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Giuseppe Bonomi

Il giovenile orgoglio onde le vene
furono colme di tanto tumulto
cieco, volle farsi ebro della sua solitudine, e mi piacque
credere solo nella fuggitiva
potenza del mio sangue, sorridendo
fiero rapito un sorriso d’amore
alla bellezza, tragica ed umana,
della caducità. Se ora mi penso
solo, il cuore spaura; ora che tanto
pazzo concerto d’armoniosi rombi
marini, nelle vene più non compone il sangue, ora mi giunge
terribilmente il silenzio dei mondi
deserti – roteanti, così ignudi,
intorno a questa terra che sarà
nuda com’essi, fra breve: e non posso
ascoltare il silenzio senza un grido.
Ho bisogno di te, Dio, che tu segua
i passi miei sorridendo dei miei
errori puerili, e che quand’io arrestandomi odo
il tremendo silenzio, tu bisbigli il mio nome: oh, appena
un soffio! Ma che basti per salvarmi
dalla sgomenta follia dell’uom solo.
Aldo Capasso

Mi presento: sono l’autore di questa ricerca …

Prima di esporre i risultati della mia ricerca e metterli a disposizione del lettore per fargli conoscere qualcosa dei nostri Antenati (ossia la “nostra” linea genealogica), desidero fornirgli anche qualche notizia sull’autore di questa ricerca e su alcuni momenti salienti della sua vita: da questa sintetica serie di flash sarà forse possibile capire perché egli abbia deciso, ormai vecchio e carico d’anni, di dedicarsi ad una simile “fatica”, che ha quasi dell’impresa: alcune delle motivazioni, che l’hanno spinto a farlo, sono accennate e/o esposte nei capitoli iniziali. Questa specie di autopresentazione, ho preferito collocarla all’inizio del lavoro per vari motivi: voglio subito dire che non sono io l’argomento principale della ricerca, bensì i nostri Antenati ed è a loro che spetterebbero le prime pagine, quelle più importanti e subito a disposizione del lettore; inoltre, sono i nostri Antenati la parte interessante della ricerca, quella che è necessario far emergere nei nostri ricordi, non io, che sono solo l’autore della ricerca; infine dubito che questa mia “autopresentazione” sia pertinente in questo contesto “storico”, essendo io (per ora) un contemporaneo. Ciò nonostante ho deciso di scrivere ed inserire anche questo capitolo, perché qualcuno dei nostri Bonomi di Ospitaletto (o degli altri Paesi in cui si sono stabiliti) potrebbe forse avere la curiosità di sapere e di acquisire qualche notizia sull’autore, dato che è anche lui un suo parente, uno cioè che appartiene alla stessa linea genealogica, e che ha deciso di intraprendere e portare a termine questo lavoro … e quindi a qualcuno dei lettori potrebbe chiedersi chi sia questo carneade e di conoscere qualcosa di più di lui, oltre al suo nome!

Ma questa autopresentazione è anche l’occasione di presentare uno “spaccato” su Ospitaletto negli anni del secondo dopoguerra, proprio quelli della mia giovinezza, e rievocare l’atmosfera del nostro paese in quel particolare periodo storico e che alcuni lettori della mia età potranno ricordare e condividere … e forse anche commuoversi un po’.

Confesso subito che parlare di sé stessi è sempre delicato ed imbarazzante, soprattutto se lo si fa in modo diretto, un po’ meno se si espongono le proprie idee e le proprie convinzioni riguardanti alcuni argomenti che vengono via via toccati nel corso della ricerca; ed io lo farò in entrambi i modi: racconterò qualcosa della mia vita: i miei studi, il mio lavoro, i miei amici, i miei interessi e quali sono state le convinzioni che mi hanno guidato nella vita e gli studi personali che ho sempre coltivato.

Prendo spunto da questo contatto con il lettore per svolgere qualche considerazione del tutto personale, su alcuni importanti argomenti, che al suo interno, per forza di cose, sono stati affrontati superficialmente o solamente sfiorati. Queste considerazioni, svolte e approfondite in appositi capitoli del volume II, sono solo le mie opinioni, senza alcuna pretesa di fornire regole, né istruzioni per l’uso, né leggi, né concetti generali. Sicuramente sono basate su convincimenti personali, acquisiti e sedimentati nel corso di tutta la mia vita e riguardano alcuni passaggi importanti dell’esistenza umana, quali l’inizio e la fine della vita, ma anche argomenti altrettanto importanti, quali la fede e l’educazione religiosa, intesa come formazione umanistica e cristiana, quindi completa, dei nostri figli.

Desidero ancora ribadire che espongo le mie convinzioni a titolo assolutamente personale, senza volere salire in cattedra, né tanto meno pontificare, ma col solo intento di coinvolgere il lettore in alcune riflessioni su tematiche che, per vari motivi, mi sembrano oggi spesso trascurate o del tutto ignorate, nonostante siano di fondamentale importanza. E lo faccio pur rendendomi conto che ci sarà anche chi non la pensa come me … e che è libero di continuare a pensarla come vuole. Però rifletta!

Mi pare questa infatti la maniera più opportuna per far sapere al lettore almeno qualcosa di me e delle mie idee ed opinioni, insomma come la penso, non tanto come professionista, quanto come uomo, come autore della ricerca sui Bonomi, come persona cioè che ha avuto la curiosità di scoprire qualcosa di più sui nostri Avi, che s’è dato da fare per raggiungere questo obiettivo, e che ha poi voluto mettere in comune, con chi ci sta e con chi è interessato, i risultati stessi della ricerca.

Le mie origini e la mia famiglia. La mia casa.

Sono un bresciano di pianura, ma con vaste frequentazioni di collina e di montagna, che hanno sempre esercitato su me un grande fascino ed una forte attrazione, forse tramandatami dalle mie bisnonne paterne, appunto: una di collina e una di montagna.

Sono nato da Maria Erminia, madre casalinga, e da Arturo, padre commerciante di riso e farine; sono venuto al mondo nel lettone della camera dei miei genitori, con pavimento a grossi listoni di legno di cipresso/ginepro …, sotto i bombardamenti, nel primo mattino alle ore 6.00 di un venerdì d’agosto, nel penultimo anno della seconda guerra mondiale; sono nato proprio qui ad Ospitaletto, un paese dieci chilometri ad ovest di BS, dove abitavano i miei e dove avevano casa: e proprio in questa casa dove sono nato e ho sempre abitato e tuttora abito; la casa si trova vicino al Municipio, appena a nord-est della settecentesca Chiesa Parrocchiale di San Giacomo Maggiore; casa che, essendo all’ombra del campanile novecentesco, è totalmente inondata e completamente immersa nel famigliare e imponente suono delle sue possenti campane, almeno dal 1905 in poi … perché questa casa è più vecchia del campanile.

[Sul nostro campanile ci sono sei campane: i loro rintocchi scandiscono il corso della giornata; si sentono a distanza fino alle cascine più lontane e una volta ritmavano dalla sveglia fino all’ora del rientro dai campi la vita contadina dei tempi andati. … sono in Si bemolle … un criterio numerico (un numero) individua ognuna di loro dalla più piccola (la prima) fino alla più grande, il campanone: la sesta, rivolta verso la piazza.

Ai tempi della mia giovinezza le campane venivano suonate manualmente tirando lunghe corde a pian terreno nella cella del campanile, ognuno una corda, ognuno una campana; per i battesimi, invece, si doveva salire fin su nel vano dove alloggiavano le campane e dove si trovava una tastiera: una specie rudimentale di pianoforte a sei grossi tasti di legno; questi erano collegati da corde in tensione al battacchio delle relative campane che venivano prima cambrate, cioè bloccate con un gancio in ferro per renderle immobili al tocco del battaglio. Poi, fatto questo collegamento e fissate le varie campane, picchiando/pigiando a tempo con il palmo delle mani o con i pugni sui tasti si otteneva il suono e la melodia desiderata, proprio come fa il pianista sulla tastiera del pianoforte.

Questa tecnica si usava spesso anche per i funerali dei bambini (l’ubitì). Ricordo che l’amico Andreino Sarnico (Scalitì), con il quale salivo spesso sul campanile scalando i numerosi gradini di legno all’interno della torre, aveva una naturale ed eccezionale predisposizione, direi un vero e proprio talento, a eseguire questi concertini in occasione dei battesimi la domenica mattina dopo messa alta. Andreino era anche quello che la notte di Natale, durante la messa di mezzanotte, saliva sul campanile per suonare la festosa e tradizionale “pasturèla”: noi in chiesa ad ascoltare la messa di mezzanotte … e lui là sopra che ci regalava l’allegra e commovente armonia.

Le campane di Ospitaletto hanno un suono vigoroso e potente: nel 1946, quando furono issate sul campanile e nonostante il paese fosse piccolo, di appena 4.500 abitanti, tuttavia si volle dotare il campanile di campane squillanti e potenti; in effetti risultarono molto più potenti e forti delle campane dei paesi vicini, anche molto più popolosi e grandi del nostro! E gli ospitalettesi ne andavano fieri di queste loro campane che si sentivano lontano, molto lontano. Quando le sei campane prendevano a suonare d’allegrezza, tutta l’aria d’intorno si faceva colma di primavera. Era (è) un’armonia trionfale che perveniva fino ai casolari più lontani sperduti nella bassa e ai paesi adagiati ai piedi delle colline.

Il suono squillante del meraviglioso concerto delle sei campane ora rimane come frammento della memoria e come ricordo musicale che a noi bambini piaceva tanto e che si diffondeva nell’aria la sera del Sabato Santo, dopo il silenzio forzato della settimana di Passione: non appena si sentiva il primo rintocco correvamo a bagnarci gli occhi con l’acqua del rubinetto, che in quella particolarissima occasione proteggeva la vista e teneva lontane le malattie degli occhi.

Erano le campane del tempo della nostra gioventù, l’età dei sogni e dell’allegria … ma i bei ricordi non funzionano per crogiolarsi nei rimpianti nostalgici del tempo che fu … diventano piuttosto lo stimolo forte e sicuro per invogliarci ad agire in questo presente che ci appartiene: e le campane di Ospitaletto con il loro suono potente e squillante non sono una nota folcloristica, ma una componente vitale della nostra Comunità, che tutti (o quasi tutti) sentono come propria perché rende testimonianza del nostro passato. Ecco perché ora ci rammarichiamo del silenzio loro imposto … per futili motivi o pretesti!]

Oh, quanto suonavano le campane del nostro campanile, quand’ero ragazzo! I rintocchi si dilatavano per le case del paese e per tutta la campagna e raggiungevano non solo le cascine più lontane, ma inviavano il loro squillante e possente (talora festoso, talora anche triste) din-don ben al di là dei confini territoriali del paese. Le campane suonavano l’Angelus e i Vespri e l’Ave Maria … accompagnavano le grandi festività … e segnalavano la morte di un abitante del paese … scandivano insomma la vita della comunità e dei suoi cittadini … da qualche tempo sono state zittite, come imbavagliate e messe a tacere per non disturbare i nuovi abitanti del paese: i forestieri (gente venuta da fuori e stabilitasi in paese, gente dai timpani delicati, molto delicati), ma anche qualche nativo:

tutta gente insofferente al suono delle campane, che invece per noi vecchi residenti in paese era motivo quasi di orgoglio. Adesso, purtroppo, tutti gli abitanti del paese, anche quelli che erano abituati e felici del loro scampanare, sono stati privati da un famigliare e amichevole richiamo, che scandiva il tempo, le ricorrenze e la vita della gente di Ospitaletto.

Tra me e questa casa di antica costruzione, eretta infatti nel primo decennio del seicento, si è consolidato nel corso degli anni un legame affettivo particolarmente forte, anche perché da giovane ne ero spesso lontano, prima per motivi di studio e poi per impegni di lavoro: ed ogni volta che ero via, aspettavo con ansia che si presentasse qualsiasi occasione per farvi ritorno. Non si trattava solo di ritrovare quattro vecchie mura, ma del bisogno e del desiderio di lasciarmi andare al piacere dell’immersione privilegiata nella mia casa e nella mia famiglia, riabbracciare i miei genitori, ritrovare gli amici d’infanzia della nostra contrada, insomma rientrare nell’ambiente in cui avevo trascorso la mia fanciullezza; e la casa per me rappresentava tutto questo: tanto che era diventata un vero e proprio rifugio oltre che uno specifico simbolo della nostra famiglia, alla quale mi sentivo e mi sento tuttora molto legato. Il mio mondo privato, famigliare, ruotava tutto attorno a questa casa: i miei parenti stretti, la domestica Maria Scaglia di Fiumicello, vedova Zuccali, poi maritata Pinzini, che mi faceva anche da tata, ma era frequentata anche dai suoi figli e figlie; gli operai di mio padre, Francesco Bonomi (Cicobalù), Giacomo Lini, Firmo Turati e Girolamo Vezzoli; i parenti, la dolce e minuta Stella Palazzini, moglie di Achille Bonomi, la laboriosa Rachele Bonomi, figlia di Cesare (Achille e Cesare cugini di papà); gli amici e le amiche di famiglia, Camilla moglie di Erminio Giobini e i loro due figli: Giuseppina e Silvio (che io chiamavo Fofo); i fratelli Beppe e Arturo Torri, il primo, maestro di scuola elementare, che poi sposerà mia sorella Mariuccia, Angiolino Morandi amico di mio fratello Piero; quand’ero piccolo, tutti frequentavano questa casa, che nel corso degli anni era diventata un affidabile, aperto e sicuro punto di riferimento, anche per loro …

Oltre ad un ampio cortile, che all’occorrenza si trasformava nel nostro campo di calcio, per formidabili partite di pallone, giocate fino all’ultimo goal, la casa aveva (ed ha) il giardino con il brolo; c’era anche annesso un orto: ricordo il profumo discreto dei fiori di pesco e di ciliegio e l’odore molle dei fiori di sambuco e di malva, di rosmarino e salvia, menta e finocchietto selvatico.

Ospitaletto è diventato in questi ultimi anni un paese ipertrofico, un paese “obeso di costruzioni” rispetto al terreno di cui dispone e pur essendo un centro importante dell’hinterland bresciano (odori, profumi, suoni e voci degli anni della mia giovinezza, ora sono un compatto e indistinto pulviscolo), adesso è molto cambiato rispetto al paese della mia infanzia … allora come adesso, includeva la casa, il cortile ed il giardino proprio lì attigui, che erano i luoghi privilegiati dei miei svaghi e dei divertimenti con gli amici della “contrada dei Santi”, vecchia denominazione di via G. Rizzi. Infatti dai primi decenni del 700 fino al primo decennio del novecento (1912), la nostra via era denominata “Contrada dei Santi”, perché all’altezza appunto del cortile “dei Santi” (dal 1912 di proprietà di varie famiglie Radici), sul muro proprio vicino all’entrata, vi era e tuttora vi è, una edicola divisa a Trittico, riportante una raffigurazione di tre Santi: S. Rocco, S. Pietro e S. Giacomo (qualcuno dice S. Giovanni, ma il dubbio permane). Questa antica edicola aveva dato il nome a tutta la contrada, fino a quando venne sostituito con “Via monsignor Girolamo Rizzi”, dopo la morte dell’arciprete Rizzi, che fu parroco di Ospitaletto dal 1864 fino alla sua morte, avvenuta il 27/01/1911: aveva 76 anni. (Era figlio di Luigi e Angela Mercanti di Pisogne). E dato che questo parroco aveva lasciato un ottimo ricordo, la popolazione volle dedicargli una delle vie più importanti del paese.

La mia infanzia e giovinezza. Le prime amicizie.

Con i miei coetanei della contrada, abbiamo imparato assieme, fin da bambini ad arrampicarci nella bella stagione sugli alberi del giardino e a giocare a pallone nel cortile di casa; in particolare c’era (e tuttora c’è) un vecchio tasso sul quale si gareggiava per arrampicarci, come velocissimi e agilissimi scoiattoli, fin sulla cima: la salita ci era facilitata dai suoi grossi rami che partivano dal basso (quasi da terra) e quindi anche molto sicuro per noi, che allora pesavamo non più di venti o trenta chili; questo albero era diventato il nostro albero prediletto, l’albero della compagnia, anche perché sul finire dell’estate produceva in abbondanza delle piccole, ma dolcissime bacche, costituite all’esterno da una “polpa rossa” molto tenera e dolce (che mangiavamo con infantile avidità; noi che parlavamo in dialetto, li chiamavamo “musignì”), mentre all’interno, sotto la polpa rossa, si celava un piccolo amarissimo “nocciolino”: noi che lo sapevamo, stavamo attenti a non masticarlo. Dalla casa, di tanto in tanto, mia madre e le mie sorelle occhieggiavano a rassicurarsi che le nostre scapestraggini restassero nei limiti della sicurezza e del sopportabile …

Ancora insieme abbiamo frequentato i primi anni della scuola dell’obbligo del nostro paese; poi io ho continuato (mi hanno fatto continuare) a studiare; loro hanno imparato subito un mestiere e forse sono diventati adulti e autonomi prima di me.

Mi piace ora ricordare i ragazzi della contrada dei Santi, miei compagni di tante partite: Battista Radici (Pasarì), Piero Radici (che da grande sarà chiamato: Barone), Gino Radici (Pasarì), Giannino Raineri (Giuanèla), Luigino Bui (Birulì), Mario Polonini (Pacì, che poi giocherà per molti anni nella squadra di calcio dell’Ospitaletto), Giacomo Polonini, Valeriano Polonini (Pacioso), Renzo Rocco, Pasquale Bersini, Giulio Radici (Storti, il più bravo col pallone), e per ultimo, ma non ultimo, Andrea Sarnico (Scalitì); pur non abitando in contrada dei Santi, faceva parte della nostra compagnia anche Adriano Bonadei; tra i miei compagni alle elementari voglio nominare solo Gianni e Rino Corbetta (fratello e cugino di Natalino, del quale sono diventato amico, quando lavoravo all’Ospedale di Rovato); gli altri, per timore di scordarmi qualcuno, preferisco non elencarli qui, ma assicuro che mi sono sempre restati tutti cari. Nel nostro gruppo più affiatato, dopo i 16 anni, si aggiunse anche quel Luigi Pasini (Süpela), che abitava in una casa in via Caprielli (dove la domenica spesso ospitava tutta la compagnia) e che poi negli anni ’90 diventerà sindaco del Paese, per ben due volte …

Nel tempo lasciatomi libero dalla scuola e dai giochi con gli amici, che comunque rimanevano prioritari(!), le mie letture preferite di quegli anni da ragazzo erano: il Piccolo Alpino di S. Gotta, i Ragazzi della via Paal di Ferenc Molnàr, il Cuore di De Amicis, le Avventure di Tom Sawyer di Mark Twain (pseudonimo di Samuel Langhorn Clemens), i Cavalieri della Tavola Rotonda, tutti i libri di E. Salgari del ciclo dei Pirati della Malesia e dei Corsari delle Bermude; Ventimila leghe sotto i mari, l’Isola misteriosa e Michele Strogoff di J. Verne, i Tre moschettieri e il Conte di Montecristo di A. Dumas, ed altri racconti di avventure, ovviamente tutte adattate per i ragazzi.

Io sono cresciuto in una famiglia cattolica, tutto sommato. Mio padre Arturo, classe 1897, figlio di Pietro, aveva cominciato a lavorare subito dopo le elementari; anche lui era cresciuto in una famiglia cattolica, ma dubitava dei preti perché non capiva, e non condivideva, certi loro discutibili comportamenti (e nella sua vita ne aveva visti tanti di comportamenti non proprio ineccepibili, anzi deprecabili), ma non mancava mai alla solenne messa cantata della domenica (la cosiddetta “Messa Alta”); mia madre praticava anche lei la messa domenicale in chiesa e tutte le sere in casa recitava e faceva recitare a tutti i presenti il rosario … tant’è infatti che ai loro figli e figlie, fin dalla tenera età, hanno dato un’educazione cristiana. Ultimo arrivato, io ho ereditato il nome dai miei due fratellini morti in tenerissima età: “i Peppini”, così dai miei erano ricordati in famiglia; ma a loro volta il nome l’avevano preso in ricordo del nostro nonno materno (Giuseppe Gares di Paderno); in più io ho ereditato anche quello di mia nonna materna (Antonia Bettoni di Paderno), forse datomi in aggiunta nella speranza che non seguissi la sorte dei miei fratellini, e tutto sommato, stando a come è andata a finire, questo secondo nome mi ha portato bene. Devo però ricordare che il nonno materno di mio padre era Giuseppe Trebeschi, e forse questo era un motivo in più per chiamare Giuseppe i loro figli.

Ho frequentato, dopo l’asilo con le suore, le scuole elementari in paese insieme ai miei coetanei maschi della classe 1944, che essendo numerosi, erano distribuiti in due sezioni; ho seguito la scuola dell’obbligo proprio in quelle scuole, di fronte alle piscine comunali, costruite entrambe nel Ventennio. Ricordo che avevano aule con soffitti molto alti e banchi di legno con i buchi per i calamai, dove si intingevano nell’inchiostro le penne, rigorosamente a pennini intercambiabili; i banchi erano immancabilmente istoriati (o sfregiati, a seconda delle interpretazioni) con alcune incisioni fatte di nascosto, … ed alcune non del tutto lecite.

Di quegli anni della mia fanciullezza e giovinezza, soprattutto dopo le medie, ricordo certe sere primaverili quando tramonti così struggenti, come non ho più ammirato, anticipavano il corso della luna sui tetti, mentre le figurazioni delle rondini segnavano la vigilia del silenzio immenso della notte; io sospiravo come accada che faccia un adolescente; avevo tutto non mancavo di nulla: gli affetti e le tenerezze di una famiglia di gran sentire, le amicizie più fedeli, gli smarrimenti dei primi gemiti d’amore, il cielo trapunto, la sovranità delle stagioni. In quelle notti, con l’occhio estasiato assistevo spesso al fulgente radunarsi delle costellazioni e c’era una tal luna nel cielo di Ospitaletto, che io lasciavo spalancate le vecchie imposte per mirare l’inesorabile tracciato di tanta lucentezza. Andava dal tacito culmine dei pini, dei tassi e delle magnolie del giardino allo spigolo scurito del campanile. Il senso e il corso della luce si inoltrava dietro il silenzio dell’alto tetto della Chiesa, il mondo girava perché così doveva essere ed io mi trovavo dentro una giostra cosmica, che c’era chissà da quanto. Mi sembrava un tempo senza misura, gli uomini vivi e quelli cancellati, i libri, le cose, i giochi, la scuola, i propositi, gli affetti … poi, dopo che la luna era visibile altrove, rimaneva, per l’eccellenza del suo percorso, una sorta di riverbero argentato, una labile memoria di sontuosità … che conservo tuttora nel cuore e nella mente. Mi sembrava che gli alberi del giardino bevessero, nel silenzio della notte, il chiarore lunare (“il latte stregato dell’Astro”, come lo chiama l’amato Capasso)[1] e se ne impregnassero … “E nelle pause con le sue tenaci – Spirali di radici, e fonde, beve – L’intimo buio della buia Terra” (sempre Capasso)[2]. Sarà stato per questa corrispondenza di sensazioni forti e di giovanili emozioni, che poi al liceo ho subito amato il poeta Aldo Capasso: un vero e proprio colpo di “fulmine poetico”! (Grazie anche al nostro professore di Letteratura Italiana, Sandro Galli, che ce l’ha inserito negli autori da studiare in terza liceo).

Il mattino del giorno seguente, ritrovavo l’aria quietamente tiepida alle finestre, ancora spalancate sui grandi vasi di oleandri e c’era il consueto tubare delle torture agli orli dei tetti e i passeri con il loro chiassoso e allegro cinguettare, che garantivano una continua, interminabile spola dal tetto all’orto e dall’orto al tetto. Maturavano nel brolo i grappoli dell’uva, che ci piaceva. Le galline intorno ed il nostro cane (“la lupa”) nel cortile.

Il mio paese. Le prime scorribande.

La mia patria tascabile è dunque un paese dell’ovest bresciano che ha nome Ospitaletto; ed è un luogo in cui Giovanni Segantini e/o Tranquillo Cremona avrebbero dipinto sommamente in giallo e marrone delle suggestive scene contadine nei campi e messo su tela molti angoli e aspetti particolari delle sue cascine, ma anche taluni scorsi caratteristici delle sue contrade. In realtà ancora adesso, mi capita spesso di ripassare l’Ospitaletto della mia giovinezza, per nostalgia di non saprei bene cosa, le voci che furono, i volti dei personaggi, le prospettive, i modi, i momenti oppure per come vi incontrai ragazzo i più reali interpreti del mestiere di vivere secondo criteri, pallini, fisime, recite, a soli e provocazioni, sempre e del tutto personali, irripetibili, siglate, messe in romanza popolare e proclamate in caratteri dialettali, espressivamente ben comprensibili … ricordo “Pumèla” … ricordo “Il Cavallino Bianco” … Maria Pignatina … e tanti altri.

Schematicamente il territorio di Ospitaletto era (ed è tuttora) diviso dallo “Stradone” BS-MI, con direzione est-ovest, in due parti, una a nord ed una a sud: i campi / territorio a nord, privi di acqua di irrigazione, aridi nella stagione con siccità e quindi poco fertili; quelli a sud, ben irrigati dalla Seriola Nuova, la Castrina, proveniente da Chiari, e quindi molto più fertili ed altamente produttivi. Nella campagna della mia giovinezza, che poi era quella a nord del paese (“i cioss sö la söta”), c’erano lunghi filari di gelsi antichi (i mur) a delimitare, insieme alle “musne” (su cui crescevano in abbondanza folte rubinie ed alte romiglie), i vari appezzamenti di terreni faticosamente, ma ostinatamente coltivati. Ricordo ancora l’amara sete di quelle terre a nord dell’autostrada, tra Ospitaletto e Paderno-Passirano, che d’estate erano messe a segno di un sole protervo. Né posso dimenticare certi meriggi assolati che gravati dalla cocente canicola, frangevano sfumavano e ottundevano i confini segnati fra i campi oziosamente addormentati a nord di Ospitaletto. Da questi campi e dai contadini che li lavoravano e di cui ho conosciuto l’usura, ho appreso il sapore della fatica ed il valore della volontà, di una volontà ostinata e tenace. Pur non facendo la loro vita, anche io ho avuto sentore della loro sete, perché da ragazzo l’ho sperimentata insieme agli amici della compagnia, quando si andava in giro in libera uscita proprio in quei campi a nord dell’autostrada … [devo precisare che non tutti quei campi si trovavano sul territorio di Ospitaletto, anzi la maggior parte si trovavano sui territori di Paderno e Passirano, ma erano più vicini al nostro abitato che a quello degli altri due paesi] … e dopo l’arsura di quegli afosi giorni estivi, per l’ansia del mitigare e infine placare una sete tenace e ostinata, anelavamo il fresco di una lunga avida tracannata ad un pozzo così fresco e grato, da spingerci tutti noi ragazzi, ad attingere con un mestolo alcune sorsate di acqua fresca, molto fresca, in una cascina, detta la “Bosca”: nel mezzo di quel cortile chiuso su tutti i lati, vi era un pozzo antico, aperto a chiunque fosse ambizioso di acqua sorgiva, così diversa da quella a scroscio dei rubinetti del paese. Si calava un secchio di lamiera, fissato con la corda alla carrucola di legno vecchio ed usurato nella profondità del pozzo e poi, dopo aver attinto, lo si ritirava in superficie appoggiandolo sul bordo del pozzo, regolarmente in pietra di Sarnico, e dal secchio si poteva prelevare, con l’apposita casseruola di rame, l’acqua gradevolmente rinfrescante del fondo e portarla alle bocche ridenti e ardenti, che assaggiavano per poi sgocciolare luminose: le voci di allora e l’allegria del ristoro invadeva tutti; io con il ricordo ancora vivo di quei giorni … ora il pozzo della Bosca non c’è più: è stato chiuso, dopo che venne aperta una discarica nelle vicinanze di quella cascina ed alcune famiglie se ne sono andate … ma allora, prima della discarica, splendevano la luna e le stelle anche su quella campagna arsa, ma non arida.

Ovviamente, i periodi di siccità insorgevano soltanto nei quattro mesi estivi, da giugno a settembre, perché allora, nel tempo della mia giovinezza, a differenza di oggi, c’erano ancora le stagioni: l’estate faceva davvero l’estate, con le giornate del sol leone che ci avvolgevano e soffocavano in un caldo spesso torrido, immobile ed afoso, che si accompagnava spesso a lunghi periodi di siccità. Anche l’inverno, allora, era veramente freddo, lungo e rigido, come doveva essere, con ghiacciate notturne (la nota galaverna), stalattiti di ghiaccio alle grondaie delle case, brinate diffuse e lunghe giornate di nebbia fittissima, che di giorno e di notte velava ogni fisionomia (talora anche per settimane intere). Ricordo infatti che in certe giornate invernali si assisteva al montare talora graduale, talora improvviso, ma sempre ampio, liturgico, di una nebbia festosa e imponente, respirabile, cosciente della sua gloria lombarda; una nebbia che trasformava verso sera le luci dei lampioni in lumicini da condoglianze. Una nebbia così fitta e così densa, che “si poteva tagliare con il coltello”, come dicevano i nostri vecchi; allora ci si rintanava in casa, davanti al camino, anche lui quasi intirizzito, mogio mogio e restio a schioppettate a fiamma alta … le canne fumarie con l’umidità che c’era fuori, tiravano poco … mentre dalla finestra, Ospitaletto si fasciava sempre più di nebbia e ne risultava imbottito: i suoni ed i rumori da fuori giungevano ovattati e lontani.

Ricordo che a Paderno (paese di mia mamma), in quei tempi, si chiamava Ospitaletto “il paese delle nebbie”; e noi di Ospitaletto ci rifacevamo con quelli di Travagliato, definendo il loro paese “il paese delle nebbie”. Alle giornate nebbiose seguivano frequentemente le gelate notturne, con la brina sui rami spogli delle piante ed al mattino ci si svegliava spesso con i ghiaccioli (stalattiti) pendenti dalle grondaie … in pieno inverno, non mancavano le nevicate, si stava bene in casa a guardare dai vetri il paese bianco di neve: le strade, i tetti, il cortile, il giardino e anche gli uccelli che andavano da un albero all’altro, da un pino alla magnolia, poi si fermavano, sparivano e non cantavano più.

Ma era soprattutto la primavera che faceva davvero la primavera, cioè il risveglio rigoglioso ed orgoglioso della natura, un’esplosione di luce, colori, profumi e di vita, una stagione nuova che si risvegliava davvero … non faceva finta, come adesso: aprile e soprattutto maggio erano incantevoli (i maggio di allora, esplosivi e rigogliosi, con quel clima temperato e dolce che faceva star bene, i voli spericolati delle rondini ai tetti delle case e agli alberi del giardino; di quei maggio così, almeno da quarant’anni, non ne ho più goduti); ed infine l’autunno, “con uva di nebbia e monti aggruppati” (come dice il poeta[3]), era una stagione di mezzo, di transizione; si presentava un po’ freschina, ma tutto sommato gradevole e ci accompagnava piano piano, con la dovuta gradualità, verso i rigori dell’inverno; anche l’autunno aveva un suo fascino con molti frutti gustosi, specialmente per i suoi prodotti garantiti: uva, castagne, nocciole, nespole, giuggiole, funghi, mandorle, noci, cachi … e tanti altri.

Ora invece, da tre o quattro decenni a questa parte, per sapere che stagione sia, bisogna guardare e riguardare con attenzione il calendario e rimanere increduli e sbalorditi dal sovvertimento climatico e dalla confusione delle stagioni! Al tempo della mia giovinezza attendavamo un maggio di tiepide affabilità, la prorompenza chiara delle rose, i colori vividi delle peonie, il profumo inebriante dei mughetti, i tramonti inclini alle dolcezze … e non venivamo mai delusi; da un paio di decenni, invece, nulla di tutto questo: anche nei mesi di maggio, piove per giorni e giorni senza costrutto, smette, ricomincia; restiamo separati dalle stelle, dobbiamo vivere di riserve … e di ricordi dei bei tempi passati.

Un ricordo dolce e fascinoso, e nello stesso tempo, quasi arcano impenetrabile inesprimibile, che ho sempre portato con me, fin dai lontani giorni delle nostre scorazzate estive nei campi e sulle “musne”, è quello legato alle assolate giornate di svago in libera uscita, che erano sempre accompagnate dal filmato delle rondini che rigavano il cielo con spericolate acrobazie e dalla colonna sonora del canto di vari uccelli (stazionari o di passo) ed in particolare i “ghirigori” delle allodole (sarlòde). L’allodola, mentre noi girovagavamo, spiccava il volo e cominciava a investirci di un gioioso canto (un vero e proprio inno al sole), che inondava il cielo e la terra e diventava il protagonista musicale di quelle giornate … e noi venivamo subito pervasi da quella cascata sonora che si allontanava in risalita a larghe volute, sempre più su verso l’alto. Qualcuno tra noi ragazzi sollevava lo sguardo per penetrare e perforare lo sfondo azzurro ed abbagliante del cielo e talora, dopo aver scrutato, riusciva a scorgere e ad indicare agli altri la piccola sagoma di questo uccello canterino, che diffondeva nello spazio in tre dimensioni i suoi potenti e fascinosi trilli: una specie di “tssirp-tssirp” con poche e modeste variazioni, ripetuto su un’onda melodica che si autoriproduceva e sembrava non finire mai … spesso le allodole lassù restavano invisibili anche alla vista più acuta … per questo forse gli inglesi la chiamano “skylark” (allodola del cielo), anche se poi si tratta di un uccello terricolo, che vive e nidifica sulla terra, tra le zolle e tra i ciuffi di erba. Soltanto in volo si lasciano andare al loro canto inebriante, e mentre si sgolano, possono salire così in alto da diventare invisibili a occhio nudo.

Negli anni successivi della mia vita, mi ha sempre commosso il ricordo di quel melodioso canto che si perdeva nella profondità del cielo e che ripeteva con compiaciuta insistenza il suo ritornello, basato su pochissime variazioni del tema principale, che pur risultava piacevole e coinvolgente per la sua melodiosa semplicità e fascinoso per l’altezza vertiginosa da cui proveniva. Un canto che inebriava, perché racchiudeva in sé qualcosa di gioioso, vivace, festante, solare, e nello stesso tempo un non so che di intrepido, temerario, e quindi esaltante: perché lei stessa, l’allodola, pareva inebriarsi degli azzurri spazi senza fine … da qui il suo inno di gioia al sole, alla creazione … ma soprattutto al Creatore.

Nonostante quei campi fossero sulla “secca” (söta), producevano un frumento marezzato d’oro trepido e biondo, come una fanciulla nordica che si annodi le trecce; l’erba appena tagliata sapeva di sfalcio e il fieno profumava di buono: talora la brezza li sfiorava (frumento, erba o fieno) insieme ai voli bassi, spericolati e acrobatici delle rondini: tutto era mirabile quiete e pareva di coglierne il respiro. I ciliegi, gli amareni, gli albicocchi e i cachi dei broli non erano lontani da dove s’arrestava il fitto delle robinie, che vibravano di foglie e di carrube …

Il nostro brolo, il brolo della nostra casa, era circondato da un muro di cinta al quale erano appoggiate le viti ed in mezzo erano stati piantati molti cachi e prugni, c’erano fichi e peschi ed alcuni albicocchi, diversi meli e peri, e qualche nespolo: tutti davano un buon raccolto. Il brolo era separato dal giardino da un orto ben tenuto e che bastava a tutta la nostra famiglia. Tra il brolo ed il giardino c’era anche un usignolo a modulare il suo canto d’amore, quando si alzava la luna. Spesso l’usignolo si avventurava in una frase fiorita e la concludeva con un ricciolo. I miei mi dicevano che una ciliegia, un fico, un albicocco racchiudevano più messaggi di qualunque ragionamento logico o filosofico, materia-listico e nichilista; e che l’usignolo era un evangelista che predicava dalle piante dei giardini; lui diceva il sole, la luna ed anche le stelle: ed io mi consegnavo a mani spoglie alla terminologia di un brolo e di un giardino ed alla musica di un piccolissimo, armonioso uccello.

I riti della Settimana Santa.

Ai tempi della mia giovinezza la Settimana Santa portava anche giorni di vacanza: allora c’era scuola da lunedì a mercoledì, ma poi si iniziavano quelle che erano chiamate le vacanze di Pasqua che sarebbero terminate dopo il Lunedì dell’Angelo (le vacanze sono rimaste anche adesso, non so se i riti sono ancora gli stessi …). Durante la quaresima tutti i venerdì sera si andava alla Via Crucia in chiesa. Ma si aspettava la Settimana Santa come un evento-ricorrenza del tutto speciale; e sulle arie mutevoli della primavera bresciana s’avvicinava la Domenica delle Palme con la messa in cui si benedicevano i rami d’ulivo e si leggeva il Vangelo di S. Matteo, che narrava la Passione di Gesù; la lettura era a tre voci: una faceva il narrante, l’altra il Cristo e una terza che faceva tutti gli altri personaggi del racconto: nella dolcezza e anche nella possanza della lingua italiana, che riportava alla melodia le parole ma sapeva raggiungere il nero abissale della tragedia, ascoltavamo la Passione del Signore: cena, tradimento, sferza, spine, peso della croce, chiodi, lancia, sete, sangue, cielo che illividisce, Maria, le corazze, gli elmi che riflettono l’orrore del supplizio, i nitriti, i singhiozzi, Giovanni e il suo sgomento sterminato. Ero intriso di Passione, fermo in piedi dentro un banco a metà navata insieme ad alcuni amici, ragazzi come me. Quello che mi rimaneva dentro, anche se ancora ragazzo e mi turbava, era che le parole del Vangelo le aveva dette Uno solo e le aveva sottolineate col rosso caldo del sangue di croce.

Terminata la lunga e solenne cerimonia sacra, si ritornava a casa con il ramo d’ulivo benedetto e lo si riponeva in un posto sicuro, perché durante la stagione dei temporali e delle tempeste lo si sarebbe dovuto bruciare per evitare danni alle coltivazioni, alle cose ed alle persone; ma sarebbe stato bruciato anche per evitare imminenti sciagure e disastri immani.

Ricordo che il Giovedì Santo con la cerimonia dell’Ultima Cena e quella del lavaggio dei piedi, era l’ultimo giorno che le campane venivano fatte suonare, perché prima del tramonto le legavano e non avrebbero suonato più neanche le ore, ed il paese calava in un silenzio insolito e suggestivo quasi irreale, perché veniva privato di quei riferimenti temporali consueti e famigliari che giungevano dal campanile.

Durante i giorni di questa settimana le donne (mamme, figlie, sorelle) ribaltavano tutte le stanze per le consuete e tradizionali pulizie a fondo della casa, che dovevano essere straordinarie e perciò erano chiamate le “pulizie di Pasqua”: un gran fervore di opere domestiche, (ogni cosa veniva ribaltata e pulita a fondo) perché per la domenica di Pasqua tutto doveva essere netto e lindo, come a sottintendere che il Cristo Risorto doveva trovare la casa decorosa e dignitosa: non solo, ma per accogliere il Signore Risorto tutto doveva essere non solo pulito, ma anche lucidato: il rame appeso alle pareti della cucina ritornava allora ad essere di un bel colore rosso-dorato vivace; le porte e le finestre venivano lavate e lucidate, i vetri brillavano; i mobili: cassettoni, credenze, armadi, tavoli e sedie spolverati e anche lucidati; sui focolari ardeva una bella fiamma allegra, alta e scoppiettante, fin dalle prime ore del mattino; un senso diffuso di gioia e forse anche di serenità si impossessava di tutti per l’imminente grande festività, e permeava l’aria ed era percepibile con lo sguardo e si palpava con le mani …

Alcune donne il giovedì pomeriggio portavano in Chiesa dei vasi con erbette appena spuntate di un verde tenero e delicato, alte pochi centimetri che preannunciavano il risveglio ormai prossimo della primavera: questi vasi venivano sistemati ai piedi degli altari appena spogliati e perciò molto disadorni, in particolare di quello del SS.mo Sacramento, ed erano l’unica testimonianza “floreale” presente in chiesa, insieme ai ridottissimi paramenti viola; infatti in segno di dolore e di lutto per la morte del Cristo, i fiori erano rigorosamente banditi. Il giorno dopo, Venerdì Santo, si poneva sui gradini dell’altare (o sul pavimento, come fanno a Rovato) anche un grande Crocefisso, a disposizione dei fedeli per i dovuti pietosi baci di compassione delle 5 piaghe: baci d’amore, di ringraziamento, di devozione, di pentimento dei peccati e di sinceri proponimenti …

In campagna invece, durante questa settimana erano i giorni dedicati alla “spredatura” dei campi, specie di quelli seminati a frumento, che era appena spuntato ed era alto pochi cm, e che sarebbe diventato pane: i contadini prima passavano tra le file regolari delle giovani piantine un piccolo apposito vomere, una specie di erpice stretto che smuoveva le pietre ed i sassi, così da poter essere poi raccolti dalle donne e dai ragazzi e gettati o portati sulle “musne”. Anche noi amici della contrada dei Santi andavamo ad assistere a questo lavoro dello “spredare” che seppur faticoso, veniva però eseguito quasi con allegria sia per la vicinissima festa di Pasqua, ma anche perché era un contributo importante e necessario per la crescita più rigogliosa possibile di quel frumento che avrebbe dato un buon raccolto.

Poi veniva il Venerdì Santo: provo ora a rivisitare adagio per il lungo della memoria, il giorno che cominciai a vedere in viola la Passione di Cristo e a inquietarmi per l’orrore, l’irrisione del giusto torturato, l’aguzzo dei chiodi che squarciano la pelle e i muscoli, l’occhio velato del moribondo, il legno della croce come patibolo, l’agonia, la polvere insanguinata: la croce sgocciola e il Golgota regge i cuori percossi e le figure impietrite di una tragedia che seguiterà a stravolgere la ricerca di ogni uomo in affanno. Un vento insensato mantiene il pomeriggio in una vigilia dell’inesprimibile. Non piove, ma potrebbe. Non fa freddo, ma quasi. Dio è espressione così delicata e immensa, che bisognerebbe ragionare senza parole. Mia madre mi aveva detto: “oggi alle tre, Gesù muore sulla croce”. Io lo sapevo bene, ma lei me lo ribadiva ugualmente. Mi sembrava che tutto fosse diventato attesa delle tre. Gesù muore in croce, mi riconfermava una voce dentro. Gesù lacerato, lordo e insanguinato, affannato, le pupille vitree. Allora, da ragazzo, non avevo mai visto un morto, neanche mia nonna Antonia (avevo solo 5 anni). Cristo in croce l’ho visto da sempre, era consueto, faceva e fa parte di tutto, lo incontravo e lo incontro tuttora più volte al giorno. Eppure oggi, non saprò mai perché, oggi questo tal Cristo, mi comunica, me la passa, me l’offre, la pena torbida, rigonfia, tumefatta della sua sconfitta insanguinata. Sono diventato un adolescente improvvisamente consapevole e inorridito. E intanto trepido perché non intendo come e da dove promani una così intensa partecipazione …

Anche noi ragazzi avevamo assegnato il nostro lavoro specifico: lucidare le catene dei focolari. Una tradizione che si perde nei secoli, tipica della nostra terra, e viene compiuta il mattino del Sabato Santo: ogni ragazzo, come per una tacita intesa, lega le catene nere di fuliggine (calì) ad una corda attorcigliata intorno alle spalle ed intraprende l’allegra scorribanda: questo ci rendeva attivi compartecipi dei lavori dei grandi che si svolgevano proprio in questa settimana e noi ragazzi avvertivamo la responsabilità del nostro contributo, che ci faceva sentire importanti e giustamente considerati dai grandi.

A quei tempi della mia giovinezza, le strade e stradine che si dipartivano dal paese verso nord erano tutte in terra battuta: quella che portava alla Bosca era la più ad est ed anche la più piccola, quasi un sentiero; poi c’era quella più grande in diretta continuazione della nostra contrada dei Santi e della Pergolina, che proseguiva per la Confaloniera e poi passava sotto il ponte dell’autostrada BS-MI, superato il quale continuando in direzione sempre dritta verso nord portava a Paderno; se invece si girava a sinistra si poteva raggiungere Passirano passando per la Vallosa, oppure fiancheggiando la Baldussa e poi costeggiando per breve tratto l’autostrada si poteva giungere al Barco e poi a Bornato per la stradina che costeggiava la Cappella della “Madonna della Suchela”.

Ma per noi che dovevamo far splendere le nostre catene, erano privilegiate “le rate” (discesa e salita) del ponte dell’autostrada, una in discesa e l’altra in salita: il fondo di questo tratto di strada sembrava fatto apposta ed era lì che noi passavamo e ripassavamo con il massimo impegno, trascinandole più volte in su ed in giù, finchè non eravamo soddisfatti del risultato: le catene dovevano diventare non solo pulite dalla fuliggine, ma anche lucide e splendenti. A piccoli gruppetti di tre o quattro amici, si partiva a passo veloce e molto compresi del lavoro da portare a termine: lo si faceva volentieri perché più che un lavoro veniva inteso come gioco, anche molto divertente. Ogni tanto il nostro procedere si trasformava in veloci corsette per qualche centinaio di metri e poi si rallentava e si riprendeva a passo spedito: la sosta non era prevista, perché non era utile e non serviva allo scopo. Io preferivo la strada che portava al ponte: mi sembrava che proprio quel tratto fosse il migliore, il più idoneo per un risultato soddisfacente; infatti sulla discesa e poi sulla salita e soprattutto con un fondo ai cui margini si raccoglieva un poco di sabbia (proprio quella che ci voleva), e noi che eravamo esperti, trascinavamo lì le nostre catene, che a forza di andare e venire e rotolarsi nella sabbia e nei sassolini non potevano che liberarsi dalla fuliggine ed alla fine decidersi a farsi splendenti di un bel argento vivo … e chi le avrebbe mai riconosciute? Dopo la pulitura c’erano i raffronti per stabilire chi era stato più bravo: ovviamente più le catene erano splendenti ed argentee e più luccicavano, più il ragazzo era stato bravo, e dopo un po’ di confronti e di discussioni, alla fine non vinceva nessuno, perché non si raggiungeva mai l’accordo: tutti erano convinti di essere stati più bravi degli altri … ma questa volta non seguivano liti, perché era la settimana santa ed anche noi ragazzi sentivamo di dover essere meno litigiosi, più buoni e più tolleranti …

E ognuno, con l’intima convinzione dentro di sé di aver vinto, ritornava felice a riconsegnare le catene pulite alla propria mamma, dalla quale raccoglieva con soddisfazione le meritate lodi; una volta slegate dalla corda (con la quale le si aveva trascinate), le catene venivano subito riposizionate nel vano nero del focolare, dove risaltavano ancora di più splendenti e scintillanti.

La sera tanto attesa del Sabato Santo, c’era la Messa di Resurrezione, quella che era preceduta dai riti di benedizione del fuoco, dell’acqua e dell’olio sul sagrato con gran folla soprattutto di ragazzi e giovanotti. Poi entravano tutti in chiesa per la Messa solenne: ricordo che verso le ore 22,30, non appena il Celebrante intonava il “Gloria”, le campane appena slegate, liberavano al Cristo Risorto il gioioso canto del Gloria, un concerto a squarciagola che saliva verso il cielo e si diffondeva felice e portatore di gioia in tutte le direzioni. Noi in casa si aspettava questo concerto esultante delle campane, ed al primo rintocco mia mamma mi ricordava di bagnarmi subito gli occhi con l’acqua del rubinetto e tutti in famiglia lo facevano: perché l’acqua santa che ne scorreva durante il primo scampanio esultante di questa Messa di Resurrezione, avrebbe protetto gli occhi e la vista da qualsiasi malattia.

La Chiesetta annessa alla casa e sua ristrutturazione.

All’inizio degli anni cinquanta, io ero molto piccolo, ma ricordo bene che mio padre diede avvio alla ristrutturazione di una chiesetta settecentesca, costruita proprio nel 1700-02 ed annessa alla casa, ma da molto tempo ridotta a magazzino ed in pessime condizioni. Terminato il restauro, che perdurò un paio di anni, la Chiesetta venne inaugurata e consacrata dal Vescovo di Brescia Giacinto XIII il 5 ottobre 1952, alle ore 14,30, durante una sua visita pastorale a Ospitaletto: al mattino il Vescovo aveva cresimato 40 bambini. Ho viva nella mente l’immagine di mio padre Arturo che va incontro al Vescovo sulla strada fuori dalla Chiesetta e si inginocchia per baciargli l’anello pastorale …

Ricordo che poco dopo i lavori di recupero, lì si sposarono le mie due sorelle, e ricordo che i miei facevano celebrare regolarmente, un paio di volte all’anno, la S.ta Messa: il 24 maggio (giorno di S.ta Maria Ausiliatrice) ed in novembre la messa per i defunti. All’inizio degli anni novanta, sarò io a riprendere e completare la ristrutturazione di questa chiesetta, “un vero e proprio gioiello”, come ebbero a dire sia don A. Fappani, che don G. Donni, quando la visitarono.

Cresciuto quindi in un paese di campagna, man mano nasceva in me la consapevolezza di un rinnovato stupore con quanto la terra produceva grazie al cielo, alle nubi, alle piogge, al lavoro e alla fatica dell’uomo, sempre sorretta da precise regole. La Provvidenza non aveva (e non ha) sembiante, ma faceva (e fa) girare la ruota delle stagioni e perseguiva il cielo delle benevolenze. Ho imparato, perché me l’hanno insegnato i miei, che nei chicchi di una spiga o di una pannocchia o di un grappolo d’uva, lì dentro ci sono le chiavi di lettura del mondo: ognuno che vuole si può fare la coppia di quelle chiavi e può tintinnarsele vicino agli orecchi, ogni qualvolta ne senta il bisogno, per ricavarne conferme, forza d’animo, rinnovati propositi, coraggio e speranza … luna e sole facevano la loro parte come se si dessero il cambio, perché così era e così è la consegna. Le mie notti erano gremite di stelle ed io mi ritrovavo ad essere spesso un pallido contemplatore di lune …

Qui, dove un tempo avevano nido usignoli e merli e tenevano orchestra i grilli, dove possedevano cielo le rondini, granai il fieno, calde penombre le vacche, nidi sicuri sotto i coppi i passeri e lunghe abbaiate alla luna dei cani da pagliaio, qui c’erano anche le ragazze di allora, quando la loro virtù era color di perla, quelle bocche di limpidi sorrisi, quella freschezza di fioritura … in quelle magnifiche notti di plenilunio sulla pianura bresciana, i miei occhi salivano in alto, verso il cielo pieno di stelle: dalla terra al cielo, dal basso verso l’alto, gli occhi all’insù: nessun suono … solo lo sterminato clangore del silenzio … forse la luna era solo il pretesto per guardarsi dentro e parlare con l’anima, per avere il coraggio di confessarsi e vedersi un po’ perduto in quello sgomento cosmico: in quei momenti di contemplazione l’alto ed il basso si confondevano fino a inebriare il pensiero nel flusso cosmico del tempo, nel quale cercare e forse trovare una benedetta soluzione all’enigma della vita. Il buio della notte coperta di stelle è un grande mediatore di emozioni ed un facilitatore di pensieri …

Insomma sono nato e cresciuto in questa casa con giardino, abitato da molti vecchi tassi (quelli che producono i musignì) e da due magnolie padronali di antica data, ma anche … di interminabile ricambio di foglie (che d’estate toccava pure a me raccogliere); al giardino si poteva accedere anche dalla strada tramite un sobrio, ma elegante cancello in ferro battuto, antico anche lui, alto, tutto a lance innocue, che veniva aperto solo in rare occasioni. Nel giardino c’erano tante aiuole, tutte diverse tra loro: incantevole quella delle peonie, rosa porcellana, e rigogliosissima quella delle ortensie, anche loro rigorosamente rosa, che mia mamma aveva fortemente voluto; una lunga aiuola di mughetti ed una più contenuta e riservata di ciclamini, voluta dalle mie sorelle; ed infine i grossi vasi di oleandro con fiori rosa. E dunque, cresciuto in questo ambiente, sono diventato studente liceale tra l’alternarsi delle stagioni, i richiami d’amore, le finestre spalancate sul giardino interno, le sontuose lune d’estate, il dopo dei temporali discesi con impeto dal monte Guglielmo o dal colle San Fermo (le famigerate “sarneghére”, durante le quali il vento sembrava talora scardinare alberi, tetti e comignoli …), o momenti tra lo studiare il latino di Lavinia per l’indomani o il greco di Nausica per la volta dopo.

L’Istituto Cesare Arici di Brescia: le medie ed il ginnasio-liceo.

Le vacanze di Natale e quelle estive.

Infatti, dopo le elementari del paese, fui mandato per le scuole medie, il ginnasio ed il liceo classico, all’Arici di Brescia, Istituto fondato e collocato nel Palazzo Martinengo Cesaresco in via Trieste da Giuseppe Tovini nel 1885 e dedicato al poeta neoclassico bresciano Cesare Arci, l’autore del carme “Il cimitero di BS”. L’Arici morto nel 1836 compose quasi di getto il carme sepolcrale e lo pubblicò nel 1823 per i tipi di Niccolò Bertoni, lo stesso che aveva pubblicato “I sepolcri” del Foscolo, nell’aprile del 1807.

[L’edizione dell’Arici fu dedicata all’architetto bresciano Rodolfo Vantini che dal 1815 lavorava alla realizzazione dell’imponente cimitero cittadino in purissimo stile neoclassico. Pur non raggiungendo le vette liriche di altri poeti che si erano cimentati sul medesimo argomento, il valore poetico di questo componimento va ricercato nelle convinte valenze di fede, non presenti e non ravvisabili nei più celebri ed illustri precedenti, e neppure negli interventi dei suoi concittadini: Galvani, “La notte dei morti al camposanto di Brescia” e Nicolini, “Meditazioni sul 2 novembre”. Nel carme cimiteriale di Arici, la splendida maestà del Cristo risorto preannuncia la successiva redenzione della carne. Ne segue che nel Camposanto di Brescia, novella Santa Croce (echi e richiami foscoliani!), riposano idealmente la scienza di Benedetto Castelli e il genio artistico del Moretto, le grandi azioni delle famiglie Patrizie. Al termine del carme l’Arici inserisce uno squarcio pittorico di indubbia suggestione, spaziando sulla veduta complessiva della città dei morti, considerata non un luogo di orrore e di struggente angoscia, bensì occasione di preghiera, dettata da nostalgia e non da disperazione. Il sole che si spegne lentamente fra i cipressi del campo, ha già in sé la possibilità di rinascere, mirabile preludio di giorni migliori. Questo è il canto di speranza di Cesare Arici, uomo semplice dotto e schivo. Ora è sepolto nel cimitero da lui cantato, dimora di anime grandi, che sempre parlano di speranza e di virtù. (La morte è un evento inevitabile. All’uomo resta la possibilità di guardarla in volto e di accettarla. Il tema predominante è il ricordo: i defunti vogliono essere ricordati ed amati perché “nè al tutto muor chi lascia alcun tra i vivi”)].

Io non ero molto d’accordo a continuare gli studi: ero convinto che i lavori manuali contribuivano molto bene a formare il carattere delle persone, che poi si potevano svelare chiaramente, e che questi lavori facessero maturare un ragazzo più che l’andare a scuola, dove si apprendevano un sacco di nozioni, conoscenze, che almeno apparentemente sembravano non servire a nulla: capii più tardi che invece erano importanti a forgiare il carattere e la personalità di un ragazzo, se questi, però, era disposto a metterci anche un po’ del suo (il metodo di studio e la voglia di imparare, basata su forte motivazione personale e senso di responsabilità). Comunque sia, mio padre mi impose che la priorità era la scuola: potevo “perdere tempo” con i mestieri solo nel mio tempo libero dallo studio. E così, convinto che una esperienza lavorativa, mi avrebbe fatto bene, mio padre mi impiegò d’estate a rastrellare il fieno (erba) nei campi insieme ai suoi operai: provai la fatica fisica, così diversa dalla fatica mentale dello studio; mi venne il torcicollo e i calli alle mani: anche questo servì a farmi pensare e riflettere sul mio futuro. La maggioranza dei miei coetanei faticavano nelle officine, negli stabilimenti o nei campi: ed io mi resi conto che chi aveva il privilegio di studiare, lo doveva fare con serietà, con fatica e con senso di responsabilità.

Dopo le elementari, come ho detto sopra, continuai gli studi a Brescia, antica città di nebbie invernali e di afa estiva, con le sue belle piazze e strade con portici e i suoi moltissimi palazzi con cortili interni … La prima volta che mio padre mi portò all’Istituto C. Arici, fu in auto, una Fiat 1100 degli anni cinquanta: non ero affatto felice di lasciare la casa, gli amici, il paese e la mia contrada dei Santi: infatti mi sentivo un po’ mogio ed ero silenzioso; ricordo quel viaggio di andata: io acquattato nell’angolo del sedile, con la faccia incollata al vetro imperlato dal freddo e dall’umidità, meditavo sul mio imminente futuro: il riquadro annebbiato del finestrino mi ricordava le assolate giornate al borgo natio … ormai lontane e forse perdute … proprio allora mi rendevo conto che la terra più cara resta sempre il tuo paese.

Poi, durante le vacanze estive, che trascorrevo regolarmente a casa, ho amato con passione equestre la mia prima bicicletta “da grande”, la diletta bicicletta sportiva con cambio “Campagnolo”, che mio padre mi prese nell’estate per la promozione dopo la terza media. Questa bici mi fu gemella e compagna di vita. Per un lombardo di pianura come me, ma cresciuto ai piedi delle colline della Franciacorta, la bici non era un telaio con ruote, ma un cavallo da arcione con la sua prodezza e con i suoi scarti di umore. Io ero uno di quei ciclisti (un po’ maniaci) che passava lo straccetto di raggio in raggio, una lustratina e via … La bici mi restò come un cavallo di ricognizione dei Paesi circostanti il nostro, con particolare predilezione per quelli in collina, perché dopo la faticosa salita (di usuale percorrenza quella di Monterotondo, ma figuravano anche quelle che chiamavamo le “rate” di Provaglio), c’era finalmente la sospirata discesa, la planata libera senza spingere sui pedali, con l’aria che rinfrescava la fatica, prosciugava il sudore e permetteva di riprendere fiato … e poi l’andare sulle strade di pianura con il vento della spinta ed intento ad ascoltare (che pace del cuore!) il canto degli uccelli, tra i quali mi davano più emozione e mi procuravano un non so quale rapimento, proprio quello delle allodole.

Durante le vacanze di Natale, invece facevo il presepio in casa, raccogliendo il muschio dal parco per fare il “pavimento” alla mia piccola rappresentazione della nascita di Gesù Bambino; conservavo ben riposte le statuine in gesso delle mie sorelle, che prendevo dal ripostiglio in cui erano state sistemate con cura dopo l’Epifania, e le manovravo con cura e delicatezza per non amputarle o spezzarle: ogni anno ne aggiungevo alcune di nuove, in modo da tenere sempre vivi ed aggiornati i vari personaggi della sacra rappresentazione. La capanna invece la costruivo ogni anno diversa a seconda del materiale disponibile che trovavo in legnaia e in giardino.

Ma accidenti! … come volavano via velocemente le vacanze, sia quelle di Natale e Pasqua … ma anche quelle più lunghe d’estate: sembravano appena iniziate ed erano già finite …

La mia scuola dunque era l’Istituto C. Arici, che aveva sede nel vecchio palazzo dei Martinengo, in via Trieste. Varcato l’aristocratico portale, appena entrati, ci si trova in un grande e lungo porticato con grosse colonne di marmo bianco; questo atrio termina a destra con una scalinata imponente che porta in aula magna, una vasta sala di rappresentanza situata esattamente sopra il porticato d’ingresso: al soffitto una sterminata e regolare serie di cassoni di legno, ottimamente ed elegantemente lavorati. A sinistra l’atrio continua in un lungo corridoio che conduce alle aule degli studenti.

Direttore dell’Istituto era don Giuseppe Cavalleri, un colto prelato imbevuto di cultura classica; poi vi erano vari prefetti che controllavano e guardavano le varie classi, uno per ciascuna e regolavano la vita degli studenti … L’Istituto C. Arici aveva scuole interne parificate gestite da insegnanti seri e molto preparati: Luigi Amedeo Biglione di Viarigi che mi dette i primi insegnamenti di latino; Tullio Cavalli e don Sandro Galli mi hanno fatto amare la poesia (la poesia è una delle espressioni del cuore e della fantasia): ho imparato più da don Galli che dai mille scrittori contemporanei; Dario Morelli mi ha fatto capire ed amare addirittura la matematica e poi la fisica …

All’interno dell’Arici vi erano (e vi sono tuttora) ben tre grandi cortili: quello centrale pavimentato a ciottoli (risòl); quello laterale destro era asfaltato e quello laterale sinistro era in terra battuta: era questo il nostro campo di calcio, nelle ore di ricreazione o di educazione fisica …

Lì, nel vetusto collegio “Cesare Arici” ho sperimentato le prime elettrizzanti e emozionanti vibrazioni nell’incontro con la cultura storicizzata e con la Verità in continuo avvicinamento e graduale acquisizione; lì ho imparato che l’incontro con la Verità non è solo conquista delle menti umane lungo il diagramma dei secoli, ma ho capito soprattutto che è deposito sacro della Rivelazione. Da questa scuola, che si chiama sdegnosamente privata ed è classica nel più ampio significato della parola, ho tratto parte della mia strutturazione intellettuale e morale: proprio in questo ambiente si è creato in me, credo, un soddisfacente connubio tra scienza e fede.

L’avvocato Giuseppe Tovini, nella congerie massonica dell’800, volle nell’istituto Cesare Arici, una scuola cattolica, a cui il nome del poeta accademico concesse palliativi agrodolci per abbonire i fautori dell’educazione di Stato. Lì nelle cinquecentesche sale di rappresentanza, adorne di stucchi e di affreschi in stile pompeiano o vigilate da sgargianti immagini della gloria mitica e trionfale dei tempi (vi apparvero agli inizi dell’ottocento sotto il pennello di Manfredini e di Teosa), lì dentro congiunto con la presenza immutata delle figure dipinte, sapevamo presente lo spirito del Foscolo, “ospite avventuroso di casa Martinengo, collezionista di grazie femminili e suscitatore magnanimo di entusiasmi poetici”, come ebbe ad insegnarci il prof. Sandro Galli. Qui ebbe fugace dimora il cantore dei Sepolcri; qui ebbe la sua formazione l’alunno Giovanni Battista Montini, che diventerà papa Paolo VI.

I miei insegnanti.

Per la cronaca, questo Istituto fu gestito fino al 1955 dai Gesuiti ed in seguito dai preti della Curia: mio padre ha voluto che lì, in una scuola cattolica, fosse la mia formazione umanistica e religiosa …

Diversi anni prima vi aveva mandato anche il primo dei suoi figli, mio fratello Pietro, che prese la maturità classica, alla fine degli anni trenta: evidentemente soddisfatto del risultato, mio padre volle mandare anche me, che invece ero piuttosto recalcitrante e non volevo allontanarmi dalla mia casa e lasciare la famiglia, gli amici, il paese, anche se poi la distanza dalla città era davvero ridicola.

Infatti la mia giovane vita cambiò: ore e ore di applicazione, pochi svaghi, prefetto che garantiva la disciplina, preti latinisti e grecisti ed insegnanti laici di matematica e fisica: tutti incompatibili con gli sconti, esigevano rigore, adottavano il pugno quasi di ferro: o adattarsi al nuovo “regime scolastico” e al suo metodo di studio … o subire la rinuncia e la sconfitta, cosa che avrebbe dato forte dispiacere ai miei; accettai la sfida e mi adattai, anche se a malincuore. Soltanto diversi anni dopo, capirò di aver fatto la cosa giusta. Tanto giusta, che ora sento il piacevole dovere di ricordare quei miei insegnati, che non solo mi trasmisero le nozioni che costituivano i programmi scolastici della Riforma Gentiliana, ma mi inculcarono i valori fondamentali della nostra cultura: fede, senso del dovere e della responsabilità, rispetto del prossimo, quindi senso etico della vita: tutti loro, ognuno per la sua parte, formarono il giovane ragazzo e ne fecero un uomo pronto ad affrontare la vita. Eccoli i miei indimenticabili insegnanti:

Luigi Amedeo Biglione di Viarigi, aristocratico ed elegante insegnante di italiano e di latino alle medie

Tullio Cavalli, docente di italiano latino e greco al ginnasio (Cavalli e Galli mi hanno insegnato ad amare la poesia …); ricordo la sua ansia di togliere il velo a questo mistero che è l’uomo; è ancora vivo in me il suo insegnamento, che era vivacissimo ed estroso e nel quale insieme ai tesori del sapere antico, comunicava se stesso ed i valori in cui credeva: basti citare il suo libro “Isonzo infame” del 1983…

Don Sandro Galli, docente di italiano e latino al liceo (mi ha insegnato a scrivere in un italiano discreto ed accettabile); la sua idea di cultura voleva essere una adesione completa e sempre meglio chiarita e cosciente alla Verità; per lui il fuoco segreto della sua esistenza era il desiderio di Dio e l’amore alle lettere e queste due passioni cercava di unificare nella sua personalità di sacerdote. Don Galli amava ricordare una frase di Pèguy: “dopo i santi, al centro della Chiesa stanno i peccatori”: sempre animato da una sete continua di trovare la Bellezza e la Verità attraverso le ombre delle parole. Nella sua vita di insegnante e di scrittore don Galli si era tormentato attorno alle parole con incredibile caparbietà: una ricerca continua di maggior espressività, di maggior concisione e di maggior chiarezza a cui voleva portare la parola. Per inciso mi piace ricordare che dopo la sua morte sono riuscito a raccogliere tutti i suoi scritti di critica poetica stampati sul Giornale di Brescia in terza pagina con il titolo di “Block notes” e anche molti manoscritti che forse meriterebbero la stampa … questa era la mia venerazione per lui!

Don Angelo Benedetti, docente di greco al liceo; in lui il sapere letterario-artistico e quello teologico armonizzavano bene: per lui la conoscenza profonda della cultura classica è servita per dare testimonianza di credente. A fronte della sua vasta cultura, che ha alimentato di sé moltissimi studenti, era di una modestia quasi esagerata.

Don Enzo Giammancheri, docente di storia e filosofia (col quale ho condotto una lunga polemica sui contenuti etici della storia e della politica, senza mai mancargli di quel dovuto rispetto, che uno studente deve nei confronti del proprio insegnate, anche se di idee molto diverse!). Diventerà anche direttore della casa editrice “La Scuola” di BS.

Gian Carlo Piovanelli, enciclopedico storico dell’Arte! Restano mirabili le sue lezioni, farcite e disseminate di tanti episodi e aneddoti sapienti e curiosi che ci avvincevano e attiravano la nostra attenzione per tutta la sua lezione!

Dario Morelli, docente di matematica, geometria e fisica al ginnasio e liceo (mi ha insegnato a capire ed “amare” la matematica e la fisica). In aula non ha mai fatto cenno alla sua vita di militante partigiano e credo che non l’abbia mai strumentalizzata, a differenza di tanti partigiani o sedicenti tali … che la guerra partigiana non l’hanno neppure sfiorata!

Dei miei insegnanti, che per me furono veri educatori, avrei tanto da dire, ma qui devo limitarmi a manifestare tutta la mia gratitudine per quanto mi hanno dato: i professori e gli insegnanti passano, gli Educatori ed i Maestri restano e per me loro sono stati Maestri; io li ricordo sempre con affetto e gratitudine: nei loro confronti conservo un grande debito di riconoscenza, anche perchè oggi vedo in giro moltissimi insegnanti e professori, ma pochissimi educatori e ancor meno maestri …

C’era poi il Padre Spirituale dell’Istituto, che raccomandava la castità a 15 – 16enni che avrebbero voluto tanto conoscere “l’amor che a nullo amato amar perdona” e ardevano di desideri ad alta compressione … correvano veloci i lontanissimi anni cinquanta … si andava verso gli anni sessanta … anche loro veloci, troppo veloci ed ora … lontanissimi …

Le aule erano anche lì di volte alte, i dormitori ampi e sale con una trentina di letti, le finestre spalancate tutto il giorno; di notte gli stanzoni dei dormienti (le camerate) avevano le lampadine blu e si sentivano 30 modi diversi di russare. Nel cortile interno dell’Istituto, pavimentato con rissöl (acciottolato, selciato di sassi rotondi), un fontanile d’acqua gelida e una vasca muscosa. L’Aula Magna con imponenti ed eleganti affreschi settecenteschi alle pareti e grandi cassettoni di legno al soffitto.

E intanto … sospiravo di lontananza dal borgo natio … anche se era dura e mi costava (era tutto tempo sottratto agli affetti famigliari e … alle partite di pallone con i miei amici della contrada!), mi applicavo quanto bastava per far bene gli studi: il metodo da me adottato mi era stato insegnato da mia madre e consisteva nell’alzarmi col buio ogni mattina d’autunno, d’inverno o di primavera che fosse, perché “la mente fresca e riposata assimilava meglio” quello che si doveva imparare e sapere. Credo che sia stata proprio questa scuola privata, questo ambiente scolastico (insegnanti, compagni di classe, severità didattica, rigore sui valori e sui principi), che mi ha formato e mi ha fatto diventare quel che sono (nel bene e nel male): è proprio a questo Liceo Classico che devo tanto! In seguito, all’Università e anche dopo, durante tutti gli anni di lavoro ospedaliero, la mia mente ritornava spesso e volentieri a quegli anni e rievocava con compiacimento e nostalgia l’ambiente severo e rigoroso, ma sereno, e la sua privilegiata atmosfera ricca di tensione culturale e formativa!

Ancora adesso, ricompare frequentemente nei ricordi il ginnasio-liceo Arici: riascolto con nostalgia la colonna sonora di quei giorni parlati e vissuti, tutti frammenti della memoria …

Titire tu patulae recubans sub tecmine fagis … l’aoristo passivo … un corpo immerso in un liquido … fainetai moi kenos isos theoisin… ille mi par esse deo videtur … aeneadum genitrix hominum divomque voluptas, alma Venus … Guido io vorrei che tu Lapo ed io … infandum regina iubes renovare dolorem … chiare fresche e dolci acque … oh belle agli occhi miei tende latine … tramontata è la luna e le Pleiadi a mezzo della notte … fero, fers, tuli, latum, ferre … asteres men amfì kalan selannan … amor ch’al cor gentil ratto s’apprende … amor ch’a nullo amato amar perdona … amor condusse noi ad una morte … bell’alba è questa, in sanguinoso ammanto oggi non sorge il sole, un dì felice prometter parmi … il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma … Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella mente … sempre caro mi fu quest’ermo colle … placida notte e verecondo raggio della cadente luna … tu ne quaesieris scire nefas … a egregie cose il forte animo accendono … panta rei … fresche le mie parole nella sera … menin aeide thea Peleiadeo Achileos … le donne i Cavalier l’arme e gli amori … Felice te che il regno ampio de’ venti … Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa … quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia … orao, opsomai, opopa … fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza … s’erge la rupe sul canuto mare, inebbriata di suoni ineffabili e di vento e di libero spazio, e di quel sapore, strano all’uomo, ch’è il sapore del nulla … siccome quando in ciel tersa è la luna e tremole e vezzose a lei d’intorno sfavillano le stelle … forse perché della fatal quïete tu sei l’imago … mesci odorosa dea rosee le fila … e così via …

I miei compagni di scuola e alcuni amici.

A questo punto, vorrei ricordare alcuni compagni di scuola (ma io preferirei chiamarli “Camerati”, a prescindere dall’insito significato politico che questo termine racchiude!), anche solo per evocare i tempi trascorsi insieme al ginnasio liceo e tuffarmici dentro:

Bianchi Federico, Ferrata Ersilio, Maffei Bernardino, Filtri Luigi, Negretti Enzo (che mi ritroverò per alcuni anni come anestesista all’Ospedale di Rovato), Perini Norberto, Pilotti Franco, Ribola Angelo (che continuai a vedere regolarmente in ospedale perché faceva il Collaboratore Scientifico di una Casa Farmaceutica), Viganò Giovanni e Zola Carlo (che ritrovai all’Università di Parma mentre frequentavo il corso di Specializzazione in Chirurgia Generale: lui era interno in Patologia Chirurgica e diventerà primario di Chirurgia all’Ospedale di Desenzano). [Mi accorgo di averli elencati con il cognome che precede il nome, proprio come era abitudine degli insegnanti in classe quando facevano l’appello!]

Ci splendeva in corpo una giovinezza di fremiti e voglie, l’università era vicina, il Castello subito lì, la Maddalena azzurra oltre i Ronchi; le ragazze, fiori di serra, portavano capelli lunghi ben pettinati, sapevano di Sofocle e d’amore. Vivere esaltava e pareva peccato che il blu delle notti separasse l’esaltazione dei giorni. Eravamo un liceo privato cattolico della nostra città: l’Arici, di via Trieste; l’altro, statale e laico, l’Arnaldo, in fondo a via Magenta. Tra le due strutture scolastiche (i due licei), una sana reciproca rivalità. Noi scherzavamo quelli dell’Arnaldo definendoli “saponette dell’Arnaldo” e loro ci rendevano la pariglia chiamandoci “saponette dell’Arici”.

Venivo a scuola con Alberto Vaglia e Luigi Filtri, perché abitavano poco distanti da me (durante il ginnasio e il liceo ero ospite di mia sorella Liliana e di suo marito Lorenzo) in un quartiere a Nord della città, vicino a Borgo Trento. Aurelio Biasio (altro componente del nostro ristretto, ma affiatatissimo gruppetto di amici), veniva invece da Porta Venezia, signorile quartiere a sud-est della città: al mattino ci si trovava insieme in classe; tutti avevamo cartelle pesanti e gonfie di classici, di matematica e di fisica. Prima di salire in aula ci si fermava nella Cappella dell’Istituto, vicinissima all’entrata degli studenti: tutte le mattine, prima delle lezioni, veniva celebrata la Santa Messa e noi spesso riuscivamo a parteciparvi. Aurelio, di eloquio forbito e sempre elegantissimo, in classe occupava sempre il posto nel terzo banco dietro il mio, che era il secondo della fila centrale: sempre la stessa posizione fin dalla quinta elementare, per quante aule abbiamo cambiato; aveva ed ha l’hobby della filatelia (trasmesso anche a me) e dell’antiquariato (stavolta non mi sono fatto contagiare); ma soprattutto aveva (ed ha) una mano felicissima e facilissima nel disegno e nella pittura, tanto che diventato medico radiologo continuò a coltivare questa sua inclinazione e passione: partecipò a molti concorsi di pittura riservati ai medici “artisti”, sia cittadini che nazionali, ottenendo sempre ottime posizioni e spesso risultando tra i primi classificati.

Alberto era figlio di un professore di lettere antiche che fu per molti anni direttore dell’Ateneo di Brescia, il rinomato prof. Ugo Vaglia; ed essendo cresciuto in una famiglia che alimentava i figli a latte e cultura umanistica, spruzzava un aristocratico ma bonario sapere da tutti i pori; ora anche lui in meritata pensione, segue le orme del padre, coltivando il pallino della ricerca storica locale con particolare riguardo alla Valle Sabbia, da cui erano originari i suoi avi paterni … in classe era seduto nel terzo banco della fila a destra della nostra (mia e di Aurelio); mentre Luigi Filtri era figlio di un ingegnere progettista dell’OM, che aveva agganci stretti e diretti anche con la sede centrale della FIAT di Torino; Luigi era sicuramente il primo della classe, ma non si dava arie di piccolo genio e la strada che facevamo insieme per ritornare da scuola, lo fece entrare nel nostro gruppetto di amici, oltre che di compagni di classe: lui occupava un posto nel secondo banco nella fila a sinistra della nostra.

Nel silenzio che si è fatto stamattina dentro di me, mi ritrovo verso un posto non lontano, e comincio a salire come sempre una rampa, due rampe di scale: giro il pianerottolo, le porte di legno chiaro sono aperte, si vedono file di banchi, ci sono anche lavagne di un nero opaco e i ghiribizzi di gesso le ravvivano; qualcuno ha cancellato male, restano tracce di parole greche e poi numeri arabi, code di equazioni, e lì vicino alla lavagna, la cattedra sulla predella impolverata, le carte geografiche raggrinzite agli orli appese alle pareti bianche. Non c’è nessuno; torno da solo al mio liceo classico, cerco un’aula, mi pare di ritrovarla anche dopo anni di università, dopo la laurea e la specializzazione, l’oblio delle cose, e anche dopo i continuativi impegni in ospedale. Siedo sulla predella della cattedra e fisso i banchi: risulto colmo di voci e fisionomie, veleggio all’indietro. Sono ritornato alla fine degli anni 50 e agli inizi degli anni 60.

Noi liceali di allora amammo vistosamente, ma discretamente, quelle ragazze nostre coetanee, così soffuse di lirica greca, e ci prese il loro abbigliamento sobrio ed elegante: gonna sotto il ginocchio, camicetta a maniche lunghe e minuscolo colletto di pizzo bianco, talora lunghe le trecce, vaporosi i capelli e adorabili le voci; queste erano le compagne dei licei della città, protagoniste dei nostri sogni leciti o temerari; tutte avevano il pudore e l’attenta custodia di sé medesime, la grazia del riserbo: quel loro stile elegante ma modesto, che tanto ci piaceva. Quelle composte ragazze apparivano luminose per la virtù che le adornava, e del tutto affascinanti per quel suadente rigore che il dono mai contraddetto della femminilità suggeriva ai gesti, alle parole, al tratto, ai quieti silenzi e alla più fresca allegrezza.

L’Università di Pavia e la laurea in Medicina e Chirurgia.

Con alcuni compagni di quella scuola siamo rimasti amici, proprio con quelli, coi quali già allora si era sviluppato un reciproco saldo e continuativo affiatamento: s’è capito che sto parlando di Aurelio e di Alberto: tra di noi ci si verificava e controllava l’un l’altro i compiti, ci si scambiava gli appunti e talora studiavamo anche insieme: sono gli stessi che hanno intrapreso insieme a me (ed io insieme a loro), lo stesso medesimo corso universitario, essendoci tutti iscritti, dopo la maturità classica, al corso di laurea in medicina e chirurgia nella stessa Università, quella di Pavia; non solo, ma vivendo da studenti tutti i giorni a fianco uno dell’altro, nello stesso appartamentino, preso in affitto per sei lunghi anni (la durata del corso), l’affiatamento tra noi non poté che rinsaldarsi ulteriormente … e l’amicizia diventare profonda, fraterna ed inossidabile.

Sono stati duri gli anni a Pavia! si partiva da casa la domenica sera oppure il lunedì mattina presto e si ritornava a fine settimana per trascorrere il sabato e la domenica a casa.

Soltanto negli ultimi due anni del corso di laurea ci andavamo in auto all’Università: io con la vecchia berlina “Alfa Romeo Giulietta 1300” azzurra del ’56 ed Aurelio con la 750 Fiat coupè: ci alternavamo a settimane alterne ad utilizzare le auto una volta Aurelio e l’altra volta io: ci sembrava di avere il mondo ed il futuro ai nostri piedi … ma eravamo abbastanza coscienti che era solo una giovanile illusione. Anche perché la dura realtà quotidiana del corso di studi, ci richiamava alla concretezza e all’impegno continuativo degli esami da affrontare e superare.

Devo dire che a Pavia era molto elevato il livello di preparazione, perché gli studenti interni dei Collegi Universitari (e lì ce n’erano diversi!) per poter rimanere in Collegio, dovevano garantire una media di votazione molto alta e quindi noi, “studenti in libertà” (non sottoposti alle regole restrittive dei Collegi Universitari), dovevamo affrontare, nostro malgrado, una dura competizione, piuttosto stressante e continua, perché durante le prove d’esame, anche a noi non collegiali, ci veniva chiesta una preparazione in linea con la media dei “Collegiali”, gli studenti dei Collegi.

Ma ce l’abbiamo fatta! Siamo arrivati così tutti e tre, nei tempi prescritti, alla laurea tanto sospirata: era il 1969! Io presentai la mia tesi di laurea (sulla biosintesi degli acidi nucleici: DNA e RNA, che da pochi anni erano stati scoperti: argomento allora d’attualità) in una piovosa giornata di novembre di fronte a due “mostri sacri” della medicina: il mio relatore era il prof. Giuseppe Pellegrini (Clinico Internista) e il controrelatore era il prof. Emilio Storti (Clinico Ematologo), entrambi di fama mondiale!

Subito dopo iniziava un altro periodo della nostra vita: allo studio, che doveva per forza proseguire durante tutta la professione, si aggiungeva l’impegno del lavoro in ospedale con i malati ricoverati: Alberto scelse un reparto di medicina, io uno di chirurgia generale con annessa sezione di ostetricia ed Aurelio entrò in un servizio di radiologia dell’Ospedale Civile di BS; ed allora tutti e tre abbiamo riscontrato personalmente sulla nostra pelle come fosse vero il detto “gli esami non finiscono mai”: infatti gli esami dell’università continuavano con la specializzazione ed iniziavano ben più severi ed impegnativi quelli di ogni giorno al letto degli ammalati e per me anche quelli in sala operatoria.

Con i miei compagni di scuola, viviamo insieme un’amicizia che dura da più di cinquant’anni (dalla quinta elementare). Tutti e tre abbiamo fatto il lavoro che ci piaceva e che andavamo vagheggiando ai tempi del liceo: Aurelio è diventato Primario di Radiologia, Alberto Primario di Malattie Infettive ed io di Chirurgia generale e poi di Medicina d’Emergenza Urgenza e Pronto Soccorso. Ma anche con i miei compagni d’infanzia, quelli delle partite di pallone o delle arrampicate sui pini, l’amicizia non si è mai interrotta, anzi dopo la raggiunta pensione, s’è ravvivata e rinsaldata, anche se la nostra frequentazione saltuariamente andava incontro a delle pause o interruzioni per la scuola o per il lavoro.

Ho conservato tutti i libri del liceo e tutti quelli dell’Università. Mi è capitato spesso di doverli riprendere in mano, quelli del liceo, per rinfrancarmi lo spirito rileggendo i poeti o gli scrittori preferiti: … i miei amati Pascoli, Foscolo, Leopardi e Capasso ed altri ancora …; quelli dell’università, invece, per fare il punto, la sera, sulle pagine del Testut (anatomia topografica degli organi e dei loro rapporti) e del Dogliotti (tecnica chirurgica e operatoria), su cui l’indomani si doveva intervenire, per verificare certe conoscenze già acquisite e sedimentate, ma liberarle da incertezze, trarle dal dubbio, rinsaldarle e renderle sicure … bisognava sapere perfettamente e prevedere in anticipo, che tipo di intervento eseguire e quale tecnica più appropriata da adottare, anche se poi al tavolo operatorio talvolta o spesso il riscontro diretto del quadro patologico ti costringeva a cambiare decisione …

Una delle prime cose che acquistai con i primi stipendi ospedalieri, fu un pianoforte verticale, compatto e contenuto (un Ibach), dal suono dolce, melodico e preciso, che da allora mi divenne compagno, e subito ci demmo del tu; io di sicuro l’ho strapazzato e maltrattato, musicalmente parlando, ma l’ho custodito con grandi propositi, sempre disattesi, con grandi voglie, mai soddisfatte, e gran sentire d’animo. Finché deluso dagli scarsi risultati seguiti ai ripetuti tentativi da autodidatta, nei primi mesi del 1980 mi son rivolto al maestro Marino Claudio Moretti di Erbusco (niente a che fare con i Moretti delle bollicine!), che a quel tempo dava lezioni di pianoforte e col quale sono poi diventato amico. Oggi Marino è direttore del coro del teatro La Fenice di Venezia, dopo essere stato direttore del coro al Teatro Regio di Torino … io ce la mettevo tutta nell’impegno (nonostante la poca predisposizione naturale) … lui ce la metteva tutta nella pazienza e nell’incoraggiamento … ma la chirurgia pretendeva troppo dal suo Aiuto Chirurgo in quell’Ospedale di Rovato … e ho dovuto, seppur a malincuore, rinunciare … a diventare l’Arturo Benedetti Michelangeli di Ospitaletto … ecco l’ho detta!!! Ospitaletto ha perso sicuramente un potenziale, quanto improbabilissimo pianista; la chirurgia dell’Ospedale di Rovato, ha acquisito un chirurgo in più … forse un discreto chirurgo generale … Chissà quanti perderanno la poca stima che avevano di me! È fatale presto o tardi ciascuno si toglie la maschera e si rivela quale è. Io, un pianista mancato!

Sul piano nero dello strumento, sono posizionate alcune importanti fotografie in cornici d’argento: i miei genitori, il giorno della laurea a Pavia insieme a mio padre, mio nonno paterno Piero Bortolo, quando era carabiniere a cavallo a Roma, ed alcuni amici d’infanzia, da pochi anni defunti.

Oltre alla musica e a questi tentativi mal riusciti, di estrarre le amate melodie dal Pianoforte, da adulto, i miei altri interessi extraprofessionali sono stati la poesia (quante volte ritornavo ai miei poeti preferiti, specialmente quando avevo bisogno di pause di riflessione per ricaricare e rigenerare le batterie …), la matematica (in particolare la teoria dei numeri) e la fisica nucleare e subnucleare, dove mi sembrava che proprio lì fossero indovate, anche se ben nascoste, le leggi ed i segreti più insondabili (e quindi più affascinanti) di come è stato fatto il mondo. Grazie a queste piacevoli frequentazioni (apparentemente, ma solo apparentemente, tanto distanti e diverse), sono riuscito a scovare i collegamenti esistenti tra i contenuti di questi diversi campi della conoscenza e della cultura (poesia, matematica, fisica), trovandone il sottile, ma tenace e ben intuibile filo, una specie di vero e proprio comun denominatore, costituito dalla bellezza e dalla logica di Chi ha creato il mondo. In tutte queste diverse espressioni e manifestazioni della realtà, se uno guarda e scruta bene, e se oltre a guardare, vuol vedere, può trovare il mistero che le racchiude e forse riuscire anche a decifrarlo. Due cose infatti mi hanno sempre affascinato: la bellezza scientifica e la bellezza poetica. Condividere le espressioni dei sentimenti realizzate con eleganza estetica e con precisione lirica (anche se io non ci riesco!): ecco l’opera della poesia e dei poeti; e condividere con i ricercatori la descrizione logica e razionale di come è fatto il mondo in cui viviamo: vuol dire condividere la scienza con gli scienziati. Quanto ho appena detto, credo meriti una spiegazione, per non apparire oscuro né misterioso: la scienza cerca la bellezza più intima che proviene dall’ordine armonioso delle parti e che l’intelligenza e la sensibilità dello scienziato è capace di afferrare. La poesia discopre e canta la bellezza che colpisce i sensi, la bellezza della qualità e delle apparenze (forme), ma anche la bellezza dei rapporti arcani e nascosti della realtà e della verità. Tra la scienza e la poesia esiste una relazione comune, anche se profonda e ben nascosta, che viene ricercata ed espressa sia dallo scienziato che dal poeta: la meraviglia davanti alla bellezza del creato e della vita … e così giungiamo al punto cruciale del rapporto tra bellezza e verità, ben definito da John Keats: “Bellezza è Verità, Verità è Bellezza”. (conclusione dell’Ode “sopra un’urna greca”). Tautologia apodittica, esattamente come l’”Io sono colui che sono” riferito a Jahvè. Ecco perché non c’è questa apparente discrepanza o incompatibilità tra l’amore per la poesia e l’interesse per la scienza: entrambe infatti hanno per oggetto il Vero ed il Bello, la Verità e la Bellezza; bisogna soltanto aprire il cuore e la mente per riuscire a scoprirle!

Ma ritorniamo a me e al mio lavoro.

Il Lavoro: all’Ospedale di Rovato, nella Divisione di Chirurgia.

La specializzazione all’Università di Parma in Chirurgia Generale.

Per quanto mi riguarda, dopo la laurea, trovai subito il lavoro all’Ospedale di Rovato nella Divisione di Chirurgia Generale, con annessa Sezione di Ostetricia e Ginecologia … e così venni avviato dal mio maestro Franco Francesconi alla specializzazione di Chirurgia generale, che conseguii presso l’università di Parma nel luglio 1974 con il prof. A. Peracchia, con il prof. P.Goffrini (Clinica Chirugica) e con il prof. G. Caccia (Chirurgia Pediatrica), discutendo una tesi di Specializzazione sulla “pneumobilia” (presenza di aria nelle vie biliari) e suoi segni clicnici.

Tutti sanno, per averlo visto al cinema o in tv, che i Chirurghi, quando sono in sala operatoria, a tutte le latitudini, umiliano il naso e la bocca sotto la mascherina: nel Centro Operatorio di Rovato, nel piccolo ma efficientissimo Ospedale di Rovato, l’equipe di chirurghi ed infermieri era militarizzata: tutti conoscevano perfettamente i compiti a loro assegnati e da svolgere. La grande lampada scialitica rotonda a 6-8 luci che pendeva dal soffitto ed illuminava sul tavolo chirurgico il “campo operatorio”, ben delimitato e protetto, per mantenerlo sterile; poi … tutto un succedersi di ferri lucenti, bisturi, forbici, portaghi, venti pinze diverse, divaricatori, dita di gomma, garze, batuffoli montati su pinze, fili infilati su appositi aghi e aghi posti in appositi portaghi.

Il primario chirurgo, prof. Francesco Francesconi, impugnava ogni attimo la situazione, la controllava, la dominava, l’esaltava, la dirigeva senza un cedimento e usava con i suoi sottoposti ed aiutanti lo scudiscio verbale, la folgore della riprovazione, la sibilante menzione di demerito … se l’aiuto al tavolo operatorio aveva un solo attimo di ritardo nel perfetto sincronismo dell’azione chirurgica, a ogni piccolissima imprecisione nell’uso e/o nell’adozione di uno strumento o nell’esecuzione manuale di una manovra, a ogni innocente calo di concentrazione, Francesconi con voce perentoria, che la mascherina non soffocava, urlava ai reprobi: “insomma, allora!”. Non diceva più di così, non spiegava, non correggeva; l’unica sanzione che doveva mettere chiunque in riga si fondava su due sole parole maiuscole, roventi, replicanti, reiterate e sparate a vista, dalla sua cattedra di primario di chirurgia di un piccolo ospedale dell’ovest bresciano … quella voce di Francesconi, così imperiosa, che non ammetteva repliche, talora mi risuona ancora nella mente … Ma al di là delle sue sfuriate, Franco Francesconi fu grande Maestro di Chirurgia, di quella Chirurgia con la C maiuscola, che non tutti hanno avuto la fortuna di poter vedere, conoscere ed apprendere: infatti gli interventi che si eseguivano in quel piccolo Ospedale di Rovato, accanto a quelli ordinari e routinari, erano anche di alta e altissima chirurgia: i professori passano, i Maestri restano. Francesconi, a sua volta, era stato allievo del grande prof. Peracchia, primario di Chirurgia all’Ospedale Civile di Brescia, ed era amico fraterno del figlio Anacleto, Direttore della Cattedra di Patologia Chirurgica dell’Università di Parma.

Il prof. Francesconi quando ogni mattina entrava in Reparto, voleva essere subito ragguagliato ed aggiornato sulla situazione del suo Reparto: su eventuali problemi insorti durante la notte ai pazienti ricoverati e sui pazienti nuovi entrati, che noi assistenti dovevamo aver già rilevato e risolto in un mattiniero “pre-giro visita”: insomma l’assistente di turno (se non voleva iniziare male, molto male, la giornata) doveva relazionare con precisione e senza approssimazioni lo status quo dei pazienti mediante una dettagliata e circostanziata relazione clinica. Dopo di che o si andava in sala operatoria per le operazioni programmate secondo la lista stilata la sera prima, oppure si procedeva al giro visita ufficiale, quello con il Primario, ed allora era meglio che lui non riscontrasse difformità o discordanze rispetto a quanto da noi esposto!

Fu lui ad insegnarmi che per fare il chirurgo generale, non bastava sapere a memoria la tecnica chirurgica, bisognava conoscere a perfezione anche l’anatomia topografica, la fisiopatologia, l’anatomia patologica, la clinica chirurgica ed altrettanto bene anche la farmacologia; soprattutto quest’ultima, che in quegli anni settanta, i chirurghi generalmente trascuravano o consideravano secondaria: insomma bisognava essere prima di tutto un ottimo medico internista generale. Nel corso poi della mia vita professionale ebbi modo di verificare sempre come questo assunto risultasse vero e fondamentale.

In corsia, il giro visita si faceva spesso due volte al giorno, al mattino per visitare ed inquadrare gli ammalati nuovi entrati, per controllare gli operati e medicarli quando necessario e per dimettere quelli che potevano recarsi a domicilio (e quindi compilare il cartellino e/o lettera di dimissione); nel tardo pomeriggio il giro visita serviva soprattutto per controllare gli operati del mattino e visitare i nuovi entrati durante la giornata. Al letto degli ammalati, dopo l’anamnesi, era d’obbligo la visita con l’esame obiettivo molto scrupoloso: Francesconi non ci avrebbe perdonato nessuna negligenza e “nessuna dimenticanza”: sempre le mani sull’addome a tutti i ricoverati e lo stetoscopio incollato sul torace … Alla fine della giornata, la fatica così dura, che c’era posto soltanto per la gioia di averla compiuta. Talora, qualche grazie da parte dei pazienti e dei loro famigliari: erano queste le nostre soddisfazioni professionali, insieme alla gioia delle operazioni ben eseguite: l’artigiano (e un chirurgo lo è) godeva quando il maestro, il Primario, gli faceva intendere che il suo manufatto, il suo lavoro di mani e di testa risultava ben fatto.

Dopo che Francesconi se ne andò in pensione, io sentivo molto viva dentro di me la sua eredità professionale … e questo comportava una grande responsabilità e che io bene percepivo … e nei suoi riguardi mi convinsi ancor più che i professori (o i capi) passano, i maestri di chirurgia restano! Ci tengo a ripeterlo, perché il prof. Francesconi fu un grande maestro di chirurgia …

Nonostante il duro e difficile lavoro, un giovane medico/chirurgo, che aveva veduto determinate situazioni di dolore e/o di sofferenza, che si era trovato a gestire casi in cui era necessario intervenire chirurgicamente per rimediare a una situazione pericolosa (che lasciata a sé sarebbe diventata irrecuperabile), salvare una vita umana e ridare speranza, non poteva smettere … sentiva di dover continuare … quella era la sua vita, il suo lavoro … spesso mi capitava di operare anche di notte, urgenze chirurgiche o ostetriche, e passare la notte quasi senza dormire; mi riposavo un paio di ore prima di ricominciare al mattino; bisognava scordarsi di avere una vita propria. Per alzarsi alle due e mezzo di notte e correre in ospedale perché un paziente stava male, occorreva qualcosa di più della propria competenza tecnica. Sapevo, perché mi era stato insegnato e perché lo intuivo da me, che chi si affida al medico non chiede solo competenza professionale, ma vuole essere guardato e ascoltato e vuole soprattutto percepire con certezza di essere nella mente e nel cuore del medico-chirurgo che lo cura. L’amore per la vita, così fortemente radicato dentro noi medici, si esplica e si manifesta soprattutto nella professione con il desiderio di portare un aiuto diretto e immediato a chi soffre.

Per me e per tutti gli altri colleghi chirurghi, era una grossa soddisfazione entrare in Sala Operatoria per iniziare e portare a termine un’operazione in modo corretto e tecnicamente ineccepibile, sia in condizioni di elezione (di programmazione), che ancor più in situazioni di urgenza o di estrema urgenza (o emergenza), allorchè le condizioni del paziente erano molto critiche e tutto dipendeva dal tuo intervento al letto del malato e dal tuo operare (dal modo come veniva condotta quell’operazione) … ma, devo dire che personalmente mi procurava altrettanta soddisfazione partecipare in corsia, o magari gestire in prima persona, il giro-visita dei pazienti ricoverati: visitarli, valutarli, formulare una diagnosi e quindi prescrivere una terapia per dar sollievo alle sofferenze, sicuro che chi di dovere (i nostri infermieri) l’avrebbe subito somministrata scrupolosamente; oppure porre in prima persona una corretta e tempestiva indicazione all’intervento chirurgico d’urgenza, che voleva dire fare una diagnosi esatta e tempestiva. Questa soddisfazione, che assomiglia molto alla gioia, rimane nonostante la fatica, le delusioni, la difficoltà di fare il chirurgo negli ospedali di questo paese (di questa regione), in cui tutte le amministrazioni (i comitati di gestione o le direzioni, che dir si voglia), che si sono succedute dai lontani anni settanta e ottanta, sono state più attente agli aspetti economici o politici, che non agli aspetti attinenti la qualità delle prestazioni, la sicurezza e le condizioni dei ricoverati; questi cosiddetti “gestori” (direttori sanitari, direttori amministrativi, direttori generali) spesso dimenticavano, e sembra che tuttora dimentichino, che il loro compito principale è quello di facilitare l’attività ed il lavoro del medico e degli infermieri, per renderlo più sicuro e qualificato, in modo da garantire e migliorare l’assistenza ai malati stessi. Negli ultimi anni s’è aggiunta anche la giusta necessità di limitare o evitare gli sprechi e su questo siamo tutti d’accordo; evitare gli sprechi non significa però ridurre o togliere anche il necessario e l’indispensabile …!

Amore per la vita, amore per i malati, desiderio ed impegno a combattere la sofferenza, e una buona dose di curiosità per il mondo che ci circonda: poi cos’altro serve per fare il medico? intelligenza quanto basta (solitamente nella media), predisposizione e attitudine personale abbastanza, sensibilità e determinazione tanta, comprensione della sofferenza dei malati e voglia di aiutare chi soffre, ed infine un bel po’ di spirito di servizio e … di sacrificio. Che cosa spesso abbiamo noi medici in più: superbia, arroganza, infantilismo, egocentrismo, rivalità, difetti che spesso ci caratterizzano, soprattutto quelli di noi, che hanno inteso la professione medica non come servizio, ma come attività imprenditoriale da far rendere … Devo però subito aggiungere che “questi difetti” non sono caratteristici ed esclusivi della classe medica: tanti altri professionisti, in tanti altri settori del lavoro e delle professioni, ne sono affetti a dosi industriali e a tutti i livelli …

La prima cosa bella che avverte un chirurgo, cioè che lo conforta e gli da grosse soddisfazioni personali e professionali, è di sentire la grande responsabilità legata alla sua professione e perciò di prendere coscienza di essere impegnato in un settore dove sono richieste elevate conoscenze e in cui il fattore tempo è determinante … Noi chirurghi dobbiamo essere dotati di altri tre fondamentali supporti: il cuore, il buon senso e la disponibilità pressoché incondizionata. Nessuno sarà mai né un buon medico né un buon chirurgo, se non riuscirà col buon senso a governare le decisioni che spesso scaturiscono dal cuore. Poi ancora, le scelte di vita e la progressione di carriera, spesso in conflitto con famiglia e figli e la necessità di imparare cose diverse, che nessuno ci aveva mai insegnato, neppure all’Università: come amministrare un budget, come scrivere un lavoro scientifico, come impostare e concludere una ricerca clinica o sperimentale, come giudicare un collaboratore, come diventare manager in sanità, come fare formazione agli adulti, ecc. Ma limitandoci al campo professionale: le scelte importanti e le decisioni cliniche prese in situazioni d’emergenza: come e quando porre un’indicazione chirurgica, quale tipo di intervento chirurgico eseguire, quando è il momento più opportuno e tempestivo per eseguirlo in base alle condizioni del paziente: e queste dovrebbero far parte del normale bagaglio culturale, professionale e umano del Chirurgo; e poi … e poi ci sono le grandi questioni veramente importanti, come la deontologia, la fine della vita, il rispetto del malato, combattere o almeno lenire la sofferenza e così via. Si tratta di argomenti così importanti (e che dovrebbero interessare tutti gli uomini, non solo i medici!), che ho esposto altrove il mio pensiero in appositi capitoli, ai quali rimando il lettore che fosse interessato.

Restava poco tempo per studiare, per leggere un articolo scientifico, per l’aggiornamento, per eseguire la revisione critica di casi clinici: ma siccome lo studio e l’aggiornamento non si poteva tralasciare né trascurare, allora si rubava spazio al tempo libero e alla famiglia … tant’è vero che come padre, sono stato un pessimo padre … perché ho dedicato poco tempo ai miei figli; mi rendo conto di non aver dedicato loro il tempo che in coscienza era necessario per crescerli, per guidarli, per indirizzarli. Mi rendo conto di non aver dato loro tutto ciò di cui essi avevano bisogno. Durante il mio lavoro, mi ritrovavo ad essere maestro, guida, educatore più per i miei giovani collaboratori, che ho incrociato nella mia carriera, che per i miei figli e lo verificavo calcolando anche solo in modo asettico la quantità di tempo che trascorrevo con loro. Mi sembrava infatti, alla fine della giornata, che avevo dedicato più tempo ai miei collaboratori (con i quali passavo quasi tutta la giornata) che ai miei figli, che vedevo solo la sera, quando loro erano stanchi o indifferenti o avevano voglia di uscire e pensare ad altro che alle mie domande, alle mie attenzioni e al mio interessamento …

E infine: annessa alla Chirurgia a Rovato, c’era la Maternità, che faceva nascere bambini e bambine dalle mamme dei paesi vicini, tutte di occhi dolci. Ero troppo testimone della vita per non saperla apprezzare e rispettare il soffio della meraviglia dovunque si manifestasse.

Dalla Chirurgia al Pronto Soccorso.

Dopo la chiusura (loro la chiamavano “riconversione”) dell’Ospedale di Rovato (e la prima vittima fu proprio la nostra Chirurgia), io e l’equipe chirurgica fummo spostati (in verità “sbattuti”) nel Pronto Soccorso di Chiari, dove pur con tanto magone e con tanto rammarico, decisi di rimboccarmi le maniche e di adattarmi alla nuova attività, cercando di farla nel migliore dei modi … non del tutto nuova, perché noi medici e chirurghi di quell’Ospedale di Rovato, facevamo molti turni di guardia in PS e perciò la nuova attività non era affatto nuova: prima, a Rovato, la facevamo saltuariamente frammezzata alla nostra prevalente e specifica professione chirurgica; ora a Chiari la dovevamo fare a tempo pieno: in pratica, solo turni di guardia in PS! È stata dura dover abbandonare (così all’improvviso, non per tua scelta, ma per decisioni di altri) la tua specializzazione; è stata anche frustrante dal punto di vista professionale: ma ce l’abbiamo fatta, anche perché sono riuscito a trovare nel nuovo lavoro le giuste motivazioni, riflettendo che comunque fare il medico di PS in situazioni d’emergenza, nonostante fosse altrettanto stressante, poteva essere anche molto stimolante ed era una nuova sfida da affrontare e vincere. Inoltre lì a Chiari, si trattava di riorganizzare ex novo tutto il servizio di pronto soccorso e d’emergenza-urgenza, che proprio in quegli anni a livello internazionale e nazionale stava subendo grosse trasformazioni e nuovi adattamenti, secondo modelli operativi che si stavano diffondendo un po’ dappertutto nel mondo occidentale: per cui, oltre agli aspetti specialistici professionali, si doveva affrontare, progettare e realizzare anche la nuova organizzazione del servizio: anche questa era una nuova sfida ed era molto stimolante. Infatti in Pronto Soccorso l’organizzazione del sistema è altrettanto importante della competenza professionale degli operatori, perché qui interviene ed è fondamentale il fattore tempo.

Quando nel 1998 diventai primario responsabile non solo del PS dell’Ospedale di Chiari ma di tutto il settore dell’emergenza urgenza dell’Ovest bresciano (Ospedali di Orzinuovi, di Palazzolo, di Rovato, di Iseo), dovetti affrontare i delicati aspetti inter-relazionali, di interconnessione e di integrazione delle varie strutture, di questa vasta zona, tra loro così diversificate e con tutta la loro storia sulle spalle.

Una cosa di cui vado particolarmente fiero, come Responsabile del PS, è stata la creazione e l’attivazione nel Presidio Ospedaliero di Chiari della Scuola IRC (Italian Resuscitation Council = Consiglio Italiano di Rianimazione), che aveva il compito di insegnare ed allenare sia i professionisti della sanità, che le persone non addette ai lavori, sul BLS e BLSD (Basic Life Support – Defibrillation: vale a dire supporto di base delle funzioni vitali e defibrillazione, nei casi di morte clinica per arresto cardiaco); questa Scuola è stata la prima in provincia di BS e la terza in Regione Lombardia: posso dire di essere veramente orgoglioso del lavoro fatto! …

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Il tempo libero, o almeno, quel poco che c’era.

A proposito del tempo libero, era necessario, e lo avvertivo chiaramente, ritagliarmi dei brevi spazi da dedicare al riposo fisico e mentale, allo stemperamento delle tensioni, al recupero delle energie necessarie per continuare … ed io lo facevo ricorrendo ai miei classici, ai miei poeti e scrittori prediletti, oppure ascoltando della bella musica (quella che per me era bella, s’intende! … quella che mi rilassava, quella che raggiungeva il cuore e mi dava forti emozioni e la giusta carica). Ma riuscivo a raggiungere questo scopo anche buttandomi in letture approfondite di questioni matematiche appena dimostrate o ancora aperte, oppure tenendomi aggiornato sulle nuove scoperte della fisica nucleare e subnucleare: mi affascinava (e tuttora mi affascina e mi coinvolge) moltissimo questo misterioso e meraviglioso mondo dell’infinitesimamente piccolo: non c’era quasi mese che non venissero individuate particelle nuove, che andavano interpretate, capite e collocate nel posto giusto, accanto alle altre già note: una specie di tavola periodica delle particelle subnucleari … tutti pezzettini di un puzzle che si stava sempre più ampliando e forse completando …

Ecco le mie letture preferite: prima di tutto i “miei” poeti, quelli che amo e che sento più vicini a me: i classici della letteratura greca, latina ed italiana; i saggisti e gli scrittori contemporanei, che torno spesso a rileggere ed anche a meditare; ma una menzione particolare la devo per l’amato Giovannino Guareschi, di cui ho tutti gli scritti pubblicati, che traboccano di una grande e spontanea umanità, che ti coinvolge ed alla fine ti fa sentire più buono e più tollerante verso il prossimo; del tutto recentemente, da tre o quattro anni, da quando sono in pensione, mi sto interessando anche pubblicazioni di storia locale del nostro Paese, della nostra Città e della nostra Provincia.

Per quanto riguarda la musica, oltre alla quella classica (romanticismo tedesco e decadentismo, Mahler fra tutti), preferisco ascoltare, perché mi emozionano di più, le opere liriche di Puccini (che conosco quasi a memoria), ma anche (… e nessuno si scandalizzi …!) le operette, che sentivo canticchiare in casa da mia madre, e mi sono sempre piaciute anche le commedie musicali americane ed italiane. Dopo il ginnasio, ho imparato ad amare, il “soul and blues” (l’amatissimo Ray Charles, “the Genius”, di cui ho molti dischi e CD); la sua voce calda e straziante allo stesso tempo e le sue infinite modulazioni mi trasmettevano (ed ancora mi trasmettono) una struggente e fortissima emozione che finisce per avere un benefico effetto catartico e liberatorio di fronte alle difficoltà e le avversità della vita, riconciliandomi con essa e facendomela amare (la vita) ancora di più.

Ma non posso certo tralasciare quella che è stata la colonna sonora della mia giovinezza: la musica popolare dei meravigliosi anni 60 e 70: Modugno, Mina, Battisti, e tanti altri; d’altra parte, cresciuto in una famiglia che aveva una sacra venerazione per la lirica e la bella musica italiana, non poteva essere diversamente. Si sarà capito che la musica è stata una compagna in tutte le fasi della mia vita, sia in quelle liete che in quelle dolorose, nonostante, come dicevo altrove e qui devo ribadire, sono nato stonato, sono sempre rimasto stonato e morirò stonato!

Unica eccezione: della musica sono “allergico” al jazz e ai rapper; proprio non riesco a capirli e quindi a sopportarli: sarà una mancanza mia … nessuno è perfetto! Nel primo c’è solo virtuosismo; nel secondo non c’è niente, solo esibizione e presa per i fondelli di chi li ascolta! Io la penso così e nessuno cerchi di farmi cambiare idea … sarebbe tempo perso per lui e per me!

Giovanni Guareschi.

Visto che ho nominato G. Guareschi, vorrei dire su di lui due parole soltanto: questo fiero parmigiano e grande italiano, di una sconfinata umanità, indimenticabile scrittore che utilizza un vocabolario di duecento o trecento parole, questo scrittore ha scritto veri e propri capolavori, puntualmente e regolarmente ignorati e sdegnati dai sapientoni e sapientini della “cultura” italiana, sicuramente insensibili e refrattari alla sua immensa umanità e alla sua geniale capacità di coinvolgere e commuovere il lettore, ma anche restii alla sua grandissima arte e poesia, dalla quale essi sono così lontani … solo perché ne sono completamente privi … !

Ma lasciamola bollire e ribollire nel suo livore, la cultura ufficiale, quella conformista e cosiddetta progressista, quella del “pensiero unico”! Parliamo degli altri italiani, tra cui mi ci metto molto volentieri anch’io, che in tale cultura non si riconoscono, parliamo delle persone libere e non succubi o contagiate dall’ipocrisia del conformismo dilagante: ebbene, per tutti noi leggere Guareschi vuol dire assaporare e godere il piacere di rinfrancarci lo spirito, sollevarci il morale, alleviarci la sofferenza e riconciliarci con l’umanità. Tra le altre cose, Guareschi inventò per i comunisti di stretta osservanza, i militanti duri e puri, inossidabili, tutto cellula, lotta di classe e bandiera rossa, l’epiteto di “trinariciuti”. Tuttavia al di là della battuta che racchiude questo epiteto, io credo che Giovannino sapesse molto bene che tanti rossi, come Peppone del resto, “erano uomini nostrani con profonda rispondenza del suo sentire. Per questo, li avrebbe voluti diversi e infine affrancati dall’inganno politico che pativano accettando di farsi massa e così sottoporsi, all’obbedienza pronta, cieca, assoluta”. La scrittura di Guareschi più che a scegliere le parole con arte o a enunciare in modo rigoroso dei concetti, mira ad arrivare direttamente al cuore e alle cose. Certo le parole, senza essere mai ricercate, sono sempre splendidamente efficaci e proprie; i concetti offerti senza inutili compiacimenti, sono tutti limpidi e giusti. Forse nasce di qui il caso insolito e curioso di un Autore che sa conquistare la simpatia e l’apprezzamento di milioni di uomini di ogni ceto sociale e di ogni latitudine, ma ha sempre faticato a farsi prendere sul serio dagli addetti ai lavori, dai letterati e dagli intellettuali autoreferenziali del Bel Paese. Guareschi ama, ricerca e in ogni pagina insegue ciò che è reale. “E questa, a ben riflettere, è la ragione della sua oggettiva, intrinseca e quasi involontaria religiosità: perché (non dobbiamo mai dimenticarlo, nonostante l’allergia della cultura dominante) tra tutti i reali, il più reale è Dio. E non solo Dio, ma anche Cristo nel quale tutte le cose sussistono. Così capita di scoprire in questi racconti folgorazioni teologiche degne dei più profondi pensatori cristiani”. Così dice il cardinale G. Biffi e continua: “Quelli di Guareschi sono senza dubbio personaggi preconciliari; mai nessuno potrebbe affermare che non ci sia dialogo tra Don Camillo e Peppone. Il dialogo è anzi la sostanza stessa della loro leggendaria vicenda. Ogni giorno essi si incontrano, si confrontano, misurano con straordinaria libertà di spirito le loro rispettive convinzioni”.

A titolo di esempio e a conferma di quanto sopra ho appena scritto, desidero riportare quello che scrisse l’Unità sulla morte di Guareschi, ecco: “E’ morto lo scrittore che non era mai nato!” … questa frase, meschina, vigliacca e insulsa, si commenta da sé e squalifica in toto sia i “cosiddetti giornalisti” che l’hanno scritta, che il giornale che l’ha pubblicata! La politica e la cultura ufficiale dell’Italia di allora, ebbero una gran fretta di seppellire Guareschi, di non sentirne più parlare, di toglierselo dai piedi.

Ma Baldassarre Molossi, direttore della Gazzetta di Parma, scrisse il giorno dopo un articolo che si intitolava: “Italia meschina”; eccolo: “L’Italia meschina e vile, l’Italia provvisoria (come Guareschi con amara previsione la definì nel 1947), ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale, oltre che del suo attuale provincialismo culturale. L’Italia ufficiale lo ha ignorato, neppure un commesso della Camera o un usciere del Senato … Qui in Italia, più che altrove, l’ingratitudine e l’ipocrisia degli uomini sono più grandi della misericordia di Dio. Il suo (di G. G.) messaggio, ignorato e rifiutato dagli intellettuali, è stato invece compreso dalla gente comune; e la sua gente è venuta ieri a dirgli addio. Gli altri non contano!”

Interessi e passioni.

Che altro di me? Avevo (ed ho) in gran dispetto sia il volare che il navigare, quelle poche volte che sono salito in aereo, ho esecrato la debolezza d’essermi imbarcato. Invece fin da ragazzo ho sempre amato guidare l’auto: ho imparato a guidare sui trattori che venivano a lavorare nei campi di mio padre, osservando come facevano quei contadini che erano venuti per tagliare l’erba o per arare … poi a 18 anni compiuti, ho migliorato le mie performances su una seicento a scuola guida (quanto mi piaceva la seicento, quella che richiedeva la “doppietta” per cambiare le marce!), e dopo aver preso la patente, mi allenavo sulla berlina Alfa Romeo Giulietta del 1956, di colore azzurro chiaro, di mio padre. Ah, quante scorribande su quella Giulietta! Da ragazzo mi piaceva anche viaggiare, ma solo in automobile; in auto sono andato spesso in Germania, ospite dell’amico Claus a Francoforte: là ho girato in largo ed in lungo quella meravigliosa regione …

Stando però alla moda di oggi, secondo molti benpensanti, ho sicuramente viaggiato poco, troppo poco … ma per me è stato sufficiente, avevo molto altro da fare … i miei interessi (… e non parlo di soldi!) e le mie motivazioni non si trovano in giro per il mondo, bensì sono profondamente radicati nel mio paese di nascita ed in quello di lavoro!

Ora che ho appena finito di scrivere queste righe (siamo nel 2013), scende la sera ed è una buia sera padana, colma di ombre e pochi lumi oltre le siepi, nella campagna del paese,… non c’è la luna questa notte … ed Ospitaletto, con le sue case (sempre di più) e la sua campagna (sempre di meno) e con il cielo nero che lo sovrasta, risulta avvolto nel buio … per fortuna, in giardino c’è un abete di molti Natali prima, che mi aveva regalato Costanza e che avevo messo subito a dimora in terra nella giusta pisizione: ed ora svetta alto nel cielo … e ci sono anche due ippocastani provenienti dalla collinetta della Chiesa di Santo Stefano e del Cimitero di Sale di Gussago, dove sono stati sepolti alcuni secoli orsono i miei antenati … anche loro, i due ippocastani, si proiettano rapidi e inflessibili verso l’alto, verso il cielo …

Ancora qualcosa di me.

Ritorniamo a me; parlare delle mie idee e delle mie convinzioni, è parlare di me. Mi sono sempre sentito “homo faber”: essendo stato un chirurgo generale, non potevo che essere un artigiano: per questo ho attrezzato una “stanzetta da lavoro” con ferri da falegname e alcuni da fabbro ferraio (come dicevano una volta) … chiavi, ferri, bulloni, viti, seghetti, trapani, lime, pinze, sempre risoluto a cimentarmi in ogni fai da te. Ma accanto a questa attività manuale, da artigiano autodidatta, mi è anche sempre piaciuto scrivere e fare il pensatore in esclusiva: avere idee e coltivare ideali miei, adattati e personalizzati sulle mie convinzioni, rigorosamente in contrasto con il pensiero comune dominante, quello di moda, quello allineato con il conformismo imperante; e con l’andar del tempo, col passare degli anni ho acquisito una saggezza consapevole e mi sono convinto sempre più che i miei ideali e le mie idee sono quelli giusti … e continuo a pensarlo tuttora.

Infine un argomento difficile: mi sono sposato nel 1970 e da questo matrimonio sono nati due figli maschi: il primo nel 1972 (Arturo, nome di mio papà) e l’altro nel 1980 (Alessandro): entrambi non sono sposati, ma vivono ancora in casa con la loro madre.

Purtroppo, dopo quindici anni di matrimonio, il rapporto con mia moglie è entrato in una crisi irreversibile, tanto che finalmente abbiamo preso il coraggio di separarci nel 1996.

Che dire di questo mio matrimonio finito? Dopo i primi anni che sembrava andare via lisci, ha iniziato ad entrare in una crisi sempre più seria fino a diventare irreversibile. Le colpe? Di entrambi, quando le cose non vanno, i demeriti vanno distribuiti su entrambe le parti, chi più chi meno: ma sicuramente le mie colpe sono maggiori, anche se ora è inutile e superfluo usare il bilancino. È finito: e non sono neppure in gioco valutazioni di valori personali; viceversa forse si logora il rapporto di coppia tra marito e moglie, prende sempre più importanza il modo diverso (forse molto diverso) di concepire la vita e stabilire le sue priorità ed il modo diverso di intendere i propri doveri e le proprie responsabilità all’interno della famiglia, specie nei confronti dei figli e della loro educazione e formazione. E quando in queste cose la visione è diversa, o lo diventa, quando poi non collima ma diverge pericolosamente, allora la convivenza diventa assai problematica.

Tuttavia le cose, anche se non vanno bene, per un po’ si trascinano e si sta a vedere; poi quando ci si accorge e si prende atto che la china è irreversibile, si inizia a cercare soluzioni sicuramente le meno drammatiche e le meno dolorose, tali che abbiano la minor ripercussione possibile soprattutto sui figli.

È ovvio che questo percorso non è liscio ed indolore: la tua coscienza, la tua educazione rigorosamente cristiana e la morale che ti è stata instillata dentro fin dalla tenera età, i dubbi, i sensi di colpa, i rimorsi: tutti questi stati di animo ti condizionano, ti frenano, ti impongono pause di riflessione, che possono essere peggiori anche delle soluzioni drastiche.

È necessario molto tempo per metabolizzare tutta la situazione venutasi a creare ed accettarla, è difficile farsi una ragione del fallimento e superarlo … bisogna elaborare quanto ti è capitato ed accettarlo ed infine affrontare una nuova diversa situazione che si va prospettando.

E poi il tuo ambito dei famigliari, parenti, amici e conoscenti vari; la tua professione, nella quale eri sicuro di aver profuso le tue energie migliori e di esserti sempre impegnato al massimo per esercitarla con disponibilità, dignità e rispettabilità e forse anche onore … e poi, e poi … la gente! Puoi dire fin che vuoi che non ti interessa, che te ne puoi anche fregare, tanto chiacchera lo stesso; e però ti da fastidio, ti ruga dentro molto sentire che sta spettegolando e sparlando di te … Per quanto le persone ti possano vivere vicino, o essere inserite nel tuo ambito di conoscenze, non riescono a cogliere con piena chiarezza e lucidità la tua situazione; tanto meno sanno cogliere lo stato d’animo travagliato e confuso; figuriamoci poi quelle persone che parlano e sparlano senza alcuna cognizione di causa, per il puro piacere di spettegolare.

Ed allora ti rassegni, perché non trovi soluzioni a continuare un rapporto che non va …! Non trovi via d’uscita per evitare o far cessare quello spiacevole stato di tensione e di conflittualità all’interno della famiglia, tensione e conflittualità che si palpa fisicamente e che si ripercuote soprattutto sui figli e sul loro fragile equilibrio, proprio durante la fase di crescita per raggiungere la maturità. Ed allora decidi che è meglio dargli un taglio: ognuno per la sua strada, cercando di mantenere un minimo rapporto e un colloquio civile per i figli e per le cose che restano in comune.

E così passi molto tempo a pensare e a ripensare, a chiederti quale sia la cosa migliore per tutti i soggetti coinvolti, specie per i tuoi figli, prospetti soluzioni che poi rivedi e modifichi, mai pienamente soddisfatto di quelle appena scovate … e il tempo passa, passano i mesi e passano gli anni … la tua vita galleggia in un mezzo quasi gelatinoso, apparentemente senza prospettive e forse anche senza speranza di uscirne …

Ma alla fine succede qualcosa: incontri qualcuno che incomincia ad interessarti, che vuoi frequentare per conoscere meglio, e con la frequentazione inizia a far capolino un refolo di speranza e di ripresa di fiducia nella vita e nelle sue prospettive e nelle sue promesse; nasce prima un’intesa, una cordialità, poi un’amicizia, poi un affetto, una complicità che finisce col trasformarsi, in un tempo imprecisato e con modalità segrete ed imperscrutabili e poco definibili, in bene e poi in amore.

Da allora io convivo con un’altra signora, di nome Costanza, che mi sembra essere la donna giusta per me! … e io spero di essere l’uomo giusto per lei!

Il segreto del piacere di vivere con Costanza era (ed è) legato al fatto che mi è sembrato di essere finalmente capito, compreso ed amato. Scoprimmo di avere in comune l’attenzione ed il rispetto per l’intelligenza, la sensibilità e la memoria di chi ha già affrontato la difficile avventura di decifrare il mondo. Frequentando Costanza, io mi sono incamminato nel tentativo delle scelte tranquille, severe e definitive: lei rispetta i miei desideri e le mie “manie”, più di quanto io rispetti i suoi (desideri) e le sue (manie). Io ho amato Costanza quasi da subito: le ho svelato le mie insicurezze, e lei ha accettato di compatire con tenerezza e dolcezza la mia residua fragilità. Infine: abbiamo scoperto il punto della nostra armonia: io sono disposto a ragionare e ad ascoltare le sue idee e le sue opinioni; lei è pronta a lasciarmi decidere! Ora, da quando abita nella casa dei miei qui a Ospitaletto, avendola coinvolta nelle molte mie attività di ricerca, mi rimprovera di averle fatto perdere il piacere della lettura, pur vivendo in una casa-biblioteca … Da pochi mesi Costanza è diventata mia moglie.

Una considerazione finale, del tutto personale. La Chiesa, la Chiesa del “Padre nostro”, non condanni, ma richiami; non condanni, ma comprenda; non condanni ma perdoni, anche e soprattutto i separati e i divorziati … che hanno commesso degli errori e lo sanno; ma hanno anche cercato di porvi un rimedio al loro errore, tentando di farsi una vita nuova … Oggi, di separati e divorziati ce ne sono tanti, e tra loro ci sono anche molti credenti che soffrono la “ghettizzazione” in cui la Chiesa (come istituzione) li ha relegati e continua a mantenerli lontani dai sacramenti, e da altre pratiche religiose. Un atteggiamento incomprensibile, per chi crede che il Cristianesimo sia una religione basata sull’amore … se Dio perdona il terrorista, che ha fatto stragi di innocenti, se perdona l’assassino che ha ucciso suoi simili, perché non perdona i separati ed i divorziati? … perché non li riconosce anche loro come figli del Padre, come persone che hanno fede e che vorrebbero partecipare ai sacramenti come gli altri fedeli, senza essere discriminati come dei reietti?

Questo allontanamento dalla Chiesa, è vissuto con molta sofferenza da parte di chi crede che Dio è Padre di tutti … e tutti perdona … e che Gesù Cristo è stato innalzato sulla croce anche per loro, anche per loro tiene le braccia aperte, forse ancora più aperte e spalancate, proprio per loro …

Ci sarebbe ancora molto da dire su questo argomento, ma de hoc satis! Non voglio addentrarmi oltre in questa tematica, che mi porterebbe lontano dal contenuto di queste ricerche, molto lontano …

I Miei Amici

C’è qualche cosa che renda più ricchi di una cerchia fraterna di amici? Risposta scontata.

Voglio anche ricordare le unioni dei miei amici di scuola e/o di giochi:

L’amico Aurelio sposò Giovanna
L’amico Alberto sposò Elisabetta
L’amico Mario sposò Franca
L’amico Luigi sposò Anita o Anna Maria, come lei vuole essere chiamata
L’amico Battista sposò Franchina
L’amico Valeriano rimase scapolo … finora …
L’amico Piero sposò Ester
L’amico Adriano sposò Antonella
L’amico Giacomo sposò Lisetta
L’amico Claus sposò Donka
L’amico Gino sposò Mariuccia
L’amico Natalino sposò Lucia
L’amico Andrea non si sposò e rimase uno scapolo … ostinato e convinto!

Purtroppo la nostra amicizia portò con sé anche dei giorni molto tristi e dolorosi: la vita è un duro, imprevedibile e ineludibile alternarsi di gioie e dolori; gli ultimi sette amici di questa lista ci hanno già lasciato: ed ogni volta che qualcuno se ne andava, con lui moriva qualcosa anche di noi … ricordo che Piero mi sembrava insofferente e perfino irritato dalla fatuità dei sani che lo visitavano … come fossero delle scimmie parlanti: per prepararsi a morire aveva bisogno di silenzio … Adriano fu il primo ad andarsene in giovanissima età: ha lasciato la moglie che adorava e due bambini ancora molto piccoli, senza avere la possibilità di vederli crescere … ed io rimasi molto commosso ed addolorato, per questa morte così precoce, troppo precoce, e così difficile da comprendere e da giustificare (ma quando mai la morte, precoce o tardiva che sia, da noi viene mai compresa e giustificata???) … Claus iniziò a manifestare i segni del suo male proprio qui a Ospitaletto, quando venne a trovarci durante le feste di Natale e Capodanno … nonostante l’intervento chirurgico, morì nove mesi dopo … Giacomo se ne andò dopo molti anni di una malattia cronica di cui si rendeva ben conto e da qui la sua sofferenza: si ravvisava una profonda tristezza nei suoi occhi, che non volevano rassegnarsi, ed insieme una tacita domanda del perché di quella malattia così invalidante per lui, che era così forte e vigoroso… Gino ebbe una ricaduta fatale della stessa medesima malattia, che al suo esordio lo aveva reso fortunatamente inconsapevole della sua reale gravità … di Andrea porterò sempre con me il prolungato silenzio dei suoi ultimi giorni e lo sguardo smarrito e consapevole di ciò che gli stava capitando, e perciò velato di una muta prolungata tristezza, che forse poteva essere anche accettazione … Natalino, inaspettatamente, chiuse all’improvviso gli occhi estasiati mentre contemplava il “suo” Monte Guglielmo da un privilegiato, quasi personale, poggio della sponda occidentale del lago d’Iseo in prossimità di Tavernola Bergamasca, sicuramente al colmo di una beatitudine, che (io ne sono certo) gli riempiva il cuore e gli faceva straboccare l’anima di serenità e di gioia di fronte a tanto spettacolo di bellezza! Fu un colpo improvviso ed inaspettato per tutti i suoi numerosi amici, che stentavano a credere di non poter più vedere e godere la sua esuberante amicizia!

Mi mancate tutti, amici miei! Abbiamo trascorso e condiviso periodi più o meno lunghi della nostra vita, sia da ragazzi che nell’età adulta … ma ora, la nostra compagnia, e soprattutto la mia vita, senza di voi, non è più la stessa!

Conclusione e considerazioni finali del medico-chirurgo, ora pensionato e molto indaffarato nelle sue ricerche.

Devo dire che durante la mia professione i giorni volavano, passavano settimane e mesi quasi senza accorgermene; ma anche adesso che sono in pensione volano via e spesso mi voltavo indietro per rendermi conto che buona parte della vita è passata a una velocità non prevista; adesso mi ritrovo con i capelli quasi bianchi e con un acciacco nuovo ogni mattina, ma ancora con tanta voglia di vivere e di godere del grande dono che Qualcuno mi ha concesso …

Chi come me ha avuto la fortuna di poter lavorare in due piccoli ospedali della provincia dell’ovest bresciano (Rovato e Chiari), tutto sommato e nonostante le molte difficoltà, ha fatto un’esperienza professionale e di vita unica, irripetibile ed indimenticabile, con grandi soddisfazioni umane e altrettante gratificazioni professionali, ma anche con grosse delusioni e cocenti disinganni, forse umanamente inevitabili, e con profonda amarezza per il comportamento imprevedibile ed inaspettato (sicuramente irriconoscente) … di alcuni collaboratori, proprio di quelli sui quali avevo molto investito dal punto professionale (sia operativo che organizzativo), che avevo coinvolto nel nostro progetto aziendale ospedaliero e con i quali perciò condividevo ogni decisione …; proprio questi, all’improvviso, se ne sono andati in altra struttura Ospedaliera in un momento assai critico, pesante, difficile e forse decisivo per la “vita professionale” degli Operatori medici ed infermieristici rimasti, ma anche della “organizzazione ed operatività aziendale” del Pronto Soccorso di Chiari, tale che avrebbe potuto sorgere il rischio di possibili ripercussioni negative nei confronti degli Utenti di PS (cioè degli ammalati). Ma alla fine, anche questa l’abbiamo superata. Forse se ne sono andati, proprio perché stavamo attraversando un brutto periodo: ma la nave non si abbandona quando sta per affondare … e mi viene in mente Schettino …

Grazie a Dio e al coinvolgimento responsabile di tutti gli altri medici ed infermieri rimasti, ce l’abbiamo fatta, perché abbiamo stretto i denti, ci siamo sobbarcati più turni, meno riposi, più ore di lavoro nella speranza di superare il brutto momento e attendere tempi migliori e più “umani”: i quali in realtà non sono mai arrivati, per la continua riduzione del “budget” attribuito dalla Regione ai suoi Ospedali … però siamo riusciti a raggiungere uno stato accettabile di vita e di lavoro, seppur basato sul fragile equilibrio di compromesso tra le necessità di servizio, quelle professionali e quelle della vita privata: è stata dura, ma con l’aiuto di tutti ce l’abbiamo fatta; e di questo sono grato a tutti i miei Collaboratori che lavoravano quel periodo in Pronto Soccorso: certo, se qualche Direttore Sanitario avesse avuto “i numeri giusti” e le “giuste capacità richieste e necessarie” per fare il suo delicato lavoro (e non solo le giuste raccomandazioni!), le cose sarebbero potute andare molto meglio: prima di tutto per i malati che continuavano ad affluire a frotte, poi per i medici e gli infermieri che li dovevano assistere, ed infine anche per il … buon nome e l’immagine del PS e dell’Ospedale di Chiari!

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Finito il Liceo, con alcuni compagni di scuola, dicevamo: vogliamo fare i medici. E adesso, alla fine della carriera professionale, ora che gli impegni di lavoro sono cessati e viviamo un tempo di raccoglimento e di riflessioni (forse di consuntivi), coltiviamo la voglia di domandarci chi siamo. Abbiamo avuto una vita privilegiata, su questo non ci sono dubbi. Naturalmente ci sono toccati anche i fardelli, che ogni persona deve reggere per le vicende della vita. Ora siamo vecchi, sulle spalle portiamo un bel po’ di anni, che pesano ogni giorno di più, ma eccoci qua ancora in grado di raccontare e di scrivere. Chissà se siamo persone appagate … chissà se siamo persone plausibilmente felici … le nostre amicizie (sia quelle dell’infanzia, che quelle scolastiche e professionali) sopravvivono, come le vere amicizie vissute di vita propria, per cui ogni volta che ci troviamo, abbiamo la sensazione di esserci lasciati non da anni, ma da qualche giorno.

E adesso, io mi accorgo di aver passato una vita al galoppo, cercando di fare al meglio il mio lavoro (non so se ci sono sempre riuscito), pensando mille cose, affrontando mille problemi che riguardavano mille aspetti diversi e concedendomi pochissimo tempo da dedicare a me stesso … e alla mia famiglia.

Il mestiere, che ho cercato di condurre al meglio delle mie possibilità, richiede un continuo esercizio di apprendimento, di riflessione e di revisione critica: quello del chirurgo è un lavoro complesso, un misto di scienza, tecnica ed arte, di esperienza, ma anche di intuizione e di decisioni tempestive; è un mestiere basato su di un patrimonio fatto di conoscenze e di idee che scaturiscono dallo studio, dalle competenze professionali e tecniche, le quali devono però sempre essere rigenerate e riformulate da un processo di studio e di riflessione, quasi “creazione continua, per metà artistica e per metà scientifica”, ma sempre umanistica.

Ho imparato nel corso della mia carriera che il chirurgo durante la sua professione deve procedere in modo tale da “leggere” continuamente e “comprendere” il malato, ogni singolo paziente: una unicità irrepetibile che si trova in un particolare momento molto delicato della sua vita, quando si scopre persona fragile, indifesa, preoccupata e chiede al medico o al chirurgo di non essere mai abbandonato.

Questo mestiere, così complesso e duro e totalmente impegnativo, mi metteva inoltre a contatto con realtà tanto drammatiche e così difficili da sostenere e da comprendere razionalmente nel loro tremendo dolore, che mi trovavo sempre dinnanzi ad un bivio: o riuscivo a scovare delle grandi forze e motivazioni (principi morali e fede religiosa), cui poter attingere quando ero in difficoltà, oppure capivo che potevo rischiare moltissimo … rischiare me stesso. Talvolta infatti la necessità di gestire e controllare in modo consapevole e responsabile quello che accadeva dall’altra parte del letto, al mio paziente, con la sua storia clinica, mi vedeva sconfitto, perchè non sempre mi era possibile comprendere razionalmente, né da medico, né da uomo, il perché alcuni eventi accadevano e dovevano accadere: era facile allora entrare in crisi con me stesso e ritrovarmi con una visione della vita, difficile da riuscire a sostenere. Mi spiego: talora potevo sentirmi responsabile e addirittura in colpa, o in difetto, per eventi che non erano nelle mie mani e che non ubbidivano alla mia volontà (al mio disporre ed operare), la quale volontà invece avrebbe voluto continuamente ragionare e risolvere: capire, curare e guarire. Si tratta di situazioni davvero difficili dal momento che influiscono pesantemente sull’equilibrio emotivo dell’operatore medico e non solo medico: negli occhi dei pazienti e nei loro volti, si poteva leggere spesso lo sconforto, una richiesta implicita di aiuto, di sostegno: i momenti critici ci sono, ma non si può negare che il malato, con la sua sofferenza, possa portarci a non poterne più!

Il mio lavoro aveva una scontata periodicità che si trovava, suo malgrado, a instaurare una sorta di scomoda familiarità con la morte, la fatalità, la perdita, con quanto cioè viene solitamente rimosso dalle persone in salute e indaffarate: si arrivava a un punto in cui il mantenere un equilibrio, un rapporto sano con la sofferenza, non era ulteriormente sostenibile ed era necessario e vitale pensare ad altro, trovare una via di uscita, una pausa di compensazione, un momento di distacco, di tranquilla riflessione, appunto, per recuperare la necessaria serenità e consapevolezza.

La tragicità di alcune patologie poteva aggredire anche noi medici, nostro malgrado: il nostro mestiere logora, perchè se da un lato ci aiuta nella nostra lotta contro la fragilità e la morte (il confine dell’umano) e ci invita a credere che possiamo e dobbiamo farcela, dall’altro non manca di rinfacciarci il nostro limite, la nostra impossibilità, il nostro doverci fermare e riconoscere che siamo impotenti …

La comprensione umana (non solo quelle degli argomenti prettamente scientifici che consideriamo professionali), ma soprattutto quella del significato della vita e dell’esistenza: questa comprensione ha un limite, che a volte detestiamo, perché vorremmo fare di più, vorremmo che tutto ci fosse possibile; si tratta di un limite intrinseco, un limite non solo professionale, ma soprattutto umano: è un confine che il professionista e l’uomo deve accettare, perchè deve capire che non tutto gli è possibile … che la sua volontà di dominare il mondo, eliminando la sofferenza e curando i suoi malati, deve ridimensionarsi ed accettare la sua umanità con i suoi limiti … un rapporto che se sbilanciato, ci mette in grande pericolo, che rischia di investire il nostro lavoro e la nostra vita.

La “compensazione” di cui si avverte il bisogno, viene non tanto da una lotta sempre più agguerrita, con mezzi sempre migliori contro la morte e contro il dolore che sta di fronte a noi, quanto piuttosto dal loro accoglimento, dalla loro consapevole accettazione: se riesco a salvare il mio paziente, non ho vinto, ho solo temporaneamente sconfitto la morte, l’ho solo tamponata momentaneamente e rimandata …

Se il mio paziente invece muore, se il mio agire, con tutti i mezzi e con tutte le mie forze, non è a lieto fine, il chirurgo non ha perso, non ha fallito … perché non può farsi investire da una responsabilità che non è sua e che rischia di diminuire l’importanza della medicina e della chirurgia, di appannare il valore della sua azione, la forza e la bellezza della sua lotta, della sua professione, della sua arte, della sua tecnica, del suo impegno … ed anche della sua umanità.

Nell’acquisire la consapevolezza del proprio limite, senza per questo perdere l’entusiasmo a provare e riprovare sempre, il chirurgo ricorre a degli alleati e a dei compagni di viaggio quotidiani: lo studio, l’allenamento mentale e manuale, l’insegnamento con la soddisfazione di formare nuove risorse e di dare una continuità ai propri sforzi, continuità che sia più ampia del proprio breve orizzonte; può anche giovarsi della condivisione delle decisioni più ardue, quando è possibile … e per me non sempre lo è stato; far parte di un lavoro di squadra, per non essere mai soli nelle scelte tecniche e nelle situazioni di sofferenza, ma anche questo non è sempre possibile …

Mi hanno sempre accompagnato nella mia professione e nel mio lavoro alcune affermazioni di William Osler (1849 – 1919): “Il buon medico cura la malattia, il grande medico cura il paziente che porta la malattia”. Ed ancora: “La pratica medica è un’arte, non un commercio; una vocazione, non un affare; una vocazione in cui il tuo cuore sarà esercitato quanto il tuo cervello. Spesso la parte migliore del tuo lavoro non avrà nulla a che vedere con pozioni e polveri, ma con l’esercizio di un’influenza del forte sul debole, del giusto sul malvagio, del saggio sullo stolto”.

Io non ho mai avuto la cosiddetta “vocazione” di fare il medico, né tanto meno ho scelto di fare il medico perché sentivo dentro di me una predestinazione o una spiccata attitudine a fare il missionario e una vita di servizio e di sacrifici … ma una volta che mi sono trovato in corsia tra gli ammalati, ho capito subito da me, che il mestiere di medico eticamente racchiudeva in sé grandi responsabilità: prima di tutto il dovere di servizio, ossia il dovere morale oltre che professionale di ogni medico di pensare prima di tutto ai suoi ammalati e di mettersi a loro servizio; la sua vita privata, famigliare, doveva venire dopo … senza sconti né senza ma …: avere nelle proprie mani la vita degli altri è un grande onore, ma anche una grande responsabilità: ed il medico chirurgo deve meritare questo onore, dimostrando una grande disponibilità ed impegno responsabile.

Io mi conosco per modo di dire, perché la professione che ho fatto, è stata totalizzante, mi ha scaraventato in storie di vita e di morte altrui. Dall’esperienza della mia vita mi sono rimaste alcune sensazioni che non riuscirò mai a verificare, perciò vado spesso sfogliando indietro la mia vita di uomo. Mi piacerebbe esaminare e sapere la storia impervia del mio procedere per larghe curve verso il possesso della Verità. E capisco che questo tipo di bilancio è perfino inutile. Dio sa con chi ha a che fare. I santi scelgono le ragioni del cielo, le imprimono nella memoria dello spirito e non le diserteranno mai più. Gli uomini come me, vanno e vengono, si accendono per poi intiepidirsi, fanno buoni propositi che poi non sempre riescono a mantenere e tradurre in pratica. In realtà procedono con l’identica lentezza di un seme che deve contare sul suo stesso macerarsi nel buio della terra e attendere i favori del sole e la clemenza delle piogge. Che cosa sono oggi? Dio mio, non lo so … o meglio, io credo di sapere chi sono, ma sono proprio sicuro di essere quel che io credo, o forse mi sbaglio? forse sono altro (qualcos’altro) …?

Ripenso ai tanti momenti di silenzio, che sono riuscito a provocare dentro di me. C’erano anni del mio vivere in cui capitava che affrontassi giornate molto intense per lavoro e per impegni e talora, finalmente, anche qualche giornata di riposo, vera e propria pausa di compensazione, che sfruttavo per ricaricare le energie. Sempre, dopo quel tumulto di ore giornaliere, le sere mi vedevano affranto di emozioni nel raccoglimento del mio studio o della mia camera. Ed allora mi rendevo conto che nulla di quanto sperimentavo nell’arco di un giorno e poi nel buio della notte, era esente dalla presenza discretissima di Dio: bastava volerla vedere, bastava volerla sentire e percepire.

Forse ho preso tutto in confidenza e punto sulla presenza e sulla misericordia di Dio, così come ho contato sull’indulgenza di mio padre. Allora dicevo: “il mio vecchio capirà”. E adesso dico: “Il Signore capirà. Signore, eccomi, mi affido alla tua infinita clemenza. Resto un uomo con la sua storia accidentata. Più che tanto, non riesco a tributarTi, mi offro a mani basse, finisco per dedicarTi il silenzio”.

Sono completamente nelle mani di Dio e a Lui mi affido, “con l’intercessione di Suo figlio Gesù Cristo e della nostra Madre Celeste Maria, verso la quale ho sempre avuto una particolare devozione” (come diceva il compianto e molto stimato don Angelo Crescenti, primo figlio maschio dei miei Padrini di Battesimo). Poi penso: per l’esito finale conta che il cuore, l’intelligenza, il volere, l’esercizio della coscienza, la tempra dello spirito abbiano corrisposto le ansie di Dio, che ci ha resi liberi di scegliere. Nessuno conta più di un altro: tutti, ciascuno per suo verso, siamo collaboratori di un Dio esigente, perché padre della giustizia: il Dio delle stelle.

E questo per quanto riguarda (almeno in parte) il mio rapporto con Lui, il rapporto di ogni uomo con Lui.

La meritata (?) pensione.

Per chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a qua, non ho conclusioni, massime o sagge considerazioni con cui congedarmi, solo un pensiero sulla mia carriera e sulla sua fine: la vita di un medico chirurgo è bellissima, anche se faticosa, talora frustrante e spesso ansiogena. Non potevo neppure immaginare un mestiere diverso: a un certo punto, però, può arrivare il momento di smettere. Nessuno sa quando. Alle volte si sente di essere arrivati alla fine della propria attività produttiva: a me è capitato, dopo quaranta tre anni di lavoro in ospedale, di perdere la voglia di continuare a lottare contro i “sordi e ottusi burocrati”, quelli che comandano e dispongono e che ora sono chiamati “manager”; quelli che spesso sembrano ostacolare (ed infatti quasi sempre ostacolano) l’attività del medico ospedaliero, anziché facilitarla; e allora può capitare di perdere anche l’entusiasmo che hai dentro, annegato e soffocato dalla incompetenza, dalla insensibilità e dall’ottusità di quei burocrati, più sensibili alle raccomandazioni di partito, che alle esigenze del servizio (sanitario); purtroppo sono proprio loro, che continuano a comandare negli ospedali, ed aggiungo, anche se molti (non tutti) sono quasi del tutto privi di preparazione e di capacità! Si noti bene che non mi riferisco a questo o a quel partito, ma a tutti i partiti politici, indistintamente, non di una sola parte! di sinistra, di destra e soprattutto di centro!: nella mia lunga carriera ospedaliera ho visto alternarsi quelli di sinistra e quelli di centro e quelli di destra, ma con grande onestà devo dire che, da questo punto di vista, non ho notato sostanziali differenze, almeno nella loro prassi operativa e nelle sue conseguenze deleterie sul servizio sanitario!

Per i medici che se ne vanno in pensione, ci sono anche altre possibilità, di scrivere e raccontare di scienza, oppure occuparsi di valutare obiettivamente e serenamente il lavoro dei più giovani, oppure come ho fatto io, cambiare del tutto ed iniziare qualcosa di totalmente nuovo, al quale forse non avrei mai pensato. Quello che io ho cercato di fare, è stato di evitare con tutto il cuore di finire come il vecchio professor un po’ rimbambito, che si aggrappa ancora a problemi che non capisce più e finisce per intralciare, anziché aiutare e facilitare, il lavoro dei più giovani (esattamente come i burocrati o manager, che dir si voglia, i quali non sembrerebbero però rimbambiti, ma soltanto incapaci oppure condizionati da fattori estranei). Magari mantenendo un potere accademico, che non privilegia il merito, ma l’appartenenza politica: grossa piaga degli ospedali italiani e anche qui ribadisco: di tutti gli ospedali d’Italia.

Questo, con la mia decisione di andare in pensione, quando ancora la mente ragionava, almeno io l’ho evitato; e devo dire che quando l’ho fatto ero assolutamente consapevole di non essere ancora arrivato alla fase di rimbambimento, anzi di avere ancora qualcosa (o forse molto) da dare alla mia struttura di lavoro, ma non me l’hanno permesso … non ne potevo più … e quindi ho preferito, anziché ingaggiare lunghe inutili e perdenti guerre sante contro chi non capiva o non voleva capire, ritirarmi e lasciare il posto a qualcuno più capace di me di farsi ascoltare e di imporre le sue decisioni. Anche se dentro portavo via con me un grosso “magone” … un grande rammarico: quello di non essere riuscito, come Primario responsabile del servizio, a creare prima una Divisione di Chirurgia e poi un Pronto Soccorso, come li pensavo io e come volevo realizzarli, col preciso ed unico obiettivo finale di migliorare la qualità organizzativa e professionale del servizio stesso a favore del paziente, che noi operatori sanitari, medici ed infermieri, dovevamo assolutamente garantire, senza compromessi di sorta e senza mettere a rischio la sicurezza dei malati.

Ed ora che sono in pensione, mi sono lasciato alle spalle tutte queste problematiche, che spesso mi toglievano la serenità e la tranquillità. Ora è questa ricerca che ha impegnato ed impegna tuttora gran parte delle mie giornate, anche se il ricordo dei miei genitori (i loro ricordi sono una dolce carezza …), dei miei amici, della mia vita scolastica e professionale, dei miei Maestri, dei miei ammalati e dei miei collaboratori (medici e infermieri), mi accompagna ogni giorno perché tutti mi mancano molto. Devo confessare che dopo alcuni anni che mi trovavo in pensione, di notte ho iniziato dei sogni ricorrenti dei miei due Ospedali (Rovato e Chiari), dei miei collegi e infermieri, corsie, letti di ammalati, sala operatoria, stanze di Pronto Soccorso e tutte le varie situazioni in esse vissute. Per fortuna non mi è mai capitato di sognare l’apparato burocratico e amministrativo che intralciava il nostro lavoro …

PS: mentre sto licenziando questa ricerca, mi giunge notizia delle dimissioni di Papa Benedetto XVI: un improvviso senso di angoscia mi pervade l’animo … una specie di sentore, di sensazione epidermica di nuove sciagure … come se venisse a mancare un preciso fondamentale Riferimento (e che Riferimento!).

Io l’ho amato questo Papa. Ratzinger è stato un Grande Papa. Come è stato grande il suo predecessore: il Papa polacco Giovanni Paolo XXIII. Un Papa così grande che in pochi hanno compreso la sua grandezza! … gli altri, forse, lo capiranno quando sarà troppo tardi! Con i cardinali che abbiamo in circolazione, devo solo augurarmi che il nuovo futuro Papa, sia quello di cui il mondo ha bisogno e che soprattutto sia assistito “ininterrottamente e senza la minima distrazioni” dallo Spirito Santo …

[1] Aldo Capasso – Ultimo canto di Saffo: verso 160 e seg.
[2] Aldo Capasso – Ultimo canto di Saffo: verso 164 e seg.
[3] F. Garcia Lorca, Lamento per la morte di Ignazio, 4 Anima assente, vv. 9-10

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