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Articoli di Giornali – VII

‘L doi ‘n bataia . -Anno 3 n. 3 -marzo 1925 – il capitano Enea Guarneri. Nacque nell’alta valle Camonica da genitori ardenti di amor di patria ed ebbe educazione degna d’italiano. Tra gli studi ed il lavoro crebbe su rigoglioso e forte come le rocce dei suoi beni monti, umile e buono affezionato i genitori che lo adoravano giustamente orgogliosi e fieri. Diplomato in agraria, interventista convinto, alla dichiarazione di guerra lo troviamo in Carnia ufficiale al battaglione Dronero pieno di entusiasmo e coraggio. Dopo un inverno di guerra trascorso senza tregua e riposo sempre in prima linea, tra i pericoli continui della guerra, tra l’insidia ancor più gravi della montagna (valanghe che travolgono ed uccidono, tormenta che sferza e s’a sangue la faccia, freddo che irrigidisce le membra), tra le peripezie continua guerra combattuta con scarsità di mezzi impressionante, e Enea Guarneri scrive con lo stesso tranquillo coraggio con lo stesso sereno entusiasmo. Il suo amor di patria il sentimento del dovere e talmente forte in lui da non lasciarsi abbattere da lotte sanguinanti io pericoli gravi: il suo entusiasmo non diminuisce. L’ebbi compagno di trincea nel 1916 a Monterosso: vita dolorosissima! Per mesi e mesi sotto galleria di neve, di vedetta tra la neve senza confine, tra l’impeto brutale di una tormenta quasi continua, tra l’snervanti faticosissime e pericolose corvèe notturne, alternate da micidiali combattimenti cui si giungeva dopo inauditi sforzi e pericoli su per canaloni impraticabile precipizi orrendi spaventosi. Vita dolorosissima di cui nessuno può avere l’esatta idea se non l’ha vissuta, aspra di pericoli piena di torture non immaginabili. Pure attraverso questi dolori Enea Guarneri si mantiene calmo, sereno, coraggioso sempre, infaticabili animatori dei dipendenti. Nel luglio 1916 il battaglione Bicocca cui apparteneva riceve l’ordine di attaccare il trincerò di Monterosso. La 71ª compagnia agli ordini di un altro prode, onore e vanto del reggimento nostro, eroe sconosciuto il capitano robusti ad attacca per prima rinforzata dalla sezione mitragliatrici del Guarneri; la 123ª, comandata dal capitano sala, altro prode scomparso, è di rincalzo. Il compito è tra i più duri; il trincerone è vicinissimo, una trentina di metri, ma è strenuamente difeso da truppe numerose e fresche. la 71a compagnia attacca con foga meravigliosa. EG pallido in viso per l’emozione ,calmo, sereno non parla. Di fianco alle sue sfide armi, diritto sulla trincea, tra il sibilo delle pallottole che gli piovono accanto lasciandolo miracolosamente illeso, scruta il trincerò nemico per individuare le mitragliatrici che nascoste hanno inesorabilmente arrestato lo slancio Leonino dei forti alpini. Scruta con ansia e le individua. Senza esitazioni porta le sue armi sul ciglio della trincea ed apre un fuoco d’inferno. Colpiti in pieno le mitragliatrici nemiche tacciono: i nostri valorosi decimati, vinti ma non domi, possono ritirarsi attraverso un groviglio di reticolati nelle nostre trincee linee. Fu un momento di commozione venerabile. Enea Guarneri commosso per il valore dei nostri, addolorato per la mancata conquista e per le perdite subite, guarda i suoi bravi alpini accarezza le sue armi e piange sospirando. Ma in tutta la vita bellica si dimostrò coraggioso combattente, sprezzante del pericolo, meraviglioso di audacia! Non un momento di debolezza in quattro lunghi anni di passione vissuta su tutti i fronti. Né poteva l’entusiasmo suo esaurirsi perché gli derivava da un profondo amor di patria e da un sentito interventismo. E non scemò! Più volte decorato è ferito caduto prigioniero in internato a Sigmundsherberg non si dà pace. Crede di non avere ancora compiuto tutto il suo dovere, di non potersi piegare al destino. Concretò subito coi suoi compagni di prigionia un piano di fuga, grandioso piano degno del suo forte animo: scavare con pochissimi mezzi inadatti una galleria book ante oltre i reticolati, attraverso la quale uscire inosservati, raggiungere il posto di frontiera distante 700 km anche se non avevano carte. Lavoro colossale fantastico, iniziato con foga, proseguito con forza e tenacia a turno da tutti. Ma fu avverso il destino! Durante il turno del Guarneri una frana scesa improvvisamente alle spalle del lavoratore bloccandolo. Sprezzante del pericolo, calmo e sereno anche in questo tragico momento, anziché chiedere aiuto, raccomanda ripetutamente di non avvisare gli austriaci, di mantenersi calmi e di cercare di togliergli di dosso la terra. Furono tutti all’opera ma visti si impossibilitati a salvarlo, avvertirono il comando austriaco. Furono inviati uomini con attrezzi. Ma e per discorsi pareri, e per la caduta di una nuova fra nei lavori procedettero lenti e il povero Guarneri venne estratto cadavere. Narra un suo compagno di prigionia che il povero Guarneri attesa la morte con vero storicismo, con meravigliosa rassegnazione, con una serenità di spirito, con una calma propria dei grandi eroi martiri degna dell’intrepido alpino del passo della sentinella in Cadore, preso con fulmineo slancio del valoroso di Monterosso più volte conteso in furibonde lotte corpo a corpo a nemici superiori in numero e agguerriti. Rassegnazione calma degna dell’audace alpino di Monte rombo sanguinante calvario del secondo alpini, ammasso di trincee distrutte ricostruite, prese, riperso e riprese a un nemico furibonde dominante, degna di un eroe purissimo grande sublime. La sua salma dapprima sepolto in Austria con tutti gli onori militari dovuti ad un eroe, riposo oggi tranquilla volta nella seta bianca dell’abito da sposa della madre, nel dolce paese natio. Enea Guarneri sorride in cielo poiché l’Italia è ora come la desiderava e la vede avviarsi a grandi passi alla grandezza che le deriva da Vittorio Veneto. Firmato tenente mulattieri

ancora ‘L doi ‘n bataia – annoIII n. 3 – marzo 1925 . – un Pater noster inedito – regaliamo ai nostri lettori questa originalissima poesia che merita davvero l’onore di un momento di attenzione. Vadano per essa le nostre grazie cordialissima reverendo Teol Olivero, vicario di Acceglio che avendo lanon so dove rintracciata volle con pensiero squisitamente cortese offrirla per le colonne del doi.
Se vuoi Napoleone esserci-Pater // rende il Piemonte a quei che erano tre-noster // non lasci senz’altro d’esser-qui es//e ti farai merito di salire – in coelis// poi tutti grideremo- santificetur// e loderem per sempre-nomen tuum// altro non aspettiamo fuor che-adveniat// re gli tiene ogni oro del nostro cuore il-regnum// e questo mai potrà essere -tuum// sei brani altra ragione direm- Fiat// sia adempia pure in ciò- voluntas tua// allora noi staremo-sicut in coelis// se goderlo possiamo qui-et in terra// la Repubblica ci ha tolto-panem nostrum // sono ci lasciò in regime- quotidianum// no, mai non si sentì fuorché-da nobis// non si aspetta diman quel che se si vuole-hodie// sesempre sorda ella fu-dimitte nobis// più non possiamo pagar-debita nostra // di un ridotto mai fu- sicut et nos// volentieri ancor noid-imittimus// a te e dagli altri -debitoribus nostris//ma con la condizione-et ne nos// sotto la tua dominazionei-nducas// deh! i per pietà non cadi- in tentationem// e Di farci francesi- et libera nos// da tue catene che vuol dire-a malo// e tutti esalta rende dicendo-amen bello
+ il quidecalogo del vecchio cane: la prima parte si trova sul numero precedente…su qs la seconda e la fine!

 

Il cittadino di Brescia, martedì 14 luglio 1925 – i sacrifici e il valore dell’Italia esaltati da Painlevé a Bligny …
La commemorazione alpina di Enea Guarneri – l’appello nobilissimo lanciato agli ex alpini della sezione di Brescia dell’associazione Nazionale alpini per la commemorazione della medaglia d’oro alpina Enea Guarneri, è stato entusiasticamente raccolto. E domenica mattina sul largo Zanardelli all’ora convenuta, autobus e automobili accoglievano i numerosissimi ex alpini convenuti da vari centri della provincia coi loro gagliardetti. Il signor Paolo Merluzzi cortesemente ci ha ospitati nella sua ottima Italia, che portava membri del consiglio della locale sezione dell’Ana. La commemorazione è stata invero di una così severa solennità da rimanere compresi ed ammirati. La lunga teoria di automobili, mossa da Corso Zanardelli poco dopo le 8:30, procede ordinata verso porta Trento con sosta al monumento a Cesare Battisti. Dopo alcuni istanti di raccoglimento viene deposta sul monumento una grande corona d’alloro omaggio degli ex alpini bresciani all’alpino del battaglione Vicenza nel nono anniversario del suo martirio. Quindi la colonna procede verso porta Milano e poi direttamente per Passirano ove si giunge alle 9:30 precise. Nobili manifesti del municipio e dell’Ana sono largamente affissi. Il corteo a Passirano. All’entrata del paese già una folla di altri ex alpini, autorità, personalità, rappresentanze popolazione venuta anche dai paesi vicini. Al fabbricato scolastico si compone il corteo che poi muove silenzioso verso la cimitero. Il corteo è aperto dalla rappresentanza dell’associazione madri e vedove dei caduti con bandiera e del fitto gruppo dei gagliardetti delle varie sezioni dell’Ana e sono precisamente quelli della sezione di Brescia, Bedizzole, Gardone Val Trompia, Caionvico, Passirano, Castenedolo, Botticino sera, San Colombano di Collio, Adro, Iseo, Gussago e Paderno Franciacorta. Due ex alpini recano un grande cuscino di fiori omaggio degli ex alpini bresciani. Seguono la famiglia i parenti della medaglia d’oro Guarneri: sono tra questi genitori, il fratello e la sorella. Notiamo al completo il consiglio dell’Ana sezione di Brescia col presidente colonnello Magliano e il vice presidente signor Spagnoli; la giunta municipale; padre Giulio Bevilacqua e l’ex cappellano Don Esti; l’avvocato Renzo Boccardi, il conte Vincenzo Calini, il commendator strada il medico chirurgo locale, l’ex capo stazione signor Leone, il professor Augusto Moretti e moltissimi altri. Quindi un gruppo di distinte signore di Brescia appassiranno il paesi vicini. Vengono inoltre: un foltissimo gruppo di distinte signore di Brescia a Passirano dai paesi vicini; un numerosissimo gruppo di ex alpini rappresentanza di associazioni patriottiche, ex militari, politiche e scolastiche con oltre una ventina di vessilli. In questo foltissimo gruppo sono pure due grandi corone: l’una del municipio e l’altra della società operaia di MS di Passirano. All’ingresso del cimitero prestano servizio d’onore i Premilitari. Tutti i partecipanti all’imponente corteo passano nella parte nuova del cimitero ove la nuova tomba della famiglia Guarneri nella quale è stata recentemente trasportata la salma del glorioso Enea. La tomba è un pregevole lavoro in Pietra della ditta Maccabiani su disegno dell’ingegnere Pietro Guaragnoni. Nell’interno della parete di centro è il loculo di Enea Guarneri sul quale si eleva un artistico busto in bronzo dell’eroe, opera assai ben riuscita dello scultore Botta. In alto campeggia una grande lapide con una delicata epigrafe dettata dal professor Pieri dell’Università di Padova. Nell’interno della tomba prendono posto la famiglia i parenti del commemorando. Sull’ingresso viene retto l’altare da campo al quale padre Bevilacqua celebra la Santa messa assistito dal clero di Passirano dall’ex cappellano Don Esti. I gagliardetti dell’Ana tutti gli altri vessilli si dispongono in quadrato innanzi alla tomba e dietro ad essi si assiepa la folla dei convenuti. Alla fine della Santa messa padre Bevilacqua indossato il pluviale celebra le esequie ed in parte la benedizione alla tomba e ai convenuti.
Il discorso commemorativo. Scomposto l’altare da campo l’avvocato Renzo Boccardi sale sull’alto della gradinata d’ingresso alla tomba per tenere la commemorazione dell’eroe. Le sue parole non possono essere riesca ferite riassunto. Premesso nobilissimo accenno alla grandezza del sacrificio di Enea Guarneri, l’oratore entrato ad illustrare in sintesi scultorea l’arditissimo piano di fuga dal campo di Aschach culminato con la tragedia del 25 giugno 1918, nella quale Enea Guarneri trovò morte gloriosa. Rilevate le azioni di combattimento cui prese parte Enea Guarneri prima della sua cattività e delle quali sempre rifulse il suo valore, l’avvocato Boccardi sviluppa con larghezza di particolari il grande tentativo operato dal Guarneri giorno per giorno, ora per ora sempre animato da una grande fede; i dolori alle ansie continue della prigionia di guerra e l’agonia dell’eroe che nessuno saprà mai dire. Il sacrificio di Enea Guarneri ha affermato l’oratore, dice di tutti sacrifici palesi e occulti compiuti nei vari campi di prigionia, di cui troppi nostri caduti fanno testimonianza solenne. A chiusa, il dotto e convincente oratore invita tutti a meditare e ad ispirarsi sempre al grande sacrificio di Enea Guarneri perché gli italiani siano sempre più buoni e perché la patria nostra abbia sempre a gloriarsi di loro ed essa rimanga l’antesignana dell’amore, della grandezza e dell’eroismo. L’oratore e quindi abbracciato e baciato dal padre dell’eroe è in preda commozione profonda. I convenuti si trattengono quindi nel cimitero per al troppo di tempo onde visitare la tomba che racchiude le spoglie del glorioso alpino, sul loculo della quale vengono deposte le corone recate nel corteo e quella della famiglia in precedenza recata al cimitero. Alle 11:00 la commoventissimo e severa cerimonia era finita a tutti gli ex alpini, alle autorità personalità è rappresentanze convenute, la famiglia Guarneri ha fatto omaggio di un elegante opuscolo di Piero Pieri, della collana verde edito a cura dell’associazione Nazionale alpini nel quale è estesamente narrata la tragedia del campo di Aschach sul Danubio.

 

La provincia di Brescia martedì 14 luglio 1925 – la glorificazione della medaglia d’oro Enea Guarneri –
con severo austero rito di commossa pietà e di fervido amore, in una cornice di suggestiva bellezza e di tranquilla serenità della natura, le fiamme Verdi della nostra città hanno glorificato la medaglia d’oro alpine Enea Guarneri, il valoroso capitano del secondo alpini le cui eroiche gesta in guerra e la tragica storica fine in prigionia sono note ai bresciani che ne servono con orgoglio la memoria. Il 25 dello scorso giugno ricorreva il settimo annuale della morte del capitano Guarneri nel campo nemico di Aschach, e domenica la sezione di Brescia dell’Ana si è recata in pellegrinaggio alla tomba del commilitone in Passirano. Nel verde paese della Franciacorta erano convenuti oltre il gruppo alpino di Brescia, quelli di Adro, Iseo, Paderno, Passirano, Caionvico Botticino sera, , Castenedolo, Bedizzole, Gardone Val Trompia e San Colombano. Gli alpini da Brescia il lunga colonna di automobili si sono portati sul luogo. Prima però a cura della sezione di Brescia è stata deposto una corona al monumento a Cesare battisti, l’eroe di Monte Corno, il martire del Castello del Buon Consiglio e del quale domenica ricorreva il nono anniversario della morte. A Passirano erano convenute anche le bandiere della associazione madri e vedove dei caduti, delle sezioni combattenti di Castegnato, Bornato, Timoline, Paderno, borgo nato, Rodengo, Capriolo, quella della società operaia Enea Guarneri di Passirano e qualche Sezione Fascista. I soci dell’associazione alpina erano oltre 100 e fra questi col consiglio direttivo al completo, il presidente colonnello nobile cavalier Magliano e vicepresidente ragionier cavalier Spagnoli; inoltre il tenente degli alpini padre Bevilacqua ed il cappellano Don Esti. A Passirano con la famiglia si trovava l’Egregio dottor commendatore Giambattista Guarneri padre del caduto. All’ingresso della suggestiva cappella di famiglia dei Guarneri è stata celebrata da padre Bevilacqua e da don Esti la messa da campo. Dopo di che composto al monumento dei Prodi caduti in corteo i convenuti si portarono al cimitero alla tomba del capitano Enea Guarneri. Intorno alla tomba del figlio glorioso della forte terra di Franciacorta, si sono radunati suoi commilitoni delle fiamme Verdi, i combattenti, il popolo, per onorare il prode soldato è il probo cittadino e per sentire dalla vivida smagliante parola del capitano degli alpini avvocato Renzo Boccardi presidente della sezione del Vobarno, la glorificazione del Caduto. Lo spazio non ci consente di riportare la meravigliosa sentito orazione del chiarissimo avvocato Boccardi e d’altra parte non ci sentiamo di riassumerla per non deturpar nella fresca e politica bellezza, il vivo sentimento d’amore patrio che traspariva dalle parole esaltanti la figura del puro eroe, che si è voluto onorato da parte dei fratelli d’armi. La folla presente molti commossa ha seguito con attenzione era colta il dire dell’oratore e ognuno ha sentito l’anima trasportarsi verso lo spirito del caduto, e levarsi al di sopra di ogni cosa per rammemorare e coltivare il culto della sua memoria. Sulla tomba del capitano Enea Guarneri furono deposte tre corone di fiori: dell’associazione Nazionale alpini, del municipio e della Società operaia. A tutti gli intervenuti alla cerimonia la distinta famiglia Guarneri giorno l’elegante pubblicazione di Piero Pieri, capitano del settimo alpini: un episodio di prigionia, che fa parte della collana verde, e che narra. Convivenze chiarezza di particolari il periodo della prigionia dell’eroico capitano Guarneri e dei suoi gloriosi compagni, lo studio e l’attuazione del progetto della fuga, la mancata riuscita del piano e la coraggiosa fine dell’eroico bresciano. La sezione di Brescia dell’Ana offrì la cartolina con la fotografia del capitano Guarneri e con la bella motivazione della sua medaglia d’oro. Compiuto s’irritò e onorata degnamente e austeramente siccome dovuto agli eroi la memoria del commilitone, il cui ricordo è tanto vivo, i convenuti ripresero la via del ritorno. Verso mezzogiorno la comitiva degli alpini rientrava in Brescia: ma il pensiero di ognuno restava accanto alla tomba che racchiude i resti gloriosi, mentre gli animi di cuori serravano ancor più il sentimento d’amore verso l’eroe la cui vita e il sacrificio sono un incitamento ed un monito a pensare e ad operare perché la patria viva nella pace dei liberi e dei giusti.

 

La sentinella martedì 14 luglio 1925 – Gli alpini bresciani a Enea Guarneri – il rito di amore e di riconoscenza
immemore tributo di affetto e di ammirazione che gli alpini bresciani con una semplice ed austera cerimonia hanno voluto tributare alle eroico loro compagno d’armi capitano Enea Guarneri medaglia d’oro, ha dato luogo ad una solenne adunata di alpini e di popolo che data si convegno nel piccolo cimitero di Passirano ha degnamente corrisposto al nobile appello che la sezione bresciana dell’ANA aveva loro rivolto. sul corso Zanardelli dinnanzi alla sede sociale dell’ANA si è formata, ingrossata lungo il percorso da altre numerose macchine, la lunga carovana automobilistica che ha accolto un grande numero di soci della sezione del gruppo provinciale. Prima di lasciare la città e dirigenti la fiorente associazione cittadina hanno soffermato tutti i convenuti a porta Trento dinnanzi al monumento a Cesare battisti sul quale ricorrendo il nono anniversario del martirio dell’eroica fiamma verde trentina, è stata posta una corona di lauro mentre scoperto la folla dei presenti si raccoglieva in un minuto di profondo silenzio. A Passirano, attesa da tutta la popolazione del paese da numerosi alpini dei gruppi e dei paesi della Franciacorta la carovana è giunto in perfetto ordine ed orario. Il corteo. Dinanzi al monumento ai caduti si è senz’altro formato il lungo corteo. Precedeva la bandiera dell’associazione delle madri e vedove di guerra di Brescia, seguita subito dalla bandiera della sezione dell’associazione Nazionale alpini attorno alla quale si erano raccolti verdi gagliardetti dei gruppi di Adro Bedizzole Botticino sera Brescia Castenedolo Caionvico Gardone Val Trompia Iseo Irma Muscoline Paderno Passirano e San Colombano di Collio. Veniva quindi la famiglia Guarneri attorno alla quale ambito scorta d’onore stavano tutti i membri del consiglio direttivo della sezione bresciana dell’ Ana con alla testa all’egregio presidente colonnello Magliano . Preceduto da un gruppo di gentili patronesse dell’associazione fra le quali abbiamo notato le signore Magliano, Spagnoli, Strada, Migliorati e la signorina Isola, seguiva una lunga colonna di alpini, bellissima adunata di Verdi, di tutti i gradi di tutte le condizioni sociali, gli unico gli altri fusi senza distinzione fraternamente riuniti. Venivano quindi un gruppo di bandiere dell’associazione nazionale combattenti di quasi tutte le sezioni della Franciacorta fra le quali quelle di Castegnato, Bornato, Timoline, Paderno, Borgonato, Rodengo, Torbiato, Capriolo; la società operaia Enea Guarneri di Passirano, le squadre dei primi militari di Passirano, Adro e Monticelli Brusati, le scuole e l’asilo di Passirano, un gruppo di gagliardetti fascisti della Franciacorta, ed infine una folla enorme di popolo con venuta da Brescia dei paesi della zona. Abbiamo notato fra gli intervenuti il sindaco di Passirano marchese Frassati congiunta e consiglio comunale al completo, il conte ingegner Vincenzo carlini, il grand ufficiale Alessandro Strada, il barone Pizzini, il notaio dottor Alberini, l’ingegner Catturich il dottor nobile Piero Arici, il notaio dottor Lombardi, il cavalier Federico Serlini, il dottor Fausto Serlini, il dottor denti, il professor Moretti, il dottor Micheletti, il ragionier Giuseppe Rossi, il ragionier Lusi, il dottor Cocchetti, l’avvocato Provenza, il cavalier Martinelli, il maestro Ghitti, il signor Leone, il ragionier Buglione, il geometra Streparava, i signori Bertuzzi, Rosa, Paratico, le famiglie Fassati, Bendiscioli, Caravaggi, Marinetti, Micanzi e tanti altri dei quali ci duole di non poter ricordare qui il nome avevano aderito fra gli altri scusando la loro forzata assenza, il generale Barco, comandante la divisione militare di Roma, l’indimenticabile papà degli alpini il colonnello Bes, comandante del secondo alpini al quale reggimento Enea Guarneri appartenne, l’onorevole Marziale Ducos, il cavalier ragionier Reina ,presidente della sede centrale di Milano dell’Ana. La commemorazione. Al cimitero dinnanzi alla mirabile cappella che accoglie la salma dell’eroe, la folla dei convenuti si è raccolta ad ascoltare la messa al campo che padre Giulio Bevilacqua celebrato assistito da Don Esti, valoroso cappellano alpino. Alla breve cerimonia religiosa mentre sulla tomba dell’eroico alpino venivano apposti un bellissimo cuscino di fiori, omaggio dei verdi bresciani e due grandi corone del municipio della società operaia di Passirano, ha fatto seguito la solenne commemorazione di Enea Guarneri. Non è quindi possibile nemmeno tentare di riassumere la mirabile orazione che l’avvocato Renzo Boccardi presidente della sezione del Vobarno dell’ANA, ha tenuto rievocando il sublime dell’eroico sacrificio di Enea Guarneri. Più che parlare egli ha cantato con parole da poeta la passione del martirio incatenando la folla dei presenti in un muto e severo raccoglimento. E la bella commemorazione ornata di elevate parole, di meravigliosi concetti, degne dell’eroico scomparso, è stata alla fine coronata da un mormorio di vivissimo compiacimento che soltanto il sacro luogo ed il momento solenne hanno soffocato dell’animo commosso di tutti i presenti. La semplice ed austera cerimonia che gli alpini bresciani avrebbero desiderata intima e che invece per il generoso spontaneo concorso di popolo è assurta ad imponente manifestazione di affettuosa riconoscenza, avuto così fine, mentre i convenuti veniva distribuita una ben riuscita cartolina riproducente l’effigie dell’eroe e la splendida motivazione della sua medaglia d’oro, omaggio dell’Ana e la elegante pubblicazione che narra per bocca del professor Pieri compagno di prigionia del Guarneri, l’audace sfortunato tentativo di fuga e l’eroica morte di questa fulgida fiamma verde interessante te narrazione che la famiglia di lui ha raccolto in signorile veste tipografica. Al generale barco e al colonnello Bes presente in i spirito alla riuscitissima cerimonia gli alpini bresciani hanno inviato un affettuoso telegramma di saluto e di ricordo.

 

‘L doi ‘n bataia – annoIII – n. 6 – luglio 1925 – l’ardimento e la gloria di Enea Guarneri celebrate sulla tomba dell’eroe a Passiranno.
Una indimenticabile giornata commovente patriottismo amici domenica di una graziosa borgata di Passirano Brescia.
Le fiamme Verdi con squisito devoto pensiero egli si erano date convegno per glorificare con un rito di vibrante di patriottico fervore, la medaglia d’oro capitano Enea Guarneri del secondo alpini, deceduto dopo un non breve periodo di guerresco. Le generose fiamme Verdi, oltre 200, dopo aver deposto una corona sul monumento all’eroe alpini Cesare Battisti per ricordare il nome, si recarono a Passirano lunga teoria di automobili appositamente visitate e sulle quali aveva preso posto in consiglio direttivo al completo col presidente colonnello cavalier Magliano. Appassiranno il corteo. Alle ore 9:30 accolto all’entrata del paese da autorità, personalità, ex alpini e tutta la popolazione che la cerimonia aveva richiamato anche dai paesi vicini. Avevano aderito alla cerimonia il generale di divisione barco commendator Lorenzo ed il colonnello Bes cavalier ufficiale Celestino comandante del secondo alpini, il ragionier cavalier Reina presidente dell’associazione Nazionale alpini. Nel cimitero di Passirano davanti alla tomba dell’eroe venne celebrata da padre Bevilacqua a Santa messa. Subito dopo l’avvocato Renzo Boccardi esaltò con commossa parola la figura di Enea Guarneri l’eroe del secondo alpini. La cerimonia avuto fine con la distribuzione i convenuti di una ben riuscita cartolina riproducente l’effigie dell’eroe splendida motivazione della sua medaglia d’oro omaggio dell’Ana. Il colonnello il giorno 11 luglio diresse al commendator notaio Guarneri a Brescia il seguente telegramma del reggimento: ” secondo alpini presente in i spirito fra i camerati bresciani, in via l’omaggio dei pensieri dei fiori delle sue Alpi sulla tomba della sua medaglia d’oro capitano Guarneri unitamente a sentimenti di riconoscenza devota alla nobilissima famiglia ed alla terra che lo diedero eroe al corpo ed alla patria”. Il giorno 12 ebbe la seguente risposta dal consiglio direttivo che organizzò la cerimonia di ” verdi bresciani e famiglia Guarneri inviano al valoroso comandante saluto commosso. Erwin Enea Guarneri e secondo alpini saldano arco gloria italiano” firmato Gagliano-Guarneri-Bevilacqua-Boccardi. Articolo firmato da Federico Calvi capitano Alpino

 

Battaglie Fasciste 7 maggio 1926 – Uno scomparso – La MdO EG . Quando la grande guerra si scatenò su tutto l’Europa con furia sterminatrice Enea Guarneri nato nel 1894 Passirano Brescia non aveva ancora 20 anni. Studente in agraria all’Università di Pisa trascorreva la giornata nello studio al quale pensava dedicare la sua esistenza. Talvolta sognava come si sogna 20 anni ed aveva già imbastiti nella mente i piani rosei dell’avvenire. Nel suo sguardo profondo ed espressivo luceva intensamente la gioia di vivere ed il suo cuore generoso era accessibile a tutto ciò che di buono e di bello esiste quaggiù. La vita gli schiudeva promettendo le porte alle creatrici pure quando la voce possente della patria chiese aiuto ai suoi figli, egli non esitò un istante ad inoltrarsi nel sentiero della morte che poteva essere anche quello della gloria; ma che per il momento non era che dovere, sacrificio, altruismo. Enea Guarneri frequentò un corso di allievi ufficiali, fu sergente nell’ottavo reggimento alpini. Alla fine del 1914 veniva nominato sottotenente del secondo reggimento alpini. Partì per la guerra contro la l’Austria tranquillo, sereno come se andasse a fare un viaggio qualsiasi. Promosso in breve tempo tenente fu poi capitano sempre nel battaglione Val stura di nuova formazione. Ferito tre volte dette continue prove di eroismo. Prese parte ai combattimenti di Monte Rombon il 16 settembre 1916; di Ortigara il 19 giugno 1917; di Monte Cavallo il 27 ottobre 1917; fu fatto prigioniero ed internato ad Aschach sul Danubio. Per quanto fosse tra gli ufficiali più giovani esercitava una possente suggestione. Ne approfittò per far vibrare la sua elevata anima patriottica all’unisono con quella di soldati che condusse alle imprese più ippiche e più ardimentose. Ovunque era un pericolo da affrontare egli vi si slanciava con giovanile baldanza ed i soldati lo seguivano al grido fatidico di viva l’Italia! Essi sapevano che com’era il primo ad accingersi alle ardue imprese era anche l’ultimo ad abbandonare il campo di battaglia. Solo a vederlo i suoi dipendenti si sentivano rianimati. Questo spiega il grande ascendente che aveva sopra di loro e come potesse condurre il proprio reparto agli assalti cruenti e alle disperate difese. Anche quando fu ferito gravemente questo forte figlio di Brescia non volle mai abbandonare il posto di combattimento. Mai smarrì la sua calma e serenità di animo nemmeno nella lotta dura persistente alla quale non arrideva la vittoria. Anche se la fortuna cieca non corrispose al valore suo e dei suoi soldati egli perse però sempre nutrendo in cuore una grande fiamma quella della fede nel definitivo trionfo delle armi italiane. Eppure anche per Enea Guarneri vi furono giorni tristissimi ed ore di angosce indicibili. A nessuno di noi ha risparmiato nulla quaggiù. Ho primo poi ogni essere vivente deve trangugiare l’amaro calice sino alla feccia. Nessuno chiede di venire alla vita; ma nessuno di noi può può lasciarla avanti di averle dato tutto. Se così non fosse non troveremmo la forza di morire. In una triste giornata durante un aspro combattimento di retroguardia mentre Guarneri che avrebbe potuto porsi in salvo se egoisticamente avesse pensato se stesso soltanto, fu ferito ed accerchiato dal nemico mente proteggeva sino all’ultimo istante la ritirata del suo battaglione. Avanti di cadere prigioniero si rivolse ai pochi superstiti ed additando loro numerosi compagni che nel suo esempio avevano trovato la forza di morire per la patria, mormorò con voce grave solenne che la tragicità della circostanza rendeva quasi ieratica: presentate le armi! La sua faccia in quel momento avevo la aveva la bellezza luminosa, l’espressione dolcissima che brillava negli occhi dei primi cristiani quando erano abbandonati per la loro fede nel circo sanguinoso in balia delle fiere talvolta molto meno feroci degli uomini. Durante il lungo e doloroso periodo della prigionia Enea Guarneri non ebbe che un pensiero: tornare in patria, combattere ancora per lei, dedicarle l’ultimo respiro, l’ultimo palpito del suo cuore generoso. Con sangue freddo ed ardire mirabili organizzò con molti suoi compagni che dovevano seguirlo un abile piano di fuga. Tutto era pronto non mancava che effettuare l’evasione: “coraggio di sei compagni ma avanti raccogliamoci un momento.” E stette un minuto pensoso a capo chino. Forse pensando all’incertezza della morte vicina? Strani, misteriosi pregiata presagi del nostro io che non vorrebbe morire. Pensò alla gioia della libertà? O visse gli istanti angosciosi della prossima agonia? Chi potrà mai leggere completamente nell’anima altrui? È così difficile leggere perfino nella nostra! Ma il capitano Enea Guarneri era un uomo dinamico: l’incertezza è l’esitazione non potevano durare a lungo in lui: andiamo disse e si inoltrarono nella profonda e buia galleria che li doveva ricondurre verso la libertà agognata, verso il sole, verso la vita. E li raggiunse bieca la morte che sta sempre in agguato. La galleria sprofondò. Avanti avanti ripeté con voce sommessa e concitata i compagni vi è ancora una via di uscita … per voialtri. Era accaduto per non rialzarsi più rimanendo quasi completamente sepolto nel terreno umidiccio e nero: – ma noi vogliamo aiutarti di sotterrarti. -Impossibile. Proseguite io resto come sempre al mio posto andate vi dico. La voce del morì duro per quanto sommessa gli austriaci erano a pochi passi fu così imperiosa che gli altri come al solito obbedirono. E mentre si allontanavano egli che avrebbe potuto chiedere soccorso, dare l’allarme, essere salvato preferì immolare la sua vita per quella dei compagni. Soffocò i gemiti del dolore si spense lentamente tra tormenti indicibili dopo lunga e penosa agonia. Il suo corpo di giovane atleta giacque solo nel terreno melmoso di una tenebrosa galleria; ma la sua anima radiosa si librò vittoriosamente verso il sole. L’eroismo puro vero si impone sempre, a tutti. Perfino gli austriaci lo compresero e lo ammirarono. Alle spoglie gloriosa di questo grande italiano dettero non solo degna sepoltura, ma tributarono reverenti e commossi gli onori militari. Firmato Marga

 

 

MEDAGLIE SCOMPARSE
MEDAGLIA D’ORO ENEA GUARNERI

Quando la gran Guerra si scatenò su tutta l’Europa con furia sterminatrice Enea Guarneri, nato nel 1894 a Passirano (Brescia) non aveva ancora venti anni. Studente in agraria, all’Università di Pista, trascorreva le giornate nello stu¬dio al quale pensava dedicare le sua esistenza. Talvolta sognava, come si so¬gna a venti anni ed aveva già imbastiti nella mente i piani rosei dell’avvenire. Nel suo sguardo profondo ed espressivo luceva intensamente la gioia di vi¬vere ed il suo cuore generoso era accessibile a tutto ció che di buono e di bello esiste quaggiù. La vita gli schiudeva promettente le porte allettatrici, pure quando la voce possente della Patria chiese aiuto ai suoi figli egli non esitò un istante ad inoltrarsi nel sentiero della morte, che poteva essere anche quello della gloria; ma che per il momento, non era che dovere, sacrificio, altruismo.
Enea Guarneri frequentò un corso di allievi ufficiali, fu sergente nell’8° Reggimento Alpini. Alla fine del 1914 veniva nominato sottotenente nel 2° Alpini. Partì per la Guerra contro l’Austria sereno, tranquillo come se andasse a fa¬re un viaggio qualsiasi. Promosso, in breve tempo tenente, poi capitano, sempre nel battaglione Val Stura – di nuova formazione – ferito tre volte dette continue prove di eroismo. Prese parte ai combattimenti di Monte Rombon il 16 settem¬bre 1916, di Ortigara il 19 giugno 1917, di Monte Cavallo il 27 ottobre 1917; di Aschach, sul Danubio il 15 giugno 1918.
Per quanto fosse tra gli ufficiali più giovani esercitava una possente sugge¬stione su gli altri, se ne valse per far vibrare la sua elevata anima patriotti¬ca all’unisono con quella dei soldati, che condusse alle imprese più epiche e più ardimentose. Ovunque era un pericolo da affrontare egli vi slanciava con giovanile baldanza ed i soldati lo seguivano al grido fatidico di: Savoia!
Essi sapevano che come era il primo ad accingersi alle ardue imprese era anche l’ultimo ad abbandonare il campo di battaglia. Solo a vederlo i suoi dipenden¬ti si sentivano rianimati. Questo spiega il grande ascendente che aveva sopra di loro e come potesse condurre il proprio reparto, agli assalti cruenti, alle disperate difese. Anche quando fu ferito gravemente, questo Forte Figlio di Brescia, non volle mai abbandonare il suo posto di combattimento.
Mai smarrì la calma e la serenità di animo nemmeno nella lot¬ta dura, persistente alla quale non arrideva la vittoria. Anche se la fortuna cieca non corrispose al valore suo e dei suoi soldati, egli perseverò sempre nutrendo in cuore una gran fiamma: quella della fede nel definitivo trionfo delle – Armi Italiane -.
Eppure, anche per Enea Guarneri vi furono giorni tristissimi ed ore di angoscia indicibili. A nessuno di noi é risparmiato nulla quaggiù, prima o poi ogni essere vivente deve trangugiare l’amaro calice sino alla feccia. Nessuno chiede di venire alla vita e nessuno di noi può lasciarla avan¬ti di averle dato, sacrificato tutto. Se così non fosse non troveremmo la forza di morire. In una triste giornata, durante un aspro combattimento di retroguardia mentre conduceva i suoi soldati all’assalto per la terza volta, il Capitano Enea Guarneri, che avrebbe potuto porsi in salvo, se egoisticamente, avesse pensato a se stesso soltanto, fu ferito ed accerchiato dal nemico mentre proteggeva, sino all’ultimo istante, la ritirata del suo battaglione, Aventi di cadere prigioniero si rivolse ai pochi superstiti ed additando loro i numerosi compagni, che nel suo esempio avevano trovata la forza di morire per la Patria, mormorò con voce grave, solenne, che la tragicità della circostanza rendeva quasi ieratica.
– Presentate le armi!
La sua faccia, in quel momento, aveva la bellezza luminosa, l’espressione dolcissima che brillava negli occhi dei primi martiri cristiani quando erano abbandonati, per la loro Fede, nel circo sanguinoso, in balia delle fiere, che talvolta, sono meno feroci degli uomini.
Durante il lungo e doloroso periodo della prigionia Enea Guarneri non ebbe che un pensiero: -Tornare in Patria, combattere ancora per Lei, dedicarLe l’ultimo respiro; l’ultimo palpito del suo cuore generoso. Con sangue fred¬do ed ardire mirabili organizzò con molti compagni, che dovevano seguirlo, un abile piano di fuga. Tutto era pronto, non mancava che effettuare l’evasione: – Coraggio, disse ai compagni; ma avanti raccogliamoci un momento.
Stette un minuto pensoso e capo chino, forse pensando all’incertezza della riuscita, alla famiglia lontana. Forse chiedendo a Dio la forza di compiere nobilmente la sua missione quaggiù sino alle fine? Oppure previde la morte vicina? Strani, misteriosi presagi del nostro io che non vorrebbe morire. Pensò alla gioia della libertà? O visse gli istanti angoscio¬si della prossima agonia? Chi potrà mai leggere completamente nell’anima altrui? È così difficile leggere perfino nella nostra! Ma il Capitane Enea Guarneri era un uomo dinamico: l’incertezza e l’esitazione non potevano aurore a lungo in lui:
– Animo!- Disse. E si inoltrarono nella profonda e buia galleria che li do¬veva ricondurre verso la libertà agognata, verso il sole, verse la vita. E li raggiunse bieca la morte che sta sempre in agguato. La galleria sprofondò. – Avanti, avanti! – Ripetè con voce sommessa e concitata ai compagni vi è ancora una via di uscita per … voialtri! –
Era caduto, per non rialzarsi più, rimanendo quasi completamente sepolto nel terreno umidiccio e nero:
– Ma noi vagliamo aiutarti, dissotterarti –
– Impossibile. Proseguite. Io resto come sempre al mio posto. Andate, vi dico.
La voce del Morituro per quanto sommessa (gli Austriaci erano a pochi passi) fu così imperiosa che gli altri, come al solito obbedirono.
E mentre si allontanavano, egli che avrebbe potuto chiedere soccorso, dare l’allarme, essere salvato preferì immolare la sua vita per quella dei compagni.
Soffocò i gemiti del dolore e si spense lentamente, tra tormenti indicibili dopo lunga e penosa agonia.
Il suo corpo di giovane atleta giacque solo nel terreno melmoso di una tenebrosa galleria; ma la sua anima radiosa si librò, vittoriosamente verso il sole.
L’eroismo vero si impone sempre, e tutti, perfino gli austriaci lo compresero, lo ammirarono. Alle spoglie gloriose di questo grande italiano dettero non solo degna sepoltura, ma tributarono reverenti e commessi gli onori militari.
MARGA

 

Un eroe bresciano
Con cuore di italiani e con anima di credenti abbiamo offerto tutti, grandi e piccoli i fiori della riconoscenza che non morrà e la preghiera della fede alla venerata memoria della immensa falange dei gloriosi soldati nostri, caduti nel compimento del dovere, morti perchè la patria vivesse e diventasse grande. Ed è giustizia, nella santità del nostro memore affetto, abbracciarli tutti senza distinzione, ufficiali e soldati, noti e ignoti, gregari oscuri o celebri comandanti, perchè tutti hanno ugualmente fatto olocausto della vita. Dio solo ha visto tutte le audacie e tutti i sacrifici per l’ideale di Patria, Lui solo conosce i nomi di tutti gli eroi del monte e del piano, del cielo e del mare, ma che 1′ Italia non ha potuto registrare, o perché nel tumulto della battaglia sfuggirono al controllo, o perchè nell’atto del supremo sacrificio, non ebbero per testimonio che Dio e la propria coscienza. Ma se la Patria non ha potuto scrivere i loro nomi nel Libro d’oro dei suoi grandi martiri, li ha scritti Iddio nel Suo eterno libro e li ha chiamati alla luce e alla gloria del Cielo.
Ma se è dovere di ogni italiano onorare nel Milite Ignoto il simbolo di tutti i Caduti senza nome, è doveroso però ed è bello rievocare i nomi e coi nomi le eroiche gesta dei grandi Eroi e particolarmente delle Medaglie d’oro della terra bresciana che per ventura nostra furono identificate: e fra queste rifulge la medaglia d’ oro di cui riproduciamo il ritratto e la magnifica motivazione della Medaglia.
« Giovane ufficiale di rare virtù militari e del più puro patriottismo, animatore dei suoi dipendenti, che seppe predisporre ad ardite imprese, sempre primo ove vi era un pericolo da affrontare ed ultimo a lasciar il campo di battaglia, condusse sempre brillantemente il proprio reparto, sia in cruenti assalti, come in difese disperate.
« In diverse azioni ferito, ed alcune volte gravemente, non abbandonò mai il posto di combattimento ma sereno e calmo, attivo e pieno di slancio persistette sempre nella lotta sia che vi arridesse la vittoria, come se la fortuna non corrispondesse al valore suo e del suo reparto.
« In un combattimento di retroguardia, dopo tre assalti, ferito e circondato dal nemico per aver protetto fino all’estremo possibile la ritirata del Battaglione, prima di cadere prigioniero, fece presentare le armi dei pochi superstiti ai numerosi compagni d’armi che nel suo esempio, avevano, in condizioni difficilissime, trovato la forza di morire sul posto del dovere e del sacrificio.
« Infine in prigionia, conservando alto lo spirito, e col pensiero rivolto alla Patria anelante di affrontare per Lei nuovi cimenti, organizzò un ardito tentativo di fuga, durante il quale, sprofondatasi la galleria per la quale doveva avvenire l’evasione, e rimasto quasi completamente sepolto, non volle essere soccorso per non dare l’allarme e compromettere così la progettata fuga dei compagni, e fra gravi sofferenze sopportate con vero stoicismo, moriva eroicamente suggellando la vita, tutta spesa per la Patria, con un atto fulgido di valore per cui il nemico, ammirandolo ebbe ad onorarlo degnamente, e per cui la forte Brescia lo ha elevato a simbolo di sua gente “.

La vita e la guerra.
Nato a Passirano il 24 ottobre 1894, frequentò le scuole elementari del suo paese; allievo poi del Convitto Nazionale Longone di Milano, fece il Ginnasio ed il Liceo al R. Istituto Parini conseguendo la Licenza Liceale nel luglio 1913. Subito dopo passò allievo della Scuola Supe¬riore di Agricoltura di Milano, quindi della Fa¬coltà di Agraria presso la R. Università di Pisa.
11 30 aprile 1914 frequentò un corso speciale per Ufficiali istituito in Modena.
Avendo richiesto di far parte del Corpo degli Alpini, il 1 Settembre 1914 fu assegnato al 2.o Reggimento, Battaglione Dronero.
La dichiarazione di guerra lo trovò Sottotenente di Complemento in Carnia dove prese parte a molti ed aspri combattimenti. Il 9 giugno in Val Bordaglia, colpito ad una spalla da un anello di Shrapnel, non abbandonò il posto.
Promosso tenente il 2 marzo 1916, fu destinato al Battaglione Bicocca comandante la 1a Sezione Mitragliatrici. Il 16 aprile venne mandato a Monte Rosso (posizione avanzata di Monte Nero) dove prese parte a nuovi e sanguinosi combattimenti.
Nel settembre è ricoverato in un ospedale. Avuto sentore di una prossima e grande azione, l’anima di Enea Guarneri si esalta nell’ imminente cimento: il corpo è fiaccato dal male, ma il Suo spirito arde come fiamma indoma, e chiede di guidare i Suoi uomini alla battaglia, per dividerne i rischi e le glorie.
Avutane risposta negativa Egli non si acqueta: rifiuta il comodo asilo dell’ospedale nell’ora del pericolo e insiste gli si conceda l’onore di partecipare al combattimento. Esaudito, finalmente raggiunge il 16 ottobre 1916 il Battaglione e la sua Sezione a Colletta Rombon, dove combatte con l’usato valore e sprezzo del pericolo, una delle più sanguinose battaglie: fu dei pochissimi ufficiali superstiti del valoroso Battaglione Bicocca. E per il Suo contegno e il valido contributo portato nell’azione, è proposto per la Medaglia d’ argento ed ha un Encomio Solenne.
Nei primi di giugno 1917 partecipò agli epici combattimenti dell’Ortigara. E qui doveva ancora una volta rivelare la Sua anima di eroe, tutta tesa nello sforzo sublime, disperato per la vittoria. Dopo aver preso parte ai primi combattimenti, il 19 giugno 1917, ferito da una granata al ginocchio sinistro, e poi da una pallottola di mitragliatrice alla spalla sinistra, fu sempre in testa ai Suoi soldati, fino a che svenuto, fu trasportato all’ ospedale dove ebbe la promozione a capitano.
Mandato col Suo Battaglione a tamponare l’invasione nemica a Monte Cavallo la mattina del 27 ottobre doveva scrivere una pagina di epica bellezza. Attaccato da un nemico imbaldanzito dai recenti successi e strapotente per numero, controttaccò una, due, tre volte; stremato, senza ordini e senza notizie, accerchiato, rifiutò la resa. Ferito e disarmato, fu fatto prigioniero, ma prima di dichiararsi vinto volle che i pochi superstiti, quaranta circa de’ Suoi fedeli, presentassero le armi ai Suoi caduti, gridando in faccia ai vincitori « Viva l’Italia!”.
Atto di superba fierezza italica degna dei grandi Martiri del nostro riscatto, che nell’atto di salire il patibolo gridavano al nemico il loro disprezzo, e all’ Italia la loro fede.
Trasportato al campo di concentramento ad Aschach, subì fame e freddo, disagi e umiliazioni d’ ogni sorta. Ma non era la fame, non arano le sofferenze fisiche che più lo straziavano; era il pensiero della invasione nemica, sul sacro suolo della Patria, era l’impotenza di operare per contendere il passo all’ invasore e ricacciarlo dalla nostra terra.
E nella illusione di appagare questa bra¬ma di nuovi cimenti, concepì l’audace disegno di tentare la fuga, mediante lo scavo di una galleria sotto il recinto del campo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fine gloriosa.
Espone il suo progetto ai compagni più fidati, che l’approvano entusiasticamente. Ma le responsabilità maggiori, i rischi più grandi, le più estenuanti fatiche le vuole riservate per sè. Così, la botola d’ accesso al sotterraneo viene scavata nella Sua camera a tutto Suo rischio. E’ a Lui che si dà il titolo di capo-perforatrice perchè il lavoro faticosissimo e pericoloso di scavo è in gran parte opera Sua. E’ Lui che sfidando le ire e le punizioni del Comando Austriaco strappa le tendine contro il sole, di tela russa fortissima, per confezionare sacchi da montagna necessari, durante la fuga, al trasporto dei viveri. Lui che per non favorire l’industria del nemico con I’ acquisto del filo elettrico necessario per la illuminazione della galleria, si assume il compito difficile di provvederlo cambiando sistemazione alle lampadine negli uffici e nelle camere, e con tale abilità che nè Italiani nè Austriaci si accorsero mai dell’accorciamento del filo. Ed è ancora Lui che, non potendo sopportare un appello straordinario di tutti gli ufficiali italiani che deve essere eseguito nel cortile del campo per ordine del Comando Austriaco, si mette a girare da una schiera all’ altra per portare disordine e confusione e rendere impossibile il controllo. Redarguito severamente, devono intervenire gli amici per raccomandargli la calma.

E quando nel corso dei lavori sorgono difficoltà e pericoli imprevisti, e gli animi dei compagni dubitano o tremano, è sempre la sua tenacia che trionfa di ogni avversità. Fosse rimasto anche solo, 1′ impresa sarebbe andata avanti ugualmente. Si lavora ormai da quatto mesi e la meta agognata è vicina. Il 22 giugno i giornali austriaci, a denti stretti, confessano che il Piave resiste: questa notizia porta nel campo una ventata di gioia. La fretta dei cospiratori diventa parossismo: bisogna lavorare giorno e notte senza tregua : evadere al più presto, guadagnare il confine svizzero, volare al fiume sacro dove si combatte l’estrema battaglia : sentono che la resistenza d’ oggi sarà la vittoria di domani. E il lavoro riprende febbrile dimenticando ogni ragione di prudenza. 11 24 una prima frana di ghiaia che cade sulla testa del cap. Guarneri che lavora in ginocchio e lo obbliga a gettarsi sul letto per più di un’ora, impressiona tutti compagni, ma non Lui che, rimessosi dallo stordimento, riprende il lavoro con furore. Ayverte una seconda volta un piccolo scivolamento di sabbia, ma Egli non se ne dà per inteso, e continua a scavare, a scavare disperatamente la sabbia infida, Ma un momento dopo una viva frana si stacca di sopra e Lo rinserra fino alla cintola. I compagni tentano, uno dopo 1′ altro, di contendere alla terra la sua preda, invano. Gli si confessa l’assoluta impossibilità di salvarlo e le necessità di avvertirne il Comando Austriaco perchè ordini lo scavo dall’ esterno. Ma egli che non vuole si compromettano i compagni e l’impresa, grida un « no » che non ammette replica. In preda all’orgasmo, si rinnovano disperati ten¬tativi di liberazione, ma sempre inutilmente. I compagni sono costernati: solo il Guarneri, con uno stoicismo che sbalordisce si mantiene calmo: ed è Lui che, stretto nel pozzo che è la sua tomba, conscio ormai della sua fine, rincuora i compagni: « Non temete! Non temete! Posso resistere ancora » Fino a che una nuova frana gli serra la gola.
L’eroe è morto. « Fu trovato in piedi, colle ginocchia un po’ piegate in avanti, con la testa un po’ reclinata indietro, l’occhio aperto quasi del tutto, l’elmetto in testa, le braccia in arco sopra. Non v’ erano tracce di contrazioni spasmodiche, l’occhio era calmo. Il dominio di sè, che aveva dato 1′ impronta di quel valoroso, si manifestava in lui anche dopo la morte ».
Il Colonnello Austriaco, Salomon, ritto tra i serbi e gli austriaci, a quella visione ha una onda irrefrenabile di lagrime : la sua gola è serrata, ma le sue labbra nemiche mormorano: « Helden! Helden! » Eroi! Eroi! E ordina gli siano resi gli onori militari. »
Il 12 marzo 1922 la salma del cap. Guarneri fu trasportata nel piccolo cimitero del suo Passirano.
Angelo Faustini
Dalle memorie di compagni d’armi e prigionia dell’Eroe.

 

L’Ambrosiano, Milano mercoledì 25 maggio 1932 – X – La nostra guerra narrata agli italiani all’estero.
Commemorandosi in questi giorni come ogni anno presso le collettività italiane all’estero il nostro intervento nella guerra mondiale, i segretari dei fasci all’estero hanno distribuito i combattenti residenti oltre confine, per iniziativa del commendator Piero Parini, direttore generale degli italiani all’estero, una pubblicazione riassuntiva dei principali fatti d’arme e degli avvenimenti che si collegano alla guerra stessa, perché ad essi sia dato il conforto di una documentazione irrefutabile del nostro eroico sforzo e dell’assoluto è indispensabile nostro contributo alla vittoria degli alleati, e si rafforzò così il loro orgoglio di italiani che devono difendersi dagli effetti della propaganda internazionale valuta attrice del nostro sacrificio. L’incarico di compilare il volume è stato assolto con rara competenze con fervente spirito di italiano e di fascista dal collega capitano di fanteria Oreste Rizzini che fu addetto al comando supremo e che è stato così preciso nella narrazione dei fatti militari che ogni combattente potrà sentire l’intima soddisfazione dal ricordo di un episodio al quale abbia partecipato. È forse la prima volta come dice Pietro Parini nella prefazione, che nella pur vasta letteratura storica della nostra guerra è contenuta in un libro di modesta ta mole una così complete e precisa narrazione delle vicende di guerra del nostro esercito. È questa la nostra guerra, aspra, tenace, sanguinosissima, senza il bagliore di grandi vittorie, salvo l’ultima, ma colma di episodi di sacrificio e per ciò profondamente formativa del nuovo carattere del popolo italiano. Non si trova in questo volume una parola di vuota retorica; è una successione di fatti narrati con precisione di particolari, di dati e di cifre; e con una viva ed efficace descrizione dei luoghi, della loro configurazione dal punto di vista difensivo ed offensivo, che da un senso di vivo impressionismo dell’ambiente in cui gli episodi si sono svolti, e che si riassume molto efficacemente in questo concetto che quando si è reso omaggio mentalmente alla saldezza dei petti dei kaiserjaeger, che abbiamo conosciuta in tutto delle guerre della nostra indipendenza dal 1848 al 1918, e quando si è tenuto conto dei macigni e che in una resistenza disperato dovevano esserci precipitati contro, sono le montagne che ci torreggiano davanti, sopra ogni altro elemento della potenza dell’impero asburgico. La descrizione in rapide pennellate della struttura di tutto il teatro delle operazioni terrestri italo-austriaco e di per se stessa un chiaro esempio dello stile sinteticamente preciso dell’autore, che lo descrive come un enorme tetto culminante nel grande spartiacque tra il bacino dell’alto Danubio, quello dell’Adige e quello della Drava: la cresta principale delle Alpi riti che delle minori che; un enorme bastione dell’altitudine media di 3000 m interrotto da tre soli varchi militarmente praticabili: Resia, Brennero e Tauern Hòhe, il cui sagoma presenta una caratteristica che si riproduce implacabilmente immutabili anche nei particolari: la falda o spiovente settentrionale che si adagia sull’altipiano bavarese e assai uniforme e poco inclinata; la falda meridionale che scende nella pianura veneto friulana e rotta e ripida; gli spalti insomma di questa enorme fortezza alpina austriaca sono come è regola di ogni opera militare, accessibili facilmente ai difensori, di accesso difficile o inaccessibile per gli eventuali assalitori. Non vi era, dice poi citando una frase del Cadorna, altro teatro di guerre in Europa che per equivalenti difficoltà al nostro si avvicinasse. Tutte le possibilità e le difficoltà strategiche di un simile teatro, le comunicazioni stradali e ferroviarie, i baluardi immensi delle Dolomiti, sono considerati e presentati in una efficacia scenica la più accessibile anche ai profani e danno l’idea del preciso senso di volgarizzazione mantenuto dall’autore in una narrazione che deve rimanere impressa senza sforzo essendo destinata per la maggior parte ad elementi del popolo. E così tutto lo stile del libro: piano, chiaro, facile. Gli episodi più salienti sono inquadrati e descritti con mano felice leggera, così che anche chi conosce le numerose pubblicazioni di guerra o vi ha partecipato o ne ha scritto, ha l’impressione di leggere cose nuove. I fattori militari, psicologici e politici che hanno influito sulle alterne vicende della nostra gloriosa epopea sono vagliati con serena obiettività e direttamente collegati agli avvenimenti. Le cause determinanti della nostra entrata in guerra e lo stato d’animo della nostra secolare nemica balzano chiaramente da opportune tempestive considerazioni e al di sopra dei fatti materialmente descritti si hanno sempre presenti anche le ragioni ideali della nostra condotta. Vi sono pagine in cui l’autore si direbbe quasi senza accorgersene, pur mantenendo la serenità descrittive narrativa, si trova ad aver concretato brani di una intensa commozione, tanto più efficaci appunto perché presentati senza retorica scaturiscono dei fatti stessi. Basterebbe per non citarne altri il riferimento di Benito Mussolini, la morte del fuochista Giuseppe Camminista del Taira, gli episodi di Chinotto e Tosi, la morte del capitano Enea Guarneri nel tentativo di fuga dal campo dei prigionieri di Aschach e il 1000 e 1000 altri episodi da ognuno dei quali si accende una fiamma per l’aureola imperitura della gloria d’Italia; e battisti, Filzi, lo spirito incita attore combattivo di D’Annunzio, le glorie di Ciano, di Rizzo, di Sauro. Di quest’ultimo vale la pena di riportare la lettera che un amico doveva consegnare al figlio primogenito dell’eroe qualora egli fosse morto e che non si finisce di leggere senza sentirsi gli occhi inumiditi: “caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere di italiano. Diedi a te, a Libero, ad Anita, a Italo, ad Albania nomi di libertà che non sono solo sulla carta: questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma mi viene in aiuto la patria che è il plurale di padre e su questa patria giura, o Nino e farà giurare anche i tuoi fratellini quando avrai l’età di ben comprendere che sarete sempre ovunque e prima di tutto italiani… “Ben sentiranno la potenza di queste parole gli italiani di oltre confine che maggiormente comprendono di quale sublime amore sia suscitatrice la patria lontana. Le pagine su Caporetto sono precedute da alcune considerazioni di carattere psicologico militare e presentano nella sua vera luce con un chiaro senso di equilibrio, senza nascondere verità e senza esagerarle, l’infausto periodo che se parve per un momento abbattersi su di noi come una trista ombra, non fece invece che stuzzicare e scatenare le nostre più riposte energie. Nulla e nessuno è dimenticato in questo libro: i nomi oscuri e quelli già noti, gli eroismi grandi e piccoli di tutte le armi: fanteria cavalleria artiglieria genio aviazione marina (e alpini). Nè sono dimenticati gli italiani che combatterono in Albania e in macedonia, e il reggimento garibaldino delle armi gonne e dove il 26 dicembre del 1916 cadeva Bruno Garibaldi accanto lui il soldato Landini al quale da lontano i tedeschi avevano gridato : “rendez-vous francais, vous serez bien traitès!” – “Merci, aveva risposto Landini, Je suis italien. Un italien ne se rend jamais!” – il capitano Rizzini sobrio sempre misurato sembra accelerare il suo stile renderlo più vivace più rapidamente scultoreo man mano che si avvicina il giorno fatidico della riscossa. gli avvenimenti si susseguono, si incalzano, si incrociano come in una visione cinematografica. La penna mette le ali quasi volesse seguire la vittoria tricolore data nel suo veloce cammino fino a che si posa su quel Castello del buon consiglio dove il sangue di Battisti l’aspettava. Di questo libro che è illustrato da espressivi e vivaci disegni di Morbiducci, Ben possiamo concludere dunque con le stesse parole di Pietro Parini: “i combattenti che sono all’estero e che hanno due volte bene meritato della patria per avere risposto all’appello supremo da lontane contrad e per aver dato esempio in mezzo alle truppe di alto senso del dovere, leggano questo libro nel quale troveranno il nome del loro reparto e la descrizione del fatto d’arme al quale hanno partecipato, e soprattutto lo facciano leggere i loro figli e nipoti perché la gioventù italiana all’estero deve crescere le nell’atmosfera di queste Sante memoria…”. Firmato Livio Guidotti

 

L’Ambrosiano, Milano mercoledì 8 novembre 1933. – Altre sette medaglie d’oro lombarde – giorni sono avemmo l’onore di pubblicare su queste colonne un elenco di 66 gloriosa medaglia d’oro lombarde. Siamo lieti ora di poter segnalare ben sette altre gloriosissimi che fanno così ascendere a ben 73 gli appartenenti all’eroica schiera lombarda. Saremmo anzi lieti se i cortesi lettori vorranno segnalarci eventuali rettifiche, che nelle consultazioni che ci sono state necessarie per compilare la auguro elenco, abbiamo rilevato come esistano in quasi tutte le pubblicazioni esistenti, talune delle quali pregevoli sotto ogni riguardo, lacune che occorre ben doverosamente colmare. Ne porgiamo vivissime grazie anticipate e intanto diamo noi stessi il buon esempio completando per quanto ci è possibile:
tenente Antonio Locatelli da Bergamo, vivente, aviatore ammirabile, esploratore segretissimo, temprato a tutte le avversità ed a tutti i rischi, combattente di alto valore; già tre volte medaglia d’argento e cavaliere dell’ordine militare di Savoia, partecipa al volo di D’Annunzio su Vienna; in volo successivo oltre Adriatico abbattuto da artiglieria nemica distrugge quantunque ferito l’apparecchio e per otto ore si sottrae al nemico; caduto prigioniero, non si dà pace finché non riesce a fuggire al nemico e a raggiungere dopo rischi e stenti di ogni sorta alle nostre linee;
colonnello nobile Enrico Strada da Pavia, che a Villafranca alla testa dei suoi squadroni di Alessandria carica gli uragani che minacciavano il quarto battaglione della 49º fanteria in mezzo al quale si trovava il principe Umberto; capitano Enea Guarneri da Passirano Brescia del secondo reggimento alpini, che ferito dopo tre assalti è circondato dal nemico prima di cadere prigioniero faceva presentare le armi dei pochi superstiti ai compagni caduti; in prigionia organizzava ardito tentativo di fuga ma sprofondata si la galleria per la quale aveva doveva avvenire l’evasione, rifiutava ogni soccorso e moriva fra gravi sofferenze; Tenente Antonio Gorini da Varese del 22º raggruppamento artiglieria pesante campale, che il 15 giugno 1918 sul Montello difesa col moschetto i suoi pezzi e cadde ucciso fra l’abbraccia del proprio capitano a cui cercava fa scudo col proprio corpo; sottotenente Pietro crespi da Milano della 1518a compagnia mitragliatrici che su Monte pertica il 27 ottobre 1918 impegnava viva lotta col nemico finché colpito a morte cadeva sulla propria arma dopo aver gridato: aperte ” forza mitraglieri e viva la nostra vittoria!”; Sottotenente Mario Fuser da Milano dell’81º reggimento fanteria, che a Sasso di Stria il 18 ottobre 1915 accerchiato da forze preponderanti sulla vetta conquistata, opponeva eroica resistenza e dopo ben 12 ore di lotta disperata cadeva colpito a morte; caporale Roberto Sarfatti da Milano del sesto reggimento alpini, diciassettenne, volontario di guerra, che a Casera oggi il 28 gennaio 1918 catturava da solo 30 prigionieri e una mitragliatrice e ritornato all’attacco cadeva mortalmente ferito. La ripartizione per province diviene quindi la seguente: Milano 30, Brescia 10, Pavia 10, Cremona 7, Mantova 5, Como 4, Sondrio 3, Bergamo 2, Varese 2. E per campagne di guerra: Risorgimento 7, Eritrea 2, Libia 5, guerra europea 49. firmato V.V.

 

I tre articoli di Giornali su EG:
1. Corriere della Sera di martedì, 23 aprile 1935.-
Titolo: “Enea Guarneri e perforatori di Aschach”.
È davvero temerario ciò che hanno fatto questi 18 ufficiali italiani, prigionieri nell’ultimo anno di guerra nel campo di Aschach, presso Linz sul Danubio. Figuratevi che essi hanno scavato una galleria di alcune decine di metri sotto il fossato scorrente intorno al campo, un lavoro che in ragione del terreno ghiaioso sabbioso avrebbe richiesto la manodopera e gli attrezzi di un’impresa specializzata. È vero che a Sigmundsherberg, il più vecchio campo di prigionia dell’Austria, 13 ufficiali erano riusciti qualche settimana prima ad evadere mediante lo scavo di un cunicolo: ed è anche vero che le probabilità di successo in qualsiasi iniziativa dipendono dall’energia morale di un uomo solo. Ad Aschach l’uomo c’è: si chiama Enea Guarneri, un bresciano dalle larghe spalle che ha fatto alzare su di sé lo sguardo sospettoso dello scritturale austriaco quando, capitano di complemento degli alpini e laureando in agraria, ha preteso che nella scheda matricolare lo qualificassero “di professione contadino”. Un campo di prigionieri non è un ambiente facile ad immaginare quando diciamo quel quello di Aschach consta di un certo numero di baracche, che il fosso e il reticolato ingenti la spianata, sono sorvegliati ogni 30 m da una sentinella e a ciascuno dei quattro angoli da una vedetta sopra una torre cella di legno, che all’imbocco c’è un corpo di guardia cui corrisponde all’estremità opposta un magazzino, abbiamo fatto semplicemente della scenografia. Gli uomini, ecco la sostanza viva di ogni quadro. Qui gli uomini sono cupi e squallidi, con chiusi rancori e dissolventi malinconie. Prigionieri, o vivono fatalisticamente, aspettando gli eventi, o preparano la fuga: guardiani e custodi fanno quel mestiere senza convinzione o con ripugnanza perché non sono dei carcerieri di professione, in ogni caso senz’arte. Quelli che preparano la fuga sono generalmente persone fornite di immaginazione, oltre che di perseveranza e di audacia. Quando la sera del 25 giugno un ufficiale si precipita al comando di raggruppamento prigionieri ad informare che gli italiani hanno scavato una galleria sotto il fossato, il colonnello Salomon è trascinato da un primo impulso, spiega abilissimo, a dare del visionario a chi gli racconta una simile storia. E quando l’ufficiale gli preciserà che gli italiani lavoravano sotto terra da oltre tre mesi, il colonnello si sentirà venire il capogiro, e mentre l’altro parla egli vedrà se stesso trascinato davanti ha una commissione d’inchiesta come un inetto o un gaglioffo.
I cannibali all’opera. È stupefacente ciò che hanno fatto questi italiani, proprio questi sornioni della baracca dei servizi, di cui tutto si poteva pensare meno che si fossero impadroniti delle cariche del campo, che danno sempre fastidi e grane per scopi così sotterranei. Nel febbraio del 1918 appena costituito il nuovo campo, i cannibali di Sigmunsherberg (specie di nomignolo con cui i congiurati si riconoscevano fra loro) si sono dati molto da fare. Qualcuno vi ha fiutato dentro un po’ di pastette elettorale. Ma intanto essi hanno il capitano Guarneri alla sorveglianza della lavanderia, con annesso deposito di legna e laboratorio falegnami; il capitano Lamberti alla condirezione del magazzino centrale dei viveri; il capitano Marzoli nel consiglio d’amministrazione; il capitano Piero Pieri (lo storico oggi professore universitario a Napoli che ha scritto fra l’altro, la guerre sulle Tofane, ricercatissima e questo episodio nella collana verde dell’A.N.A) alla biblioteca; il tenente Luigi Vinci (l’odierno ministro d’Italia ad Addis Abeba) all’ufficio di beneficenza; il tenente Fadigati al comando della compagnia degli attendenti; il sottotenente prospero Gian Ferrari, nell’era fascista industriale e gerarca, alla spesa viveri, che gli permette preziosi benché fugaci contatti col mondo esterno, eccetera.
Questi, insieme con i tenenti Gastaldi e Sartirana e i sottotenenti Osella, Andrè e Luigi da Porto, sono i veri cannibali o i pionieri: nel corso dei lavori il nucleo della congiura poi si allargherà, fino a comprendere 18 persone, cioè quattro capitani, sette tenenti, cinque sottotenenti e due aspiranti.
Generalmente le grandi evasioni sono legate alla storia della grande criminalità. Ma è dimostrato che quando si producono in un certo genere di reati, i galantuomini danno dei punti ai perfetti delinquenti. Questa galleria di Aschach è un capolavoro di audacia, di spirito di iniziativa, di coraggio sempre presente, di ostinazione, di solidarietà cospirativa. State a sentire. La baracca degli ufficiali e dei magazzini, dove hanno trovato modo di sistemarsi i cannibali, è ad un’estremità del campo, quasi presso il fossato, e poggia nel senso della lunghezza su un terreno in pendenza di modo che da un lato il pavimento quasi combacia col terreno, dall’altro c’è una luce di 60 cm. Ogni 15 giorni il sottosuolo della baracca viene ispezionato da un graduato che si spinge carponi fin dove può, cioè fino a 2/3 della costruzione che lunga 60 m: rimangono quindi 20 m che possono essere sottratti all’indagine, perché si è liberi una specie di argine, ma con malizia, in modo che sembri un naturale rialzo del terreno. Ciò viene fatto in una notte, aprendo una botola in corrispondenza della stufa che si trova nella camera del capitano Guarneri. Con la paletta della stufa ed un arnese a T, lì per lì costruito, il sottotenente Rosella, uno degli espugnatori di Monte Nero, all’alba del 16 giugno isola il sottosuolo della baracca nel tratto prescelto per i lavori, e scava un primo solco funzionante da camminamento d’accesso. Col procedere dell’opera, questo diventerà il segmento trasversale di un fossato quadrangolare, profondo 60 cm, nel quale si andrà gradatamente accumulando il materiale di sterno proveniente dallo scavo della galleria vera e propria.
Sotterfugi e astuzie. Tutto ciò è molto semplice ad essere raccontato: ma come impresa non è paragonabile a nessun’altra. Gli scavatori mancano di tutto. Non conoscono il terreno, perché non possono fare sondaggi all’aperto; sono privi di arnesi e gli strumenti adatti; alla compattezza e alla friabilità dell’elemento sotterraneo non oppongono che la loro volontà aguzza, una volontà perforatrice. Ogni giorno un problema nuovo s’affaccia: oggi è quello dell’illuminazione, che viene risolto con una derivazione dell’impianto utilizzando in parte filo sottratto nottetempo alle latrine e in parte treccia mandata a comperare dal commercio; domani salterà fuori quello dell’armatura della galleria, per cui bisogna fare entrare nel campo dei carichi di legname ai bisogni della falegnameria, con rischio di destare sospetti e provocare un’ispezione; dopo domani l’ostacolo dello sgombero del materiale apparirà insormontabile, finché non l’avrà risolto l’ingegnoso Fadigati mediante un certo suo modello di carrettino con grossi rulli di legno al posto delle ruote. A poco a poco l’impresa non conosce più difficoltà. Dallo scavo del cunicolo in senso orizzontale i perforatori sono passati alla trivellazione di due tronchi di pozzo, quindi hanno di nuovo proseguito in direzione trasversale: è questo il tratto più profondo dello scavo, perché passa sotto il fossato. L’ultima parte del lavoro consiste in due pozzi, congiunti da un segmento orizzontale: è calcolato che il secondo pozzo debba veder la luce sbloccando in un certo campicello di Segala, assai propizia per mascherare il diaframma di apertura e celare i cospiratori sino al momento del balzo. Incominciato il 17 marzo, alla metà di giugno quando i cuori dei prigionieri sono sospesi sull’esito della battaglia del Piave, il lavoro non è ancora prossimo alla fine. Alcuni incidenti che si verificano nel campo determinano nei cospiratori uno stato di impazienza che Guarneri devi cercare al tempo stesso di contenere e di utilizzare i fini dell’impresa. Questi incidenti sono la scoperta di un tentativo di galleria sotto un’altra baracca, un appello improvviso che provoca per reazione una cassata e per contro reazione inasprimenti disciplinari e traslochi di ufficiali ad altro campo, la fuga, del resto non inaspettata, di Gianferrari, che nella sua posizione di Trentino doveva cogliere l’attimo quando si presentava.
Il dramma sotterraneo. I perforatori sono inquieti, eccitati. La loro acca nitidissima opera di talpe appare in certi momenti una cosa assurda e puerile, oppure talmente lunga che verrà la pace prima che sia finita. Sono i dubbi dell’impazienza, contro i quali Guarneri, infaticabile deve lottare non meno che contro la sabbia e la ghiaia sotterranee. Quei giorni lì fra il 13 e il 23 giugno, fra l’annuncio al tiro del Piave varcato il dimesso bollettino che per la prima volta parla di teste di ponte ritirate, decidono gloriosamente anche della sua sorte. Una nuova febbre lo anima. La sua fede nella riuscita infonde nei compagni una linea anche più alacre. Oramai i turni non possono durare più di due ore, tanto è lo sforzo di infilarsi in quel malsicuro budello dove ogni tanto le armature scricchiolano minacciosamente, e starsene poi a raspare terra, col pericolo continuo delle frane, con la preoccupazione di essere uditi e con l’assillo di far presto, perché più i giorni passano meno quel segreto a probabilità di essere mantenuto. Lavorano quasi rabbiosamente, seminudi, con un paio di mutande logore e leggi nocchiere, la bocca, gli occhi, le orecchie piene di terriccio, i polmoni alimentati soltanto dalla loro salute, il cuore sorretto da un calore, da un fuoco cui soltanto è pari quello che riscalda il petto degli eroi. Quanto manca alla meta? Forse meno di una settimana, forse non finiranno il mese ad Aschach. Il pomeriggio del 24 giugno venuto il suo turno, Guarneri indossa la tenuta di fatica, si impone l’elmetto e sollevata la botola scompare come tante altre volte del budello.
Si lavorava quella sera nel primo pozzo di salita. Lo scavo era avanzato tanto che Guarneri, la cui statura superava di poco la media, poteva quasi stare diritto: sdraiato ai suoi piedi, con la testa alle spalle nel pozzo e il resto nel cunicolo, Vinci allontanava il materiale che si andava accumulando.
Che ora poteva essere? Dissero poi le cinque. Nella baracca a quell’ora si gioca la solita finzione, che consiste nel montar la guardia avendo l’aria di annoiarsi chi sulle brande, chi sui gradini, chi a passeggio per il prato, quando si odono dei colpi contro la botola e Vinci appare coperto di terra, con gli occhi spalancati e il fiato mozzo. “Una frana, una frana…” balbetta; poi riaprendo si specifica che lo slittamento è avvenuto nel pozzo e che Guarneri è rimasto preso dentro, avendo fuori soltanto i piedi. Nel buio fitto, perché il crollo ha spento l’unica lampadina elettrica, il tenente Spagnuolo si avventura sino alla base del pozzo, ritrova i piedi di Guarneri che sporgono dall’ostruzione e tenta anche lui di sgomberare il cunicolo. Come si sente capitano? Chiede ansiosamente. Calmissimo risponde colui che è già più di là che di qua: non ha nessuna preoccupazione di sé, l’incidente finirà bene, ciò che importa è lavorare con metodo e soprattutto non avvertire gli austriaci. Spagnuolo risale con queste notizie e i compagni dopo un’angosciosa consultazione, decidono di non tener conto della raccomandazione di Guarneri e di avvisare gli austriaci. Bisogna tener presente, mi raccontava giorni fa a Napoli Piero Pieri, testimonio di eccellente memoria oltre che dichiara efficacia rievocativa, che tutti noi poco esperti di simili lavori, credevamo di essere scesi molto meno profondi e che sopra la testa del povero amico nostro ci fossero al massimo 2 m di terra e non cinque, come in realtà. Purtroppo quando avvertiti gli austriaci, si trattò di indicare dall’esterno il punto del terreno corrispondente al pozzo di salita, nessuno fu in grado di indicarlo con precisione e i primi scavi furono fatti a tastoni, quasi a casaccio …
Eroi, eroi! Intanto la notizia, correndo di baracca in baracca, ha gettato il campo nella costernazione. Proposte e suggerimenti si incrociano con espressioni di ammirazione e di collera: tutti sono la ansiosi di essere adoperati, anelanti di fare qualche cosa, intanto nessuno dà alle operazioni di salvataggio un indirizzo razionale. Il colonnello Salomon comandante del campo, arriva sul posto agitatissimo; non è un’aquila, ma ha sentimenti di soldato. Chino a terra, egli fa tacere i presenti come uno che voglia mettersi in comunicazione col sottosuolo, poi alzandosi di scatto strappa lo sguardo dagli ufficiali italiani, perché non gli vedano gli occhi arrossati; ma i più vicini lo godranno distintamente esclamare punti helden, helden! (eroi, eroi!) . Da due ore durava l’agonia del martire e una massa in composta continuava a muoversi sopra il tragico posto, scavando una buca che gli slittamenti di ghiaia non facevano che riempire. Sotto terra, nel cunicolo, l’aspirante Cornagliotti confortava Guarneri a sperar prossima la luce dall’alto. Benché non dovesse sperar più, quell’animoso era calmo.
“La imperturbabilità e il dominio di sé, che gli antichi saggi dissero il segreto della felicità umana e solo conseguibili con un’intera vita di esercizio e di meditazione, apparivano come una dote innata nel nostro eroico compagno, – ci diceva Pieri.- Quando gli annunciarono che erano stati avvertiti gli austriaci, ” beh, oramai è fatta “, esclamò rassegnatamente: e alle domande se soffrisse, continuò rispondere sempre di no, anche quando il suo respiro cominciò a farsi grosso. Piccoli scorrimenti di ghiaia e di sabbia colmavano inesorabilmente quel po’ di spazi il misero, imprigionato dalla cintola in giù, poteva ancora muovere la testa e le braccia: egli sentiva la sabbia salire come un’acqua che monta, sapeva che quando fosse arrivata la bocca sarebbe stata la fine, eppure le sue parole erano ispirate al supremo ottimismo dei forti.” A un certo momento Cornagliotti tentò di introdurre una canna di piombo attraverso la sabbia; di là dalla parentela nobile voce rispose: ” non temete, posso resistere ancora “. Poco dopo si intesa un rumore sordo, seguito da suoni strozzati. L’aspirante chiamava e nessuno più rispondeva. Quei suoni, che erano rantoli, durarono una decina di minuti, poi si spensero anch’essi. Eppure i piedi uscenti dalla morsa erano sempre caldi. Con le lacrime agli occhi Cornagliotti continuava a chiamare il suo capitano, continuava a supplicarlo di resistere ancora un poco… Sopra le loro teste, alla luce dei riflettori, militari austriaci e prigionieri serbi scavavano scavavano… A mezzogiorno dell’indomani scavavano ancora. Lo scopersero soltanto verso le 6:30 di sera. “Egli era in piedi con le ginocchia un po’ piegate in avanti, con la testa un po’ reclinata all’indietro, l’occhio ancora aperto quasi del tutto, l’elmetto in testa, le braccia ad arco sopra”: così debbono apparire ai primi dissotterratori le statue degli eroi, che tornano alla luce dopo secoli di oblio. I suoi lineamenti non erano contratti, l’occhio era calmo, di tutte le espressioni che i compagni gli conoscevano la morte pareva avergli serbato quella che rispondeva ai momenti di più pieno dominio di sé .
A Passirano di Brescia quando fu trasportato a guerra finita, uomini e donne sfilarono sette giorni e sette notti davanti alla sua spoglia, talmente generoso era sembrato quell’eroismo, talmente umano, così direttamente riflesso da quell’aspirazione alla libertà che nel fondo di ogni cuore. Cesco Tomaselli

 

Corriere (Uno dei tre articoli di Giornali su EG )
Corriere della Sera di martedì, 23 aprile 1935.-
Titolo: ” Enea Guarneri e perforatori di Aschach”

E’ davvero temerario ciò che hanno fatto questi 18 ufficiali italiani, prigionieri nell’ultimo anno di guerra nel campo di Aschach, presso Linz sul Danubio. Figuratevi che essi hanno scavato una galleria di alcune decine di metri sotto il fossato scorrente intorno al campo, un lavoro che in ragione del terreno ghiaioso sabbioso avrebbe richiesto la manodopera e gli attrezzi di un’impresa specializzata. È vero che a Sigmundsherberg, il più vecchio campo di prigionia dell’Austria, 13 ufficiali erano riusciti qualche settimana prima ad evadere mediante lo scavo di un cunicolo: ed è anche vero che le probabilità di successo in qualsiasi iniziativa dipendono dall’energia morale di un uomo solo. Ad Aschach l’uomo c’è: si chiama Enea Guarneri, un bresciano dalle larghe spalle che ha fatto alzare su di sé lo sguardo sospettoso dello scritturale austriaco quando, capitano di complemento degli alpini e laureando in agraria, ha preteso che nella scheda matricolare lo qualificassero “di professione contadino”. Un campo di prigionieri non è un ambiente facile ad immaginare quando diciamo quel quello di Aschach consta di un certo numero di baracche, che il fosso e il reticolato ingenti la spianata, sono sorvegliati ogni 30 m da una sentinella e a ciascuno dei quattro angoli da una vedetta sopra una torre cella di legno, che all’imbocco c’è un corpo di guardia cui corrisponde all’estremità opposta un magazzino, abbiamo fatto semplicemente della scenografia. Gli uomini, ecco la sostanza viva di ogni quadro. Qui gli uomini sono cupi e squallidi, con chiusi rancori e dissolventi malinconie. Prigionieri, o vivono fatalisticamente, aspettando gli eventi, o preparano la fuga: guardiani e custodi fanno quel mestiere senza convinzione o con ripugnanza perché non sono dei carcerieri di professione, in ogni caso senz’arte. Quelli che preparano la fuga sono generalmente persone fornite di immaginazione, oltre che di perseveranza e di audacia. Quando la sera del 25 giugno un ufficiale si precipita al comando di raggruppamento prigionieri ad informare che gli italiani hanno scavato una galleria sotto il fossato, il colonnello Salomon è trascinato da un primo impulso, spiega abilissimo, a dare del visionario a chi gli racconta una simile storia. E quando l’ufficiale gli preciserà che gli italiani lavoravano sotto terra da oltre tre mesi, il colonnello si sentirà venire il capogiro, e mentre l’altro parla egli vedrà se stesso trascinato davanti ha una commissione d’inchiesta come un inetto o un gaglioffo.
I cannibali all’opera. È stupefacente ciò che hanno fatto questi italiani, proprio questi sornioni della baracca dei servizi, di cui tutto si poteva pensare meno che si fossero impadroniti delle cariche del campo, che danno sempre fastidi e grane per scopi così sotterranei. Nel febbraio del 1918 appena costituito il nuovo campo, i cannibali di Sigmundsherberg (specie di nomignolo con cui i congiurati si riconoscevano fra loro) si sono dati molto da fare. Qualcuno vi ha fiutato dentro un po’ di pastette elettorale. Ma intanto essi hanno il capitano Guarneri alla sorveglianza della lavanderia, con annesso deposito di legna e laboratorio falegnami; il capitano Lamberti alla condirezione del magazzino centrale dei viveri; il capitano Marzoli nel consiglio d’amministrazione; il capitano Piero Pieri (lo storico oggi professore universitario a Napoli che ha scritto fra l’altro, la guerre sulle Tofane, ricercatissima e questo episodio nella collana verde dell’A.N.A) alla biblioteca; il tenente Luigi Vinci (l’odierno ministro d’Italia ad Addis Abeba) all’ufficio di beneficenza; il tenente Fadigati al comando della compagnia degli attendenti; il sottotenente prospero Gian Ferrari, nell’era fascista industriale e gerarca, alla spesa viveri, che gli permette preziosi benché fugaci contatti col mondo esterno, eccetera.
Questi, insieme con i tenenti Gastaldi e Sartirana e i sottotenenti Osella, Andrè e Luigi da Porto, sono i veri cannibali o i pionieri: nel corso dei lavori il nucleo della congiura poi si allargherà, fino a comprendere 18 persone, cioè quattro capitani, sette tenenti, cinque sottotenenti e due aspiranti.
Generalmente le grandi evasioni sono legate alla storia della grande criminalità. Ma è dimostrato che quando si producono in un certo genere di reati, i galantuomini danno dei punti ai perfetti delinquenti. Questa galleria di Aschach è un capolavoro di audacia, di spirito di iniziativa, di coraggio sempre presente, di ostinazione, di solidarietà cospirativa. State a sentire. La baracca degli ufficiali e dei magazzini, dove hanno trovato modo di sistemarsi i cannibali, è ad un’estremità del campo, quasi presso il fossato, e poggia nel senso della lunghezza su un terreno in pendenza di modo che da un lato il pavimento quasi combacia col terreno, dall’altro c’è una luce di 60 cm. Ogni 15 giorni il sottosuolo della baracca viene ispezionato da un graduato che si spinge carponi fin dove può, cioè fino a 2/3 della costruzione che lunga 60 m: rimangono quindi 20 m che possono essere sottratti all’indagine, perché si è liberi una specie di argine, ma con malizia, in modo che sembri un naturale rialzo del terreno. Ciò viene fatto in una notte, aprendo una botola in corrispondenza della stufa che si trova nella camera del capitano Guarneri. Con la paletta della stufa ed un arnese a T, lì per lì costruito il sottotenente Rosella Uno degli espugna tori di Monte Nero all’alba del 16 giugno, isola il sottosuolo della baracca nel tratto prescelto per i lavori, e scava un primo solco funzionante da camminamento d’accesso. Col procedere dell’opera, questo diventerà il segmento trasversale di un fossato quadrangolare, profondo 60 cm, nel quale si andrà gradatamente accumulando il materiale di sterno proveniente dallo scavo della galleria vera e propria.
Sotterfugi e astuzie. Tutto ciò è molto semplice ad essere raccontato: ma come impresa non è paragonabile a nessun’altra. Gli scavatori mancano di tutto. Non conoscono il terreno, perché non possono fare sondaggi all’aperto; sono privi di arnesi e gli strumenti adatti; alla compattezza e alla friabilità dell’elemento sotterraneo non oppongono che la loro volontà aguzza, una volontà perforatrice. Ogni giorno un problema nuovo s’affaccia: oggi è quello dell’illuminazione, che viene risolto con una derivazione dell’impianto utilizzando in parte filo sottratto nottetempo alle latrine e in parte treccia mandata a comperare dal commercio; domani salterà fuori quello dell’armatura della galleria, per cui bisogna fare entrare nel campo dei carichi di legname ai bisogni della falegnameria, con rischio di destare sospetti e provocare un’ispezione; dopo domani l’ostacolo dello sgombero del materiale apparirà insormontabile, finché non l’avrà risolto l’ingegnoso Fadigati mediante un certo suo modello di carrettino con grossi rulli di legno al posto delle ruote. A poco a poco l’impresa non conosce più difficoltà. Dallo scavo del cunicolo in senso orizzontale i perforatori sono passati alla trivellazione di due tronchi di pozzo, quindi hanno di nuovo proseguito in direzione trasversale: è questo il tratto più profondo dello scavo, perché passa sotto il fossato. L’ultima parte del lavoro consiste in due pozzi, congiunti da un segmento orizzontale: è calcolato che il secondo pozzo debba veder la luce sbloccando in un certo campicello di Segala, assai propizia per mascherare il diaframma di apertura e celare i cospiratori sino al momento del balzo. Incominciato il 17 marzo, alla metà di giugno quando i cuori dei prigionieri sono sospesi sull’esito della battaglia del Piave, il lavoro non è ancora prossimo alla fine. Alcuni incidenti che si verificano nel campo determinano nei cospiratori uno stato di impazienza che Guarneri devi cercare al tempo stesso di contenere e di utilizzare i fini dell’impresa. Questi incidenti sono la scoperta di un tentativo di galleria sotto un’altra baracca, un appello improvviso che provoca per reazione una cassata e per contro reazione inasprimenti disciplinari e traslochi di ufficiali ad altro campo, la fuga, del resto non inaspettata, di Gianferrari, che nella sua posizione di Trentino doveva cogliere l’attimo quando si presentava.
Il dramma sotterraneo. I perforatori sono inquieti, eccitati. La loro acca nitidissima opera di talpe appare in certi momenti una cosa assurda e puerile, oppure talmente lunga che verrà la pace prima che sia finita. Sono i dubbi dell’impazienza, contro i quali Guarneri, infaticabile deve lottare non meno che contro la sabbia e la ghiaia sotterranee. Quei giorni lì fra il 13 e il 23 giugno, fra l’annuncio al tiro del Piave varcato il dimesso bollettino che per la prima volta parla di teste di ponte ritirate, decidono gloriosamente anche della sua sorte. Una nuova febbre lo anima. La sua fede nella riuscita infonde nei compagni una linea anche più alacre. Oramai i turni non possono durare più di due ore, tanto è lo sforzo di infilarsi in quel malsicuro budello dove ogni tanto le armature scricchiolano minacciosamente, e starsene poi a raspare terra, col pericolo continuo delle frane, con la preoccupazione di essere uditi e con l’assillo di far presto, perché più i giorni passano meno quel segreto a probabilità di essere mantenuto. Lavorano quasi rabbiosamente, seminudi, con un paio di mutande logore e leggi nocchiere, la bocca, gli occhi, le orecchie piene di terriccio, i polmoni alimentati soltanto dalla loro salute, il cuore sorretto da un calore, da un fuoco cui soltanto è pari quello che riscalda il petto degli eroi. Quanto manca alla meta? Forse meno di una settimana, forse non finiranno il mese ad Aschach. Il pomeriggio del 24 giugno venuto il suo turno, Guarneri indossa la tenuta di fatica, si impone l’elmetto e sollevata la botola scompare come tante altre volte del budello. Si lavorava quella sera nel primo pozzo di salita. Lo scavo era avanzato tanto che Guarneri, la cui statura superava di poco la media, poteva quasi stare diritto: sdraiato ai suoi piedi, con la testa alle spalle nel pozzo e il resto nel cunicolo, Vinci allontanava il materiale che si andava accumulando. Che ora poteva essere? Dissero poi le cinque. Nella baracca a quell’ora si gioca la solita finzione, che consiste nel montar la guardia avendo l’aria di annoiarsi chi sulle brande, chi sui gradini, chi a passeggio per il prato, quando si odono dei colpi contro la botola e Vinci appare coperto di terra, con gli occhi spalancati e il fiato mozzo. ” Una frana, una frana… ” balbetta: poi riaprendo si specifica che lo slittamento è avvenuto nel pozzo e che Guarneri è rimasto preso dentro, avendo fuori soltanto i piedi. Nel buio fitto, perché il crollo ha spento l’unica lampadina elettrica, il tenente Spagnuolo si avventura sino alla base del pozzo, ritrova i piedi di Guarneri che sporgono dall’ostruzione e tenta anche lui di sgomberare il cunicolo. Come si sente capitano? Chiede ansiosamente. Calmissimo risponde colui che è già più di là che di qua: non ha nessuna preoccupazione di sé, l’incidente finirà bene, ciò che importa è lavorare con metodo e soprattutto non avvertire gli austriaci. Spagnuolo risale con queste notizie e i compagni dopo un’angosciosa consultazione, decidono di non tener conto della raccomandazione di Guarneri e di avvisare gli austriaci. Bisogna tener presente, mi raccontava giorni fa a Napoli Piero Pieri, testimonio di eccellente memoria oltre che dichiara efficacia rievocativa, che tutti noi poco esperti di simili lavori, credevamo di essere scesi molto meno profondi e che sopra la testa del povero amico nostro ci fossero al massimo 2 m di terra e non cinque, come in realtà. Purtroppo quando avvertiti gli austriaci, si trattò di indicare dall’esterno il punto del terreno corrispondente al pozzo di salita, nessuno fu in grado di indicarlo con precisione e i primi scavi furono fatti a tastoni, quasi a casaccio …
Eroi, eroi! Intanto la notizia, correndo di baracca in baracca, ha gettato il campo nella costernazione. Proposte e suggerimenti si incrociano con espressioni di ammirazione e di collera: tutti sono là, ansiosi di essere adoperati, anelanti di fare qualche cosa, intanto nessuno dà alle operazioni di salvataggio un indirizzo razionale. Il colonnello Salomon comandante del campo, arriva sul posto agitatissimo; non è un’aquila, ma ha sentimenti di soldato. Chino a terra, egli fa tacere i presenti come uno che voglia mettersi in comunicazione col sottosuolo, poi alzandosi di scatto strappa lo sguardo dagli ufficiali italiani, perché non gli vedano gli occhi arrossati; ma i più vicini lo godranno distintamente esclamare: “helden, helden!” (eroi, eroi!). Da due ore durava l’agonia del martire e una massa in composta continuava a muoversi sopra il tragico posto, scavando una buca che gli slittamenti di ghiaia non facevano che riempire. Sotto terra, nel cunicolo, l’aspirante Cornagliotti confortava Guarneri a sperar prossima la luce dall’alto. Benché non dovesse sperar più, quell’animoso era calmo. ” La imperturbabilità e il dominio di sé, che gli antichi saggi dissero il segreto della felicità umana e solo conseguibili con un’intera vita di esercizio e di meditazione, apparivano come una dote innata nel nostro eroico compagno, – ci diceva Pieri.- Quando gli annunciarono che erano stati avvertiti gli austriaci, ” beh, oramai è fatta “, esclamò rassegnatamente: e alle domande se soffrisse, continuò rispondere sempre di no, anche quando il suo respiro cominciò a farsi grosso. Piccoli scorrimenti di ghiaia e di sabbia colmavano inesorabilmente quel po’ di spazi il misero, imprigionato dalla cintola in giù, poteva ancora muovere la testa e le braccia: egli sentiva la sabbia salire come un’acqua che monta, sapeva che quando fosse arrivata la bocca sarebbe stata la fine, eppure le sue parole erano ispirate al supremo ottimismo dei forti.” A un certo momento Cornagliotti tentò di introdurre una canna di piombo attraverso la sabbia; di là dalla parentela nobile voce rispose: ” non temete, posso resistere ancora “. Poco dopo si intesa un rumore sordo, seguito da suoni strozzati. L’aspirante chiamava e nessuno più rispondeva. Quei suoni, che erano rantoli, durarono una decina di minuti, poi si spensero anch’essi. Eppure i piedi uscenti dalla morsa erano sempre caldi. Con le lacrime agli occhi Cornagliotti continuava a chiamare il suo capitano, continuava a supplicarlo di resistere ancora un poco… Sopra le loro teste, alla luce dei riflettori, militari austriaci e prigionieri serbi scavavano, scavavano… A mezzogiorno dell’indomani scavavano ancora. Lo scopersero soltanto verso le 6:30 di sera. ” Egli era in piedi con le ginocchia un po’ piegate in avanti, con la testa un po’ reclinata all’indietro, l’occhio ancora aperto quasi del tutto, l’elmetto in testa, le braccia ad arco sopra “: così debbono apparire ai primi dissotterratori le statue degli eroi, che tornano alla luce dopo secoli di oblio. I suoi lineamenti non erano contratti, l’occhio era calmo, di tutte le espressioni che i compagni gli conoscevano la morte pareva avergli serbato quella che rispondeva ai momenti di più pieno dominio di sé.
Ha Passirano di Brescia quando fu trasportato a guerra finita, uomini e donne sfilarono sette giorni e sette notti davanti alla sua spoglia, talmente generoso era sembrato quell’eroismo, talmente umano, così direttamente riflesso da quell’aspirazione alla libertà che nel fondo di ogni cuore.
Cesco Tomaselli

 

l’Alpino – Roma 15 maggio 1937 – XV -anno XIX n. 16 – e sole all’alba del 9 maggio – La imponente celebrazione romana del primo annuale dell’impero e negli occhi nel cuore di quanti, mezzo milione forse, si sono affacciati all’alba del 9 maggio sulla via dell’impiego soprattutto dei soldati. I nostri ragazzi e soldati vengono nella lunga della vittoria e del fascismo, come giovani piante, tutta vita ieri non, nella ebbrezza una primavera. L’, non possono sentire la gioia dell’ora come noi, che abbiamo conosciuto la dura misera ed oscura vigilia ed il lungo quadriennale colloquio con la morte, lontano da tutti e il triste ritorno,. Dopo la vittoria, alla dieta ostilità dei rimasti, presi alla gola da un’indifferenza peggiore dell’odio. La trionfale sfilata sulla via dell’impero, fra il colosseo e di fuori, di contro all’altare della patria, di 40.000 soldati preceduti da migliaia di destini, nella polvere d’oro di sole stabilizzante fra l’urlo del popolo in delirio, al cospetto del re del duce; il imponente esercito di colore con i suoi ufficiali in testa ed i suoi preti cotti e la selva dei suoi gagliardetti e il bianco, il rosso, laddove il verde di giubbetti, barracani, sciamma, gagliardetti, e fascie; e infine il rapido trascorrere mica bandiere emeharisti fra sé i comandi militari e urli selvaggi di gioia: senso di impero dovunque: Roma ritorna, e della Grande: mentre i nostri occhi sfavillano il vecchio cuore batte il petto all’alpino, pensiamo riguardando le scintillanti uniformi degli esteri, che lo spettacolo dovrà far riflettere anche di là delle Alpi dove troppi ancora si trastullano diritti di chi e confortano di spudorata menzogna la loro inconfessata viltà. Alla vigilia, l’imponente cerimonia della consegna delle medaglie vittoriosi, in piazza Venezia, piazza d’armi di un esercito di 40.000 soldati: all’indomani, la superba cavalcata ai Parioli in cospetto al fiume sacro e dei colli fatali: come non sentire la potenza di Roma risorta? È come non sentire la noi alpini che abbiamo visto sfilare al posto d’onore la divisione Pusteria, unica grande unità nazionale di reduci dall’Africa, e decorare accanto alla tomba del milite ignoto di croce dell’ordine militare di Savoia, i due reggimenti alpini settimo ed 11º; di medaglia d’argento in battaglioni Pieve di Teco ed Intra; di medaglia di bronzo ancora il settimo l’11º ed il quinto artiglieria alpina e salire a 72 le medaglie d’oro del 10º, con le recenti concessioni alla memoria del tenente del Monte dell’artiglieria alpina Eritrea e dell’alpino Bagnolini del battaglione Intra? 72 medaglie d’oro, sette delle quali in questa guerra: eroico sangue gli alpini che salda l’una all’altra generazione e da nuovi fermenti di gloria questa nostra formidabile compagine bandiera. *** Infine il rapporto rapido, austero, soldatesco tenuto i comandanti delle associazioni d’arma dal segretario del partito. Vibrante, cameratesco sempre, Starace dice a noi parole di affetto e di compiacimento: riconoscere ed esalta l’importanza morale di valore guerresco delle associazioni conservano perpetuano lo spirito le tradizioni dei corpi, spirito chi è nel segretario del partito forse più che in ogni altro; rileva l’altro significato del più stretto legame tra il partito in queste nostre organizzazioni che così hanno finalmente posto d’onore sicurezza di vita e di domani; e incita i comandanti a dare sempre più carattere guerriero e militare alle associazioni, sì che esse riguardino sempre più alla tenda che al palazzo di siano pronte ad ogni ordine del duce. Poi il rapporto si fa più intimo e confidenziale: nessun mutamento drastico, ma una vita più vicine e più snella senza superstruttura e senza diaframmi: non associazioni di militare in congedo, ma di soldati; non presidente, ma comandanti: lo spirito guerriero animi ogni raduno che dovranno trascurare i piccoli centri nuovi alle grandi adunate. La divisa quella del partito per gli iscritti al partito: sulla divisa fascista il copricapo caratteristico dell’armo del corpo i segni del grano. È quanto gli alpini praticano sempre: le parole del gerarca tolgono ogni incertezza e sono per noi di alto conforto. Trasporto sereno e militare congedo fraterno: il bersagliere Starace fedele valoroso interprete della volontà del duce, vuol bene i vecchi camerati che nel trascorrere degli anni tengono fresco, aggiornato i saldo il loro spirito guerriero; e questi sono i militi più fedeli e sicuri delle nostre associazioni dati. Mentre il tramonto di luce da fiamma agli alti fastigi del vecchio palazzo e nel cielo è un volo di rondini e l’ombra cala sul piccolo quadrato cortile, l’omaggio dei comandanti al sacrario dei caduti fascisti chiude una giornata densa di emozioni, ricca di gioia per noi, per tutti gli italiani di Mussolini. firmato Angelo Manaresi

Monte Rosso: 14 maggio 1916 . -Della Grande guerra, combattenti che tutti conoscevano anche se non li avevano mai visti. I nemici pure di conoscevano di valore di fama e nelle notti calme e una fosca di pericoli e timori, nei lanciavane il nome per esaltarli o per avvertire che allerta stavano contro ogni nostra. Marello Onorato da Priocca d’Alba di Val Tanaro, sottotenente della territoriale al suo richiamo dal congedo, poi effettivo e tenente per merito di guerra, rapitoci il 12 aprile corrente anno da grave malattia sopportata da martire, era di questi. Il suo nome correva di bocca in bocca ad esaltare un po’ tutti i battaglioni alpini della fonte Giulia e carnica superando anche le linee avversarie. Tozzo, quadrato, erculeo, forte come un leone, semplice e buono docile come un fanciullo, spiccava fra i camerati più giovani valorosissimo per spirito combattivo operabilità ardimento del rischio. Siano anziché no aveva tutti titoli e tutta l’esperienza per annidarsi alle salmerie od in uno dei tanti servizi al coperto. Signor no, ardente patriota, battagliero, Marello volle e si ritrovò subito e sempre in testa i suoi beni territoriali tutti padri di famiglia e tutti combattenti esemplari. In verità tutto l’ambiente era di valorosi! Erangli compagni le medaglie d’oro: Beltricco, Guarneri, puri, i caduti da Prodi sul campo: Cesano, Pecchini, Tomatis, Fabiani, Veneroni eccetera. I deceduti in seguito malattie di guerra: Poy, Truffa e tanti altri ancora vivi passati giovani all’altra vita.
Marello folgorata nelle lotte al corpo a corpo, negli ardimenti scaltri, abili, audaci e dei successi. Era combattente d’armi corte: d’assalto. Possedeva una sua particolare arte guerriera, sicché faceva scuole d’esempio a tutti. I suoi bravi alpini, forgiati a suo stampo lo seguivano ciecamente, l’adoravano, gli attribuivano tutto il merito dei successi. I superiori sapevano di avere in lui l’uomo abile ad ogni impresa e rischio.
Partiva come saetta di giorno, di notte con qualunque tempo e armato di pochi alpini, da Monte Glazat. Superava il mio Pontebbana spesso in piena e la vigilanza delle insidie nemiche: piombava su in alto sulle posizioni nemiche come aquila, prelevava vedette e pattuglie, metteva a rumori in allarmi le difese credute si minacciati da chissà quale attacco di sorpresa. Vittima e testimone della sua abilità, forza e d’audacia. Guerriero d’eccezione era pure un magnifico organizzatore, pratico regista. Non rappresentava mai difficoltà; era fatto per superarle. Al suo reparto come alla sua mensa non mancava mai nulla. Arrivavano le provviste ed il buon vino schietto generoso come il suo cuore dalla sua terra ferace e vinifera. La sua mensa era circolo, convegno, polsi. Tra un bicchiere l’altro, tra una fucilata e l’altra, lo spirito patriottico e guerriero e neve in tutto il più alto tono. Maestro, faceva scuola alla moda alpina! Le posizioni da lui tenute anche se a due passi dal nemico e soggette ad ogni tipo, diventavano subito modelli d’arte fortifica torni improvvisata. Se mancava materiale andava a prelevarlo al nemico. Lo ricordo nella primavera del 1916 sull’asprissima, scoperto roccione di Monterosso a quota 2150, criniera, schiena, scudo avanzato dal caposaldo di Monte Nero; investito in pieno da ogni fuoco avversario dalla buona, sanguigna come il colore della sua roccia. I due trincee non gli avversari, a contatto si lambiva, si mordevano a vicenda un accanimento crudele, soggetti però alla stessa sorte prodotta dalle due artiglierie dalle tremende bufere di diede or fina fina penetrante, ora sferzante ed accecante di ghiaccioli. Opere, uomini, armi, reticolati eccetera tutto veniva in breve sommerso, sepolto. Vedette non ancorate, posti sui fianchi rocciosi venivano strappate da quelle violenze e gettate giù negli abissi. Non sempre erano ritrovati. %%%
%% Era lavoro da Sisifo tenersi a galla o saldi in piedi; rifarsi nei brevi respiri in curiosa gara col nemico, la trincera. Soggetti alla sera stessa sorte avversa si verificavano allora fatti ed episodi tragico comici, umani, a cui seguiva non nuovo il bersagliare al campo anche più accanito di prima. Le soffiate continue e capricciose di vento e di tormenta portando o spostando masse enormi di neve, modificavano d’ogni momento la plastica è la fisionomia della posizione delle opere si da vederle irriconoscibili a chi le teneva a comando e da doverle riconquistare quasi daccapo per poterle tenere. Quando erano le sferzate della tormento della bora rendere la temperatura della vita più che polare, arrivava la folgore di Montenero, che si scaricava violentissima sul roccione stratificato a pila a fulminare le vedette non sempre isolate, a produrre Ballini gli scintillii sui paletti dei reticolati, sulle baionette, da farci sentire in una ridda fantastica infernale. Vite lotta quindi di ogni giorno, durissima anche perché doveva rifornire a spalla la posizione con carichi che diventavano pesanti anche se calcolati leggeri. Era necessità, legge che in pochi si dovesse valere molti. A difesa della posizione che si sfasciavano per il rapido sciogliersi delle nevi-a metà maggio del 1916- vi erano le due compagnie del Val Tanaro salitevi appena scese dal Cukla con alcune mitragliatrici appostate del battaglione Dronero, Bicocca, Val Maira. Si capiva dai silenzi dalle tentazioni dal tirare con le lusinghe, che il nemico si preparava per una rivincita sul Montenero. Si stava vigili, all’erta! Marello era nel suo ambiente di battaglia e di sogno. Appostato col suo plotone dietro apposito argine a dente, di neve-ridotto immediato dal trincerone-aveva il compito di portiere. Dipendeva dal giovanissimo capitano Pecchini; aveva alla sua dipendenza del trincerone la poi medaglia d’oro tenente Poli. L’appoggiavano con il fuoco il tenente poi, il tenente Guarneri pure nota medaglia d’oro per atto e fine eroica in prigionia, ed altri non meno valorosi: dall’alto la bella batteria alpina di Montenero. Con i suoi artigli di fuoco attiri sempre precisi ed abili quanto difficili. Venne il 14 maggio, la vigilia e l’atto diversivo puntato sul Montenero della grande spedizione punitiva nemica. Fin dal mattino fuoco insolito, più vario e più molesto di artiglieria. Qualche falso allarme in pieno sole. Un volo e l’orante di aeroplano nemico a bassa quota verso il tramonto dorato, tosto seguito da infernale tempesta di fuoco investendo tutta la posizione, radente al ciglio delle linee avanzate; e l’assalto ad ondate serrate di tre battaglioni ungheresi sul trincerone, trappola, incudine, tomba. Marello dall’agguato coglie aquileo l’attimo fuggente. E seguendo il piano stabilito dagli sbocchi sotto e sopra neve del dente, si scaglia e rovescia coi suoi bravi alpini sull’assalitore: lo ributta comunque con quei del trincerone, a corpo a corpo e urgendo a baionetta, precipita i più tenaci giù sul fianco aperto ed aspro dell’abisso. Le ondate che seguono subiscono scordate il riflusso che s’accalca sulle proprie trincee sempre fortemente tenute ma impotenti. Sulle medesime, ora facile bersaglio, le mitragliatrici, la batteria alpina di Montenero e finalmente le grosse medie artiglierie seminano strage. Il capitano Pecchini lanciato avanti con i non molti disponibili a rincalzo e per sfruttare il successo, cadde mortalmente attraversando un ripido levato e spira, come Cristo nella braccia e sulle ginocchia del suo fedelissimo attendente che cerca di ripararlo scavando con la schiena una nicchia nella neve. Qua e là caduti, confusi nel trincerone con il nemico! La posizione è salva! Sul tragico Monte cala con la notte il silenzio. Solo il gemito angosciante dei feriti o dei morenti. Poi si alza la luna più che mai splendente, ad a rompere agli sconfitti, luce gloria i vittoriosi, conforto e speranza ai languenti e pace eterna i morti. Il nemico sempre saldo sulle sue trincee ascolta meravigliato, religioso, silente, l’elogio che il comandante della posizione, ritto come statua del dente alza ai caduti: a Pecchini, a Marello ed ai suoi eroi, a tutti i vittoriosi. Poi per tre giorni fa processione di feriti e di morti. La bella vittoria di pochi veci, tenaci e baldi contro molti ben appoggiati a audaci, segnava e pronosticava la sorte dei pifferi… Alla grande spedizione nemica che mossa per suonare, veniva suonata per punire, veniva punita. Altri che gli siano stati primo dopo camerati vicini, potranno completare il quadro delle virtù è degli atti di valore del nostro Marello, alpino guerriero di razza, sul Pasubio, sull’Ortigara, al comando di un reparto cecoslovacco. Certo è che fu comandante combattente che faceva bandiera e meritò largamente le promozioni e la medaglia d’argento della fama di valoroso. Nel dopo guerra non ebbe più fortuna. Modesto passò via via nel silenzio e nell’oblio. Subito la sorte di altri intelligenti e valorosi uomini di spada e non dipenda, di esperienza e di fatti e non di parole di teoria. Anche l’età venne a collocarlo col grado di maggiore in una delle tante posizioni del dopoguerra e ad affidarlo agli acciacchi, ai disgusti, ad un male fisico che si diede a minargli la vita senza posa. Eppure egli conservò patriottico ardente il suo spirito combattivo anche nel male, fino alla certezza di averlo vinto, ma questo ripassò dall’agguato alla riscossa. Lottò tenace; non voleva morire, perché sognava e sperava di poter ancora combattere per la patria, per il re e vincere ancora. Sino a che il male gettò la morte del suo corpo disfatto. Ma con tutti i doni e conforti della fede; in questa primavera che passa, quando i suoi colli già verdi o dorati di gemme già fioriti di peschi gli facevano gioia e festa intorno, assistito da una sorella che gli fu tenera e pienissima madre, mentre gli alpini nella città dei fiori concludevano la loro durata il rito di fede attorno al loro gusto patrono Sua altezza il principe di Piemonte e la divisione Pusteria sbarcata a Napoli, reduce gloriosa dalla guerra per l’impero, muoveva verso la capitale a ricevere in premio l’alto elogio del duce. Era vissuto abbastanza per morire felice! Al viatico della fede, s’aggiungeva quello della gioia per il trionfo del corpo al quale aveva dato tutto se stesso, per il quale era interamente vissuto. Col cuore e col sorriso gettò nel sogno del trapasso a mazzi, a ghirlande, sui vittoriosi i fiori della sua terra: terra di vini generosi, di alpini, di valorosi. L’amore ardente di patria, la vita alpina guerriera l’avevano fatto eroe, il male atroce sopportato con virtù cristiana l’aveva fatto martire. Così reso completo, lasciò le miserie della vita, salì fra tanti camerati a Dio nel regno del Signore. Quando la sepoltura lo strappò dal tetto natale e lo portò al camposanto pioveva, pioveva! Anche la sua terra piangeva! Quanti, quanti alpini apprendendo la sua morte saranno presi da un ricordo: ritroveranno inumidite le ciglia, innalzeranno spontaneo una preghiera. Io sono con loro!! Firmato generale M.C. Bes

Il Gruppo Susa in Etiopia (giugno 1935 – dicembre 1936) …
+ Il canto della perduta luce di Feliciano Lepore, maggiore degli alpini, cieco dell’Ortigaracon prefazione di Angelo Manaresi con illustrazioni di Cambellotti è edito in un volume dal 10° Alpini Editore in Roma.

 

 

 

 

Giuseppe Bonomi: