Stesso giornale Corriere della Sera 13 gennaio 1924 – letteratura d’alpini – non è stata notata ancora da nessuno mi pare oltre a quella per le belle ragazze la spiccata inclinazione dell’alpino per le belle lettere. Si può notarla tra le tante cose molto più futili che l’attualità porta ogni giorno il nostro giudizio. Gli alpini scrivono non c’è andata che si chiude senza che un piccolo manipolo di opere scritte da alpini su cose alpine, vengano ad aggiungersi a quelle che le annate precedenti hanno già accumulate dell’angolo di scaffale che per parenti lo simpatia vite eventualmente riservate ad esse. Si capisce che quella benedetta passione della penna e facile, e che non potendo per il momento infilarsela più nel cappello, piuttosto che niente si contenta notificarla nel calamaio. “felix culpa” si La ispira l’attaccamento alla propria tradizione e il culto della propria bandiera. Fu detto che gli alpini sono l’unica truppa che non smobilita mai. Intendete che anche lontani la maggioranza di essi rimane fortemente legata non solo nel ricordo, ma anche nella consuetudine alla vita del corpo, attraverso il blocco vivo di un formidabile cameratismo che per variare di vita o di vicende politiche, niente riuscito ancora di intaccare o a dividere. È recente il ricordo di quella grandiosa adunata dell’Aosta ad Ivrea in cui quasi cinque anni dopo la smobilitazione si è visto accanto al nuovo, tutto il vecchio battaglione ricostruirsi in borghese, presenti nei grandi anche i morti, perché i padri erano venuti a sostituire i figli e fratelli i fratelli. È comprensibile che una tradizione così energica e viva che opera con tanta continuità anche al di fuori dei suoi quadri abituali, debba costituire naturalmente per coloro che la sentono una fonte di impressioni di suggestioni inesauribile. Così i motivi di cui si alimenta la loro prosa sono davvero un po’ gli stessi di cui si è alimentato il loro coraggio, e la loro letteratura letteratura con la penna, non metaforicamente soltanto.
Letteratura perlopiù che si indirizza specialmente al memore interesse dei commilitoni e dei superstiti. Eppure un unisce di nuovo che si segnala anche all’attenzione degli estranei e che meriterà di restare accanto quelli già classici di Monelli e di Jahier come una delle più schiette interessanti espressioni della nostra guerra alpina; alpina e italiana – cribbio! – tanto per chiamare le cose col loro nome. È la storia del battaglione Monte Berico. Base morale tattica della vita alpina il battaglione lo è anche del loro dopoguerra. Furono pure qui superstiti che scioltosi dopo la guerra, come tanti altri battaglioni di filiazione, anche questo che fu una delle più glorioso unità del sesto, vollero che ne fossero riepilogato in un volume le vicende. Si riunirono, si contarono, proprio come una volta ci si quotava a mensa, per la cassa di puntiglio per la rata del grammofono, e delegarono un loro camerata, il capitano di complemento Pirro Marconi, di stenderla. Era, si capisce, un incarico grave, quasi come un comando. Era il battaglione, tutto il battaglione, che attraverso l’autorità degli anziani lo incaricava della sua relazione finale: una relazione che questa volta non doveva essere inoltrata ai superiori comandi, che avevano smobilitato anche loro, ma un altro superiore ben più temibile anche se non maneggia circolari e scartoffie e che non smobilita mai, la coscienza. Questa maniera di interpretare il mandato dei camerati è stato deciso per l’impianto e la formazione del libro. Diventato in certo modo l’aiutante maggiore spirituale del disciolto Perico, il Marconi non si è legato a una semplice esposizione cronologica e documentaria degli avvenimenti e non si è abbandonato neppure una libera trascrizione del proprio traccuino di combattiment, ma ha compilato una specie di rapporto lirico nel quale pur restando rigorosamente fedele all’ordine dei fatti, e pur utilizzando largamente le proprie esperienze personali, egli si è preoccupato soprattutto di ricostruire la vita del battaglione attraverso gli stati e le fasi della sua anima collettiva. L’originalità vera di questo libro, la caratteristica che lo distingue da tutta l’altra letteratura di guerra, e questo suo profondo accento impersonale. È un vero e proprio tentativo di autobiografia collettiva: i “Miei ricordi” del battaglione Monte iberico. Un libro di 150 pagine in ottavo in cui non si dice una sola volta “io”. Si dice siamo andiamo facciamo, sempre il battaglione che parla in persona prima. Anche le espressioni più fisicamente personali, le notazioni più intimamente analitiche, sono sempre stese prolungate al collettivo con dei singolari effetti di contrazione verbale che aumentano ancora più la densità tormentata di quella prosa un po’ grezza e impacciata ma piena di fascino. Qui è il battaglione che nell’avviarsi dopo il riposo a nuove posizioni si lascia indietro gli ultimi abitati: “tutto ciò non è più nostro, sentiamo con acuto struggimento; tutto ciò che suona gioia e oblio; e alla nostra angoscia nulla risponde intorno e impassibile la natura opulenta. Con gelosia impotente guardiamo ciò che è perduto per noi”. Qui è il battaglione che ridotto un pugno di uomini dopo due giorni di assalti continui, riceve ordine di uscire un’altra volta contro la posizione inespugnabile: “quando si dà ordine di prepararsi nessuno fiata: tutti obbediamo lenti e muti e ci prepariamo al sacrificio. Senza slancio, rassegnati, lontani da ciò che facciamo, senza persuasione; ma per salvare noi stessi anche morendo. Non ci ribelliamo perché non vogliamo che la nostra ragione si confonda un attimo con la viltà, ma sentiamo l’inutilità assurda e testarda di quest’olocausto”. Qui finalmente il battaglione che travolto senza disgregarsi nella fiumana della rotta ignominiosa e queste sono le pagine più completa del libro, appena ripassato il Piave si presenta un comando d’armata per chiedere di essere immediatamente riportato della battaglia: “l’anima rinasce. Non l’avevamo perduta: era assopita, taceva. Prima eravamo disperati, temendo di non poter più tornare alla vita; ora ci eravamo immersi in essa ne ritornavamo con una buona forza grasso dati, avendo riacquistato il senso di noi e del nostro compito. Quel giorno vedemmo lucido. Nell’estremo dell’angoscia invece della fine del vuoto a ragione di risollevarci di purificarci. E un fremente sdegno ci nobilitava ed animava”. Dappertutto la stessa paura del dettaglio, lo stesso pudore dell’aneddoto. Anche quando ha lo spunto che basterebbe da solo a far la pagina felice, lo abbrevia, lo ricaccia al secondo piano, quasi lo dissimula, tanto li ripugna tutto quello che non è anonimo, che non è massa, che non introispezione collettiva. Vedete quella scena della fucilazione del disertore, in cui imprecando certe donne da un abitato vicino contro la colonna che si allontana, lente e a testa bassa, dopo l’esecuzione un alpino si volta a rispondere gravemente: “Tasì, tasì, vualtre done”. Questa battuta tremenda dove in realtà tutto il colore del dramma, e appena accennata di sfuggita tra parentesi in mezzo a due fitte pagine di riflessioni patetiche. Ma se in quella idealizzazione appassionata sembra qualche volta che insieme all’individuo anche l’uomo scompaia, e che sulla semplice moralità delle cose soverchi la meno concisa moralità delle parole, di si è scusato per tutto quello che in cambio ci dà, per la sincerità dell’ispirazione, per la gentilezza dell’espressione, per la nobiltà di cui il racconto è pervaso: religiosa qualche volta, come era giusto un po’ per il battaglione che porta lo stesso nome di una Madonna. Chi ama l’aneddoto lo spigolo era invece un fasci in quella specie di enciclopedia alpina dei Verdi, miscellanea di scritti sulla vita del corpo nei primi cinquant’anni della sua fondazione che uscita per il cinquantenario, l’Associazione Nazionale Alpini promotrice ed editrice ha dovuto già ristampare tanta ne era stata la fortuna. Falange di reduci, capi e gregari: Oro, Ronchi, Bes, De Marchi, Carini, Michell, Bonomi, Soleri, Gallarati Scotti, Monelli, Regazzola, Larcher, Lunelli, Zordi, Lampugnani, Sticca, Boccardi, Ceriani, eccetera, più di 30 ta a gran rapporto intorno a papà Etna; e tutta la guerra degli alpini da Assaba al Grappa , tutta la loro vita il loro folclore, dagli epistolari alle canzoni, ripassa espressa in figure in azione nelle pagine del volume. Dove, se dopo tanto che sedette sentito pare difficile trovare ancora qualcosa di inedito, ecco per la nostra commossa meraviglia, nelle pagine veementi di quella specie di padre apostolico degli alpini che il padre Bevilacqua, il racconto dell’agonia di Enea Guarneri, alpino sepolto in piedi mentre stava lavorando per aprire lo sbocco una galleria sotterranea che egli aveva scavata con altri compagni prigionieri per evadere dal dal campo di Aschach: Enea Guarneri che murato già dalla frana nel cunicolo angusto, proibisce i compagni di chiamare gli austriaci per liberarlo, e per 24 ore dirige calmo con la voce sempre più fioca, di là dal muro di sabbia che scende lentamente e inesorabilmente, il lavoro dei compagni finché un’ultima frana gli chiude la bocca per sempre. Ma qui la gemma del libro è l’ultima lettera ai genitori del sottotenente Annibale carlini da Brescia. Il più straordinario testamento di battaglia della guerra. Colpito da ferita gravissima durante un’azione disperata sul Pasubio, perde i sensi e rinviene che è già notte alta. Si ritrova solo tra i morti sotto i reticolati nemici; ogni aiuto è impossibile. Come Cristo: egli soffre questa pena e questo abbandono dell’orrore della notte. Cerca una matita iscrive.: Scrive ” ego dormio et cor meum vigilat “. Paragona quello svenimento una piccola corsa fatta nell’aldilà per salutare i nonni fratellini. È tornato un momento, ma dovrò ripartire presto per davvero. “È un viaggio lunghe letto ma me piace viaggiare; spero che Filippo e Arosio i fratellini morti ancora bambini, verranno di incontrarmi a mezza strada per insegnarmi cammino. È un viaggio lungo e non so quando potremo rivederci. Mi conforto che un giorno potrò farvi da guida. Che festa quel giorno!” È contento di partire. “Bene dite a questa guerra. Come il fuoco essa mi ha distrutto, ma coronato di luce la mia fine, ma mi ha purificato”. E aggiunge “credetemi: non dico vuote frasi. È troppo grave il momento”. Ha paura lui il povero caro inchiodato in una buca di cadaveri con una palla nella vertebra, di fare della retorica. Li rincuora: ” siate dunque contenti attendete il momento della riunione con la stessa calma come quando partivo per il collegio”. Dispone minutamente come devono essere distribuite certe sue cartelle del prestito, e poiché gli pare che questi dettagli dovranno far tanta pena, cerca di scherzare. “Vedano Renato Rihanna quando cominceranno a comparire i numerosi piccoli nuovi cugini, si sarà possibile di dare a ognuno di essi quando raggiungono una certa età, un piccolo ricordo dello zio Annibale, alpino, morto in guerra combattendo e vincendo. Raccomando i cugini e cugine una certa discrezione nel fabbricarli”. Esorta ancora i genitori a credere nell’assoluta necessità della guerra perché capisce che questa fede la sola che possa aiutarli ancora a vivere. E siccome la sua famiglia a titolo gentilizio, aggiunge: ” siate orgogliosi di aver avuto un alpino della gente. Questa è la mia soddisfazione”. Come un crociato che prima di morire bacia il blasone del suo scudo, nobilitato un’altra volta dal suo sangue. Questa se non la conoscete ancora è stata la morte del conte Annibale Calini, sottotenente degli alpini da Brescia. Letteratura con la penna: e qualche volta con la medaglia d’argento. Firmato Filippo Sacchi
I verdi: cinquant’anni di storia alpina – il battaglione Monte Berico Roma 1923 – in onore del battaglione Aosta a cura dell’Augusta Pretoria Aosta 1923
La Sentinella – mercoledì 2 aprile 1924 – medaglie d’oro alpine – Enea Guarneri – una coscienza di povertà, un serto di impotenza espressiva, un pudore quasi delle stesse parole che non osano celebrare l’esaltazione del purissimo eroe bresciano, di Enea Guarneri alpino, ci invade l’animo nel parlare di lui. Oggi nell’atto stesso del supremo riconoscimento militare del suo valore. Ma si può parlare soltanto di valore parlando di Enea Guarneri? E la stessa parola di eroismo, non è già superata da una grandezza che non ha limiti, e il suo spirito non si è già fatto luce, e la luce non è già in noi, al di là di ogni possibilità di manifestazione? Forse si può parlare di follia, della più pura della più santa delle follie, quando tutto l’essere teso nell’offerta suprema senza interruzione di continuità, quando tutta la carne macerata da una passione che la sovrasta, quando tutto lo spirito è pervaso di sacrificio, quando ogni rinunziare ogni dolore si trasformano in pienezza di beatitudine. Ma neppure follia può dirsi: Enea Guarneri quest’orafo della sua angoscia, che scavò con certosina pazienza alla sua tomba di sabbia dalla quale sperava alla liberazione, che perseguì con infinita tenacia ed accorgimento senza pari la vita, che quasi raggiunta doveva sfuggirgli, che seppe eludere ogni controllo di ogni sospetto e che seppe infondere nei suoi eroici collaboratori la sua stessa fede, no, noi non possiamo considerarlo neppure in preda sia pure alla più grande alla più santa delle follie. E allora ecco che balza fuori la sua figura veramente gigantesca, al di fuori al di sopra di ogni convenzionalismo, integra e luminosa senza confronti la sua. Figura gigantesca che riuniva quanto vi è di più nobile di più elevato in questa nostra anima in saziata di bellezze e di voli; figura immane di cui ci possono sfuggire i contorni ma che si erige maestosa ed austera nei cieli del miracolo. Noi lo immaginiamo Enea Guarneri fisso all’opera paziente e colossale, con gli occhi fissi alla Mita, con l’animo tutto teso verso lo sforzo liberatore e che per atroce ironia della sorte doveva soffocarlo. E noi suoi compagni d’arme, che avemmo l’avventura e non la fortuna di ritornare alle nostre di un turbine fatiche, lui che pure soffrimmo qualche cosa del suo spasimo della sua passione, noi conserveremo sempre il ricordo di questo grande fratello nostro, così alto oggi che la nostra anima e dolente si troppo si fissa nella sua luce. La vita e la morte di Enea Guarneri non sono soltanto un esempio, sono soprattutto un ammonimento poiché indicano che il sacrificio suo non ha limiti, e che esso non deve andare smarrito e che la favilla eroica che sprigiona pur da una tomba di sabbia deve, staccata dalla terra, poter risplendere in alto, sempre più in alto sospinta da mani fraterno i fedeli. Per l’Italia. E per i suoi grandi morti. Firmato O. S.
Segue poi la motivazione della medaglia d’oro deliberata alla memoria del capitano degli alpini Enea Guarneri di Passirano Brescia …
L’Alpino Anno VI – n. 8 (quindicinale dell’ANA) – 20 aprile 1924 – Sugellando la vita.
Alla memoria del capitano alpino Enea Guarneri morto in prigionia sepolto da una frana della galleria che stava scavando per tentare la fuga, è stata concessa recentemente la medaglia d’oro al valor militare. Questo magnifico rampollo della gloriosa stirpe bresciana era già stato ricordato dall’onorevole sole ieri della sua commemorazione dei volontari alpini bresciani caduti; e oggi ne parla il nostro Spagnoli con commosso lirismo. L’alpino vigile araldo di tutte le nostre glorie, non vuole ritardare più oltre l’annuncio della suprema ricompensa ad uno dei più fulgidi eroi alpini; ma avverte l’insufficienza dei pochi cenni che oggi si fanno di lui, degno di essere più compiutamente ricordato, per quanto la bellezza suprema del gesto finale illumini senz’altro tutta la sua vita e la stessa motivazione della medaglia d’oro sia l’incomparabile sintesi di un’incomparabile valore. Brescia, la leonessa d’Italia, ben può oggi levar alto sulle sue forti braccia materne questo suo fortissimo figlio, simbolo e segnacolo di tutte le virtù della razza. Di noi alpini di tutta Italia pro tendiamo verso di lei i visi pallidi di emozione, con gli occhi socchiusi, come i ciechi per la gran luce che da lui emana. Noi invitiamo i giovani a pensare con riverenza ed amore a questo giovane eroe che nella prigionia desolate ed estenuante, dopo il fervore delle battaglie nobilmente combattute vinte, trova la forza di ordire un vasto disegno di fuga per ritornarsi ancora la lotta contro il nemico che lo aveva ghermito; e muore sepolto sotto la terra traditrice che scavava, suggellando, è la parola tremenda, col fiotto di terra che gli empi la bocca, la vita tutta spesa per la patria. E non è possibile che non si intenda tutta la bellezza di questo olocausto, tutta l’alta forza ammonitrice che viene da quella tomba, all’eco di quella voce che si faceva sempre più fievole è più lontana, a mano a mano che la terra lo copriva e che continuava a dirigere e a comandare, a comandare soprattutto il silenzio per non dar l’allarme e compromettere così la progettata fuga dei compagni. Sulla terra che lo copriva si chinò in un primo omaggio cavalleresco ed umano, dopo lo straziante addio dei compagni, il colonnello austriaco comandante del campo che bene scorse nel gesto di Enea Guarneri il simbolo del valore di tutta una razza e per tre volte ripeté commosso; Helden! Helden! Helden! eroi! eroi! eroi! f- irmato P. V.
Le nostre medaglie d’oro-Enea Guarneri. Una coscienza di povertà, un senso di potenza espressiva, un pudore quasi delle stesse parole che non osano celebrare l’esaltazione del purissimo eroe bresciano, di Enea Guarneri alpino, ci invade l’animo nel parlare di lui oggi nell’atto stesso del supremo riconoscimento militare del suo valore. (qs già trascritta … controllare) : continua nel file seguente …
Continua dal file precedente: ricordo di Enea Guarneri da parte di Orlando Spagnoli
ma si può parlare soltanto di valore parlando di Enea Guarneri? E la stessa parola di eroismo non s’non è già superata da una grandezza che non ha limiti, e il suo spirito non si è già fatto luce, e la luce non è già in noi al di là di ogni possibilità di manifestazione? Forse si può parlare di follia, della più pure della più santa delle follie quando tutto to l’essere teso nell’offerta suprema senza interruzione di continuità, quando tutta la carne macerata da una passione che la sovrasta, quando tutto lo spirito è pervaso di sacrificio, quando ogni rinunzia e ogni dolore si trasformano in pienezza di beatitudine. Ma neppure follia può dirsi: Enea Guarneri quest’orafo della sua angoscia, che scavò con certosina pazienza la sua tomba di sabbia dalla quale sperava di della liberazione, che perseguì con infinita tenacia ed accorgimento senza pari la meta che quasi raggiunta doveva sfuggirgli, che seppe eludere ogni controllo di ogni sospetto e che seppe infondere nei suoi eroici collaboratori la sua stessa fede, no, noi non possiamo considerarlo neppure in preda sia pure alla più grande è la più santa delle follie. E allora ecco che balza fuori la sua figura veramente gigantesca al di fuori al di sopra di ogni convenzionalismo, integra e luminosa, senza confronti, la sua. Figura gigantesca ripetiamo che riuniva quanto vi è di più nobile di più elevato in questa nostra anima in saziata di bellezza e di voli; figura immane di cui ci possono sfuggire i contorni che si erige maestosa ed austera nei cieli del miracolo. Noi lo immaginiamo Enea Guarneri, fisso all’opera paziente e colossale, con gli occhi fissi alla meta, con l’animo tutto teso verso lo sforzo liberatore e che per atroce ironia della sorte doveva soffocarlo. Nulla vale della sua vita. Così luminosa di opere generose più di quel suo ultimo atto che la compendia e la definisce; non la rapida e brillante carriera, non il suo coraggio Leonino, non le 1000 prove di accorgimento e d’audacia dato comunque il suo dovere lo chiamava: ma come il genio dell’arte si esprime attraverso un sapiente colpo di bulino o un verifico endecasillabo, rivelatori di una umanità superiore, così Enea Guarneri concluse la sua vita e la definì stabilmente col suo ultimo atto consapevolmente sovrumano e animatore. E noi suoi compagni d’arme che avemmo la venture non la fortuna di ritornare alle nostre diuturne fati, noi che pure soffrimmo qualche cosa del suo spasimo, qualche cosa della sua passione, noi conserveremo sempre il ricordo questo grande fratello nostro, così alto oggi che la nostra anima e dolente si troppo si fissa nella sua luce. La vita e la morte di Enea Guarneri non sono soltanto un esempio, sono soprattutto un ammonimento poiché indicano che il sacrificio suo non ha limiti e che esso non deve andare smarrito e che la faville eroica che sprigiona. Una tomba di sabbia deve, staccata dalla terra, poter risplendere in alto sempre più in alto sospinta da mani fraterno me i fedeli. Per l’Italia! E per i suoi grandi morti! Orlando spagnoli
ecco la mirabile motivazione della medaglia d’oro ora decretata alla memoria del capitano degli alpini Enea Guarneri da Passirano Brescia: segue la motivazione…
Il secolo sabato 17 maggio 1924- in memoria di un eroe: una lettera del padre del capitano Guarneri scritta da Brescia il 14 maggio 1924-
nel secolo di domenica scorsa Angelo cova fece una commovente rievocazione d’una ardito di tragico tentativo di evasione dal campo di prigionia di Aschach che costò la vita al capitano degli alpini Enea Guarneri. A proposito di quella rievocazione il dottor Giambattista Guarneri padre dell’eroico capitano ci scrive ….
Signor direttore, sul secolo di domenica Angelo cova rievoca con nobilissime parole la figura di figlio Enea Guarneri capitano del secondo alpini morto ad ascia sul Danubio in un tentativo di fuga per sottrarsi alla cattività e lamenta con intimo senso di pena come la memoria di lui vada scomparendo nella sua tomba rimanga in onorata lassù, mentre la patria avrebbe dovuto di meritarne il valore. Per la verità e perché tacendo mi parrebbe di far torto a quanti in Italia si sono occupati del capitano Enea Guarneri, devo dire che di lui si interessarono sempre le loro eccellenze Bonardi, Gasparotto, Soleri, per non parlare del professor Pietro Pieri dell’Istituto superiore di Napoli, dell’eroico padre Giulio Bevilacqua che dettò eroismo senz’ali, dell’organo degli alpini, l’alpino dello stesso comandante del campo di Aschach l’allora colonnello Salomon ora generale nell’esercito polacco. Merce l’interessamento del ministero della guerra e di quello degli esteri, superate talune difficoltà di ordine burocratico che le autorità austriache frapponevano, ho potuto fino dal marzo 1922 riportare in patria le spoglie di mio figlio e deporre nel sepolcro di famiglia Passirano. Né la sua tomba finché egli rimase ad Aschach fu dimenticata; l’ammirazione dei nemici la tenacia dei compagni avevano voluto in un luogo distinto nel grande viale che divideva lo sterminato cimitero dei prigionieri; e le due volte che fumo con la l’abbiamo trovata sempre ricoperta di fiori che la pietà del luogo educava- con un altare in mezzo a quelle file interminabili di croci. Ma quello che più mi preme di dire sì e che con decreto 28 marzo 1924 la commissione per le ricompense presieduto da Don Sua eccellenza il generale giardino, all’unanimità, ha conferito la medaglia d’oro capitano Guarneri con questa motivazione: … – Angelo cova che vive lontano da Brescia, certamente ignorava tutto questo ed egli che deve essersi trovato, se non accanto, molto vicino al capitano Guarneri nel dì della tragedia e vide e ammirò durò nell’attesa per quasi sei anni, avrà conforto da queste notizie come l’avranno tutti coloro che lessero il bell’articolo di lui e che come lui hanno alto nel cuore il culto per quelli che hanno dato la vita per la nostra Italia. Dottor Giambattista Guarneri..
Gazzetta dell’Emilia, (la provincia di Modena) venerdì 6 – sabato 7 giugno 1924. L’anima dell’alpino – il grande successo della conferenza di padre Bevilacqua al teatro municipale
un pubblico foltissimo ha assistito ieri sera alla conferenza dell’eroico reduce di guerra padre Giulio Bevilacqua che parlò dell’anima dell’alpino a favore del tempio monumentale per i caduti della provincia. Sono intervenute insieme a Sua eccellenza monsignor Natale Bruni tutte le principali autorità civili e militari. Il teatro presentava un colpo d’occhio magnifico. La banda del patronato suona l’inno della Piave entusiasticamente applaudito. Ha presentato l’oratore un valoroso soldato: il colonnello cavalier Ettore Bussi il quale con nobile parole esalta la magnifica tradizione dei nostri alpini. È assai applaudito. Subito dopo padre Bevilacqua che è un ex tenente degli alpini più volte decorato al valor militare, inizia tra la profonda attenzione dell’eletto uditorio il suo discorso, manifestando la sua soddisfazione per il fatto che un valoroso mutilato il cavalier Ettore Bussi ha offerto il suo devoto omaggio al corpo degli alpini. L’oratore racconta poscia alcuni dei più significativi episodi di guerra dei quali egli stesso fu attore, ed esalta tutta una magnifica epopea la quale non è paragonabile neppure con quella che Omero cantò nei suoi cardini immortali. Allorquando l’alpino è tornato a casa dopo la guerra per riprendere il suo rude modesto travaglio, senza nulla chiedere in ricompensa -e del resto tutto l’oro impuro che circola nella nostra Italia non sarebbe stato sufficiente a ricompensare il sacrificio eroico del nostro soldato -sentì subito tutta la dolorosa nostalgia dei ghiacciai, delle Alpi, dei covi inaccessibili, di tutti i luoghi ove aveva combattuto, sofferto e vinto per un magnifico ideale; ricordò generosamente d’affettuosamente i nomi di tutti i suoi superiori che tante volte aveva pronunciati nei giorni di battaglia e di gloria con Ida e con dispetto. Ed allora eravamo purtroppo nel triste periodo del dopo guerra; ma l’alpino coloro che gli dicevano: basta parlare di guerra; non ne hai avuto abbastanza! Rispondeva zufolando i suoi canti di guerra. In quel periodo infausto egli l’alpino fu il solo che volle fare tra l’indifferenza dei più la sua adunata solenne; la sull’Ortigara che fu il suo più terribile calvario. E si radunarono i resti dei verdi battaglioni: gli eroi si entusiasmarono al suono delle più belle canzoni; rievocare uno 1000 episodi di valore di morte. Una lapide venne eretta e su di essa scolpita fu una frase magnifica: un monito fiero, triste solenne che si è ascoltata poteva già allora salvare gli italiani: ” Per non dimenticare”. Si per non dimenticare le glorie, i morti, gli eroismi, i sacrifici sopportati sempre dovunque con imperturbababile serenità. L’anima dell’alpino ha dell’Aquila e ha del muro: desidera di levarsi sempre più in alto nella gloria: salire sulle più alte vette delle Alpi! L’alpino nato nelle montagne che prive di tutto ciò che rende confortevole la vita, offrono nei loro silenzi, nella loro maestosa imponenza uno spettacolo di selvaggia bellezza, ha un suo speciale temperamento, una sua particolare psicologia. È realista: parla con il sole, con le vette, con il fucile… Con le scarpe perfino; e la solitudine del luogo natio che il loro ha avvezzato a parlare, dando anima le cose più semplici. È taciturno ma sereno; parla talvolta solo a gesti non si riesce a capirlo ed è molto espressivo; senza parlare dice delle grandi cose. L’alpino sentenziava volentieri quando poteva assaporare un buon bicchiere di vino. E paziente, sobrio, testardo ricorda così il mulo che fu il suo più fedele, più caro compagno di battaglia. Lavora instancabilmente sa fare un po’ di tutto; del resto egli il più delle volte si costruisce da sé la sua casa trasportando per gli aspri sentieri della montagna il materiale. La sua anima è un po’ selvaggia, primitiva ma è una fonte perenne di generosità e coraggio. L’oratore ricorda con voce commossa quando-curato in una piccola chiesa-comunicò quattro alpini alla vigilia di un avanzata. Nella chiesa le ombre prendevano misteriose forme umane e nell’umile chiesuola di campagna che si sente la maestà solenne della religione più che nei fastosi templi che ricordano tutta una magnifica storia di arte e di potenza. E il curato diede commosso come non mai l’ostia consacrata i quattro mori turni; il pianto gli tremava nella gola. Quando i soldati ripresero la via dei Monti egli prese la mano di uno di essi è la strinse con affetto. “Non pianga curato, disse lui, Cristo prima di morire offrì il suo corpo nel pane nel vino consacrato dal sacrificio per la salvezza di tutti gli uomini; noi siamo lieti di offrire il nostro corpo per salvare l’Italia!” O grandi eroi che semplicemente fecero gesta immortali!
Gli stessi inglesi dovettero riconoscere con parole di entusiasmo di ammirazione il valore dei battaglioni verdi. L’alpino sereno, caustico e modesto a chi gli chiedeva in trincea se il tabacco era buono-ed era invece un perfido luglio- rispondeva angelicamente: è buono. A chi gli chiedeva se erano buone le scarpe… di cartone rispondeva sono buone! E la semplice frase aveva talvolta il sapore di una fine ironia che suonava rampogna per tutti coloro che della guerra si sono sconciamente serviti per far denaro e acquistare facili onori. L’alpino sapeva che laggiù nel basso mondo si accaniva la lotta per la conquista degli onori, delle ricchezze e per appagare tutte le più basse passioni. Ma lui era in alto; in alto tra candidi ghiacciai che arrossava troppo spesso con il suo sangue generoso. E il valoroso soldato, il pio sacerdote qui si scaglia con violenza contro tutti coloro che sfuggivano, piegando la schiena e sopportando ogni umiliazione, al dovere di combattere, contro tutti coloro che accumulavano il denaro senza pietà e senza scrupolo. Povero alpino! Le tue montagne non erano mai sazia di vittime e le profonde doline divenivano bocca di morte, fauci di belve insaziabili che inghiottivano implacabilmente. Magnifico soldato davvero quell’alpino che dopo aver ricevuto le decorazioni del suo colonnello dice beffardo e i suoi compagni: “il colonnello mi ha detto che ho contribuito di ingrandire la patria! Bell’affare! Come potrò poi vivere; da borghese faccio il contrabbandiere!” Questo episodio e tanti altri che l’oratore ci narra facendoci sorridere e talvolta piangere dimostrano quanto l’alpino fosse sereno davanti alla morte o nel tormento della trincea. Uno dei nostri canti più belli: giovinezza osserva poi l’oratore, lo abbiamo donato con il nostro cappello ai giovani italiani che lottano per la grandezza della patria. È il sacerdote che ha saputo incantare per più di un’ora tutto l’uditorio si avvia alla conclusione del suo dire narrando un terribile episodio di prigionia. Un alpino da molti giorni era con lui in un campo di concentramento austriaco; volle fuggire ad ogni costo; per un mese scovò con le unghie aiutato dei compagni delle lunghe gallerie sotterranee. Era quasi giunto al termine dell’impresa immane quando per un crollo improvviso di terra e di pietre rimane sepolto vivo! E nella terribile agonia scongiurava i compagni di non chiedere aiuto di soldati tedeschi! E siccome il colonnello austriaco comandante il concentramento ammirato il commosso si stese sulla terra che copriva il sepolto vivo, mormorando in tedesco: eroe eroe! L’autore termine il suo dire con un’ispirata invocazione alla pace alla concordia degli animi. Padre Bevilacqua è stato sempre seguito con profonda attenzione da tutto l’uditorio, spesso interrotto da applausi scroscianti, ed alla fine fu salutato da una vibrante dimostrazione di plauso di ammirazione profonda. Il valoroso sacerdote ha saputo veramente commuoverci e desunti ed entusiasmarci con una sorprendente semplicità di mezzi. La tragedia della guerra il tormento della prigionia e le gesta epiche dei suoi alpini oratore ci ha descritto efficacemente in tutto ciò che vi è di soave di formidabile, di umano e di celeste: tutto gli offre argomento di limpidità e vera poesia. Non è l’oratore che può trarre effetti dall’arte ma l’oratore che si impone per una grande sincerità e per il suo stile in cui senza gonfia retorica, vibrano talvolta gli strali dell’ironia volterriana e fiammeggia una tempra adamantina di soldato di artista e di sacerdote. Seguirono poi le belle nitide proiezioni delle fotografie riguardanti la posa della prima pietra del tempio monumentale, eseguite dal fotografo cavalier ufficiale Umberto Orlandini. L’apparizione sullo schermo dell’effigie di Sua maestà il re di Sua maestà eccellenza mons. Natale Bruni hanno provocato i calorosi applausi del pubblico.
Il subalpino Cuneo sabato 7 giugno 1924 – La festa del 2° Alpini – il discorso del Colonnello Celestino Bes: siamo lieti di poter dare per intero il bellissimo vibrante discorso che quella forte meravigliosa tempra di soldato di condottiero che il Colonnello Celestino Bes, pronunciò ieri mattina prima del giuramento delle reclute. Alpini! Sacra ricorrenza oggi dell’eroismo e delle glorie del reggimento! La segnano i fatti d’arme di Monte fior Castelgomberto (sei 7 giugno 1916), in cui rifulse fulgido compatto eroico il valore unito del reggimento. Si anima oggi dello spirito dei 4000 eroi nostri e dei 400 eroi del Ceva; il nostro monumento come un altare ci unisce in devozione ed il rito! Sono presenti in spirito tutti i combattenti nostri, le madri, le spose, i capi dei nostri eroi ed i nostri capi. Ci assistono tutti i comandanti di corpo e di servizio del presidio. È giorno solenne di omaggio di commemorazione dei nostri fatti d’armi, delle nostre gloria! Eccole! Dopo gli eroismi sulle ambe dell’Eritrea e sugli uadi della Libia, scoppia nell’estate 1914 la guerra dei popoli. Dovevamo essere alle escursioni, eravamo invece noi alpini in Romagna a mettere ordine e pace nei paesi in sommossa. Fummo riportati alle nostre Alpi, collocando sulle nostre vette i nostri passi i nostri avamposti. Pochi giorni dopo fummo mandati là dove ci chiamava il destino la fortuna d’Italia, sulle frontiere non ancora conquistate. Lavorammo tutto l’estate, lavorammo tutto l’inverno; anche nei giorni di festa anche nei giorni di Natale; a fare strade, a preparar difese, insofferenti alle fatiche alle tormente, con povertà di mezzi con volontà di cuori. Alla dichiarazione di guerra eravamo già al fuoco: schierati noi del secondo alpini sulle aspre linee di con fine della Carnia, voi del Ceva alla testata di Val Aupa. Attraversammo audaci, resistemmo tenaci; destammo nel nemico forte e attivo terrore e ammirazione! Tutte le glorie incarna nel 1915 sono pure le glorie del reggimento. Pal grande – Pal piccolo – Freikofel – segnano le glorie dei suoi battaglioni, come il Cukla segna le glorie di voi del Ceva e il merito alla prima medaglia. Il reggimento è onorato della prima medaglia d’oro al valor militare, quella del capitano Mario Musso. Il 10 maggio 1916 il Saluzzo appoggiato dal Borgo e del Ceva, riconquista di colpo la tormentata vetta del Cukla, guadagnando la prima medaglia d’argento al valor militare al reggimento e la sua medaglia d’oro: colonnello Luigi Piglione. Ma si scatena la superba offensiva punitiva del nemico dal Trentino sul piano. La prima avvisaglia Monterosso. La ricaccia e il Val Tanaro in furioso contro attacco, alla baionetta, mentre il Ceva, il San Dalmazzo, il Saluzzo stanno saldi su Rombon cruento. Accorrono da Saga, l’Argentera, il Monviso; accorre il Val Maina dalle trincee sanguinanti di Monterosso, dove il Bicocca appoggiato dal Valle Stura, dal Dronero e dal Val Tanaro si fa sfracellare, per avanzare di resistere. Contro la Maria nemica si piantano salde ferrea volontà alpine già del reggimento sui due formidabili pilastri della Zugna e del Pasubio: il generale Modena attuale ispettore delle truppe da montagna ed il generale Graziani invincibile. Inquadrano e fan da scogliera vivente sui capisaldi della difesa i battaglioni alpini. L’Argentera, il Monviso, il Val Maira con il Morbegno e con la 27ª batteria da montagna si disciplinano in massa compatta, si piantano salde invincibili sul nodo di Monte fior -Castelgomberto col “Non si passa”. Lottano per tre giorni il sei e il sette e l’otto con ingente sacrificio, seminando strage di terrore; perdendo quasi tutti i loro capi loro ufficiali: e iniziano audaci la riscossa ricacciare deluso di scornato il nemico, sulle linee dalle quali era avanzato con tanta tracotanza; meritando arrangiamento la seconda medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: ” sin dal principio della guerra con indomito valore battaglione Val Maira e val Varaita concorsero in aspre e sanguinose lotte contro preponderanti forze nemiche alla conquista e alla tenace difesa di Pal Piccolo – Freikofel – Pal Grande (24 maggio- 4 luglio 1916). Fulgido esempio di valore di virtù militari battaglioni Val Maira, Argentera, Monviso resistendo tenacemente con gravi perdite a superiori forze nemiche, mantenevano importantissime posizione a Monte Fior e Castelgomberto 7 – 8 giugno 1916″. Questa la regione sacra della nostra festa oggi. Altre asprissime battaglie sosteneva il reggimento con voi del Ceva e con tanti altri gloriosi battaglioni alpini all’Ortigara, al Pasubio, degli altipiani della Bainsizza, sull’Aspromonte, a Sella Prevala, allo Stretto di Saga, a Monte Cavallo, al Ponte Vidor e ancora sugli altipiani a Monte Fior e Castelgomberto, sul Grappa, poi nell’alto Trentino nell’avanzata vittoriosa ed infine in Albania e a Vallona; fino a consumarsi, fino a distruggersi nel sacrificio del dovere esemplare per nuovamente risorgere come oggi con nuove forze per la vittoria e la fortuna d’Italia. Sul Piave a Ponte Vidor ci guadagnava la terza medaglia d’oro al valore militare il capitano Stefanino Curti. Sul Pasubio prima e poi sul Grappa In Val Calcino, il battaglione Val Maira glorioso fra i gloriosi battaglioni alpini meritava reggimento la terza medaglia d’argento al valor militare. E proprio l’ultimo bollettino delle ricompense, assegna al reggimento al capitano Enea Guarneri la quarta medaglia d’oro al valor militare che così completa la corona aurea del reggimento. Al capitano Enea Guarneri del Dronero del bicocca che combattè con indomito valore a Monterosso, sull’rombo, all’Ortigara rimanendone più volte ferito: che a Monte cavallo il 27 ottobre 1917 nel cadere prigioniero faceva presentare le armi ai gloriosi caduti dai pochi superstiti; che in prigionia preparò con abilità e tenacia per ritornare a combattere quell’audace sfortunata fuga sotto terra che lo rendeva eroe fra gli eroi sepolti vivi e gli procurava per lo storicismo ed eroismo la viva ammirazione ed il più alto onore del nemico.
Questa in rapidissima sintesi la gloria santa del reggimento, del nostro reggimento modesto silenzioso muto. Alpini commossi riconoscenti in primi deve la nel cuore; ammirate e onorate! Con la più alta volontà con i più fermi propositi. Davanti a questo monumento che la esalta vi chiamo compiere uniti come foste uniti in battaglia l’atto solenne del giuramento. La guerra vi accolti bambini, a 10 anni appena coi patria fratelli partenti, con le madri e sorelle piangenti. Sogna vate già allo schioppo le battaglie la gloria di fu data la zappa la roncola la pialla e la cazzuola; perfino la falce perfino l’aratro. Foste soldatini dei campi a dar vita alla vita della morte prima di essere soldati per la guerra. Irroraste i campi le vigne i prati con i vostri primi sudori, con le vostre prime lacrime fra le lacrime delle vostre madri e sorelle. Mentre i vostri padri e fratelli baciavano le rocce della patria della morte, baciati dalla gloria, vi baciavano bimbi il lavoro il dolore ed il sogno. Già portate la nobiltà del sacrificio e del sangue con la nobiltà della stirpe! Siate fedeli e degne, vi bacerà la fortuna della gloria! A voi a voi giovani alpini oggi il fucile, oggi l’onore sognato di servire il re e la patria! Io vi carissimo soldati: battaglioni presentate le armi ! Spiriti eroici del reggimento e del Ceva; eccoli Agnelli puri dell’Alpi in giuramento! Spiriti santi della patria della vittoria, purificateli del vostro sangue, proteggeteli della vostra gloria! Chiamate su di essi il bacio del Signore! Doppiamente benedetto che il giuramento mantiene, doppiamente spergiurò che il giuramento offende! “Giuro di essere fedele al re e dai suoi le reali successori di osservare lealmente lo statuto e le altre leggi dello Stato e di adempiere a tutti i doveri del mio stato al solo scopo del bene inseparabile del re della patria”. Alpini del Borgo e del Ceva lo giurate voi?
L’epoca, 19 giugno 1924, giovedì corpus domini. L’imponente adunata delle medaglie d’oro a palazzo Venezia. Saluto agli eroi-
oggi nella capitale d’Italia si riuniscono a convegno per la prima volta le medaglie d’oro d’Italia. Vengono da ogni parte, dei più lontani centri di questa nostra patria immortale che negli anni del grande sacrificio seppe testimoniare al mondo attonito le virtù più pura della gente nostra; vengono per ritrovarsi in questa Roma che dalle giornate dell’intervento a quelle di Vittorio Veneto diede tutti i palpiti del suo cuore appassionato e fedele per la redenzione il trionfo della stirpe latina. Roma accoglie oggi gli eroi di 100 battaglie con l’animo commosso ed orgoglioso della madre che ad una intorno a sé la più eletta schiera dei suoi figli per confortarli del suo inestinguibile amore dopo averli visti partire, cercatori di gloria per la patria visti nelle stagioni dell’eroismo.. A questa costellazione superba del più puro valore italico non viviamo oggi il nostro saluto deferente commosso, con cuore di combattenti con cuore di fratelli che seppero la lui tormentosa ascesa del popolo d’Italia verso le incredibili vette della sua resurrezione. E nel nostro saluto confondiamo oggi la gratitudine infinita per i ritornati dalla Grande guerra e il trepido ma sicuro presagio di una nuova e più grande resurrezione dopo l’oscuro ed angoscioso turbamento che prese il cuore di tutti gli italiani devoti alla patria nei trascorsi giorni di passione. Sia onore oggi lavori, medaglie d’oro d’Italia. Un’ora lavori fratelli di tante battaglie. Onore a voi che con il vostro esempio quotidiano, con l’esempio della vostra vita semplice di corrotta, siete la più perfetta garanzia per le nuove fortune del popolo nostro ed insieme il vivente e severo monito quanti cercatori ambiziosi e frenetici di fortuna non per la patria che è di tutti gli italiani, ma per sé soli, non osano operare nella serenità della luce meridiana, ma all’ombra di insegne sacre di intangibili vorrebbero profittare della fede di tutto un popolo onesto e laborioso per compiere la loro oscuri e torbidi traffici. Dite oggi da Roma, medaglie d’oro d’Italia, la vostra parola alta solenne ammonitrice. Dite a lavori che sempre rinvii rifiutasse di umiliare i segni del vostro valore e l’ideale purissimo che essi rappresentano, a basse passioni di sette faziose, a innominabili calcoli i più innominabili interessi. Voi che siete l’anima vivente della patria servizio di tutta la nazione, voi voi che portate nella vita vostra mortale quasi messaggeri di una fede che non muore-fede nella grandezza della patria- la responsabilità sublime terribile di depositari sopravvissuti di quella medesima fede che animo i 600.000 fratelli caduti negli anni gloriosi della guerra. Ecco che il testamento dei morti, di tutti i morti per la patria, è ancora una volta affidato alle vostre mani pure, al vostro cuore puro medaglie d’oro. Apritelo oggi questo testamento sublime: spiegate nelle pagine davanti agli occhi e al cuore di tutti combattenti, di tutto il popolo; l’Egitto lo voi che conoscete la virtù altissima del silenzioso sacrificio, voi carichi di tanto onore e perciò sdegnosi di onori effimeri e vani. In questo testamento dei nostri caduti sono scritti a lettere d’oro le parole di tutti i credenti nella religione della patria. Le parole ammonitrice di una verità indistruttibile: servire il popolo, non la fazione; amare la patria più su, più su della parte; lavorare ogni dì per l’Italia con spirito di quotidiano sacrificio e di diuturna rinunzia; essere pronti a combattere pronti a morire per l’Italia. Il percorso cuore della nazione attende fiducioso la vostra parola medaglie d’oro. Per confessarsi e per redimersi. Domani nell’aria purificata da voi, come l’Italia riprenderanno con rinfrancata fede la marcia gloriosa verso una nuova grandezza. Nel nome della patria del popolo combattente onesto e laborioso; per questo popolo contro i falsi profeti, contro i profittatori, contro gli indegni.
L’aureo Gruppo. Da un pezzo si parlava della costituzione del gruppo medaglie d’oro al valor militare, ma per ragioni di diversa indole la bella iniziativa non aveva ancora potuto entrare nel campo pratico. Gli avvenimenti politici di questi ultimi anni avevano creato non lievi difficoltà per quanto riguarda la raccolta delle necessarie notizie sui decorati e la convocazione di questi per gli opportuni abboccamenti. Ma la ferma volontà di un gruppo di valorosi ex combattenti, capeggiati dall’eroico capitano professor dottor Oddone Fantini, ha fatto sì che il desiderio che sembrava irrealizzabile fosse invece tradotto in realtà. E difatti il gruppo medaglie d’oro è costituito e da oggi inaugurata la sua sede, stabilita a palazzo Venezia. Ed era giusto che fosse scelto questo luogo vicinissimo alla tomba del milite ignoto – espressione nel sublime del lavoro del sacrificio italiano – cui fu decretata la medaglia d’oro al valor militare con questa motivazione che ogni italiano deve scolpire nella propria memoria: ” degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo, senza altro premio sperare che la grandezza della patria. 24 maggio 1915 – 4 novembre 1918
a palazzo Venezia come abbiamo già detto c’è la magnifica sede. La casa delle medaglie d’oro si compone di locali arredati con gusto squisito e decorati con austera semplicità. Nelle tre sale centrali sono appesi alle pareti disposti in bell’ordine numerosi quadri recanti le fotografie dei decorati dell’altissima onorificenza militare con le relative motivazioni. È una raccolta eccezionalmente interessante preziosa in quanto rispecchia le gloriose testa di coloro che rappresentano indubbiamente il fior fiore dell’italianità e dell’eroismo. La sala del Risorgimento. Nella prima sala sono riunite le fotografie delle leggendarie figure del Risorgimento; le fotografie delle bandiere dei reggimenti che meritarono la medaglia d’oro militare, ossia: l’arma dei reali carabinieri; il reggimento Genova cavalleria; il reggimento lancieri di Aosta; il primo e il secondo granatieri di Sardegna; il terzo artiglieria pesante; il settimo zappatori genio; il 1°e l’11º bersaglieri; il quarto reggimento alpini ed i seguenti reggimenti: di fanteria: quinto, sesto, non, 10º, 12º, 13º, 14º, 28º, 30º, 47º, 48º, 52º, 73º, 74º, 77º, 78º, 84º, 151º, 152º, 157º, 158° 225º, 226º, 231º, 232º; si ammirano pure vari cimeli di inestimabile valore storico. Vi è inoltre un impianto di apparecchi radio telefonici, omaggio della fabbrica di materiali elettrici di Roma. Il decorati viventi . La sala centrale riservata ai decorati viventi. Vediamo le fotografie dei seguenti purissimi eroi che elenchiamo in ordine alfabetico:…
I Caduti. Nella terra sala sono custoditi cimeli dei gloriosi decorati di medaglia d’oro caduti. Notiamo le fotografie dei seguenti: elenco ….
Lo statuto del gruppo: riteniamo interessante pubblicare il testo dello statuto del gruppo medaglie d’oro d’Italia. Esso si compone di soli otto articoli e cioè:
1.- il gruppo medaglie d’oro al valor militare ha sede in Roma. 2.- ne fanno parte come suoceri effettivi tutti decorati di medaglia d’oro al valor militare e come soci onorari con voto consultivo i rappresentanti dei decorati di medaglia d’oro dal 1933 non viventi in ragione di uno per ciascun caduto. 3.- il gruppo medaglie d’oro allo scopo di tenere uniti in un’unica famiglia tutti i decorati dell’altissima onorificenza; di stringere e cementare fra essi vincoli di cameratismo e di solidarietà sorti dal Comune sacrificio e di mettere tutti e ciascuno di essi in condizioni di meglio servire in ogni circostanza la patria; di esaltare valorizzare tutti gli ideali e gli eroismi delle guerre d’indipendenza e procurare che di essi siano degni il presente l’avvenire; di raccogliere e di curare in un proprio museo ricordo di cimeli delle medaglie d’oro d’Italia dal 1833 ad oggi. 4.- sono organi direttivi o amministrativi del gruppo: l’assemblea convocata ordinariamente al principio di ciascun anno e in via straordinaria su proposta del triunvirato di un terzo degli iscritti. Essa un presidente tre vicepresidenti; un triumvirato composto da tre medaglie d’oro coadiuvato da un rappresentante delle famiglie dei caduti in guerra decorati di medaglia d’oro al valor militare. Uno dei membri di triunvirato avrà funzioni gratuite di segreteria. Un collegio di tre sindaci di; un collegio di tre provi viri. 5.- il triunvirato potrà convocare insieme o separatamente quando mi ritenega l’opportunità il collegio dei sindaci, quello dei provi viri e la presidenza dell’assemblea. 6.- il triunvirato potrà richiedere la collaborazione delle medaglie d’oro che risiedono alla periferia per coordinare l’azione da svolgersi in talune regioni o cerimonia. 7.- il più virato viene convocato ordinariamente da parte del segretario. 8 l’alfiere del gruppo viene nominato dall’assemblea e dura in carica un anno.-
Il triunvirato di cui è fatto cenno dello statuto del gruppo è composto di tre membri: l’onorevole professor capitano Raffaele Paolucci, il tenente cieco di guerra Giorgio Tognoni e il professor Dottor capitano Oddone fantini. Tre magnifiche purissime figure di combattenti. Essi sono coadiuvati dal duca Grazioli Dante della rovere che rappresenta le famiglie dei caduti in guerra decorati dell’altissima onorificenza militare.
– Stesso giornale: l’epoca 19 giugno 1924. La solenne Cerimonia di stamane. Siamo palazzo Venezia con ingresso da via del plebiscito. Lungo l’atrio e gli scaloni sono 100 soldati di varie armi specialità i corpi in servizio di guardia d’onore. Vediamo arrivare madri e vedove dei gloriosi caduti. Tra esse vediamo rappresentanti delle medaglie d’oro cadute: Filzi, Baracca, Testolini, Grazioli Lante della Rovere, Corsi. Tra i viventi vediamo passare l’onorevole Paolucci, l’onorevole Barnaba, Ciancavilla, Bettoia, Onida, Fantini, Baruzzi, Ponzio di San Sebastiano, Pantanali, Marelli, Vitali ecc. alle 9:00 10 sono presenti molte medaglie d’oro viventi e molti rappresentanti di caduti. I discorsi – sorge primo a parlare l’eroico generale Farah il quale così dice: prima di iniziare l’appello delle medaglie d’oro invio il mio commosso saluto i gloriosi morti qui rappresentati da vedove doloranti ma orgogliose, da figli, da sorelle il cui lutto è oggi Claudio perché cessa il lutto laddove il governo nazionale per primo la nazione intera riconoscono che il sacrificio dei caduti è il fondamento su cui si basa la grandezza dell’Italia. Tutta l’assemblea in piedi saluta romana mente le parole dell’oratore. Salutato da applausi segue l’onorevole Paolucci il quale dichiara di adempiere all’incarico conferitogli dal triunvirato nel far conoscere l’opera di questo finora compiuta. Ricorda che nell’ultimo convegno delle medaglie d’oro è tenutosi cinque mesi or sono nella sede dei combattenti si pensò di dare anche al gruppo medaglie d’oro una degna sede nella quale riunirsi e raccogliere tutti i ricordi del più puro eroismo italiano. Ed oggi finalmente la sede allestita e pronta a diventare il museo delle glorie italiane. L’oratore espone dettagliatamente le pratiche espletate per la ricerca dei locali, il lavoro compiuto per la raccolta delle fotografie, delle motivazioni e delle notizie specialmente sui caduti allo scopo di costituire un museo che fosse un altare sul quale pregare ed invocare i martiri della patria. L’oratore dopo aver rilevato il nobile interessamento della Regina madre donando la bandiera che verrà inaugurata domani, nota che la casa delle medaglie d’oro non sarà soltanto il tempio delle memorie ma il luogo di conforto e di aiuto tra quanti hanno sul petto il supremo segno del valore. Un gruppo di 10 deputati è pronto ad offrire i suoi servigi in qualunque evenienza. Rivolge parole di riconoscenza al professor capitano Fantini per l’attività illuminata spiegata per le medaglie d’oro, saluto i nostri gloriosi martiri ai quali dobbiamo l’orgoglio di chiamar italiani, saluta la madre dell’eroico Filzi nel cui nome vede ieri concentrate tutte le memoria del Risorgimento, tutto il sangue versato per la patria, tutte le battaglie combattute vinte che hanno reso la bandiera italiana la più bella e la più pura del mondo. Elevato discorso dell’onorevole Paolucci suscita prolungate acclamazioni. Segue poi la relazione finanziaria del capitano Fantini … . Segue poi il programma del giorno 18 del giorno 19.
La sentinella sabato 21 giugno 1924 – un articolo parla dell’omicidio di Matteotti. — Il principe Umberto alla commemorazione del 75º anniversario delle 10 giornate – il programma ufficiale – l’inaugurazione dell’ori- fiamma del nastro azzurro – la solenne consegna della medaglia d’oro alla memoria di Enea Guarneri. Domani alla presenza di Sua altezza il principe ereditario, terminata la cerimonia della commemorazione del 75º anniversario della difesa delle 10 giornate, avrà luogo sul piazzale centrale del nostro cimitero la solenne consegna della medaglia d’oro al valor militare decretata alla memoria del capitano degli alpini Enea Guarneri da Passirano. È la consacrazione ufficiale di un fulgido atto con il quale questo giovane eroe bresciano ha suggellato la sua nobile esistenza simbolo del valore di tutta una razza. Brescia alla leonessa d’Italia, ben può oggi levare alto sulle sue braccia materne, questo suo fortissimo figlio segnacolo della virtù della stirpe e verso di lui con riverenza ed amore, volge oggi il nostro pensiero non dimentico che nella prigionia desolata ed estenuante, dopo il fervore delle battaglie nobilmente combattute vinte, egli seppe trovare la forza di ordire un vasto disegno di fuga per ridonare si ancora una volta alla lotta contro il nemico che lo aveva dormito. E corrono di gloria la sua tragica morte sepolto vivo sotto la terra traditrice che scavava, suggellando col fiotto di terra che gli riempiva la bocca la vita tutta spesa per la patria.
Associazione Nazionale alpini sezione di Brescia che ha l’onore di ascrivere fra i suoi soci perpetui la memoria cara di Enea Guarneri invita tutti i suoi soci a presenziare al solenne rito di domani mattina. Saranno presenti tutte le rappresentanze dei gruppi di provincia. Il ritrovo per la partecipazione al corteo cittadino è fissato per le ore 7:30 alla sede sociale.
+ articolo sulla concimazione della vite ….
La sentinella, domenica 22 giugno 1924 – il principe Umberto assiste oggi a Brescia alla celebrazione del 75º anniversario delle gloriose 10 giornate: tutta una pagina ….
‘L doi ‘n bataia – anno II n. 4 . -Giugno 1924-la quarta medaglia d’oro del reggimento capitano Enea Guarneri.
Motivazione… Alla fine: la medaglia sarà consegnata alla fine alla famiglia solennemente il giorno 22 corrente mese a Brescia da Sua altezza reale il principe ereditario nel 75º anniversario delle 10 giornate. Ci riserviamo in altro numero di dire lungamente di questo fulgido nostro eroe.
In congedo? Sì! Compiuto il proprio dovere militare quando la patria non ha bisogno di robuste braccia di saldi cuori per farsi valere in armi, si va ossia in congedo ad adempiere con virtù è lavoro i doveri di figlio, di marito, di padre, di buono cittadino; a guadagnare la vita aumentato il benessere proprio della famiglia della patria. Ma gli alpini che in caso di bisogno sono i primi a prendere le armi, gli ultimi a lasciarle gli alpini tutti gli alpini del dory alpini di razza, si sentono sempre presenti cuore e spirito al reggimento al loro battaglione alle loro compagnie, dovunque si trovino come l’emigrante si sente sempre presente alla sua case alla patria. Gli alpini del dory o per la pace o per la guerra si sentono legati per la pelle alla famiglia che hanno onorato, che li onora, che da loro dovunque portino le loro braccia robuste e le loro mani incallita di contadini, di montanari, di operai, una nobiltà di stirpe che viene dalla forza, dal dovere compiuto, dalle tradizioni storiche di gloria del corpo; una nobiltà militare alpina, la nobiltà della penna. Il vanto dell’alpino nella sua innata modestia e di essere alpino sempre nell’operare e faticare, nel superare ostacoli e difficoltà, nel sacrificarsi nel tener alto il nome della patria, nel vincere sempre. Che lo supera? Apre il guardaroba o il cassettone? È il cappello, il trofeo, la penna? ! Il canto degli alpini pini del dory gli viene all’orecchio dal cuore con le strofe di quel maestro di alpini che fu l’Colonnello moresco seguono alcune strofe dei canti degli alpini. Gli capita tra le mani una fotografia di superiori, di camerati, qualche lettera ricevuta in guerra col cuore gonfio ma forte; qualche cimelio raccolto sul campo di battaglia, qualche fiore alpino raccolto su qualche rupe appeso nel pericolo, in un’ascensione ardita, o il foglio di congedo o la medaglia una croce guadagnata in guerra, o sente il dolore di qualche gloriosa ferito di qualche malessere capitatogli, o ricorda qualche elogio qualche distinzione qualche birichinata un marce lunghe, ardite, insuperabili sulle nevi, sulle rupi o battaglia audace cimenti e resistenze tenaci?! Oh! Allora quanti ricordi si affollano la sua mente nel suo cuore: dolci e tristi ricordi di vita sempre bella che rivive consenso nostalgico che lo fanno sentire sempre alpino, sempre pronto occorrendo a ritornare a quella vita del reggimento che a suo e che egli è pur tanto caro. Oppure si incontra con i vecchi e giovani camerati del reggimento di altri reggimenti di associazioni alpine per onorare i caduti per onorare il corpo per fare una Ribotta insieme?! Allora è tutto il vero grande cameratismo che si riaccende che si rinnova pieno di sentimento pieno di vita gaia pieno di spirito forte. Gli alpini del primo quadrimestre testé congedati hanno portato a casa il bel piatto di maiolica capace di una vettura di rancio con su in verde il bel trofeo del reggimento, che ricorda tanti buoni aranci, tante insalate verdi in primavera, di pomodori peperoni e cipolle in autunno; sicché anche con il piatto rivivono la vita del reggimento forte buona, vissuta sotto ottimo ufficiali fra ottimi camerati. Si può all’alpino in congedo capitano agli occhi la cartolina del reggimento la fotografia del bel monumento inaugurato alla presenza del re ciao Pais un alpino autentico, di quelli che fanno sul serio le discussioni con la sua brava penna a 46 gradi, o un reparto di alpini in escursioni o in parata allora è un fremito che tutto l’invade; allora si sente anche lui ancora e sempre alpino; allora sente che l’epoca delle guerre non è forse ancora finite che se ne un un’altra dovesse scoppiare e l’Italia che Dio ci ha dato della civiltà del mondo che ancora e sempre bisogna difendere a costo della vita fino la vittoria. Sicché se egli in congedo, è però solo in congedo licenza pronto accorrere reggimento al primo indizio alla prima chiamata. Così l’alpino, l’alpino del doi, sia nei paesi del codino in paradiso a casa del diavolo è sempre alpino sempre con l’anima reggimento. Presente presente presente. Cane da guerra
‘L doi ‘n bataia – luglio 1924 – anno II – n. 5 — funziona per la consegna della medaglia d’oro al valor militare alla famiglia del capitano Enea Guarneri.
” … E la forte Brescia lo ha elevato a simbolo di sua gente.” Così termina la motivazione della medaglia d’oro concessa alla memoria del nostro eroe. E Brescia, madre di forti, fiera della sua nuova gloria ha voluto degnamente consegnare nel 75º anniversario delle sue 10 giornate alla famiglia di Enea Guarneri le insegne della nobiltà più grande, più vera, più pura-le insegne di quella nobiltà che ci viene dall’eroismo fino al sacrificio, dall’offerta fino alla morte. E la medaglia d’oro ha brillato più fulgida sulle gramaglie dei genitori piangenti. Pioveva ma incurante del tempo la cittadinanza voluto unanime rendere omaggio a Sua altezza reale il principe ereditario che si recava a Brescia per la commemorazione delle 10 giornate e per la consegna dell’ambita ricompensa. Pioveva ma per le vie rigurgitava il popolo che voleva gridare il suo evviva al principe amato, ma già due ore prima nel magnifico camposanto il popolo attendeva il suo principe. Ed arrivò le 10:30 in automobile colmo di fiori; uno scroscio di applausi lo accolse, sorrise egli del suo sorriso buono. Si iniziarono le funzioni. Il commendator Zanon commissario regio di Brescia, disse in brevi parole la gloriosa Historia delle 10 giornate e portò l’amato principe l’omaggio della città. Ora Sua eccellenza Bonardi sottosegretario alla guerra, figlio eletto della Città leonina, riassume in forte parole la fulgida vita del nostro eroe-lo ricordano i giorni gloriosi della Carnia, di Monterosso, del rombo, dell’Ortigara, dove ferito ma pur sempre calmo e sereno non volle abbandonare il suo reparto, la sua compagnia che era per lui la sua famiglia di guerra; lo ricorda nei giorni tristi della nostra ritirata quando dinanzi alla furia dell’invasore prima di cadere prigioniero per aver protetta la ritirata del suo battaglione, con atto sublime fa presentare le armi e compagni che nel suo esempio avevano trovata la forza di morire fieramente sul posto del dovere; rammenta infine la morte dell’eroe; esso pur di non compromettere la fuga dei compagni di prigionia dopo inaudite sofferenze sopportate con storicismo, moriva soffocato in una galleria che con altri valorosi aveva scavato per fuggire dal campo nemico; e con voce commossa Sua eccellenza Bonardi finisce il suo dire leggendo la magnifica motivazione. Sua altezza reale il principe appunto sul petto del padre di Enea Guarneri accompagnato dal nostro colonnello, la medaglia d’oro al valor militare. Piange il buon papà nella rievocazione della gloria del figlio; dinnanzi a lui i bei gagliardetti delle sezioni alpine si inchinarono riverenti; intorno a lui omaggio di pianto versarono amici e conoscenti. Su nel cielo grigio rombava un’ala d’Ital. Nel pomeriggio gli ufficiali del reggimento recatisi a Brescia in rappresentanza vollero portare a Passirano 1 maggio di fiori sulla tomba del loro eroe a Passirano la buona mamma di Enea l’aspettava piangente li accolse. La cerimonia fu semplice ma piena di affetto e di sentimento. ” Signora disse il nostro colonnello, il suo eroico figlio ha guadagnato questa medaglia d’oro con insuperabile sacrificio valore; lei buona mamma l’ha guadagnata col pianto è col dolore” e. La medaglia sul petto baciandola in fronte a nome del reggimento e baciò ad uno ad uno tutti i cimeli dell’eroe. Ancora pioveva-la nostra rappresentanza con tutta la famiglia dell’eroe, con le autorità cittadine, le scuole, la buona popolazione di Passirano si recò in corteo al piccolo cimitero paesano a portare l’omaggio di una grande corona di fiori. Qui ancora il nostro colonnello il nostro papà del reggimento inchinandosi sulla tomba di Enea parlò commosso: ” è croci no eccoci nostro grande eroe con la mamma tua, con la tua famiglia con la gente del tuo paese che amavi tanto a portarti coronata di fiori la medaglia d’oro simbolo il premio del tuo valore! Dinnanzi a te come oggi tutto il reggimento, tutti gli alpini che tanto amato si inchinano riverenti. Non mi provo dire la tua storia essa in questa medaglia che tua madre la fissa per un istante sulla tua tomba. Ma ti rivedo in cruenta battaglia sulle rocce di Monterosso combattente magnifico eroico esempio i tuoi soldati; ti rivedo eroe volontario delle fulgide battaglie del sacrificio. Oggi vedo compiuto il mio, il nostro ardente sogno vedendoti degnamente ricompensato! Siamo venuti a te non solo per onorarti ma in pellegrinaggio d’amore, a pregare davanti alle tue reliquie perché iddio protegga l’Italia è il nostro chiuse le virgolette. Queste parole improvvisate sgorgata dal cuore commossero al pianto. E se ne partì la comitiva. Timido un raggio di sole rotte le nuvole illuminava il bel cimiterino. Firmato tenente zecca
sulla pagina quattro a tutta pagina c’è la composizione di Bes l’alpin an battaia – baulada d’un can da guerra in piemontese ….
Roma, Napoli sabato 15 novembre 1924 – Rapsodia di Caporetto la gloria del milite e gli errori del comando articolo di Silvano Fasulo …
Caro direttore, permetti ad un modesto combattenti di dire sul vecchio Roma tutte le verità. Era fatale che, dopo la riabilitazione del generale Cadorna, spuntasse ancora fuori per quanto attenuato il vecchio adorni hanno motivo della perduta combattività dei nostri soldati come causa del rovescio di Caporetto. Così assistiamo allo spettacolo di giornali patriottici italianissimi, che dedicano intere colonne a dimostrare che il disastro di Caporetto dipese dai soldati, da ben 10 reggimenti che rifiutarono di battersi, non dalle complesse cause che sapevamo. È semplicemente falso. Che si voglia creare un monumento di gloria al generale e cosa che può interessarci fino a un certo punto; ma che per far ciò si debba ricorrere alla denigrazione dell’esercito, alla diffamazione del gloriosissimo fante, e cosa che i combattenti non debbono, non possono, non vogliono tollerare. Anche altra volta il comandante Cadorna denunziò la poco combattività dei soldati, mentre lo scarso numero dei prigionieri e la ecatombe di morti e feriti erano là a smentirlo. Del resto chi è stato in trincea a far la guerra, sa che lo stato d’animo Caporetto distico è stato creato non tanto dalla infame propaganda disfattista una parte dei socialisti; non tanto dalle deplorate frasi del Papa e dell’onorevole tre Bes, quanto dalla condotta di tutta la guerra, dalle scempiaggini contenute in un certo libro di istruzioni sull’attacco frontale dalla babilonia dei comandi, dallo scandaloso esempio di Udine. E di tutto ciò responsabile non è l’esercito, non il soldato. Commemoriamola dunque la data di Caporetto di cui ricorre in questo grigio autunno il settimo anniversario, commemoriamola non con lo spirito degli imboscati ai comandi, che nella guerra non videro e non compresero nulla, sebbene con spirito di giustizia con ossequio alla verità storica: piaccia o non piaccia ai professionisti della guerra e della politica. Il soldato può commemorare a fronte alta Caporetto. E non ha interesse al silenzio soprattutto mentre l’onore reso Cadorna può essere interpretato come approvazione di quel bollettino troppo tardi ahimè censurato dal governo.
Le altre Caporetto. Sull’episodio di Caporetto la storia ha detto ormai la sua inequivocabile parola. I diari dei combattenti da quelli di Douhet a quelli di Capello, da quelli del generale Bencivenga quelli del bersagliere Mussolini, hanno offerto la documentazione sufficiente. Il libro di Cadorna è la più grave documentazione della insufficienza del comando. Le rapsodie di Luigi Gasparotto hanno pagine altamente ippiche, in contrasto con le calunnie dei Cadorniani, sul rovescio di Caporetto. Primo dovere dello storico di Caporetto quello di ridurre alla sua vera espressione dell’episodio nel quadro della guerra mondiale. Che cosa è innanzitutto la ritirata di Caporetto, di fronte allo sfondamento dell’estremo fianco destro delle linee russe a riga del 1917 da parte dell’ottava armata di Huittier? O di fronte all’offensiva di Brusiloff sullo Strypa nel giugno 1916? . Dello sfondamento della Gorlice e della fronte rumena? O delle invasione torrentizia di tutta la Serbia, il cui fronte cadde come un mazzo di carte da gioco? O della somma versione delle truppe portoghesi sul Lys nel marzo del 1918? O dei clamorosi cedimenti di vasti tratti del fronte inglese nel principio della guerra e nel 1918? Le unità della quinta armata inglese sorpresi a sud dell’Oise furono annientate, scardinate .. Immesse in fuga sul canale di Crozat. Nello sfacelo rovinoso la terza armata fu trascinata precipizio su Bapaume, ogni legame con i comandi fu rotto e per lunghe giornate la battaglia non fu che guerriglia di reparti isolati fra le mandra dei fuggenti. In otto giorni la Francia arretrò le sue linee di 60 km oltre le mura di Montdidier. Gli eserciti di Piccardia e delle Fiandre dopo 40 giorni si rialzarono e questa notizia più che l’altra volo per il mondo. I tedeschi raccolsero montagne di fucili ma nessun comunicato disse che un’intera armata, gettate le armi fuggiva davanti al nemico, come sciaguratamente il comandante italiano a s’cagionar se stesso cercò di far credere nel momento stesso in cui reparti isolati del suo esercito, demoralizzati e stanchi, si battevano disperatamente per la pianura veneta, dando tempo agli imboscati dei comandi superiori di mettere in salvo le loro pingui cassette le loro inappuntabili mense. Nessuno disse “l’esercito non si batte più” come annunziavano i giornalisti ufficiosi del comando supremo, già tutti, con le loro non sudate medaglie, al Caffè Pedrocchi di Padova qualche giorno dopo il primo rovescio.
Roma, Napoli sabato 15 novembre 1924 – Rapsodia di Caporetto la gloria del milite e gli errori del comando articolo di Silvano Fasulo … continua …
Le colpe del comando. Il rovescio per se stesso fu comune episodio militare ha dunque. Molti combattenti lo avevano previsto e avevano gridato invano. Il colonnello Douhet, per aver parlato in tempo, era stato fatto spiare e poi imprigionare dal generale Cadorna. Il mio memoriale spedito ministri deputati durante la guerra fu pubblicato su queste colonne. Alte cause che noi denunzia avevamo come determinanti il rovescio, nulla ha potuto mutare la storia. Lasciando stare la stanchezza delle truppe, logorate in 100 azioni inconcludenti in 100 esperimenti balordi, lasciando stare la fame, la sete, la demoralizzazione del soldato, il cui animo era assolutamente ignorato e trascurato dall’illuso Stato maggiore, lasciando stare il silenzio inspiegabile delle nostre artiglierie, prive di ordini la mattina del primo attacco tedesco, va tenuto conto innanzitutto di un calcolo assai semplice di cui oggi abbiamo i dati sicuri, e che se potrà costituire un nuovo capo d’accusa contro chi aveva l’onere di disporre provvedere, costituisce la prima difesa del nostro soldato, ed è la sproporzione schiacciante fra le truppe attaccanti e le attaccate; stando per di più quelle imposizioni invidiabili nelle nostre al solito imposizioni assurde, mai visitata dal comandante supremo e pessimamente allestite a difesa. L’elenco delle truppe operanti nei due campi e rifatto dal Gasparotto e non vi è ormai luogo a dubbi. La fandonia inventata dai commensali di Cadorna di reparti che non si batterono, è un’infamia che la storia cancella con obbrobrio. Lo sfondamento con tali forze preponderanti, preceduto da una cortina di tiri di distruzione, era cosa prevedibile. Se non fu preveduto, se non si trovarono i reggimenti da lanciar freschi nella falla, c’è il comando supremo troppo presto divisa animato sì, penso all’istante a cambiar sede senza considerare il disastroso effetto morale d’una simile ritirata, se la sparizione di ogni comando in un esercito in cui ogni iniziativa individuale era stata sempre severamente vita, ingigantì le conseguenze d’un ordinario fortunato episodio guerresco, ciò non riguarda il soldato, ciò non fa onta minimamente al milite, il quale a Caporetto come in tutta la guerra fu superiora ai politicanti di Udine e di Roma. Il benefizio della disfatta. Sulle cause del rovescio si è scritto a bizzeffe ormai. La storia ha detto la sua ultima parola; e non la modificherà per quanto la politica pretende a dettarle. Questa parola nell’ipotesi più benigna può essere quella scolpita in una tacitiana pagina del Gasparotto. “Li preveduto era questa volta il passaggio di colpo della guerra di posizione alla guerra di movimento, della quale soltanto i valori morali e l’intuizione dei comandi locali avrebbero potuto frenare il corso impetuoso degli eventi. Ma ahimè com’era prevedersi i fattori morali negretti non giocarono. Un senso di stanchezza da tempo saliva dal paese alle trincee e distendeva un’atmosfera di fatalismo arrendevole agli eventi più diversi. Qualche tossico opera fraterno ed assidua di giustizia e follia, era entrato nelle vene non soltanto dei soldati e in troppi cuori era morta la fede. Pronte iniziative non mancarono ma difettare uno in troppi comandi abituati a non muovere passo senza il controllo di autorità superiori; donde la mancanza sul campo di quello spirito di immediata decisione che è il segreto di tutte le guerra di movimento”. Sì, vi fu una rivoluzione in zona di guerra. L’elemento toscano, giovane patriottico quello che aveva voluta la guerra e voleva vincerla, prese nel cataclisma il sopravvento sul vecchio elemento burocratico di caserma, che era stato triplicista e faceva la guerra per dovere di uffic prese la mano a quelli che facevano dire al ministro la sera del 24 ottobre in pieno parlamento, che se veniva all’attacco tedesco ci trovava preparati, mentre nella stessa ora la 14ª armata germanica per le rotabili di Luico e di Caporetto dilagava in pianura. L’elemento generoso della trincea presa la mano ai comandi e venne la guerra! L’epopea ignorata. L’azione tedesca che prende nome da Caporetto va dall’assalto infernale nelle gole dell’alto Isonzo alla furibonda rissa sul Grappa: dal 24 ottobre al 16 novembre. In questi 20 giorni fra i comandi disorientati e privi di ogni collegamento, fra le torme di soldati dispersi, tra le precipitose fughe degli imboscati in zona burocratica di guerra, quanti epici ignorati episodi, che fulgore di combattimenti gloriosi, quanta romanità di sacrifici freddi e sublimi. Senza speranza, senza testimoni, senza possibilità di ricompense! Tutti i soldati si batterono, anzi la resistenza di qualche ora alle strette di Saga, nelle su descritte condizioni è la più meravigliosa. Se per l’improvvisa irruzione del torrente invasore, alcuni reparti delle retrovie furono come ad Auzza sorpresi dispersi, ciò non autorizza a dire che 10 reggimenti volontariamente rifiutarono di battersi; né che quella era stata la causa del disastro. Ne fu semplicemente un comprensibile effetto. La mischia è continuata poi implacabile ai punti del Tagliamento e della Livenza; è continuata negli altipiani dell’ansa di Zenson, al cimitero di Fagarè; è continuata in piano si è chiuso con la prima epopea del grappa, da sé sola degna di storie di poemi, in cui il forte artigliere lasciò la vita al fianco del pallido portaferiti, il vecchio zappatore del 1874 si abbatte e cadde presso il giovinetto, forse il figliuolo della classe del 1899 baciato dalla morte sulle impubere di labbra calde ancora del bacio materno! Scomparve il comando supremo, ma quanto to più eroiche le gesta individuale, quanto più meravigliose le imprese di reparti divenuti sublimi appena rotto i vincoli di un potere che li umiliava, le soffocava! Dalla Rombon, dominante la conca di prezzo, i battaglioni alpini borgo San Dalmazzo, Dronero Saluzzo piemontesi rotolarono giù per la china i nemici montanari del Salisburgo, mentre in fondovalle le fanteria della 50ª divisione bloccarono i tiratori imperiali alla stretta di Saga finché a sera ebbero ordine di ripiegare. Altro che ritirata imbelle! Il presidio alpino di Montenero attese il nemico sulla vetta che custodiva le centinaia di morti per tutto il giorno; e anche quando i nemici avevano circondato le pendici, la vetta fu mantenuta affinché il comando della 40ª divisione ordinò altrimenti. Ai suoi piedi gli alpini del battaglione Albergia confanno i bersaglieri, al comando del colonnello Migliano tennero il monte in superbo isolamento per due giorni. Sullo Slene i fanti del 224º reggimento fecero il classico quadrato attorno al capo, il colonnello Rossi e per tutta la giornata tragica sostennero l’urto delle brigate austriache seminando il terreno di morti. Nè gettarono le armi quei fanti del 147º 148° reggimento che morti i capi il colonnello Piscicelli e Raimondo, non vollero abbandonarli ma li trasportarono nella ritirata fino a Selice. Nè dal Mrzli al Vodil rifiutarono di battersi i fanti del 155º 156º comandati da due semplici capitani di complemento l’Incerti e il Rosa. Essi tennero in scacco il nemico sulle due Lunette nella giornata del 24 e contrattaccarono il nemico finché caduti i capi videro a valle marciare i tedeschi sull’altra sponda del violato Isonzo.
Il nemico ci rende giustizia. Siamo nella zone nella giornata di Caporetto. L’Italia ignora la resistenza Leonino posta per un’intera giornata, mentre i comandi tacevano sul massiccio del Monte Ietza dagli alpini di Val d’Adige e sulla costa Duole dai fanti della Taro alle soverchianti colonne dell’Alpekorp e della 200ª divisione prussiana, ma la relazione del 51º corpo d’armata germanico la chiamata straordinariamente ostinata e il comando austriaco della seconda armata dell’Isonzo ha confessato il suo insuccesso davanti ai contrattacchi delle brigate Belluno Roma. Anche quando l’ordine di ritirata fu certo è irrevocabile, i bombardieri della 46ª divisione a Krn per non lasciare il nemico le batterie pesanti campali già abbandonate, vollero trascinarle a braccia fino a Libussina, dove ahimè trovarono la strada tagliata dagli slesiani; mentre ancora i bersaglieri del 12º reggimento sugli spiani del Globokak contrastavano i tedeschi della quinta divisione le sorgenti del Iudrio e mentre i fanti meravigliosi della brigata potenza già stremati ridotti a 300 per battaglione, i forniti di mitragliatrici e privi di collegamenti con i comandi superiori, tennero lo Stol e la conca di Creda fino alla notte del 25, sbarrando agli slesiani della 12ª divisione la strada per Cividale e dando il tempo al comando supremo di mettersi in salvo. Nella stretta di Stupizza proprio allo sbocco della strada di Caporetto il comandante della 53ª divisione, un Gonzaga, schierata al varco la brigata Vicenza, mosse egli stesso sebbene ferito in ricognizione del nemico. Fu ancora ferito ma con l’esempio e la fermezza ritardo ancora di un giorno l’avanzata nemica in quel punto. E lo studente Enea Guarneri, poi morto in prigionia, alla testa della 214ª compagnia del battaglione Valle stura, a Monte cavallo, attaccato contrattaccò per due volte. Stremato, senza ordini e senza notizie, accerchiato, rifiutò la resa. Ferito disarmato fu preso ma non ucciso dai nemici, cui tanta virtù in posa ammirazione e rispetto. Prima di dichiararsi vinto il giovinetto volle che i pochi superstiti, 40 dei suoi fedeli, ignoti eroi, presentassero le armi ai compagni caduti gridando in faccia al vincitore: Viva l’Italia! Giovanni Villani, comandante della 19ª divisione schierò i suoi alpini al Monte Ieza e a tutto provvede, ma quando vide la divisione tra volte la posizione irrimediabilmente perduta, ridottosi a Glabuzzano che a alto ufficiale gli rese conto freddamente dell’opera compiuta, gli cede il comando dei pochi superstiti, e con un colpo di rivoltella romanamente si uccise. E ancora nella crisi morale che sopravvenne quando tutto pareva perduto, fra torme di dispersi e di ubriachi, divisioni di cavalleria dei gloriosi reggimenti di Genova e Novara, e truppe di copertura disperatamente si batterono di trincea in trincea, di fiume in fiume, consentendo quello spontaneo schieramento del Piave che fu la nostra rinascita, la nostra gloria, la nostra santificazione!. Fino a quella sera del 9 novembre in cui saltavano i ponti della Priula e a quella mattina del 10 in cui il nemico baldanzoso affrontato sulle Melette e respinto contro l’argine di Zenson era ridotto ancora mordere la polvere; e a quelle prime dure battaglie del Grappa non ancora cantate dai poeti gloria agli oscuri morti della Pertica, delle Melette, dell’Asolone, del Monfenera, che a qualche settimana dal rovescio quando tutti disperavano, quando comando e i suoi turni Ferrari e non annunciavano l’infame giudizio sulla combattività del nostro soldato, senza speranza di plauso di ricompense, preparavano col proprio sacrificio la resurrezione della patria nell’apoteosi di Vittorio Veneto!
Il processo Cadorna era voluto da Mussolini. Eroismo isolato negletta virtù. Non vi fu distribuzione di nastri azzurri. Non vi furono retorici bollettini. Ma la calunnia prima è il silenzio pietoso poi. Ora di nuovo la calunnia per glorificare un uomo fatale! Ma oggi la storia cancella una iniqua sentenza e decreta la palma agli ignoti eroici di Caporetto; seppur la polizia mandi assoluto il principale responsabile e di decreti il trionfo. In quei tristissimi giorni anche il bersagliere Benito Mussolini fremeva di sdegno contro i seni responsabili e non celava i suoi sentimenti. Anche a me egli scriveva: “.. Il nostro torto grave e imperdonabile è stato quello di avere consegnata la nostra guerra gente che non la sentiva, non la voleva, non l’accettava il a subita come una corvée più penosa e pesante più delle altre. Siamo stati degli ingenui. Sono d’accordo con te che non appena quest’ora tragica sia passata, bisogna fare risolutamente il processo al modo col quale abbiamo fatta la guerra e agli uomini nessuno escluso nemmeno gli altissimi…” . L’altro giorno esaltando a Sesto San Giovanni la nomina gran maresciallo del generale Cadorna, il sottosegretario Muzio inveì contro coloro che avevano empiamente usato minacciare di fargli il processo. La sotto-eccellenza non immaginava nell’eccesso dello zero di ingiuriare il suo Duce! esaltiamo il milite ignoto, il solo senza macchia e senza paura, il solo che abbia veramente salvata l’Italia: a Caporetto come a Vittorio Veneto. Grazie dell’ospitalità Silvano Fasulo