già accumulate dell’angolo di scaffale che per parenti lo simpatia vite eventualmente riservate ad esse. Si capisce che quella benedetta passione della penna e facile, e che non potendo per il momento infilarsela più nel cappello, piuttosto che niente si contenta notificarla nel calamaio. “felix culpa” si La ispira l’attaccamento alla propria tradizione e il culto della propria bandiera. Fu detto che gli alpini sono l’unica truppa che non smobilita mai. Intendete che anche lontani la maggioranza di essi rimane fortemente legata non solo nel ricordo, ma anche nella consuetudine alla vita del corpo, attraverso il blocco vivo di un formidabile cameratismo che per variare di vita o di vicende politiche, niente riuscito ancora di intaccare o a dividere. È recente il ricordo di quella grandiosa adunata dell’Aosta ad Ivrea in cui quasi cinque anni dopo la smobilitazione si è visto accanto al nuovo, tutto il vecchio battaglione ricostruirsi in borghese, presenti nei grandi anche i morti, perché i padri erano venuti a sostituire i figli e fratelli i fratelli. È comprensibile che una tradizione così energica e viva che opera con tanta continuità anche al di fuori dei suoi quadri abituali, debba costituire naturalmente per coloro che la sentono una fonte di impressioni di suggestioni inesauribile. Così i motivi di cui si alimenta la loro prosa sono davvero un po’ gli stessi di cui si è alimentato il loro coraggio, e la loro letteratura letteratura con la penna, non metaforicamente soltanto.
Letteratura perlopiù che si indirizza specialmente al memore interesse dei commilitoni e dei superstiti. Eppure un unisce di nuovo che si segnala anche all’attenzione degli estranei e che meriterà di restare accanto quelli già classici di Monelli e di Jahier come una delle più schiette interessanti espressioni della nostra guerra alpina; alpina e italiana – cribbio! – tanto per chiamare le cose col loro nome. È la storia del battaglione Monte Berico. Base morale tattica della vita alpina il battaglione lo è anche del loro dopoguerra. Furono pure qui superstiti che scioltosi dopo la guerra, come tanti altri battaglioni di filiazione, anche questo che fu una delle più glorioso unità del sesto, vollero che ne fossero riepilogato in un volume le vicende. Si riunirono, si contarono, proprio come una volta ci si quotava a mensa, per la cassa di puntiglio per la rata del grammofono, e delegarono un loro camerata, il capitano di complemento Pirro Marconi, di stenderla. Era, si capisce, un incarico grave, quasi come un comando. Era il battaglione, tutto il battaglione, che attraverso l’autorità degli anziani lo incaricava della sua relazione finale: una relazione che questa volta non doveva essere inoltrata ai superiori comandi, che avevano smobilitato anche loro, ma un altro superiore ben più temibile anche se non maneggia circolari e scartoffie e che non smobilita mai, la coscienza. Questa maniera di interpretare il mandato dei camerati è stato deciso per l’impianto e la formazione del libro. Diventato in certo modo l’aiutante maggiore spirituale del disciolto Perico, il Marconi non si è legato a una semplice esposizione cronologica e documentaria degli avvenimenti e non si è abbandonato neppure una libera trascrizione del proprio traccuino di combattiment, ma ha compilato una specie di rapporto lirico nel quale pur restando rigorosamente fedele all’ordine dei fatti, e pur utilizzando largamente le proprie esperienze personali, egli si è preoccupato soprattutto di ricostruire la vita del battaglione attraverso gli stati e le fasi della sua anima collettiva. L’originalità vera di questo libro, la caratteristica che lo distingue da tutta l’altra letteratura di guerra, e questo suo profondo accento impersonale. È un vero e proprio tentativo di autobiografia collettiva: i “Miei ricordi” del battaglione Monte iberico. Un libro di 150 pagine in ottavo in cui non si dice una sola volta “io”. Si dice siamo andiamo facciamo, sempre il battaglione che parla in persona prima. Anche le espressioni più fisicamente personali, le notazioni più intimamente analitiche, sono sempre stese prolungate al collettivo con dei singolari effetti di contrazione verbale che aumentano ancora più la densità tormentata di quella prosa un po’ grezza e impacciata ma piena di fascino. Qui è il battaglione che nell’avviarsi dopo il riposo a nuove posizioni si lascia indietro gli ultimi abitati: “tutto ciò non è più nostro, sentiamo con acuto struggimento; tutto ciò che suona gioia e oblio; e alla nostra angoscia nulla risponde intorno e impassibile la natura opulenta. Con gelosia impotente guardiamo ciò che è perduto per noi”. Qui è il battaglione che ridotto un pugno di uomini dopo due giorni di assalti continui, riceve ordine di uscire un’altra volta contro la posizione inespugnabile: “quando si dà ordine di prepararsi nessuno fiata: tutti obbediamo lenti e muti e ci prepariamo al sacrificio. Senza slancio, rassegnati, lontani da ciò che facciamo, senza persuasione; ma per salvare noi stessi anche morendo. Non ci ribelliamo perché non vogliamo che la nostra ragione si confonda un attimo con la viltà, ma sentiamo l’inutilità assurda e testarda di quest’olocausto”. Qui finalmente il battaglione che travolto senza disgregarsi nella fiumana della rotta ignominiosa e queste sono le pagine più completa del libro, appena ripassato il Piave si presenta un comando d’armata per chiedere di essere immediatamente riportato della battaglia: “l’anima rinasce. Non l’avevamo perduta: era assopita, taceva. Prima eravamo disperati, temendo di non poter più tornare alla vita; ora ci eravamo immersi in essa ne ritornavamo con una buona forza grasso dati, avendo riacquistato il senso di noi e del nostro compito. Quel giorno vedemmo lucido. Nell’estremo dell’angoscia invece della fine del vuoto a ragione di risollevarci di purificarci. E un fremente sdegno ci nobilitava ed animava”. Dappertutto la stessa paura del dettaglio, lo stesso pudore dell’aneddoto. Anche quando ha lo spunto che basterebbe da solo a far la pagina felice, lo abbrevia, lo ricaccia al secondo piano, quasi lo dissimula, tanto li ripugna tutto quello che non è anonimo, che non è massa, che non introispezione collettiva. Vedete quella scena della fucilazione del disertore, in cui imprecando certe donne da un abitato vicino contro la colonna che si allontana, lente e a testa bassa, dopo l’esecuzione un alpino si volta a rispondere gravemente: “Tasì, tasì, vualtre done”. Questa battuta tremenda dove in realtà tutto il colore del dramma, e appena accennata di sfuggita tra parentesi in mezzo a due fitte pagine di riflessioni patetiche. Ma se in quella idealizzazione appassionata sembra qualche volta che insieme all’individuo anche l’uomo scompaia, e che sulla semplice moralità delle cose soverchi la meno concisa moralità delle parole, di si è scusato per tutto quello che in cambio ci dà, per la sincerità dell’ispirazione, per la gentilezza dell’espressione, per la nobiltà di cui il racconto è pervaso: religiosa qualche volta, come era giusto un po’ per il battaglione che porta lo stesso nome di una Madonna. Chi ama l’aneddoto lo spigolo era invece un fasci in quella specie di enciclopedia alpina dei Verdi, miscellanea di scritti sulla vita del corpo nei primi cinquant’anni della sua fondazione che uscita per il cinquantenario, l’Associazione Nazionale Alpini promotrice ed editrice ha dovuto già ristampare tanta ne era stata la fortuna. Falange di reduci, capi e gregari: Oro, Ronchi, Bes, De Marchi, Carini, Michell, Bonomi, Soleri, Gallarati Scotti, Monelli, Regazzola, Larcher, Lunelli, Zordi, Lampugnani, Sticca, Boccardi, Ceriani, eccetera, più di 30 ta a gran rapporto intorno a papà Etna; e tutta la guerra degli alpini da Assaba al Grappa , tutta la loro vita il loro folclore, dagli epistolari alle canzoni, ripassa espressa in figure in azione nelle pagine del volume. Dove, se dopo tanto che sedette sentito pare difficile trovare ancora qualcosa di inedito, ecco per la nostra commossa meraviglia, nelle pagine veementi di quella specie di padre apostolico degli alpini che il padre Bevilacqua, il racconto dell’agonia di Enea Guarneri, alpino sepolto in piedi mentre stava lavorando per aprire lo sbocco una galleria sotterranea che egli aveva scavata con altri compagni prigionieri per evadere dal dal campo di Aschach: Enea Guarneri che murato già dalla frana nel cunicolo angusto, proibisce i compagni di chiamare gli austriaci per liberarlo, e per 24 ore dirige calmo con la voce sempre più fioca, di là dal muro di sabbia che scende lentamente e inesorabilmente, il lavoro dei compagni finché un’ultima frana gli chiude la bocca per sempre. Ma qui la gemma del libro è l’ultima lettera ai genitori del sottotenente Annibale carlini da Brescia. Il più straordinario testamento di battaglia della guerra. Colpito da ferita gravissima durante un’azione disperata sul Pasubio, perde i sensi e rinviene che è già notte alta. Si ritrova solo tra i morti sotto i reticolati nemici; ogni aiuto è impossibile. Come Cristo: egli soffre questa pena e questo abbandono dell’orrore della notte. Cerca una matita iscrive.: Scrive ” ego dormio et cor meum vigilat “. Paragona quello svenimento una piccola corsa fatta nell’aldilà per salutare i nonni fratellini. È tornato un momento, ma dovrò ripartire presto per davvero. “È un viaggio lunghe letto ma me piace viaggiare; spero che Filippo e Arosio i fratellini morti ancora bambini, verranno di incontrarmi a mezza strada per insegnarmi cammino. È un viaggio lungo e non so quando potremo rivederci. Mi conforto che un giorno potrò farvi da guida. Che festa quel giorno!” È contento di partire. “Bene dite a questa guerra. Come il fuoco essa mi ha distrutto, ma coronato di luce la mia fine, ma mi ha purificato”. E aggiunge “credetemi: non dico vuote frasi. È troppo grave il momento”. Ha paura lui il povero caro inchiodato in una buca di cadaveri con una palla nella vertebra, di fare della retorica. Li rincuora: ” siate dunque contenti attendete il momento della riunione con la stessa calma come quando partivo per il collegio”. Dispone minutamente come devono essere distribuite certe sue cartelle del prestito, e poiché gli pare che questi dettagli dovranno far tanta pena, cerca di scherzare. “Vedano Renato Rihanna quando cominceranno a comparire i numerosi piccoli nuovi cugini, si sarà possibile di dare a ognuno di essi quando raggiungono una certa età, un piccolo ricordo dello zio Annibale, alpino, morto in guerra combattendo e vincendo. Raccomando i cugini e cugine una certa discrezione nel fabbricarli”. Esorta ancora i genitori a credere nell’assoluta necessità della guerra perché capisce che questa fede la sola che possa aiutarli ancora a vivere. E siccome la sua famiglia a titolo gentilizio, aggiunge: ” siate orgogliosi di aver avuto un alpino della gente. Questa è la mia soddisfazione”. Come un crociato che prima di morire bacia il blasone del suo scudo, nobilitato un’altra volta dal suo sangue. Questa se non la conoscete ancora è stata la morte del conte Annibale Calini, sottotenente degli alpini da Brescia. Letteratura con la penna: e qualche volta con la medaglia d’argento. Firmato Filippo Sacchi
I verdi: cinquant’anni di storia alpina – il battaglione Monte Berico Roma 1923 – in onore del battaglione Aosta a cura dell’Augusta Pretoria Aosta 1923