Opuscolo “La Sagra del Nastro Azzurro Bresciano – Prima Adunata Provinciale dei Decorati al valor militare Brescia – 14 giugno 1936
“L’Istituto del Nastro Azzurro è la nuova potente aristocrazia italiana, un’aristocrazia che è sorta da un travaglio così duro che potrebbe giustamente essere definito un calvario. Coloro che lo compongono sono dei valorosi tra i valorosi”. Mussolini
Ia Adunata Nazionale dei Decorati al valore – Roma – 28 ottobre 1933 – Il discorso del Duce:
Camerati del Nastro Azzurro!
Stamane avete avuto un sommo onore e un duplice privilegio: sommo onore quello di sfilare davanti alla Maestà del Re al quale va schietta e diritta la nostra devozione di combattenti e di fascisti. Privilegio duplice quello di essere convenuti in Roma in questa data memoranda e di aver inaugurato la via dei Trionfi. Tale privilegio toccò l’anno scorso alla falange del sacrificio, ai camerati mutilati di guerra, che inaugurarono la via dell’Impero. Oggi giustamente è toccato a voi inaugurare la via dei Trionfi. Queste strade, non senza un profondo significato, sono state inaugurate dalle rappresentanze della Nazione perché tutto quello che si fa a Roma è nazionale ed universale.
Vi siete adunati a Roma per celebrare l’undecimo annuale della rivoluzione fascista; ciò dimostra che fra la guerra e la rivoluzione fascista vi è una continuità, non soltanto storica, ma ideale. I Fasci italiani di combattimento sono nati nel marzo del ‘19, ma i Fasci di azione rivoluzionaria sorsero nel gennaio del ‘15 quando si trattava di disperdere una volta per sempre una torbida congiura di politicanti che volevano anteporre gli interessi della parte ai destini della Patria.
Bisognerà anche dire che voi oggi non sareste qui e non potreste mostrare al sole di Roma i segni del vostro valore provato in cento combattimenti vittoriosi, se non ci fosse stata la rivoluzione delle camicie nere. Né si dica che forse ci sarebbe stato qualche altro movimento e qualche altro capo.
La storia registra e consacra nelle sue pagine immortali ciò che è avvenuto, ma trascura le alternative ed ignora le ipotesi.
Camerati del nastro azzurro! Oggi 28 ottobre dell’anno XI, voglio darvi una dura, una severa, ma una magnifica consegna: la consegna del primato italiano. L’Italia fascista deve tendere al primato sulla terra, sul mare, nei cieli, nella materia e negli spiriti.
Piantatevi nel cuore questa certezza suprema e fatte che essa diventi non soltanto certezza, ma volontà concorde di tutto il popolo italiano.
Consegno a voi camerati del nastro azzurro, il Labaro del vostro Istituto e vi dico in questa piazza che è il cuore di Roma ed è il cuore d’Italia perché vigilata dal milite ignoto: fate che le glorie del passato siano superate dalle glorie dell’avvenire.
Camerati Azzurri Bresciani!
Dai cieli di Roma un’aquila ha raccolto stamane il suo volo sul nostro azzurro Labaro e di Roma e delle sue glorie imperiali ha recato il segno possente e incancellabile. A volo chiuso la religione quel Labaro benedice e fa sacro. Or ecco intorno ad esso raccogliersi i vivi ed i morti, i presenti e gli assenti, i vicini e lontani, accomunati tutti dal quel segno che brillando sui petti, racconta di gesta che sono antiche e sono d’oggi poiché chi le compì allora pur oggi per la stessa idea le compirebbe. In voi, azzurri della terra bresciana, salutiamo fratelli dall’eguale nome e dall’uguale volto: nome e volto italiano; ma con questi riti che la vostra presenza rende solenni noi intendiamo esaltare non gli azzurri che passano e tramontano, ma sollevare nei più alti cieli irraggiati di gloria la fulgida idea sovrana per la quale tutti lottavamo, la gioia inebriante delle conquiste difficili, la luce dei sacrifici generosi, la infaticata lena per le ascese aspre, l’immobilità desolata nei camminamenti improvvisati, l’odor di sangue e di fango nelle indimenticate trincee, i brevi sonni interrotti nelle notti da tregenda. In voi esaltiamo la lotta che non sostò coi tramonti, ma tenace durò attraverso mille tramonti ed esaltiamo perché resti eredità per i figli nostri e per i figli altrui, le supreme ore nelle quali parve che l’anima s’affacciasse alle misteriose soglie dell’eternità che a volte la trattenne fra il flutto del sangue e il sospiro ultimo di cari nomi, e a volte la respinse dopo averla abbagliata e resa grande e più maschia.
Quest’anima pensosa dei lontani rischi e delle successive delusioni, mercé il rinnovato clima nazionale può oggi finalmente, a sogno imperiale raggiunto, raccogliersi in giubilo e cantare gioconda per la celebrazione alta. Alta perché il Fiduciario Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro camerata Pietro Delvecchio è fra noi, testimonianza autorevole ed ambita della solidarietà che tutti unisce gli azzurri d’Italia e fa compatti sotto la guida di Roma. Alta perché di quante Autorità e Gerarchi la provincia conta, non una ne manca e a capo di tutti S. E. Salerno, azzurro valoroso e vicino sempre alle nostre aspirazioni e ai nostri bisogni. Alta perché da varie province altre aquile, pur esse poggiate su labari azzurri sono venute fraterne, di cortesi consensi.
La celebrazione è anche vibrante perché gli animi vostri oggi sono come in quei giorni lontani, forza e bellezza, canto ed ala, e traggono a sé le simpatie dei mille e mille che non ebbero la fortuna di vivere le nostre ore. Vibrante perché possiamo armonizzare in amore di Patria il confuso anelito che è in ognuno di noi, non sempre definito, né forse definibile, a causa della grandezza dell’ora nella quale parve che ogni fragilità di forza evadesse dalla limitata prigione del corpo e come vela gonfia e potente, palpitante di solo alato spirito, procedesse sulle vie della vittoria tutto travolgendo fino alla meta.
Alta e vibrante infine perché voi sapete salire col pensiero fino ai Morti, dei quali dobbiamo essere sempre degni, e fino alle più alte espressioni della Patria, alle quali tutti guardiamo mentre erompe dai nostri petti il grido di Viva il Re Imperatore, Viva il Duce, Viva l’Italia
14 giugno 1936 – il Direttorio della Federazione Provinciale Bresciana dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro.
seguono nelle pagine dopo i nomi di tutte le MdO BSNE
segue : Ultima pagina del Nastro Azzurro: H 2011729-30
Motivi sul valore.
Che il valore sia stato onorato e celebrato in tutti i tempi e in tutte le latitudini è facile a provarsi. Al valore l’uomo ha affidato la rivendicazione dell’onore offeso col duello, la difesa del debole con la cavalleria, la prova ultima della verità e della giustizia con quella specie di grande giudizio di Dio che è la guerra. Si può dire anche che il valore sia stato l’unico elemento costante nel fissare le gerarchie umane. Il sapere, l’intelligenza, la forza, la stessa bontà possono aver avuto delle oscillazioni.
Il valore, nel concetto degli uomini non ha mai perduto quota. Caro al poeta, al bimbo, alla folla l’eroe è parte del patrimonio più eletto dell’umanità. La grandezza stessa del sapiente, del genio, del santo non appare completa agli occhi nostri se non è aureolata dalla luce dell’eroismo. Quante mai idee e credenze, quante leggi e costumi non si sono succeduti nei secoli in questa aiuola che ci fa tanto feroci! La bellezza del rischio vi ha invece brillato senza ombre né eclissi. L’atto volontario di mettere a repentaglio la vita per obbedire al proprio capo, ovvero per affermare la propria fede, ha sempre esaltato le moltitudini. Esse hanno sempre visto in questo atto decisivo di “farla fuori con la vita e con la morte”, l’affermazione più alta dell’azione sul verbalismo, della fede sul dubbio; il trionfo delle ragioni essenziali dell’ascesa umana. Non si sbaglia infatti se si cerca nella possibilità di rischiare la forza più valida del moto verso l’alto dell’umanità. Il Carlyle scriveva: “il primo dovere dell’uomo è ancora il vincere la paura…”. E il Tommaseo in un campo più ristretto, ma a noi tanto più caro: “gli italiani non impareranno a vivere finché non avranno imparato a morire”.
Le società umane decadono e periscono se viene meno in loro il culto per i donatori di vita e di fede. Sono stati gli eroi i mitici e reali eroi delle leggende, a strappare l’uomo dalle caligini della preistoria, sono stati poi sempre gli eroi, nel turbine contrastato delle varie storie, a costituirne le vette ferme a cui i popoli si appigliarono per le ascese future. L’eroe non contraddice il suo popolo, egli ne è anzi il più alto interprete, ma egli pone al servizio dell’aspirazione fondamentale di sua gente un’energia intollerante di ostacoli, un desiderio di farla finita, di andare a fondo, di conquistare tutte le mete.
Ecco perché nell’eroe noi vediamo soprattutto il combattente.
Sublime il confessore che tra pericoli e negazioni tien ferma la sua verità, divino il martire che per il trionfo della sua fede subisce tormenti e morte; ma nel combattente noi troviamo esaltato un elemento umano insopprimibile: quello della lotta. Il combattente non si limita a porre se stesso come olocausto, vuol essere strumento decisivo di vittoria. Quando poi le ragioni della sua lotta si purificano di ogni scoria egoistica per mettere il nudo coraggio a servizio di un’alta idealità, qual è quella della difesa della grandezza della patria, noi vediamo nel combattente il soldato. Il soldato capace di ogni iniziativa e di ogni obbedienza, di ogni sacrificio e di ogni esaltazione, l’unico a nostro parere capace di soddisfare senza residui tutte le complesse e controverse aspirazioni di quel guazzabuglio che è l’anima umana. Il soldato, s’intende, nell’atto supremo in cui getta la sua vita per avere la vittoria.
Dacché i popoli hanno avuto storia, cioè coscienza di sé, tale gesto è stato onorato con distinzioni: corone, collari, medaglie, croci. Certo non è nel segno il motivo migliore di soddisfazione del valoroso. Soltanto egli è grato perché vede in esso la possibilità, che ad ogni momento rinnova, di superare se stesso. Egli sa benissimo che innumerevoli atti come il suo non ebbero il tangibile riconoscimento.
Egli vuol fare anzi testimonianza anche per questi. Egli afferma che la sua briciola di azzurro è stata ritagliata dall’immenso drappo azzurro intessuto con l’eroismo di tutti i suoi camerati noti e ignoti.
Con questo spirito di esaltazione collettiva il decorato sente di potersi mettere senza falsa modestia, come modello e sprone alle generazioni che salgono, sente di essere vicino al Duce nel desiderio che il valore non sia più per gli italiani un atto singolo ed eccezionale, ma norma costante e totale di vita.
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Gli auspici non potrebbero essere più propizi. I tralci del valore rinverdirono or ora nella calda terra d’Africa, fecondata dal giovane sangue italiano. E ancora una volta la parola decisiva, nei momenti decisivi, fu detta dal fermo coraggio, che sfida la morte e piega il destino al proprio volere. Ed essi furono così pieni e totali, com’era nei voti, che a fatica si distingue nella collettività eroica il singolo eroe. Ecco ad Amba Uork quelli che crebbero con noi, che abbracciammo con una punta di invidia e con sicuro augurio nel maggio scorso: un battaglione contro le migliaia, il terreno insidioso e rafforzato, la felina voluttà del nemico scatenato; dodici ore di lotta, i covi avversari travolti ad uno ad uno, 56 morti, 104 feriti, ma la vittoria bacia il gagliardetto che noi pure baciammo.
Chi può distinguere il singolo nella massa dei valorosi? Se il sacrificio è la misura del valore, quello mostrato dal Battaglione “Brescia” alla Montagna d’Oro può ben dirsi superbo. L’eredità ideale è stata raccolta e superata, la tradizione esaltata. Nella sicura e perenne continuità dell’eroismo sono le più certe ragioni delle storie future.
seguono le decorazioni dei corpi e dei battaglioni e infine una pag per la motivazione della MdO di EG – vedi