Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Peste a BS del 1577

La pestilenza del 1577 nella relazione del medico Francesco Robacciolo

Del fierissimo contagio che nell’anno 1577 decimò Brescia e il suo territorio (soltanto in Brescia i morti si calcolarono da 16.000 a 20.000) abbiamo parecchie narrazioni contemporanee, che sono state accennate e sfruttate da mons. Fè d’Ostiani nel capitolo VII della sua opera intorno al vescovo Domenico Bollani (1).
Fra queste narrazioni il Fè accenna anche a una Cronichetta rinvenuta nell’Archivio notarile della città di Brescia e da lui attribuita a Francesco Robacciolo; attingendo all’Odorici, che per il primo ha cenno di quella breve cronaca (2), mons. Fè ha confuso la Cronachetta dell’Archivio notarile con questa del Robacciolo; la prima fu pubblicata integralmente dall’Odorici (3), la seconda soltanto accennata e .sunteggiata su l’autografo (come credo) che egli accolse nel codice n. 40 della sua privata raccolta di documenti bresciani e che gli provenne probabilmente dalla dispersa Biblioteca del Convento

(1) L. F. FÈ D’OSTIANI. Il Vescovo Domenico Bollani (Brescia, Pavoni, 1875) pp. 103-140.
(2) F. ODORICI. I due Bellintani di Salò ed il dialogo della peste di Fra Paolo in MULLER G. Raccolta di cronisti e documenti storici lombardi inediti (Milano, Colombo, 1857) tomo I pp. 203-312.
(3) ODORICI o. c. pp. 307-310.

dei Minori Conventuali di S. Francesco di Brescia (4), come si può arguire da alcune note aggiunte da altra mano (5) e dalla prima miscellanea compresa nel codice medesimo.
L’autore di questa breve ma interessante narrazione, Francesco Robacciolo, era un medico, e probabilmente di Lonato, come si può arguire da alcune sue speciali indicazioni riflettenti Lonato e Peschiera, località assai vicine a lui quando egli scriveva questa relazione. Intorno alla sua biografia ci offre alcuni elementi la sua scheda dell’estimo presentata al comune di Brescia nel 1588. Egli aveva un parente, Domenico Robacciolo, forse suo cugino; nella scheda d’estimo presentata nel 1568 egli si denunziava «Domenico Robacciolo qm. Mr. Giovanni Antonio, da Lonato, d’anni 42, di professione physico, habita in Broletto già anni 12 essercitando tal sua arte in questa Magnifica città». Soggiungeva il nome della moglie, Cassandra, d’anni 47, e il nome dell’unica figlia Giulia d’anni 16 e dichiarava di possedere in Brescia, oltre quella di abitazione, una casa sul corso delle Mercanzie «che fu già del medico Strozzi» e di pagare un livello annuo di L. 30 «a frate Buona Ventura de S.o Francesco per ducati 200 che li resta debitore». In fine della breve scheda aggiungeva questa dichiarazione: «Ho diversi altri beni posti così nella inclita città di Venetia come a Lonato et sulla Riviera di Salò, quali per essere compresi nelli estimi di quei luoghi et far con essi le faccioni occorrenti però non le par bisogno darne hora conto particolare alle Vestre Magnificentie».
Moglie e figlia del dott. Robacciolo passarono a miglior vita intorno al 1570, e poco dopo egli passava invece a seconde nozze con una certa Artemisia, che gli diede altri due figli, Giambattista e Chiara, il primo nato nel 1574, la seconda nel 1580. Questa nuova famiglia appare nella polizza d’estimo del 1588, scritta dalla stessa persona che stese anche la seguente polizza del nostro cronista. [1588] n. 75. C. N. (Cittadella Nuova)

(4) ODORICI o. c. pp. 310-312.
(5) Cfr. questo stesso volume, a pp. 165.

Pollizza de mi Francesco robaciolo chirurgo del q. m. Lodovico da lonato.
Io Francesco habito in questa magnifica città già anni 31 essercitando la mia professione della chirurgia e son d’età d’anni 53.
Madonna Aurelia [Seramonti] mia consorte, d’anni 50.
Hippolita mia figliuola monaca in S.to Urbano, d ‘anni 25.
Marco mio figliolo d’anni 14.
Lodovico mio figliolo d ‘anni 13.
Debiti. Pago d’affitto di casa in broletto ogni anno lire 50 alli heredi del qm. Dominico Robaciolo. Item son debitore al monasterio di Santo Urbano per la dotta di mia figlia de L. 1500.
Crediti. Debbo havere dall’Ecc. mo Sig. Vincenzo Calzavelia Lire 1500.
Da m: Giacomo Bordonale mercante in bressa per denari prestati lire 400.
Dalli heredi del q. m. Marcho Seramondo mio suocero per resto de dotta della sudetta mia moglie L. 1600 con li livelli scorsi sopra.
Il resto de miei beni ho a lonato, loco separato da questa città (6).

La casa di Brescia, dove abitava il Robacciolo, non era precisamente in Broletto ma sulla strada che sale al Castello, presso la chiesa delle Consolazioni, quindi sopra il giardino del Broletto. Nel 1577 il medico-Chirurgo Francesco Robaeciolo era adunque in Brescia e aveva 42 anni; allo scoppiar della peste è rimasto egli sul campo della sventura o si è ritirato nella sua casa di Lonato?
Certamente egli non era in Brescia quando scriveva le sue memorie, perchè dovendo accennare a Brescia scrive costantemente «quella città» dimostrando così di non esservi residente ma di riferirsi a luogo lontano da quello in cui egli stava scrivendo.
Si arguisce che egli era medico, oltre che dal titolo delle sue memorie, anche dalla buona conoscenza che dimostra delle varie manifestazioni del morbo epidemico e dei rimedi tentati contro di esso.

(6) Bibl. Queriniana, Polizze d’Estimo, lettera R. Le traccie di questa famiglia si perdono subito; solo nel 1627 appare la polizza di un’altra figlia del Robacciolo, che stava presso una vecchia zia Seramondi ma in condizioni economiche assai disagiate.

Questa breve narrazione contemporanea illumina un anno di terribili visioni di morte e di spavento, che ha lasciato nella tradizione popolare i suoi ricordi paurosi.
Si moltiplicavano allora i Lazzaretti e i Cimiteri nell’aperta campagna, e la terribile moria mieteva vittime in ogni terra diffondendosi dovunque con rapidità fulminea. A Brescia fu improvvisato un grande cimitero sulle rive del Mella. presso il ponte delle Grotte, sulla strada di Urago Mella. Nel 1594 una forte inondazione del Mella portò uno scompiglio in questo cimitero degli appestati e mise allo scoperto molte ossa umane. Per ordine del Comune e per cura del parroco di Urago D. Baldassare Zucchelli vennero raccolte nel sagrato di Urago, e a ricordo venne collocata questa iscrizione, che ancora si legge sul fianco esterno della vecchia chiesa parrocchiale :

CADAVERA QUAM MULTA QUAE TEMPORE PESTIS IN FOVEA
IUXTA PONTEM A CROTTIS IUSSU PUBLICO FACTA .
SEPULTA FUERANT ET VI AQUARUM FLUMUNIS MELLAE NU –
PERRIME DETECTA MANDATO D. D. DEPUTATOR . MAGN. AE
CIVIT. BRIXIAE ET CURA R. DI D. BALTHASSARIS ZUCHELLI
HUIUS AURAGI ECCLESIAE RECTORIS ET NOBILIS VINC.I LAN –
TANAE STUDIO IN HOC SACRO ET CONDIGNO TUTOQUE LOCO
REPOSITA SUNT ANNO SALUTIS 1594 DIE X OCTOBR .

L’eco di quella terribile pestilenza si può trovare ancora molti documenti contemporanei, in note segnate frettolosamente sui registri parrocchiali o in altri piccoli cantucci di libri o di codici. Ne cito un solo esempio della mia i-accolta personale, un libretto cartaceo di pochi fogli, rilegato con un frammento di codice pergamenaceo del secolo XIII; sul fondo dell’ultima pagina trovasi malamente scritta questa breve nota:
“ Jesu Maria, 1577. – Del 1577 in Bressa fu una grandissima pestilentia et ne moreva dusento et tresento persone al giorno et altri tanti a lazareto fora de bresa. et durete per sei overo sette mesi et morse da vinti otto milia in trenta milia persone, non se trovava pane nè vino nè carne con danari nè senza perchè erano banditi da tuti le terre et vicini nostri non se posseva masenare et non ge era fornari nissuno, con dificultà se posseva a vivere (avere) roba per dinari et ne morse pur asai persone di fame et in miseria et calamità.
Laudato sia il Signor idio che ne ha scampato et liberato da tanto pericolo et travalio, et mi agustino Cimo ho scrito (a) onor de dio et di santo Rocco benedeto l’anno 1577. Augustino Cimo cavalcador”
La raccolta di questi frammenti, che pure sembrano insignificanti, può avere la sua utilità per allargare e precisare la conoscenza di quella moria, che è rimasta a lungo circondata da paurose reminiscenze nelle tradizioni popolari bresciane ( 7) .

(7) Oltre lo SPINI nelle aggiunte fatte alle Storie Bresciane di ELIA CAPRIOLO, danno notizie del morbo l’ODORICI Storie Bresciane e F. GAMBARA Ragionamenti di cose patrie III – 57-59.

Del 1577 anno Pestilentiae. Una sommaria descriptione delle cose che occorsero al tempo della peste in Brescia et dell’origine di essa, fatta per FRANCESCO ROBACIOLO Medico chirurgo. Era preceduto l’anno 1570 una constitutione de febri maligne nella città, che per lo più ammazzava in sette o poco più giorni con accidenti fierissimi et in particulare con petecchie et per ogni legiera occasione si attacava ne’ corpi et era quasi contagiosa, et morirono in puoco tempo molte migliaia di persone.
A questa successe l’anno 1576 la peste, la qual per alquanti anni inanti era statta nelle parti orientali cagionando in quelle grandissima mortalità, venne poi l’anno 1574 nelle parti d’Italia cominciando nella Città di Trento et nel suo territorio, fece infiniti danni de’ viventi. Seguitò puoi l’anno seguente nella città di Verona, et nell’anno 1576 si dillatò nella inclita Città di Venetia et Padova, nelle quali fu grandissima mortalità et spavento, et il medesimo anno cominciò a travagliar il Bresciano, et precipue la terra di Iseo, nella quale fu notabile danno, et fu nel giorno di S.to Rocho, dal qual (giorno) fino a tutto Aprile non fece molto male, dal primo di Maggio andò crescendo sempre sino ai 20 d’Agosto. Et dete anche principio nel territorio di Lonato, in un Borghetto chiamato Montesemo, dando anche qualche principio nella detta Città di Brescia a grandissima ruina, come qui sarà descritto.
Essendosi anci l’istesso anno molto dilatata in Milano et nel Milanese, et nelli precedenti anni si erano veduti in detta città di Brescia trei nottandi prodiggi.
Il primo fu una inundatione di acque causata da una grandissima pioggia per la quale furono piene le fosse della città talmente che ruppe la fossa et muraglia verso il porto.
Il secondo fu che l’anno 1575 alli 18 Genaro nel far del giorno giorno si abbracciò il Palazzo di detta Città così famoso et admirando rispetto della bella architettura, colonne, coperto et figure che in esso si ritrovavano, cosa veramente spaventevole et tremenda a tutta la città. Et di più furno veduti nella notte precedente da diverse persone fuochi nell’aria che parevano uscir di monti sopra S.ta Eufemia apresso essa Città.
Il terzo, pur di detto anno, fu un spavento che occorse non solamente nella detta Città et sue terre, ma ancora nelle sue vallale et apresso nel Milanese, Cremonese et Bergamascho et sino a Genoa et talmente furono spaventate le persone che quelle terre che si attrovavano apresso la Città fugivano con le persone et robbe in essa Città, et le persone che si attrovavano nelle ville lontane alla città si riducevano con le sue robbe et animali nelli castelli più vicini di qualche sicurezza, et nelli boschi et monti, et questo fu in cadaun di detti luoghi per un sol et medesmo giorno sul Bresciano et Bergamascho, et sin alla terra di Pescherà et altri luoghi nominati. Se diceva che un grandissimo numero di Spagnuoli havevano passato il fiume di Oglio et venevano a rastello amazzando, brugiando et fracassando ogni cosa, et nel Mihnese, Cremonese et parte del Mantovano se diceva che li soldati dell’ill.mo Dominio Veneto erano quelli che facevano il medesimo in detti territori, et pur non fu vero di ciò cosa alcuna ma fu solo datta una calca ad alcuni puochi cingani che s’attrovavano a far delle sue nelle ripe del detto fiume d’Oglio, et questo fu l’anno 1575 adì 27 aprile (1).
Fu nel medesimo anno una sanità universale et in particolar nelle città che si habitorno talmente che il guadagno delli Eccellentissimi Medici et Speciali fu parchissimo, et se pur alcuno si ammalava erano febri legiere che con pochissima evacuatione et regola del vivere si scaciava dalli ammalati. Il contrario puoi successe l’anno seguente 1576 peròche cominciava a regnar febri malignissime et pestilentiali talchè ogni legiera febricina che cominciasse se reduceva

Questa strana vicenda delli zingari e dello spavento determinato da essi in tutta la Lombardia, è accennata anche nelle precedenti cronache: cfr. questo volume a pag. 85-86 e 190.

nella sudetta malignità, et ogni lieve ferita o contusione o rescatura di cute si raduceva in mala qualità, et lì ne seguitava una crescipilla talché molte persone di qualunque età ferite da dette crescipille lasciorno la presente vita così nella città come in diverse altre suo terre.
L’anno puoi 1577 nel principio, così nella città come anco nella terra di Lonato cominciorno le febri oculte che nel principio loro ingannavano ogni Eccellentissimo Physico et spedivano presto li poveri infermi conducendogli alla morte con vedesi nelle loro persone di varii colori parte neri parte rossi et lividi con alcune scoregiate per la schiena et gambe, et a quelli si amalavano seguitava vomiti con vermi di sotto et di sopra et dolore di testa grande et una fiacchezza di tutta la persona, alcune anco con dolori di testa et balordaggine senza vomiti ma per il più con vomiti et vermi in gran quantità che era vero segno di essere apestati, et questi morendo mostravano i corpi loro bruttissimi segni sparsi et alcune rossesse per tutta la persona, et in alcune ancora si vedevano petecchie, in alcune piccole, in alcune grandi, cominciandosi queste malattie prima nelle creaturine piccole et poi nelle donne, et praecipue nelle gravide, et dilattndosi ancora nelli homini di qualunque età et di diverse complessioni Et fu in questo tempo la peste delle petecchie perniciosissima tra tutte, et il più certo segno de corpi morti quando erano men grande et rare.
Cominciando puoi il mese di Maggio et per tutto il mese di Ottobre di esso anno, fu dal mal contagioso fatta in essa città tanta stragie rovina et mortalità non sparmiando a persona, di alcuna età et sesso così delli artegiani come mercanti et nobili, che per il vero fu un horribile spavento et cosa degna di grandissima compassione, ancora che più si estendesse nelli artigiani che nelli mercanti et nobili. Nel principio ne morivano 15, 20 et 30 al giorno, giungendo il Giugno, Luglio et Agosto andorno sempre multiplicando li morti ora 40, ora 60, ora 80, tal giorno 100, tal 200, 300, 400 et fin al n. di 500 secondo che il morbo s’andava corroborando et questi parte per Petecchie, parte per Carboni, parte per Giandusse carbonate et glandole, et molti con tutte le dette adversità, et la magior parte, anci quasi tutti morevano nel 3 overo 4 giorno, per la magior parte, et puochi giungevano al 5. et se alcuno per loro bona sorte passavano il 7 molti di loro si prevalevano talché per ogni contrada si vedevano quantità di morti, perochè non potendo li netezini et picigamorti (1), ancora chè l’ussero in bon numero, satisfar in andar casa per casa a levar i corpi morti per condurli fori della città, si mandava la notte persone che ad alta voce cridavano : — Che hanno morti in casa li portino di fuora — et così ogni mattina se vedeva li tumoli come ho sudetto, et a questo modo più facilmente si disbrigava la città al meglio se poteva, et era alle volte tanto il numero dei morti che li spìcigamorti non li potevano sepelir così presto come bisognava, anzi ne restavano insepolti molti et doi et trei giorni, quali putrefatti rendevano puzza molto noievole, et perchè in molte case erano morti tutti talmente che non potevano sentir la voce di quelli che gridavano chi haveva morti in casa, stavano in dette case serrati tanto tempo che si putrefacevano et rendevano puzza grandissima, onde entrandovi poi li picigamorti ne ritrovavano tante volte di quelli così guasti et marci che volendoli portar su le caratine si spezavano. Si sentivano per tutte le contrade di essa città tanti pianti, tanti lamenti, tanti cridori che era veramente una grandissima compassione et spavento grandissimo a quelli puochi che restavano meggi vivi, et a tal miseria, era ridotta la misera città che non vi si ritrovava dentro più de mille persone, essendone morti tanti et tanti, et parte ancora, essendosi ridotti fuori di esso per salvarsi talmente che camminando per essa s’incontravano pochisismi et quelli che vi camminavano ancor che fussero dottori et gentilhuomini camminavano così in saglio et senza veste. Essendo il luoco dove si sepelivano i morti condotti fuori della città sopra alla porta delle pile dietro al Castello et poco lontano da quello (1),

Sono i due nomi dati ai monatti, che a Brescia si chiamano ancora beccamorti.

ne ussiva un fettor grandissima per il quale così i soldati come ogni altri sorte di persone che in detto Castello stanziavano furno feriti da tal malignità che quasi tutti morseno et in specie tutta la famiglia del Clarissimo Castellano salvando solo la sua persona, degna veramente per sua Bontà d’ogni agiutto Divino. Il Clarissimo Signor Aluygj Grimani Capitain dignissimo et vice Podestà di essa Città ancora che vedesse la gran strage et ruina di quella, come generosissimo Capitanio et pietosissimo Christiano verso alle miserie gravissime del suo popolo, havendo mandato fuori di detti città tutta la sua famiglia, lui però volse star sempre in essa governandola sempre con amorevolissimo affetto et compassione insieme con quelli Magnifici Gentilhuomini che per amor della cara patria sua si havevano esposti ad ogni pericolo nè mai la volseno abandonare.
Alli 17 Luglio d’esso anno venne il Chiarissimo Signor Giovanni Soranzo eletto meritamente Podestà d’essa Città a dar cambio al predetto Chiarissimo Signor Aluygi (Grimani), et con la sua solita diligentia et bonissimi ordeni prudentissimamente fece grandissimi et utili provisioni in essa Città. La magìor parte de’ Medici vedendo che le sue operationi non giovavano, si erano ridotti fuori della Città per potersi conservar et giovar nelli bisogni dove l’arte et dottrina sua havesse potuto far bone operationi, et pur anche gli ne restorno qualcheduno che fecero il debito suo, et anche molti di quelli che erano usciti ogni altro giorno si radunavano in ditta Città a questo fine. Questo pessimo et fiero mostro che non haveva rispetto ad alcuno tolse da questa vita vinti Eccellentissimi Physici et sette buoni chirurgi. Si vedeva in essa città alcune contrade esser statte salde et sicure per molti giorni et puoi in trei o quattro giorni vi entrava questo venenoso Drago sofiando con tanta furia il suo veleno che del tutto li dessolava. Fu così grande questa calamità et flagello che morsero tutti li fornari della città,

1) Quel luogo si chiamava la spianata, perchè completamente libero di case d’abitazione.

nè vi era chi cocesse il pane, nè pure chi lo facesse talmente che furno sforzati li Signori Governatori mandar a Santa Euphemia et Castenedolo et altre terre vicine a far fare del pane et condurlo alle porte della città con li carri et farlo poi dispensare alli bisognosi, talmente che si stavano tante famiglie doi et trei giorni intieri che non potevano haver pane per mangiar, et fu detto che le povere monache della Carità erano statte trei giorni intieri che non havevano potuto haver boccone di pane da mangiar. Si trovavano aperte due sole porte della città, cioè quella di S. Giovanni per condur fora i morti, et quella di Torrelonga per recever le vettovaglie che venevano esser condotte et dipoi entrato il male nel Castello non vi fu mai veduto ucello di sorte alcuna, tanto che li durete detta contagione ancor chè ogni giorno per avanti se gliene vedesse gran quantità di ogni qualità.
Si dilatò questa pericolosa infermità ancora nelli ronchi in Costa lunga et per le chiusure fuori di essa città, dove erano ridotti molti per fugir li rumori d’essa, ma non li valse perché ve ne morsero in grandissimo numero. Si dilatò appresso in molte et diverse terre del territorio suo facendo in una più che nell’altra maggior male, et nella terra et territorio di Lonado vi morirono dal principio di Aprile fin per tutto il mese di novembre persone d’ogni qualità in numero di 600 in circa. Li netezini per molti giorni nel nettar delle case quelle cose che erano da esser abbrugiate le portavano et su le strade et su li terragli a bragiar, ma perchè aportavano in essa città grandissima puzza che molto offendeva, fu ordenato che tutte quelle cose da esser abrugiate fossero portate fora della città, et fu medemamente ordenato che tutti li drapi et letti de ogni sorte da esser netati fossero por-tati fuori dove haveva fatto preparar et tezze (1) et calderoni a tal effetto, et persone che havevano cura così di farli bollir come lavarli, et ivi se ne vedevano i montoni grandi. Pochissimo numero de meretrici et de persone stropiate, gobbi et gosi,

(1) Teza vuol dire capanna o casupola: ora si usa solo per indicare il capanno della caccia fissa con le reti.

soliti ad andar a mendicar, sono incorsi in tal disgratia ma si sono preservati, et alcuni puochi di loro che sono stati feriti si sono ridotti alla sanità, et si dice che per la interpositione di Venere, fautrice delle meretrici, et di Saturno, fautore di simili mladette persone di gobbi gosi et strupiati li hanno voluti conservar.
Parevano veramente tutti li remedi scarsi et che ogni cosa, havesse perduta la sua virtù ancor che ne fussero mandati molti de diversi Eccellentissimi Medici dal Sommo Pontefice et da diverse cittadi et luoghi. Fu tanto il numero de’ corpi morti che non bastò il luoco del Lazaretto a sepelirli, ma fu necessario sepelirne sul terraglio di sotto il Castello verso la Pusterla, et ultimamente per tener più longi il fettor di essi, che si portasse verso la Molla (1).
Fra li altri miserabili compassionevoli spettacoli che si vedevano per la povera città era il veder et udir che i poveri informi dimandavano servitù et aiutto, et nondimeno tanto era il spavento nelle persone che ne l’amico si ossava prossimar all’amico, nè il parente al parente, nè il padre al figlio, nè il marito alla moglie, nè la moglie al marito; et se pur gli volevano far qualche servitio stavano lontani l’un dall’altro. et furono veduti molti con le pali di fornari a porgerli le vittualie et per il ussi et per le fenestre con le scale, cosa veramente miseranda et degna d’ogni compassione, et quelli puochi che si vedevano caminar per la città erano tutti attoniti et sbigottiti, et pieni di malinconia et palidezza nella faccia et deboli nel camminare.
La città per il vero non mancò mai di far ogni possibile provvisione sì de Medici et medicamenti fatti venir da diversi luochi et città, come anche di netezini, servitudi et picigamorti tal chè la spesa non è statta manco di cento miglia Ducatti, et è anche vero che molti di feriti si reducevano alla sanità, et molti di loro guariti che erano, parte per premio et parte per amor del Signor Iddio si mettevano alla servitù di poveri infermi,

1) cioè al Ponte delle Grotte, verso Urago, come abbiamo già ricordato

nè alcun di loro che già erano statti ammalati et poi guariti fu tocco più di tal infermità.
Et qui finiscono le cose nottabili che occorsero in Brescia il pestifero anno 1577 intorno alla peste. Dalla quale N.S. Giesù Christo ci guardi per sua infinita misericordia.

Lascia un commento

Rimani aggiornato sulle nuove pubblicazioni

Loading
Mi presento

Prima di esporre i risultati della mia ricerca e metterli a disposizione del lettore per fargli conoscere qualcosa dei nostri Antenati, desidero fornirgli anche qualche notizia sull’autore di questa ricerca e su alcuni momenti salienti della sua vita.

Il progetto
con il Patrocinio del Comune di Ospitaletto
Con il patrocinio del Comune di Ospitaletto

Copyright © 2026 Giuseppe Bonomi. Tutti i diritti riservati. Credits