P. Giulio Bevilacqua
EROISMO SENZ’ALI
Casa Editrice PEA
Brescia, 1922
Scrivo, in questa pagina, la tragedia della mia generazione.
Semplicemente; come si esprime una fede, come si canta un amore; come singhiozza il dolore quando si dilata fino a penetrare, fino a schiantare tutta un’esistenza.
Ho scritto per voi, alpini, per la gloria del vostro cinquantenario.
Ho scritto per voi, alpini dannati alla prigionia, che avete pagato con dolore senza
misura il debito non vostro.
La folla non potrà mai capire; essa non tollera che il dolore che esalta; voi no! Voi siete maturi per penetrare il sacrario del dolore che annienta!
Nulla ho dissimulato; perchè la vita è nel rispetto d’ogni essere, d’ogni cosa, d’ogni vero.
Forse il mio credo non anfibio, il mio odio agli spacci d’oppio, la mia parola scarnificata solleverà la protesta?
Pazienza!
La colpa è della verità che fa troppo liberi ; la colpa è del cuore che non dimentica.
La colpa è di questa madre Italia che vuol impregnare il suo sguardo – come una spugna – giù, giù, alla profondità del dolore cumulato nel suo riscatto, per urlare, in faccia a Dio, il delitto dei dilapidatori della sua pace e della sua vittoria.
Ma gli alpini, abituati a decifrare la lettera degli abissi, sapranno leggere la fede scolpita sotto questo mistero di morte: non è possibile che la figlia di tante lagrime perisca! L’Italia non muore !
ENEA Guarneri è la parola vivente di un martirio ignoto; di un martirio che invano avrebbe cercato fuori di Lui – la propria espressione abissale e adeguata.
Enea Guarneri è legione, è stirpe; è popolo di dannati per l’Italia che l’Italia ignora.
Per Lui una voragine ha fatto sentire il suo grido, una profondità ha alzato le mani, una città di duolo ha rivelato il proprio nome amarissimo.
Enea Guarneri rappresenta.
Non è più solamente Lui. Non è più Lui. Non ha più nulla di tipicamente suo.
La sfera d’ immolazione nella quale un impeto di bontà e di bellezza creatrice l’ha sollevato, lo spogliò di tutto.
La famiglia alpina gli tolse la famiglia carnale; la trincea = mal definito confine tra la vita e la morte = gli consegnò il comandamento unico: guarda solo avanti; dimentica la casa che ti ha visto nascere, il letto che ti ha fatto sognare, il campo che ti ha sentito crescere, in una notte, come una spica sua. Il nemico lo spogliò del pane, del sonno, del riso, dell’amore, della giovinezza. Finalmente la terra lo attrasse nelle sue viscere, spolpandolo della sua carne e della sua faccia terrestre.
Più nulla di Lui !
Ma perchè liberamente egli ha consentito alla spogliazione progressiva del suo essere, la materia della vita sua è divenuta = ora = creta e cera nelle mani di Dio; cioè creazione.
Questo alpino è assurto a Parola, a segno.
Segno celeste di una costellazione nuova nei cieli d’ Italia.
Formula musicale di eroismo ch’ebbe la notte per teste, il silenzio per poeta, vituperio per pane, maledizione per riposo,
Il Cadore ha conosciuto Enea Quartieri sentinella magnifica; Monte Rosso lo sentì
ebbro di gloria; l’Ortigara lo misurò ribelle al suo mistero incomprensibile di fatalità; Monte Cavallo lo vide volare tre volte alla sua riconquista in una furiosa volontà di ardere.
Ma Enea Guarneri non è parola vostra, non è stato fissato per I’ eternità con la vostra linea, o montagne sante; nelle sue orbite dilatate dal martirio non vi è riflesso delle vostre pietraie!
Egli è il lager.
Il suo colore, il suo silenzio, la sua anima, la sua forma invisibile, la sua ombra nera e gigante, la sua imagine fatta di sangue, fatta di lagrime, fatta di sputi.
Per Lui i naufraghi della guerra, i sepolti d’ oltralpe, hanno finalmente ritrovato la parola perfetta e dimenticata, la parola più alta e più desolata.
Il lager! Che importa se questo lager per Enea Guarneri si chiama Aschach? se la terra di Linz è nera e feconda? se lontani bianchissimi riflessi d’alpe confondono ai suoi occhi le mura d’ Italia con le inverosimili muraglie di un Eden perduto?
Aschach! Cinque baracche – reticolati e fossato all’intorno = torri agli angoli – baracche ancora e reticolati a sessanta metri, ove gli stracci di altri popoli (serbi, montenegrini, polacchi) vengono cumulati nell’identica cinta di fame, di morte, di promiscuità, e di lordura. E sentinelle ogni trenta metri, e ronde, e ispezioni, e cerchi invisibili di ferro, di acciaio, di occhi, di braccia, tanto più chiusi e serrati quanto più i sogni e i deliri della disperazione avvicinano alla Patria.
Ecco Aschach! Ecco l’inferno dei vinti!
Certo in quegli anni la terra conobbe e penetrò nei tabernacoli tipici della sofferenza universale: la casa vuota, la trincea, l’ospedale, il cimitero allargato oltre i confini del verosimile, il campo di prigionia.
La casa vuota è un poema di dolore, la casa, che tutto dà, che tutto accetta, che niente rifiuta! la casa che solo un miracolo di statica celeste sostiene perché fino a ieri i suoi pilastri erano la forza, oggi non si regge più che su l’infermità, l’infanzia, la decrepitezza! Il pianto quieto divenuto la nota dominante, il ritmo ammaliatore tra le note sorelle della casa! Ma una bellezza silenziosa e solenne la avvolge, ma una capacità misteriosa di dilatazione la estende….
La trincea è un fascio interminabile di orrori. Solco ove fu seminato il precetto che parve impossibile; ma è ancora una convergenza di tutti i fattori di strazio, di dolore, di morte, verso una rassegnazione creativa, verso una indomita fame e sete di giustizia. Non amplificate, o retori; la realtà è già tanto grande. In certe ore quanto sole nel buio delle caverne, quanto calore sotto quei ghiacci, quali orizzonti in quei solchi, quali ali a quelle scarpe ferrate!
La trincea è la caduta su le ginocchia; ma la prigionia è la caduta su la faccia.
Il cimitero è l’alito della terra su noi che siamo anche terra; la prigionia è l’alito della forza su le anime che non respirano d’ossigeno, ma di libertà; contatto viscido, caldastro, con la tirannia fatta carne.
Il cimitero è la porpora; 1’ospedale è la sindone che riproduce immagini dolenti ma radiose d’infinita bellezza; la prigionia è lo stagno che insozza la faccia più pura; è lo specchio convesso che la deforma e la rende risibile.
Il lager è la lebbra che tutto macchia di angustia e di bruttura; che carica di di vecchiaia ignota fronti ventenni, che rende pic¬coli i cieli, che degrada la vita al punto di cambiar viscere al dolore, togliendolo al suo tempio, al suo altare: il cuore, per portarlo sul lastrico profanato dall’animalità: il ventre!
Come su la terra ad ogni ora, tutte le ore; ad ogni stagione, tutte le stagioni, se¬gnano simultaneamente la loro orma, così sul campo di prigionia tutte le forme, tutte le fasi del tormento umano si scolpirono ad un tempo senza misura e senza pietà.
Enea Guarneri!
Imboscato d’ oltralpe, carne battezzata, anima morta!
Ascolta l’accusa, tu che per follia rinunciasti ad essere te stesso per rappresentare l’armata dei vinti.
Tu non sei più uomo – non sei più soldato!
Il tuo nome è scandalo sotto il cielo d’Italia. La tua vita è non senso su le rive del Danubio.
Le tue ferite sono senza aureola, e i tuoi segni azzurri senza gloria.
Come l’asino selvaggio « la tua mano sarà contro di tutti e tutti leveranno la mano contro di te. »
I difensori dell’economia nazionale allargano le mascelle ornate di denti d’oro nel misurarti il pane con la bilancia del ladro, la burocrazia te lo lascia ammuffire, il sordido affamato austriaco (il più nobile dei tuoi predoni), te lo falcidia.
Il decorato del fronte interno racconta la tua storia con l’arte del baro; e il censore
che misura le parole benedette che partono dalla casa, passa inesorabile la mano sopra ogni parola che apra uno spiraglio nella tua bara.
Tua madre ti manda una divisa per coprire in te, verme nudo, le sue stesse carni? L’eroe degli uffici ti insanguina la faccia, strappandovi le fiamme alpine, cioè la carne della tua carne, e le stellette, cioè l’onore del tuo stesso onore!
Veramente ora non sei più soldato, non sei più uomo!
Il diplomatico che la menzogna internazionale ha dato a custodia del tuo inferno, viene, vede su le mura del tuo castello maledetto le macchie del migliore e più au¬tentico sangue italiano che grida vendetta (oh fratello alpino Brugnoli, oh fratello alpino Rebughi!!) senza tremito, senza lagrime, senza tormento, guarda, sbadiglia, ritorna alla bieca trama quotidiana dalla quale gli scannati importuni l’hanno distolto.
Sii ragionevole, Enea Guarneri, non ritornare, non ritornare !
Perchè la faccia dei fantasmi non è piacevole ai vivi. Ma se tu, contro ogni ragione, ti affaccerai alle Alpi, troverai, contro il tuo petto, la fame, il sarcasmo, il grido di esecrazione, e il letto del torrente per giaciglio invernale.
Lo credi forse più tepido della tua tomba di Aschach ?
Ormai sei straniero! Resta! Col tuo sacco di povere cose, con la tua anima cor-rotta dal ventre, col tuo nome mutilato da labbra impotenti ai suoni d’Italia, con i tuoi istinti divenuti, nell’ ozio delle ore sempre uguali, più obliqui e più indegni. Resta straniero alla tua patria, cioè a te stesso; alla sua vittoria, cioè al perchè della tua vita e della tua morte.
Resta e rispondi se puoi!
Enea Guarneri risponde. Però la sua risposta non è intessuta di parole.
Perchè l’artista sommo non parla della sua arte, nè il tracciatore di strade illustra i suoi piani, e l’apostolo che scende dal Thabor non svela la visione. L’alpino parla poco: è fattore non dici¬tore della Parola.
Non parla, ma il suo silenzio è la veste tenebrosa dei suoi intimi incendi, come l’apparente immobilità è il velo del suo moto turbinoso.
Enea Guarneri decide di aprire un varco nella terra alla sua anima libera.
Per far questo, raccoglie il fiore della virtù alpina del suo campo: l’audacia lom¬barda, la tenacia piemontese, la caparbietà trentina, la sensibilità veneta. Tredici alpini, tre bersaglieri, due bombardieri.
Una passione unica e disperata ha realizzato quell’unità profonda che la rinascenza aveva ormai sepolto in Italia. Guarneri è il centro, è il capo; possiede del capo la dignità fisica che s’ impone, la semplicità che non offende, la volontà che non recede, lo sguardo diritto e sicuro che penetra l’uomo e le cose.
Nella sua stessa baracca magazzino, sotto la stufa di ferro, apre, sul pavimento, una botola, e comincia a costruire un rettangolo di camminamenti che permetta la distribuzione dei materiali estratti e l’ accesso alla costruenda galleria.
Due mesi di lavoro compiuto, a carponi, spesso in strettoie terribili, danno sessanta metri di camminamento profondo da settanta a ottanta centimetri. (1)
Gli strumenti? L’ uomo, vale; poi lo strumento; questa è la verità eterna contro la verità commerciale, la sapienza alpina contro la sapienza imboscata. Una paletta da stufa e una pala a T formata di un paletto e di un’assicella trasversale, basta!
Mancano i tecnici? Supplisce quella grande chiarezza di moribondo che nelle ore
(1) Tolgo i dati di fatto da una coscenziosa e vivente relazione del capitano P. Pieri del 30 Alpini, che fu un forte dell’impresa.
supreme illumina ogni fronte peritura, decupla la sensazione conferendole come un tatto nuovo di pienezza, di misura, di calma.
Il terreno minaccia? È vero; è formato in gran parte di sedimenti, di sabbie, di ghiaie, di ciottoli; non importa: tomba per tomba!
Un silenzio di cattedrale o di vetta accompagna il dramma dalle sue prime battute. Occhi oziosi e febbrili di colleghi sognatori romantici di fughe, esperienze d’ingegneri, controllo di menti educate al sospetto e alla trama da tirannie secolari, nulla penetrarono dell’intensa vita sotterranea di quei giorni.
Solo chi avesse premuto l’orecchio sul suolo di Aschach avrebbe udito, talora, un canto come sperduto, lontano; perfino una risata repressa. L’anima alpina – anima sinfoniale – nell’ istante di riprendere la vita e di riafferrare il momento zenitale della propria storia eroica, non sapeva frenare il suo inno interiore!
Compiuto il camminamento, si doveva scavare la galleria che, passando sotto il fossato e i reticolati di cinta, sbucasse in aperta campagna. Si decise “di andare in linea retta, per dieci metri circa, fino al fossato, tenendosi a ottanta centimetri di profondità. Giunti al fossato, si sarebbe costruito un pozzo, indi una traversa di soli quattro metri e poi si sarebbe scavato, dal basso in alto, l’altro pozzo che doveva portare in un campo di segale.”
Più che galleria, cunicolo; largo ottanta centimetri e alto sessanta; armato con tavole di legno asportate dal magazzino austriaco.
Il lavoro procede rapido. Avanti sta la “perforatrice”, cioè uno che fa lo scavo: dietro sono altri quattro che caricano e scaricano il materiale mediante minuscoli carrelli scorrenti su rulli.
Sublime logica demente!
Campo di battaglia veramente unico!
Una misteriosa affinità con le anime attraeva verso le cime più formidabili dei calvari alpini; in questo cunicolo tutto respinge. Come per i cadaveri: l’occhio fruga, ma il piede allontana.
Su ogni lembo di terra contestata il soldato si distese: su la neve, sul ghiaccio, sotto il sole, sotto l’occhio inquieto dei riflettori ; ma una parola, un gesto, una circostanza, un moto intimo e incontenibile bastava perchè il corpo umiliato potesse risollevarsi diritto nella sua gloria ingenita, nella sua superba bellezza.
Qui no! Può cadere il cielo, può apparire, all’orlo della libertà, l’occhio nero della mitragliatrice, qui il cuore può minacciare di arrestarsi, ma la terra immensa, inerte, inesorabile, inchioda nella linea orizzontale della morte.
Lassù, alle alpi, nei momenti supremi, l’occhio cercala un altro occhio come il morente cerca l’aria; è più facile misurare le distanze interastrali che non i cumuli di energie trasmessi dallo sguardo più umile al cuore più alto. Qui sotto non è che l’immensa orbita interrogante della notte!
È la sfinge che sa e tace!
Non importa, dice l’alpino, avanti! E così si giunge al primo pozzo.
Ora si discende nella terra; ma la terra è leale – la guerra tra nemici rifugge dall’insidia propria della guerra tra fratelli – la terra è leale; avverte: il terreno frana, e riempie per un terzo il fondo del pozzo!
L’alpino ascolta, prende atto, e risponde ancora: avanti.
La lotta è divenuta temeraria; si tratta dei cinque metri di galleria sotto il fossato, ispezionato giorno e notte dagli austriaci.
” La base del pozzo era riuscita un po’ inclinata all’ ingiù anzichè orizzontale, ma non si voleva correggere questo difetto per non provocare una nuova frana. Prima conseguenza fu che non si poterono spingere le assi del pavimento orizzontalmente; risultarono un po’ inclinate verso il basso. Sulle prime non ci si badò molto; ma poi, non riuscendosi a correggere la pendenza, finimmo col fare un piano inclinato che
portò la base dell’ altro pozzo a quasi cinque metri di profondità…. Fatto il primo metro di galleria, le assi del secondo metro non furono spinte nella sabbia mantenendo le misure d’altezza e di larghezza della prima serie, ma bensì più ristrette dello spessore delle prime tavole e dei paletti del telaio. La terra serie si restrinse ancora allo stesso modo, così che il cunicolo divenne, per così dire, a cannochiale e per di più in discesa; specialmente 1’uscirne era faticoso e difficile, perchè bisognava risalire all’indietro col corpo completamente disteso, urtando nei paletti del telaio, Si dubitava molto di poter spingere avanti, in quel tratto, un sacco tirolese rigonfio… Altro problema diventava quello del trasporto del materiale di scarico. I carrelli arrivavano fine all’imboccatura del primo pozzo; si era fatto un altro carrello, ma assai più piccolo, che si tirava con una funicella da un capo all’altro della strettoia; poi, con
una paletta, si portava la sabbia all’orlo del pozzo e si riempiva il carrello grande”
(Dal memoriale di Pieri).
O Dio! Che la terra è pesante, e il cammino alla luce è lungo e tortuoso, e che la pietra tombale fabbricata dall’uomo al suo simile è enorme!
Ma è giunta ormai l’ora di uscire dalla sfera del comprendere, per salire in quella del credere!
Il 24 Giugno 1918 ha soffiato su la città dei vinti una ventata di gioia: il Piave resiste!
Ora è il cuore che non resiste, è il cervello! Bisogna far presto!
Il lavoro è divenuto parossismo; alla tenacia del lavoratore si è aggiunta 1’ansia del giocatore; nel lombardo che calcola, pre¬vede, misura, è sorto improvvisamente un profeta che rappresenta e che vede. A chi obbietta la parola della prudenza Enea Guarneri non risponde che la parola profonda che ha dentro di sè e che egli deve realizzare.
Scava, scava, scava disperatamente, cercando il cielo sopra di sè, nello stretto pertugio, dove, a stento, le sue membra robuste si agitano.
” Bene o male il fossato era superato; si credeva anzi di essere già all’altezza del reticolato, mentre si vide poi che si era un mezzo metro di qua.
” Ancora pochi giorni e saremmo stati davvero sulla via della libertà: viveri, carte, bussole, tutto era pronto, ben nascosto nei vani delle doppie pareti di legno delle camere … Si lavora adesso a fare un largo vano dove comincia il pozzo in salita… il pozzo liberatore.”
Il pozzo liberatore?
Una frana si stacca sul capo del Guarneri e arresta a cinque metri sotto terra la sfida temeraria.
Enea Guarneri è in piedi; perchè in piedi deve morire il soldato.
La ghiaia lo inserra fino alla cintola. Nell’immobilità dell’ultimo alt!
La lampada si spegne: tenebre! Le ultime, quelle senza alba e senza aurora successiva!
Solo!
l suoi forti, l’uno dopo 1’altro, conten¬dono al nemico la nuova conquista: invano! Nel singhiozzo represso confessano la radicale impotenza, l’ultima, la più amara disfatta. Il pozzo ostruito impedisce ogni movimento efficace nel cunicolo.
Solo!
Perchè il sacrificio più sale verso l’ine¬splorato e più fa recedere; le folle prima, i mediocri poi, gli arditi infine.
Chi sceglie per sè il vertice dell’immolazione, vota sè stesso alla solitudine.
I compagni arrivano ancora ai tuoi piedi martirizzati che sporgono dalla sabbia: ma non al tuo cuore che batte come un demente!
Nessuna penna alpina, pietosamente bagnata, può volare fino alle tue labbra, per lenirne le arsure ignote!
Eppure esse hanno ancora qualche cosa da dire.
Dalla terribile tomba senza silenzio esce la parola; lenta, lontana, come se a stento potesse farsi strada tra i vivi – come quella di torrente disseccato nell’abisso che non riconosce più il rumore delle proprie acque correnti!
Voce calma, abituata all’impero!
Non urlo – rivolta disperata dell’abisso! – non frase, ultima mediocre concessione di morenti da palcoscenico all’orgoglio affamato di vivere; prima rendita dei parassiti della parola che pullulano come microbi in cancrena.
Non uomo che si fa Dio; non giudice che impone la sua sentenza al mondo; non filosofo che formula l’ultima indigente astrazione; non giocatore d’azzardo che gioca puerilmente sugli abissi della vita, e su quelli più terribili della morte!
Enea Guarneri è alpino; parla semplice; con voce calma e pacata.
Raccomanda pazienza; sublime inversione!
Ordina si levi la ghiaia; lentamente. La sua voce diventa più aspra solo quando gli si chiede di chiamare gli austriaci per liberarlo: no!
Le profondità sono calme; la superficie è in tempesta.
Angoscia di amici che temono nuove frane; parossismo di nemici che di fronte al lavoro gigante si sentono come accer¬chiati da minacce arcane; increduli, storditi, disorientati dall’ardire senza nome.
Per 24 ore si fruga la terra nelle sue viscere – ore che non sono misura di tempo, ma frammenti di eternità ormai presente!
Un amico, disteso nel cunicolo, con ostinazione selvaggia, si trascina a quei piedi, soffoca il singhiozzo, arresta il cuore, e tende l’orecchio ai rumori d’oltre tomba.
Parla la tomba ” Non temete, non temete, posso resistere ancora ! ”
L’orecchio si tende: piccoli scivolamenti avvengono all’interno: è la sabbia che sale! è la sabbia che sale!
” Posso resistere ancora, posso resi¬stere ancora ” ripete il paziente …. ma è voce avvolta in assenze misteriose!
Oh poter consolare! far vivere una speranza; venti volte rinasce la speranza; venti volte si spegne!
L’orecchio segna: nuova frana!
Singhiozzi, singhiozzi senza lagrime!
Per dieci minuti dalle muraglie di ghiaia partono rantoli che rompono il petto; poi l’invocazione disperata del compagno si infrange contro il gran silenzio nel quale Dio ¬che sa, Dio che misura, pronuncia la prima sillaba augusta del suo Nome formidabile!
Il comandante austriaco del campo, Salomon, sta ritto, alto tra i serbi e gli austriaci, assorti nel lavoro agitato di scavo. Ad un tratto piega le ginocchia, poi si prosterna al suolo, e con l’orecchio sonda l’abisso del martirio oscuro…
Si leva; la sua faccia in tumulto è bagnata da un’onda irrefrenabile di lagrime; la sua gola è serrata; ma le superbe labbra nemiche mormorano, non al cielo, che lo sa, ma alla terra, che lo ignora Helden! Helden! = Eroi! Eroi!
Enea Guarneri è là. Come abbarbicato al suolo. In piedi; le ginocchia un pò piegate in avanti – la testa reclinata indietro – l’occhio quasi aperto – le pupille già penetrate dei sensi profondi – l’elmetto in testa – le braccia in arco sopra la testa come per sostenere il peso di espiazioni ignote….
Ecco il vostro monumento, o vinti! È fatto così.
Ve lo ha dato Dio; senza vittoria carnosa, senza gloria, senza ali.
Così lo ha costruito la pietà e la forza alpina.
Se un giorno, accanto al focolare, consegnerete ai figli la vostra leggenda d’oro, non aprite questa pagina sigillata.
Al focolare l’amore e il dolore. Lasciate l’orrore nel buio e nel singulto della
nostra anima; lasciatelo sepolto nelle viscere lacerate della terra straniera che vide e tace. Perchè i figli non maledicano.
Perché i figli non recedano dalla fatica del domani.