La peste del 1630
RELAZIONE INEDITA
DEL MEDICO BRESCIANO ANTONIO DUCCO
La storia delle pestilenze bresciane, storia che interessa non soltanto la curiosità naturale di chi desidera guardare e conoscere gli avvenimenti lontani, ma l’economia, la statistica anagrafica, il progresso scientifico, i costumi della nostra regione, ha già avuto in questa stessa raccolta notevoli contributi, nei diari e nelle relazioni dei vari cronisti del quattrocento e del cinquecento.
Ma quella della peste del 1630 — della quale cade in questo anno il terzo centenario — resta anche a Brescia, come a Milano, «un tratto di storia patria più famoso che conosciuto»
L’Odorici se ne sbriga in tre sole pagine (vedi) e raccoglie qualche spunto dagli inediti diari del Bianchi e da una relazione del medico Antonio Ducco, che egli però non conobbe nell’integro originale latino, ma solo nelle poche parti fatte conoscere dal Gambara in una sua molto libera e inesatta, versione italiana.
La peste di Milano ebbe il suo storico diligente e quasi immediato nel buon canonico di S. Maria della Scala, D. Giuseppe Ripamonti, che dieci anni dopo i tristi casi della mortale epidemia pubblicava i suoi cinque libri De peste quae fuit anno 1630; ma ebbe soprattutto la fortuna di un volgarizzatore insuperabile in Alessandro Manzoni, che ne fece un caposaldo tragico della catastrofe del suo romanzo storico.
La peste bresciana non ebbe narratori così efficaci e sicuri; resta ancora quasi ignorata, sepolta nella leggenda, confusa e incerta, nei particolari, non ha molte relazioni contemporanee ma solo qualche scarso e fugace accenno. In molti paesi è ancora vivo il ricordo dei Morti della peste e anche il loro culto perdura in edicole o cappelle sperdute sui monti o nella pianura, nei Lazzaretti improvvisati nell’aperta campagna, con tende o con recinti di legno coperti di paglia, luoghi isolati che diventavano ospedali e cimiteri insieme; ma sono tradizioni orali, forse anche ampliate o deformate, come avviene spesso, sulla bocca del popolo, che ama le aggiunte e i rifacimenti della leggenda.
Molte e interessanti notizie si potrebbero raccogliere intorno a questa tragica sciagura in ogni paese, e dalle statistiche spaventose emergerebbe la vastità e la gravità dà contagio, che ha decimato anche il nostro territorio, fermando per molti anni ogni attività economica è ogni progresso demografico.
A Rovato, grossa borgata che nel 1610, secondo il Catastico queriniano, contava 6000 abitanti, le vittime del contagio fatale furono 2500; la popolazione ridotta quasi a una metà ancora nel 1650. vent’anni dopo la moria, era di soli 3800 abitanti. I resti mortali delle vittime furono raccolti in una tomba comune nell’antica chiesa parrocchiale di S. Stefano. Su quella tomba si legge ancora in una breve epigrafe il bilancio spaventoso di quella ecatombe:
HIC – MAIORUM – TUORUM
CORPORA SERVANTUR
MMD
QUAE – LUES – CONFODIT
ANNO – M – DC – XXX
ET – M – DC – XXXI
A Calvisano le vittime furono circa 500, e fra queste fu il parroco D. Giovanni Sabelli. Una breve nota necrologica apposta sulla prima pagina del Registro dei Battezzati (1617¬-1640) dice: «Giovanni Sabello Preosto di Calvisano morse il 2 agosto 1630, anno nel quale avvenne la peste e che ne morirono 482 in tutto l’anno». Il lazzaretto e il cimitero degli appestati erano stati fissati in una boschetta sul Naviglio, lontana circa 4 Km. dal paese, e la memoria di quella necropoli non si è spenta nemmeno quando nel 1679 i resti mortali delle vittime furono trasportati nella antica chiesa parrocchiale di S. Michele, con licenza del Vicario Capitolare Carlo Antonio Luzzago (Decreto 4 agosto 1679). Il popolo di Calvisano accorre ancora con grande pietà a questo boschetto lontano e solitario, che è sempre chiamato «dei Morti della peste».
Nell’antica casa Polini, ora dei conti Lechi, si conservano due ricordi, collegati fra loro e spiegati da una lontana tradizione famigliare e paesana. Il conte Teodoro Lechi comunica difatti che un residuo di pittura murale, posta già a decorazione della severa dimora dei Polini, è tuttora visibile nell’angolo nord – est del più recente ampio cortile del suo palazzo. L’affresco non ha valore d’arte, ma rappresenta un personaggio in abito del ‘600, inginocchiato dinnanzi a un piccolo altare, sul quale posava un’ampolla, e in alto fra le nubi si scorge una testina d’angelo. L’ampolla ora è scomparsa dal muro, cancellata dalle ingiurie del tempo, ma in casa Lechi si conserva ancora un venerando bariletto recante una targhetta con la data del 1630 e contenente un aceto squisitamente aromatico. Il tricentenario barile viene quasi devotamente conservato come un prezioso cimelio storico e mantenuto nella quantità necessaria a colmare le deficienze d’uso dello squisito liquore, infondendovi ogni anno tanto aceto, tenuto vivo alla sua volta da precedenti infusioni di vino santo. La tradizione ancora viva racconta che questo aceto fu in origine preparato dai Polini, uno dei quali, vivente al tempo della peste, aveva fatto voto di distribuire quel primitivo ma profumato antisettico a quanti gliene facessero richiesta purché egli e la sua famiglia riuscissero immuni dal flagello epidemico. La grazia fu ottenuta, e l’affresco ricordato ne testimoniava ai posteri la memoria insieme col prodigioso bariletto d’aceto che in esso era simbolicamente rappresentato dalla scomparsa ampolla collocata sull’altare.
A Calvisano si crede generalmente che prima della epidemia il paese coprisse con le abitazioni molto maggior spazio dell’attuale e che in seguito molte case avevano dovuto essere demolite come inutili alla scemata popolazione. Ma questa non può essere una tradizione corrispondente a verità, se si guarda al numero relativamente piccolo delle vittime in rapporto alla popolazione di quel tempo.
La morte del Prevosto di Calvisano sul campo del dovere fa ricordare con pietosa ammirazione il numero rilevante delle vittime fra il clero in cura d’anime. Quanti parrochi e curati scomparvero in quei sette o otto mesi di mortalità epidemica! Perfino gli atti curiali delle investiture del tempo hanno lacune e omissioni incolmabili, come i registri canonici dei morti negli archivi parrocchiali; non c’era tempo di annotare nemmeno i nomi delle numerose vittime quotidiane, e molti paesi restarono senza assistenza religiosa perché la peste aveva colpito o rapito tutti i sacerdoti.
A Ghedi la peste ha lasciato un ricordo perenne nel Santuario dei Morti, eretto precisamente sull’area della grande fossa comune che nel 1630 accolse le numerose vittime dell’orribile flagello.
A questo Santuario dei Morti di Ghedi eretto sotto il titolo di S. Rocco, il piagato protettore degli appestati, accorrono ancora da ogni parte della pianura bresciana numerosi pellegrini, che invocano con grande fede la protezione delle anime tormentate e travolte dal contagio fatale. Semplice e ingenua fede, che tramanda il macabro ricordo storico!
Palazzolo, prima tappa della bufera infernale, le vittime furono più di un migliaio, a Ospedaletto quasi altrettante. Paesi intieri restarono desolati da questa mortalità generale, e i pochi superstiti furono in seguito derisi con nomignoli, quasi che per la loro cattiveria, nemmeno il demonio li avesse voluti, poiché la morte «fura i migliori». Così a Cremezzano è fama che i superstiti fossero solo 36, e con questo numero di trentasei sono difatti indicati ancora gli abitanti di quel paese nella nomenclatura folkloristica locale. A Cizzago sembra ne sieno rimasti incolumi soltanto 13, i quali vollero celebrata ogni anno una festa votiva di ringraziamento a Dio per lo scampato pericolo; quella festa è ancora chiamata «la festa dei tredici maligni», e si celebra il secondo sabato di maggio a una Santella campestre eretta forse sull’area dell’antico Lazzaretto.
E racconta il popolino (leggenda o storia?) che una mattina, entrando in chiesa per celebrare la prima messa all’aurora, il parroco vide muoversi la pietra che ricopriva una tomba, nella quale il giorno prima era stato sepolto il cadavere di un appestato, e sotto la pietra tombale sentì dei flebili lamenti. Il morto non era morto, si era risvegliato in una tomba, e implorava aiuto, tentando di liberarsi dal terribile coperchio che lo soffocava in quel baratro di morte. Ma l’intrepido parroco, impugnato il manico della croce processionale ne vibrò alcuni colpi decisivi al malcapitato che tentava di tornare in vita e finì di ammazzarlo. Si soggiunge che alla domenica seguente ammonì il suo popolo con questi versi dialettali:
O popol mio de Sisàck,
No sta piò sotrà i morcc en ciesa
Se no iè morcc afat`,
Perché se ‘l maneck de la crus no ‘l ghera
Me scapàa quel de iersera.
La leggenda è sempre un sicuro riflesso della storia, e nelle pagine delle cronache del tempo, a Milano come a Brescia come altrove, queste, che possono sembrare strane e fantastiche inven-zioni di cervelli balzani, trovano una terribile conferma di realtà, poiché la tregenda degli untori e dei monatti, i sepolti vivi, il carnevale più tragico fra gli spettri della morte sono, purtroppo, scene reali di quel tempo.
Potremmo continuare la raccolta di questi ricordi superstiti e di altri preziosi elementi per la statistica spaventosa di quel flagello dell’ira divina. Ci fermiamo qui, perché la prefazione alla cronaca del medico Ducco riuscirebbe più lunga della cronaca stessa, che nella sua concisione scientifica e oggettiva lascia intravedere tutta la vastità, la gravità e i terribili aspetti dell’epidemia.
* * *
La relazione inedita del Ducco, accennata dal Gambara e dall’Odorici, è stesa in un quaderno di ff. 29, di mm. 200×150, pervenuto nella raccolta dell’abate D. Antonio Lodrini e ora nella mia raccolta privata. Il quaderno manca ora di due fogli interni, cioè di quattro pagine, fra il f. 17 e il f. 18. Il Lodrini, che aveva potuto fare dei confronti calligrafici e sapeva certamente donde proveniva il quaderno manoscritto, lo ha segnato con queste parole: «Manoscritto originale del medico Antonio Ducco, veramente autografo».
L’autore di questa relazione storico-clinica è ignoto al Peroni e allo Schivardi. Apparteneva alla nobile famiglia dei Ducco o Ducchi di Trenzano (de Duchis) e aveva casa di abitazione urbana presso la chiesa collegiata di S. Nazaro.
Fu accolto nel Collegio dei Medici di Brescia l’anno 1617, forse appena laureato, come era di consuetudine per i medici appartenenti a famiglie nobili. Nel 1630, quando fu coimplicato come medico condotto del comune nello stadio e nella cura del morbo improvviso e pestilenziale, si chiama da se stesso uno dei medici più giovani e non poteva avere più di 40 anni.
Difatti nella polizza d’estimo presentata in Brescia l’anno 1627 (Quadra 4.o di S. Giovanni, n. 373, nel vol. 32 della Bibl. Queriniana) egli si chiama «Antonio Ducco Fisico, qm. Giov. Battista qm. Girolamo qm. Pietro, Nobile, d’anni 36» e senza famiglia; ma quando egli nella relazione accenna alla famiglia, bisogna evidentemente ritenere che alluda alla numerosa fami¬glia di suo fratello Girolamo, con la quale egli abitava nella medesima casa.
Doveva essere nato intorno al 1590, in Brescia o a Trenzano, dove i Ducco possedevano case e fondi, specialmente intorno all’antica Pieve, presso la Bargnana. La data di nascita è confermata dall’atto di morte, che si legge nel Registro necrologico della parrocchia di S. Nazzaro (vol. VII. f. 80):
Adì 3 Febbr. 1677
L’Ill.mo et Ecc.mo Prothomedico Antonio Duccho, ricevuti li SS. Sacramenti partì da questa vita hieri, sepolto in sepolcro proprio, d’anni 87 incirca.
A questa nota un’altra mano ha poi aggiunto: «giorno fatal di sua morte fu la festa della Parificazione della B.ma, Vergine», cioè il giorno nel quale le campane di S. Nazzaro squillavano a festa particolarmente solenne per la parrocchia, che celebra ancora in tale giorno la sua Madonna della Salute.
Il sepolcro dell’insigne Protomedico era situato dinnanzi alla seconda cappella di sinistra, dove risplende il capolavoro dell’arte e della pietà di Alessandro Moretto, l’Incoronata. La tomba portava il n. 37 e la iscrizione
NOB. D. ANTON.II PHIS.CI PETRI NEPOTIS
ET HIER. DE DUCCHIS
ULTIMA DOMUS
RESTAUR. AN. 1670
Nella relazione, che pubblichiamo, il Ducco si dimostra più medico che storico; egli accenna molto sobriamente ai fatti, ma si diffonde invece nell’esporre le sue indagini cliniche, i sintomi, le manifestazioni varie del morbo, le cure che si prestavano agli ammalati, il fenomeno strano dell’incredulità popolare e della superstizione intorno agli untori, ai monatti, ai medici, ecc.
Sembra che il Ducco abbia stesa la sua relazione anche per fare una personale autodifesa, poichè a un certo momento, nei primordii della pestilenza, egli medico condotto comunale si mostrò più preoccupato della salute propria e della sua famiglia che non della salute pubblica, e se ne andò con tutti i famigliari nella sua casa di campagna a Trenzano, e da Trenzano, colpito pure dal morbo, fuggì in un isolato cascinale di sua proprietà, donde lo richiamò un ordine perentorio dell’Ufficio di Sanità, al quale egli stesso apparteneva. La fuga del sanitario deve essere stata giudicata severamente dall’opinione pubblica, se egli sentì il dovere di accennare nella sua relazione a questa debolezza e di scusarla con pretesti di famiglia.
A sua difesa avrebbe potuto citare l’esempio di un predecessore illustre, il medico Giacomo Malvezzi, che nella pestilenza del 1412 abbandonava in fretta la città e si ritirava in un remoto angolo della ridente Riviera del Garda, dove, mentre i suoi concittadini morivano vittime del morbo senza assistenza alcuna, egli pensava d’ingannare il tempo esercitando la sua cultura retorica intorno alle memorie e alle tradizioni della storia bresciana!
Ma il Ducco tornò sul campo del dovere e seppe redimere il breve smarrimento determinato in lui dalle preoccupazioni famigliari esercitando con ogni zelo e con nobiltà la delicata missione che il suo ufficio gli imponeva.
Dobbiamo a lui questa bella e preziosa relazione, che vede per la prima volta la luce nel suo testo latino originale, perchè anche noi, col Manzoni esentiamo troppo che forza viva, propria, e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell’opere di questo genere, comunque concepite e condotte».
Il documento è doppiamente prezioso: sotto l’aspetto scientifico ci dà una diffusa ed esatta analisi clinica dei vari aspetti morbosi del contagio, e continua una vera tradizione bresciana in questo genere di studi, riallacciandosi al famoso trattato De Peste del medico Guglielmo Corvi da Canneto (1250-1326) detto l’Aggregatore, archiatra di papa Bonifacio VIII; sotto l’aspetto storico e letterario ci rivela con quale sobria esattezza e con quanta umanistica eleganza di stile scrivesse in latino un medico bresciano del seicento. E’ quindi contributo notevole alla scienza, alla storia e alla letteratura bresciana.
Al testo della inedita relazione abbiamo aggiunto soltanto poche note di commento per illustrare i punti più oscuri, che richiedono una sobria dilucidazione, rimandando per lo nozioni generali alla ricca bibliografia intorno a questo triste episodio della storia italiana.
