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Deorum Manium jura sancta sunto!  (XII Tabulae)

A mio padre Arturo e a mia madre Erminia,
per tutto quello che mi hanno dato
con i loro insegnamenti e con il loro esempio.

Ai miei fratelli Piero, Mariuccia e Liliana
per condividere con me
l’emozione di incontrare i nostri Antenati:
… qualcosa di loro.

ad Arturo ed Alessandro
per conoscere e ricordare i Bonomi
del “nostro” passato:
e anche … qualcosa di me.

… non ti conosce il bambino nella sera
Perché tu sei morto per sempre!
… Non ti conosce il tuo muto ricordo
Perché tu sei morto per sempre!… Verrà l’autunno con le conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché tu sei morto per sempre,
… come tutti i morti della terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti!Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto,
canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia …
la tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria …
canto la tua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste tra gli ulivi.
F. Garcia Lorca (1935)

Candida messaggera
Come l’alba di Socrate
Fra nugoli di rose
E sciami di pensieri.
Breve il sorriso dell’alba.
Sepolcro d’oro, lo splendore d’un giorno.
….
È la tua morte,
spasimo di luce
in sepolcri di rose,
o sole.
Dio, che la rosa
Per me unica e sola
Imbalsami il dolore
D’aver a lungo amato
Ciò che m’illuse.Sandro Galli

Prefazione

È inevitabile che, giunti a un certo punto della propria vita, si sia tentati di dare un’occhiata al proprio passato cercando di chiarire le proprie origini: la storia infatti è nata dalla curiosità verso coloro che ci hanno preceduti lasciandoci un’eredità, alla quale tanto dobbiamo, e soprattutto dal desiderio di ricercare nel passato le ragioni vive, concrete e pertinenti del presente, che ne è derivato.

Ora che il passato per me si è dilatato, mentre il futuro si è fatto corto e breve e mi sfugge di mano come la sabbia in una clessidra, come l’acqua da una fontana, come il vento che solleva foglie e polvere, come l’aria da un palloncino che scoppia; ora, dicevo, mi capita spesso di pensare al passato della mia esistenza, per cercare anche lì alcune risposte prima di morire, con le quali sarebbe giusto morire. Le risposte veramente importanti, quelle fondamentali, credo di averle ben riposte nel profondo dentro di me, nel cuore e nella mente, dopo averle trovate ed acquisite nel corso della vita. Poiché il tempo assegnatoci si scorcia ad ogni sorgere di sole e diventa una specie di conta all’indietro ed il vivere è stato e sarà sempre un lasciarsi detriti di ore, di giorni e di anni alle spalle per muovere verso l’Ignoto Assoluto di un futuro senza ritorno, è essenziale che sia per ognuno ricco di speranza e di certezza …

Più precisamente, mi piacerebbe conoscere chi erano tutti quegli Antenati (uomini e donne) dei miei genitori che hanno dato origine (in un lontano giorno del sol leone d’agosto, per di più sotto i bombardamenti, che si abbattevano sui paesi di pianura dell’ovest bresciano, verso la fine della seconda guerra mondiale), dicevo che hanno dato origine al mosaico cromosomico, che avrebbe costituito il mio io, il mio essere fisico, biologico, mentale, psicologico e caratteriale.

Secondo le leggi biologiche dell’ereditarietà, ormai discretamente conosciute, (che qui semplifico e sintetizzo, ma che esporrò più in dettaglio nell’apposito capitolo nel secondo volume), ogni individuo eredita il 50% dei geni dal padre e il 50% dalla madre; i quali padre e madre hanno ognuno il 50% dei geni ereditari dei propri genitori (nonni del nostro ipotetico individuo); a loro volta, questi nonni hanno il 50% dei geni dei loro genitori (bisnonni dell’individuo che stiamo considerando): e così via.

Per chiarire con un esempio, prendo me stesso: io ho ricevuto il 50% dei geni da mio padre ed il 50% da mia madre: ma ognuno dei miei genitori aveva ereditato il 50% dei propri geni dai propri rispettivi genitori; e allora io posso affermare di avere il 25% dei geni di ognuno dei miei quattro nonni (2 paterni e 2 materni), e risalendo all’indietro, più su nei miei avi, posseggo il 12,5% dei geni dei miei otto bisnonni (4 paterni e 4 materni), il 6,25% dei miei sedici trisnonni (8 paterni e 8 materni) … e così via … insomma risalendo le varie generazioni, il meccanismo ereditario con le sue percentuali si ripete esattamente uguale ogni volta: non cambia, non può cambiare, perché è una proprietà caratteristica ed universale degli esseri viventi ed è valida per ogni specie animale e vegetale. Quello che varia, di volta in volta, è il patrimonio genetico che si ricostituisce ad ogni generazione e che risulta diverso, dal punto di vista qualitativo, rispetto a quello dei “genitori” dalla cui unione è stato generato. Ogni nuovo individuo che nasce possiede la metà dei cromosomi paterni e la metà di quelli materni, perché il processo biologico della trasmissione dei caratteri ereditari nel suo svolgimento e nel suo ripetersi non cambia l’intimo meccanismo intrinseco, anche se bisogna tener presente che possono sempre intervenire imprevedibili “mutazioni cromosomiche” ed impreviste ma possibili “interazioni genetiche” con scambio di geni e/o con prevalenza di uno sull’altro, le quali finiscono in ultima analisi, con il garantire al nostro soggetto (a tutti i soggetti), la sua peculiare originalità ed unicità, come è giusto che sia e come in effetti è.

Infatti ogni soggetto che nasce, pur avendo metà cromosomi del padre e metà della madre, è però un soggetto “nuovo” unico ed irrepetibile, che ha qualcosa dei suoi genitori, ma che è anche abbastanza diverso da loro: un soggetto nuovo e diverso, che non esisteva così com’è, né in suo padre né in sua madre, e che ora costituisce quella che i matematici ed i fisici chiamano una ”singolarità”, un essere nuovo, unico e diverso pur avendo ricevuto tutto il suo corredo cromosomico da entrambi i genitori (una parte da uno e una parte dall’altro): ed è proprio dall’unione di queste due metà, che “viene generato e creato” un nuovo essere originale, unico ed irripetibile, che pur avendo ricevuto qualcosa dai propri genitori, è però del tutto nuovo: nel suo insieme unitario, nella sua totalità, è anche diverso, sia dal padre che dalla madre. La meraviglia della vita!

Come risulta chiaro da quanto sopra esposto, “checché se ne pensi e se ne dica”, la donna (dal punto di vista quantitativo) ha la stessa “importanza” (valenza e responsabilità) dell’uomo nella trasmissione dei geni ereditari, e se consideriamo che i cromosomi della linea maschile si dimezzano ad ogni generazione (per essere integrati poi nel nuovo soggetto grazie anche alla metà femminile), possiamo renderci conto e convincerci che oggi ben poco è rimasto in noi Bonomi del corredo genetico della linea maschile dei nostri avi del seicento e del settecento! Come dire: il patrimonio genetico dei Bonomi di oggi, risulta alquanto “diluito o cambiato o trasformato” in confronto con quello dei nostri avi: perciò noi, Bonomi di oggi, abbiamo ben poco in comune (oltre allo stesso cognome) con i nostri antenati, i Bonomi di allora. A determinare “questa diluizione, ma nello stesso tempo, questa evoluzione o cambiamento, dei geni della linea maschile originaria (Bonomi)”, è intervenuto costantemente, di generazione in generazione, lo stesso medesimo contributo (in termini quantitativi) anche da parte delle varie linee femminili, che ad ogni successione (ad ogni generazione) erano coinvolte e si univano in questo processo di generazione dei figli, ed ovviamente, ogni volta avveniva un “ricambio”: ogni volta le donne (le mogli) erano del tutto diverse da quelle delle precedenti generazioni e perciò apportavano propri nuovi e diversi, specifici e peculiari contributi. Obiettivamente bisogna riconoscere che questo apporto o contributo femminile, dal punto di vista “qualitativo”, poteva e può risultare “positivo e migliorativo” del corredo genetico di partenza, oppure “negativo e peggiorativo”: laddove i termini positivo e negativo sono da intendersi come aggettivi che specificano il risultato finale del processo generativo, in termini proprio “qualitativi”, nel senso di soggetti più sani, più robusti, più capaci, più intelligenti, più resistenti alle malattie, ecc. ecc. rispetto ai genitori di partenza; oppure più delicati, più malsani, più fragili, meno resistenti alle malattie, meno robusti, meno capaci, meno intelligenti, ecc. ecc., per non parlare poi di altri caratteri fisici come la statura, la carnagione, i lineamenti, il colore degli occhi e dei capelli e così via.

Questo dato di fatto, di natura biologica, ormai ben acquisito avvalora la considerazione sulla “stirpe”, che è basata sulla seguente conclusione scientifica: la “stirpe”, essendo collegata al cognome di una famiglia (che viene trasmesso di padre in figlio), riguarda più una categoria nominale, astratta e virtuale [sicuramente frutto di un certo orgoglio, dovuto appunto alla comune linea maschile-famigliare], piuttosto che ad una reale e ben definita, caratteristica e immutabile identità biologica, che verrebbe trasmessa e mantenuta “costante ed inalterata” da padre in figlio …! Come abbiamo visto ed acquisito, così non è: i figli dei figli e i pro-pronipoti ben poco hanno in comune (biologicamente parlando) con il corredo genetico dei loro avi ed antenati: forse qualcosina ancora hanno, ma non più di tanto; ciò che li lega ai loro nonni e bisnonni non va ricercato tanto nei geni ereditari, quanto nel fatto di sentirsi “parenti” e di essere fieri ed orgogliosi di appartenere a quella determinata linea genealogica che porta il cognome XY, ben sapendo che noi oggi siamo il risultato di molte generazioni (di padri e madri), che hanno dato origine attraverso fasi successive, al nostro unico ed irripetibile essere, come persona, soggetto, individuo.

Questo è il motivo principale per cui, nella mia ricerca, non mi sono limitato a “ricercare e inseguire” soltanto la linea genealogica che porta il cognome Bonomi (almeno dei nostri Bonomi di Ospitaletto), ma ho ritenuto importante esplorare ed analizzare anche, nel limite del possibile, le linee genealogiche delle mogli che i vari Bonomi di volta in volta sposavano e con le quali poi costituivano una famiglia e davano origine ad un “nuovo e specifico” Ramo Famigliare: insomma credo di aver spiegato perché questo metodo lo ritengo più interessante e più completo (forse anche migliore) dell’altro, che si limita a seguire solo le linee maschili di un determinato cognome.

Il meccanismo biologico di formazione dei vari miliardi e miliardi di esseri umani non cambia, è sempre lo stesso: è stato concepito e creato così da Colui che ha fatto non solo il mondo, ma l’universo intero! Semmai ciò che varia e che rende il tutto interessante e curioso e variabile, sorprendente ed imprevedibile, unico ed irrepetibile (e quindi degno di essere ricercato e studiato, analizzato ed approfondito, insomma scavato e conosciuto), è il risultato finale di questo prodigioso e meraviglioso processo vitale: cioè le diverse individualità o “singolarità” (persone) che ne sono derivate, che sono entrate in vari tempi successivi sul palcoscenico di questo mondo, che “hanno interpretato o che interpretano” la loro parte nella vita: vita che gli è stata donata, e che, dopo la morte, finiscono purtroppo inesorabilmente nell’oblio delle successive generazioni …

La morte, appunto, doloroso esito e tragico comune denominatore di tutti gli uomini; per tutti gli esseri viventi infatti, la vita termina con la morte, la quale, insieme al tempo che passa, contribuisce a cancellare anche il loro ricordo e la loro memoria … ((vedi cap. sulla morte)).

Di fronte alla perdita di una persona cara, parente, amico o anche solo conoscente, allorché la cruda realtà della morte sembra non lasciare il posto per nessuna forma di speranza e/o di sopravvivenza, è proprio allora che ci si deve aggrappare alla memoria, ma soprattutto al ricordo del defunto: e qui bisogna fare subito una chiara distinzione, perché vi è una differenza sostanziale tra memoria e ricordo. E citerò un au­tore affidabile, nato giusto due secoli fa: “il ri­cordo, spiegava Soren Kierkegaard nell’opera “In vino veritas”, non è la memoria”. Il vecchio, ad esempio, per­de la memoria, ma gli resta qualcosa di profetico e poetico, gli restano i ricordi. Il ra­gazzo, invece, ha una forte memoria e pochi ricordi (data la sua giovane età). Sono la miopia e la presbiopia delle menti. Il ricordo suscita il senti­mento della perdita, la nostalgia. «Un fatto nella vita che sia ricordato, è già entrato nell’eternità». Chi ricor­da non è indifferente, ma partecipe; mentre la me­moria può essere anche un apatico ed insensibile magazzi­no di date e di fatti (ora noi lo sappiamo anche dall’informatica: i computer ne hanno tantissima, di memoria … ma non hanno i ricordi!). La memoria, poi, è soprattutto pubblica e storica, il ricor­do è soprattutto intimo e affettivo: commemori i defunti, ma ricordi i tuoi cari. Ricordo, lo dice la parola, chia­ma al cuore e all’anima (re-cor –cordis che vale per ‘mettere nel cuore’); la memoria invece è più una fa­coltà cerebrale ed intellettiva di immagazzinamento di dati e fatti (funzione cerebrale che richiama alla mente un fatto o una esperienza passata, dal latino ‘memorare’).

Fatta questa doverosa distinzione, ritorniamo al nostro discorso sulla morte e sui nostri morti, dei quali bisogna conservare non solo la “memoria”, ma soprattutto il “ricordo”, che evoca proprio quei sentimenti che ci legano ai nostri cari e che comporta anche la fede in una vita oltre la morte; potrà essere una fede umana e “laica” (per i non credenti), oppure una Fede umana e “religiosa” (per i credenti); una cosa è certa: proprio qui, di fronte a questi tristi eventi comuni a tutti gli uomini (i morti e la morte), mi sembra che non ci possa essere spazio né per gli indifferenti, ma neppure per le spiegazioni materialiste assai poco convincenti fornite dagli atei.

Infatti quand’anche questa speranza (o certezza) nella vita dopo la morte fosse soltanto un’illusione umana ed avesse anche solo un valore “ideale”, è però un’illusione che diventa realtà nella storia dell’uomo, nella quale assume quel particolare significato di “dono degli Dei” (“celeste dote è negli umani”, come dice l’amato Foscolo)[1], qualcosa che conferisce un valore divino alla vita umana “per quello che la vita è in ragione delle sue convinzioni, dei suoi valori, della sua fede”: tra questi valori figura, o dovrebbe figurare, ai primi posti proprio il culto dei morti.

Ed è una fede sacra quella che ridesta la vita dei morti nelle menti e nei cuori dei vivi, e “fa rivivere gli estinti con noi”. Poi … anche noi morremo; ma dalla memoria e soprattutto dal ricordo dei defunti, da questo sacro culto dei morti, può nascere sia la speranza sia la poesia, che “vince di mille secoli il silenzio”[2]: “nel vivente che tiene in vita i morti, è la scintilla che accende la luce dell’eterno”, come scriveva Giovanni Gentile[3] nel suo testamento spirituale[4]: un grande uomo con una grande intelligenza: troppo grandi per alcuni italiani troppo piccoli, meschini, vigliacchi ed in malafede …

Ma oltre a questo “credo laico”, che vorrei definire “innato e peculiare del genere umano”, vi è un altro credo, ben più importante e di valore infinitamente superiore: il “credo proprio della fede[5]”, secondo il quale il mondo è molto di più di ciò che vedono i nostri occhi e per molti aspetti è qualcosa di diverso … non è vero che con la morte finisce tutto … perché NON è vero che noi siamo solo la buccia e le foglie, come la cultura materialista sostiene: noi siamo qualche cosa di più e d’altro!

Per chi crede, il culto dei morti si basa sulla convinzione che la morte sia proseguimento, non fine della vita: “vita non tollitur, mutatur” (la vita non viene tolta, cambia soltanto). Gli uomini sono spinti dal bisogno profondo di dare un senso al vivere, attraverso un senso al morire. Fra le tante domande che l’uomo può porsi c’è una Domanda Ultima, con la quale prima o poi bisogna decidersi a fare i conti ed è una domanda tormentosa, perché è il problema personale per eccellenza. Un poeta inglese (Dylan Thomas) ha scritto una poesia[6] il cui ultimo verso è il seguente: “After the first death, there is no other”, “dopo la prima morte non ce n’è un’altra”. Mi piace questo verso, proprio perché sono convinto che dopo la prima morte splenda una vita (senza una seconda morte), di cui non ho bisogno di sapere nulla, mi fido e basta. Ce l’ho scritto dentro, me l’hanno scritto ed impresso; o forse … ho solo saputo leggere.

Per me, mio padre Arturo non è nel cimitero dov’è sepolto, è invece al suo tavolo di lavoro, e sicuramente è nei valori e negli insegnamenti che mi ha lasciato, nelle idee e nei pensieri che mi ha trasmesso, e soprattutto nell’amore che mi ha dato. È in queste cose, mio padre, non al cimitero; là c’è solo il suo corpo, che è quella parte di lui che “temporaneamente”  è morta, in attesa della resurrezione finale dei morti; invece io so che la sua parte più importante è quella che gli sopravvive, quella che è ancora qui con me e mi accompagna sempre ogni giorno; vivo o morto che sia, mio padre Arturo, non fa differenza, perché egli è scritto in dialetto bresciano dentro di me … se chiudo gli occhi e do luogo ai ricordi, la sua voce lievita fin dove sono; la voce è calda, mi rassicura e mi conforta; i suoi occhi celesti illuminano ancora lo sguardo, che sapeva essere talora anche severo, ma che emanava soltanto amore, tanto amore … ora, forse più di prima. Scrivo di mio padre ma so di parlare di ogni padre perduto, non c’è cosa più universale degli affetti privati. E se le circostanze della vita ti obbligano a rendere pubblico ciò che è intimo, tanto vale esibire gli affetti più intimi. Un’immagine che accompagna il ricordo dei miei genitori è la loro camera da letto, con i comodini in stile fine ottocento … ed il lettone di legno (nel quale da piccolo spesso mi rifugiavo), sotto quel grande Gesù che si affaccia sul letto e benedice i dormienti. Che altro dire di mio padre? Pensando a lui mi viene in mente quanto scritto da Guglielmo Zucconi in una lettera a Raffaele Crovi[7]: sono parole perfette a descrivere anche il rapporto tra mio padre e me ed è per questo che mi piace riportarle, perché le sottoscrivo pienamente: “credo che carnalmente siamo figli di nostra madre, ma spiritualmente di nostro padre. Alla morte della madre si finisce col rassegnarsi e si arriva a pensare a lei con dolcezza. Del padre invece, si continua a sentire l’assenza per tutta la vita. Quando viene a mancare il padre, si avverte che da quel momento in poi, noi ci troveremo forse soli a fronteggiare la morte, dalla quale lui prima ci difendeva”.

Ecco allora un mio modesto contributo per recuperare e ridestare (e forse anche diffondere) nelle nuove generazioni, questo “sacro” (laico o religioso che sia) culto dei morti, almeno dei “nostri” morti; un culto che, di questi tempi, mi sembra purtroppo molto sbiadito, affievolito, ridotto quasi al lumicino, se non proprio del tutto scomparso; così tanto scolorito, proprio come le parole scritte nelle pagine dei vecchi registri anagrafici delle nostre parrocchie, che sono difficili (e quasi impossibili) da leggere.

Così a me pare oggi il culto dei morti, e non solo a me! Infatti già diversi anni orsono, Ugo Ojetti[8] definiva l’Italia un “paese di contemporanei senza passato né futuro, perché senza memoria di se stesso”.

Questo mio lavoro, nel suo piccolo, tenta di smentire una affermazione tanto drastica, riportando alla luce memorie e persone che giacciono dimenticate. Le ripropone, nonostante l’innegabile e diffusa indifferenza di oggi, a quanti amano attingere il ricordo non solo dal passato, ma che desiderano anche riflettere su alcune considerazioni di un uomo di oggi; e queste non vogliono essere insegnamenti di vita, ma soltanto un invito a meditare e ponderare su temi che oggi mi sembrano messi da parte.

La storia sebbene inascoltata o ignorata resta pur sempre maestra e materia di meditazione; anche la “piccola storia” di un gruppo di famiglie derivate da quel Giovanni Bonomi di Andrea (q[9] Pietro) e di Marianna Farina, che da Sale di Gussago decise di trasferirsi e di stabilirsi a Ospitaletto. Conoscere le vicende di questo gruppo di famiglie attraverso nascite, matrimoni e morti appare ovvio e scontato e forse anche di scarsa attrattiva, ma è pur sempre meglio che non conoscere assolutamente niente di loro: ecco perché può essere di notevole interesse per gli animi interessati e ben disposti.

A riprova di quanto sopra detto, basta pensare a com’erano diversi da quelli odierni, i primi giorni di novembre (le “feste dei santi e dei morti”) di cinquant’anni fa: sono passati solo cinquant’anni, ma sembrano cinquanta anni-luce. Ricordo che dopo cena tutte le famiglie in gruppo (padre, madre e figli, anche con generi e nuore) si recavano dopo il tramonto al cimitero, allora rischiarato dalle candele accese davanti ad ogni sepoltura. Nell’oscurità le tremule fiammelle, tutte insieme illuminavano (quanto bastava) le fotografie di ceramica poste sulle tombe, mentre il freddo della sera affilava il viso e l’umidità levigava le ginocchia; sembrava che anche le candele avessero freddo, perché le loro fiammelle tremavano e si stringevano allo stoppino. Infatti allora, quei giorni dei morti sapevano comunicare, forse anche con l’aiuto del clima, che si faceva più pungente e malinconico, profondi sentimenti e offrivano agli spiriti sensibili l’occasione di prolungate meditazioni.

A bilanciare e vincere però questi primi freddi di novembre, c’era un diffuso tepore umano che ti avvolgeva e ti proteggeva, evocando una comune commozione fra tutti i visitatori che affollavano il cimitero … perché quelle sere il nostro Camposanto si popolava di tanta gente del paese, ma anche di gente che veniva da fuori: erano quelli che (per lavoro o altri motivi) se n’erano andati ed abitavano lontano, ma che avevano parenti qui sepolti; e tutti, comunque, si recavano a onorare non solo i loro morti, ma ne approfittavano anche per fare visita alle altre sepolture.

Il 25 luglio del 2011 ricorreva il bicentenario della “inaugurazione e benedizione” del cimitero nuovo di Ospitaletto da parte del nostro Arciprete e del Vicario Foraneo di Travagliato: su questa ricorrenza ho scritto una breve nota apparsa sul Bollettino parrocchiale di Ospitaletto “Voce Amica” nel mese di maggio 2011. Il cimitero di Ospitaletto si trova all’estremità orientale dello “stradone” (BS-MI, come è chiamato in  paese) e la gente vi si recava a piedi, formando quasi un piccolo mesto pellegrinaggio: i marciapiedi dello stradone, solitamente quasi deserti a quelle ore serali di novembre, si popolavano di due lunghe file di persone incappottate, per il freddo che sopraggiungeva proprio ai primi di novembre; una colonna che andava e l’altra che, dopo la visita, ritornava: uomini e donne e figli che parlavano sommessamente e ricordavano le persone a loro care, e quando si incontravano, si salutavano cordialmente. Ricordo con nostalgia e malinconia, che non ci si limitava a far visita e a recitare i requiem ed il rosario per i propri morti, ma si faceva anche il giro di tutto il cimitero, si leggevano le scritte con i nomi e le date e si confrontavano con le fotografie sulle tombe: gli adulti ricordavano ai giovani l’identità dei morti, che avevano conosciuto o frequentato (chi fosse questo o quello, o perché parente o amico o anche solo conoscente), e che i giovani forse non avevano conosciuto.

Ho ancora ben vive nel cuore e nella mente le forti emozioni che ogni gruppetto condivideva ogni volta che, nel mesto e raccolto ma sereno percorso tra le tombe, ci si imbatteva in quella di qualche defunto del quale veniva ricordato un aspetto caratteristico o un rapporto di parentela o di amicizia o un vero e proprio aneddoto che lo riguardava … ma era l’atmosfera veramente raccolta e commossa, triste ma consapevole e serena, comunque molto intensa e nostalgica, che aleggiava in tutto il cimitero e che si impadroniva di tutti, forse favorita dalla penombra della sera interrotta dalla esile, ma calda luce tremolante delle molte candele accese davanti alle tombe; e devo dire che la commozione e un misto di malinconia erano sicuramente favorite ed evocate dai ricordi dei grandi, che facevano rivivere durante quella visita fra le tombe, i defunti che man mano si incontravano … questo era il culto dei morti che io e quelli della mia età abbiamo conosciuto e condiviso fin da ragazzi! Quale struggente mestizia … pareva che la nostalgia del tempo passato venisse attenuata e temperata dalla memoria e dai ricordi, che richiamavano in vita parenti o amici visitati e incontrati lì, in quel paese dei morti, durante quel commosso e mesto percorso tra le tombe.

Al di fuori del cimitero, erano sempre presenti di giorno e di sera durante queste “feste dei morti”, alcune bancarelle illuminate da una lampadina elettrica, appesa proprio sotto il tendone, che offrivano liquerizia e altri dolciumi, ma soprattutto il tanto desiderato “zucchero filato e/o montato”, che faceva impazzire i piccoli, che se lo mangiavano con gli occhi e non se ne volevano andare via, finchè i genitori non cedevano alla loro golosa richiesta; in particolare ricordo quella del “Nano Sulfanèlo” (quelli della mia età se lo ricorderanno anche loro) … diventato quasi una leggenda per noi ragazzini; anche questi aspetti più folcloristici rientravano nel rituale di quella tradizionale visita al cimitero; pur essendo questi segni prettamente esteriori, esprimevano però un sentito e vissuto culto dei morti condiviso da tutta la Comunità di Ospitaletto.

Poi veniva subito il 4 novembre: … me lo ricordo da bambino il 4 novembre: i reduci del ’15-18 e la festa dei soldati: quelli che hanno dato senza nulla pretendere e sono morti per la Patria senza nulla chiedere … Quello di novembre infatti era il ponte di Dio Patria e Famiglia, perché celebrava i santi, i morti e gli eroi. Nell’aria l’odore di castagne arrostite e di mosto. Poi però, dopo il ’68 (famigerato e funesto! Una vera e propria sciagura!), l’Italia li dimenticò e noi ragazzi di destra restammo soli con il tricolore in mano … la parola Patria è stata oggetto forse di mistificazioni retoriche, ma ancor più delle contromistificazioni altrettanto ed ancor più retoriche da parte del marxismo militante e conformista del dopoguerra. Basti pensare all’odio feroce per i nostri militari (vivi e morti), che ancora serpeggia in diverse frange della sinistra, che giungono ad inneggiare ed invocare: “cento, mille Nassirie”!!!

Ma ritorniamo a noi. Per rientrare da questa digressione, non certo superflua ai fini della memoria e dei ricordi, devo far notare che, del tutto recentemente, solo da alcuni anni, mi nacque dentro una fortissima curiosità, quasi un’esigenza, di conoscere e sapere chi erano i miei Antenati, almeno quelli che era possibile trovare, e che per me giacevano del tutto sconosciuti ed ignorati nell’ombra oscura del passato remoto. La passione per la genealogia nasce dal bisogno di svelare il mistero delle proprie origini affrontando una delle domande esistenziali più ricorrenti degli uomini e delle donne di ogni tempo. Spesso si è convinti che le tracce del proprio passato siano andate irrimediabilmente perdute; in realtà è possibile rintracciare molti indizi lungo il filo che ci lega alla storia, addentrandoci negli archivi dove sono depositati i documenti che custodiscono i legami con i nostri predecessori.

Mettersi alla ricerca delle proprie radici non consente solo di ricostruire nomi e date dei nostri antenati, ma rappresenta un viaggio a ritroso nei meandri della memoria familiare e collettiva che il tempo ha cercato di cancellare, laddove la storia ufficiale sembra dare spazio solo ai grandi personaggi ed agli avvenimenti che li hanno visti protagonisti.

Un tempo conoscere il passato era il modo che aiutava gli uomini e le donne a stare dentro il proprio presente; ora la ricerca della propria identità passa soprattutto dal rispecchiarsi in se stessi e nelle proprie scelte contingenti. Basta provare a volgere lo sguardo alle proprie spalle, indietro nel tempo ed immaginare quante persone ci hanno preceduto ed in qualche modo si sono passate il “testimone” nella grande staffetta della vita; è un sentimento che in qualche modo incrina il proprio senso di unicità: ma non bisogna cedere allo smarrimento e reagire, forti di profonde convinzioni interiori.

Non si tratta di pensare ai nostri avi solo come parte del patrimonio genetico che portiamo dentro di noi (anche se di questo all’inizio ho creduto opportuno parlarne), ma a chi con le sue scelte ed il suo modo di interpretare la vita, ha condizionato in qualche misura ed in qualche modo più o meno notevole, la nostra esistenza attuale.

Fin dall’inizio ero consapevole che la mia ricerca si sarebbe limitata, per forza di cose, a due o tre secoli e non sarebbe potuta risalire più indietro nel tempo, per evidente e sicura mancanza di fonti attendibili. Ma pur con questi limiti oggettivi iniziali, la ricerca si presentava difficile, ardua, quasi improponibile: potevo contare solamente su due fatti: primo, i miei sempre rimpianti studi classici (svolti fortunatamente molti anni prima del verificarsi delle varie fasi della famigerata e funesta “contestazione studentesca” del ’68); secondo, la mia lunga professione di medico e di chirurgo, la cui metodologia era basata su dati empirici (soggettivi ed oggettivi), che prima andavano ricercati sul malato e poi analizzati, valutati e ragionati e infine confrontati con il bagaglio culturale e scientifico che avevo dovuto procurarmi (che ogni medio deve, o dovrebbe, procurarsi): solo così era possibile poi giungere a ragionate e convincenti conclusioni cliniche (diagnosi e terapia). Potevo quindi disporre di una metodologia analoga (se non proprio identica) a quella che mi sarebbe servita in questa, per me nuova, avventura, o sfida, di ricerca genealogica e storica.

Ben consapevole di ciò, mi chiedevo tuttavia che possibilità di farcela potesse avere uno come me, che dai venti anni in poi si era occupato di malati, malattie e tecniche chirurgiche; non certo di paleografia né di ricerche storiche ed umanistiche, che necessariamente si sarebbero dovute svolgere tra vecchie carte ed antichi documenti più o meno polverosi, ammuffiti e spesso illeggibili.

Si trattava sicuramente di una bella sfida, ed ora che le gravi responsabilità e le pesanti incombenze professionali mi concedevano una certa tregua, pensavo di poterla almeno affrontare (la sfida), senza pormi però precisi obiettivi, se non quello di cercare di trovare tutto ciò che sarei stato capace di trovare … limitatamente ai seguenti argomenti: i miei antenati, la casa e la chiesetta che mio padre aveva ristrutturato all’inizio degli anni ‘50, il mio paese Ospitaletto, e soprattutto la sua gente, tra la quale sono nato e cresciuto … e così mi buttai con un briciolo di incoscienza, ma con tanto entusiasmo.

Insieme alla ricerca dei nomi per individuare avi, bisavoli e trisavoli, si rese ben presto necessaria un’altra ricerca: quella delle date e dei luoghi per meglio collocare nella mia ricostruzione le varie figure (persone), che man mano riuscivo a fare emergere dai registri ingialliti, polverosi, macchiati, spesso rosicchiati e scoloriti dal tempo. La ricerca, dopo i primissimi risultati e le prime soddisfazioni, divenne allora affannosa quasi frenetica, costellata da fasi alterne di alti e bassi, che generavano corrispondenti, quasi spontanei ed ingenui, stati d’animo di contentezza o di delusione, a seconda dei risultati stessi.

E talora con il timore incombente di lasciare questa mia ricerca incompleta, lacunosa oppure inaffidabile per sempre possibili inesattezze, o addirittura per errori veri e propri: da qui un certo senso di disagio, quasi di frustrazione che si insinuava in me, allorquando non riuscivo a far combaciare i pezzi del puzzle e/o le tessere del complicato e complesso mosaico. Oppure quando, credendo di avere trovato un dato sicuro, che diventava un punto preciso di riferimento, questo veniva poi messo in dubbio da una ulteriore risultanza che faceva nascere spesso qualche incertezza in più, oppure un nuovo interrogativo, o che talora apriva una falla larga così, apparentemente incolmabile, e che richiedeva di essere subito tappata e suggellata con i suoi bei dati precisi e sicuri.

Il tutto complicato dalla mancanza di registri anagrafici nell’Archivio Comunale di Ospitaletto completi ed esaustivi prima del 1861, anno di costituzione dell’Unità del Regno d’Italia, data storica e assai significativa per noi italiani. Grazie all’intervento del Segretario Comunale, dr. Calcedonio, ho potuto consultare i registri anagrafici del Comune di Ospitaletto, che iniziano però dal 1866, perché sembra che in parte (i primi, i più vecchi) siano andati perduti in un incendio …

Grazie al cielo, maggior fortuna ho avuto per la consultazione nell’Archivio Parrocchiale dei Registri dei Battezzati, dei Matrimoni e dei Defunti, dello Stato delle Anime, grazie soprattutto alla  disponibilità del Parroco don Renato Soregaroli (e poi a quella del nuovo Parroco don Renato Musatti): per questo con senso di gratitudine e di riconoscenza nei loro confronti, ho sentito il dovere di rendere in qualche modo il favore, fornendo all’Archivio Parrocchiale di Ospitaletto la stampa dei registri (di battesimi, di matrimoni e di morti) relativi al seicento e al settecento, di quelli cioè sprovvisti di indice, per altro di lettura e decifrazione difficoltose, perché scritti a volte in latino, a volte in italiano, ma sempre con la penna d’oca e l’inchiostro marrone, perciò più soggetti alle scoloriture e quindi all’illeggibilità o alla mala interpretazione e difficilmente decifrabili. [Ho anche digitalizzato tali registri per renderli consultabili e soprattutto per preservarli e “risparmiarli” da eventuali ulteriori usure: si tratta di vecchissimi, ma delicatissimi registri anagrafici, che riportano a mano dal XVII sec. tutti quelli che sono nati a Ospitaletto, che vi si sono sposati e che sono morti.]

Ma pur con la fortunata e fortunosa disponibilità dei registri parrocchiali (non solo di Ospitaletto, ma anche di molti paesi circostanti), non sono mancate le difficoltà dovute ai segni del tempo e alla grafia scolorita, poco leggibile, ma anche alla scrittura “infantile ed incerta” (scarabocchiosa), perciò quasi illeggibile, di molti preti. [In questi casi mi ha aiutato molto il corso di Paleografia che ho seguito a Rovato e che è condotto da don Gianni Donni, famoso e disponibile storico enciclopedico rovatese]. Però le maggiori difficoltà le ho riscontrate soprattutto per la mancanza di dati importanti e/o fondamentali per individuare e collocare nel tempo e nel luogo i vari soggetti che vi erano registrati: erano sì riportati i nomi e i cognomi degli uomini, ma prima dell’ottocento, quasi mai i cognomi delle donne, le relative date e di chi erano figlie; quasi mai veniva indicata l’origine, la provenienza e neppure gli spostamenti, sia in entrata che in uscita dal paese … solo qualche rara volta il paese di origine.

Mi consolavo tuttavia pensando che proprio questo era il bello della ricerca: riuscire a superare le difficoltà (piccole o grandi che fossero e che si incontravano ad ogni passo), talvolta con l’intuito, talvolta con la ricostruzione logica, talvolta con le analogie semantiche, talvolta con un colpo di fortuna e potere così superare l’ostacolo e magari vincere la sfida! … mi consolavo pensando che magra soddisfazione sarebbe mai stata, se i dati ricercati, fossero stati disponibili in formato stampa, in modo cioè assolutamente chiaro e leggibile e alla portata di chiunque e chicchessia …!?

E giorno dopo giorno, tutti quei nonni e nonne, bisnonni e bisnonne, avoli bisavoli e trisavoli, zie e zii, cugini e cugine, insomma tutti quei nostri antenati e parenti, da tutti non solo dimenticati, ma addirittura assolutamente ignorati, grazie a queste continue frequentazioni, assidue e pazienti, diventarono famigliari e spesso riuscivo a posizionarli in quei luoghi e tempi che avevano occupato in vita; diventavano insomma quasi miei figli, mie creature: perché stavolta ero io a ri-portarli al mondo, a ri-dargli la vita, quella vita che essi avevano dato a me (a noi), a “passarli poi in rassegna e schierarli di nuovo”[10] sulla scena di questo mondo … quanto avrei voluto conoscerli di persona, i nostri antenati, non solo per nome e date, ma soprattutto avrei desiderato parlare con loro della loro vita vissuta, delle loro per me sconosciute vicende umane, delle loro gioie e dei loro dolori … almeno una fotografia per vedere che faccia avessero e che tipi fossero!

Devo dire che è stata una bella avventura sia esistenziale che dello spirito, che mi ha arricchito e che mi ha allargato la conoscenza; ma se è stata possibile lo devo anche e soprattutto a Costanza, che mi ha aiutato nella ricerca, che ha condiviso con me l’impegno e lo stress quotidiano di giungere a dei risultati reali e dimostrabili, e quindi ha retto quella tensione appena appena percettibile, ma presente, dei miei stati d’animo alternati da euforie e da malumori improvvisi, finchè non superavo le incognite e riuscivo a dare un nome, una data, un luogo e così anche un’anima alle mie creature. Grazie Costanza, per avermi affiancato ed incoraggiato nei momenti difficili di questa ricerca … e soprattutto grazie per avermi sempre fatto sentire la persona più importante della tua vita.

Vorrei portare come esempio delle difficoltà e degli intralci che si incontrano in simili ricerche, “il caso Farina”; e mi spiego: dopo le ricerche a Sale e a Gussago mi risultava che il padre e la madre di quel Giovanni che arriverà a Ospitaletto e darà origine ai “Nostri” Bonomi, erano Andrea e Marianna Farina, ma da nessuna parte veniva indicato quando e dove si erano sposati, e in quei tempi non trovavo e non avevo elementi né indizi per orientare la mia ricerca su questa Marianna … e dovunque andassi, frugavo fra i registri per scoprire se vi fossero dei “Farina”; ma niente! Ovviamente ho iniziato a cercare nei Paese vicini e limitrofi a Gussago: San Vigilio, Rodengo, Castegnato, Fiumicello (dove scoprii che mancavano tutti i Registri del ‘700!), a San Faustino di BS, ecc.; ho anche chiesto in giro fra gli amici ricercatori ed “ammalati di storia locale”, se avessero notizia di questi Farina della fine ‘700. Nessuno però che sapesse orientarmi e darmi delle dritte.

Dopo qualche anno di delusioni e di stasi, un giorno sistemando i figli di questo Andrea ed i suoi nipoti (i figli del figlio Pietro), trovai per caso che il padrino di battesimo di un figlio di Pietro era un certo Farina di Concesio: fu come un lampo che illuminava i dubbi e l’oscurità! Ho esultato, sicuro e convinto di avere trovato finalmente il bandolo dell’enigma che mi attanagliava da alcuni anni! Mi sono subito attivato con il Parroco di quel Paese, che scoprii essere don Osio, un ex Prefetto e poi ex Direttore del Collegio Arici, lo stesso nel quale passai ben nove anni di studio, dalla quinta elementare alle medie e al ginnasio-liceo. Ho subito pensato: ecco è fatta! Tirai un grosso sospiro di sollievo, certo di essere giunto alla soluzione dell’enigma: la mia inquietudine fu sedata e vinta dalla soddisfazione di avercela fatta. Tra l’altro mi lusingava non poco l’idea di aver avuto un’ava dello stesso paese di GioBatta Montini, il Papa Paolo VI! Non era cosa da poco poter annoverare tra i miei, i nostri ascendenti (la bisnonna di mio nonno Pietro) una concittadina del futuro Papa Paolo VI!

L’appuntamento che mi diede don Osio, ora monsignore, era per le ore 15 di giovedì 12 maggio 2011. Arrivai puntualissimo in Canonica, che si trovava proprio adiacente alla Chiesa di S.to Antonino di Concesio e dopo i saluti e le presentazioni di rito (don Osio non si ricordava di me, ma io di lui mi ricordavo benissimo, perché quando ero studente all’Arici di BS lui era prefetto di un gruppo di allievi interni convittori), entrammo nel suo studio dove erano custoditi i registri parrocchiali di Concesio. Trovai quello dei matrimoni del periodo intorno al 1763-64 e mi buttai subito a sfogliarne le pagine con un misto di avidità, curiosità e contentezza per essere giunto alla fine della lunga ricerca ed essere prossimo alla sua soluzione … ma in quegli anni, dal 1760 al 1768 non vi era traccia del matrimonio tra Andrea Bonomi con Marianna Farina … ero incredulo: non potevo convincermi che quel benedetto  matrimonio non c’era neppure a Concesio; lo sconforto e la delusione che seguirono erano veramente grandi e timidamente chiesi a don Osio se in quel tempo a Concesio vi fossero altre Chiese che potevano celebrare matrimoni … mi sentii rispondere di no e che avrei potuto cercare a Sarezzo … ma non avevo alcun indizio che mi collegava con quel paese …

E così nei giorni che seguirono alla delusione, forse la più travagliosa fra quelle che ho incontrato in questo lavoro di ricerca, mi ritrovai di malumore …

Decisi allora di ripassare i registri parrocchiali di Sale e di Gussago dei nati e dei matrimoni, e allora mi sono imbattuto in un matrimonio, che prima avevo sottovalutato e forse trascurato, ma che ora risultava “sospetto”, celebrato a Gussago: Andrea Bonomi e Maria Casara … proprio del 1763: proprio la data giusta per quel matrimonio … ma anziché Marianna Farina mi ritrovo Anna Casara (Casari)! Che pensare? Forse che i Casari commerciassero in farine e che pertanto tutti i membri della famiglia venissero soprannominati (come era abitudine in quei tempi) proprio “Farina”??? Lasciai sedimentare la cosa e dopo qualche tempo mi convinsi che non c’erano altre possibilità: Andrea Bonomi aveva sposato Anna Maria o Marianna Casari detta Farina … ma mi sbagliavo di grosso: primo, perché Andrea Bonomi q Pietro era di Sale e non di Gussago; secondo, perché era improbabile che il cognome venisse completamente sostituito dal soprannome (siamo nella seconda metà del ‘700); terzo e più importante,  i primi figli erano indicati come di Andrea e Maria, mentre gli ultimi figli di Andrea Bonomi erano indicati come figli di Andrea e Marianna, non di Maria …! e quindi conclusi che c’erano due Andrea Bonomi, quasi coetanei, ma uno era di Sale ed era figlio di Pietro e l’altro era di Gussago ed era figlio di .?. – Nei mesi successivi, continuai a pensare a questa cosa, ma senza riuscire a risolvere il dilemma … finchè un giorno di settembre del 2012 mentre ero all’Archivio di Stato di BS per approfondire le ricerche sui Bonomi di Gussago, parlando del più e del meno con la dr.ssa Mariella Annibale Marchina, questa mi suggerì di cercare nelle Polizze d’estimo di Concesio alla ricerca di un’eventuale presenza della famiglia Farina! Cosa che feci subito e così trovai una polizza d’estimo di Bartolomeo Farina q Leonardo, che era proprio il padre di Marianna! Ma allora, come si spiegava che il matrimonio di questa Marianna Farina (di Concesio) con il nostro Andrea Bonomi non fosse registrato nei libri di Concesio??? Forse che era stato celebrato in qualche altra chiesa di Concesio? Ma comunque anche in questo caso doveva essere registrato sui libri della Parrocchia di Concesio: che fare??? Mi buttai nello studio sul Concesio del 700 e trovai molte cose interessanti sulla famiglia Bartolomeo Farina q Leonardo … che meritavano un approfondimento presso l’ASBs (Archivio di Stato di BS) …

Poi un bel giorno (in verità meteorologicamente parlando era una giornata cupa e grigio-plumbea e pioveva ininterrottamente da diversi giorni …) mi venne un’idea, come un lampo nell’oscurità: e se questo nostro antenato Andrea Bonomi si fosse sposato due volte, prima a Gussago nel 1763 con Maria Casara, dalla quale doveva pur aver avuto alcuni figli (visto che il primo nacque proprio un anno dopo il matrimonio!) ed in seguito rimasto vedovo si fosse risposato in seconde nozze con la “famosa ed intrigante” Marianna Farina di Concesio. Andai subito ad esaminare le date dei vari figli avuti dalla coppia Andrea Bonomi e Maria Casara e ho notato che nella regolarità delle nascite dei figli (uno ogni due o tre anni), c’era un intervallo “sospetto” tra il 1780 ed il 1784, dopo cioè i primi figli (Angela 1764, Maddalena 1766, Petronilla 1769, Pietro 1771, Pietro 1773, Eurosia 1775, Edvige 1778, Evaristo 1780) c’era un intervallo di ben 4 anni dal 1780 al 1784, data della nascita di Giovanni (il nostro Capostipite) e dopo di lui le due ultime figlie: Giovanna Caterina Metilde 1785 e Aquilina 1787. Questo riscontro mi ha suggerito, e poi confermato ulteriormente, che in questo lasso di tempo Andrea poteva essere rimasto vedovo e poteva quindi essersi poi risposato con Marianna Farina … si trattava quindi di trovare la prova di questo fatto: 1) la data di morte di Maria Casara e 2) il matrimonio di Andrea e Marianna che a questo punto doveva essersi verificato solo dopo il 1780!

Perciò dopo vari tentativi per un nuovo sopraluogo all’Archivio Parrocchiale di Concesio,  finalmente don Osio mi concesse un appuntamento il 28/11/2012 alle ore 16.00 e così mi sono recato in canonica alla ricerca della nuova prova, che questa volta alla luce della nuova impostazione matrimoniale e spostando la ricerca ad una più ampia estensione temporale, sono riuscito a trovare: infatti nel registro dei matrimoni 1689-1803 risulta che “l’8/06/1782 Andrea Bonomi di Gussago, vedovo, sposa Marianna Farina nostra parrocchiana (di Concesio)”, ma non viene detto di chi fosse figlia!!! Era già un bel passo in avanti! L’altra prova doveva essere ritrovata nel registro dei morti di Gussago per trovare la morte di Maria Casara, che infatti muore a Gussago il 18/10/1781 e viene sepolta nella chiesa di San Lorenzo …

Ecco uno dei tanti esempi sulle vicende, sulle problematiche, sulle complicazioni e sugli intoppi di questa ricerca sui nostri Bonomi di Ospitaletto: l’ho raccontata solo per dare un’idea di ciò che si incontra e di ciò che si deve affrontare e superare. Non sempre si è trattato di problemi insuperabili, ma alcuni di essi hanno richiesto molto tempo, forse troppo tempo per me che avevo voglia di terminarla e condividerla con chi ne fosse interessato.

Forse per qualcuno questa ricerca potrà essere considerata anche inutile o insensata perdita di tempo; ma si può considerare inutile perdita di tempo il recupero, nella nostra memoria, dei nostri avi ed antenati? mi dispiace per chi la pensa così: mi consolo sperando che non tutti siano dello stesso parere … mi dispiace, in questo caso, prendere atto della sua (di questo ipotetico individuo insulso) aridità e povertà d’animo, e ringrazio Dio di avermi fatto un po’ diverso …! ma forse, la spiegazione è un’altra: i vecchi come me, non avendo altre aspettative di vita, si sentono costretti più a guardarsi indietro, che a scrutare il futuro … i giovani, invece, proprio perché sono giovani e devono costruirsi la vita, sono per forza spinti a guardare avanti verso il futuro, nel quale sperano e ripongono tante aspettative. A questa considerazione io potrei aggiungere che lo possono e lo devono fare, senza però perdere di vista le loro origini e tutti quei progenitori che hanno contribuito alla loro nascita … insomma, vivere attivamente nel presente, guardare in avanti e fare progetti per il futuro, senza dimenticare le proprie origini ed il passato da cui provengono, e soprattutto essere gelosi ed orgogliosi delle proprie tradizioni e della propria cultura, senza farsi ammaliare e farsi incantare da quelle a noi estranee, con le quali nulla abbiamo in comune e che sono proprie di altri paesi e altri popoli, pur rispettando sia quei popoli che le loro culture … ma avete notato quante donne italiane (e perciò cristiane) rinnegano la loro fede e si “convertono” (se così si può dire) all’islamismo, per poter sposare un mussulmano? Ma le avete confrontate queste due religioni, ne avete preso in esame i contenuti? …

Infine: i vecchi come me passano il tempo a cercare e pensare, a ricordare e sperare: è il loro passatempo; forse ritrovano la gioventù smarrita nella curiosità per la vita passata, nel ripensarla e ricordarla per renderla forse ancora presente …

Per me questo lavoro è stato utile, interessante ed entusiasmante; ed ora che so e conosco chi mi ha preceduto e da chi sono alfine venuto, mi sento più sereno, più tranquillo e consapevole … e spero che almeno altre quattro o cinque persone dei “nostri Bonomi” la pensino come me: se ciò fosse vero, ne sono lieto e soddisfatto: ne valeva proprio la fatica.

Giuseppe Antonio (“Peppino”) di Arturo e di Erminia

e … (prendo in prestito una bella e caratteristica espressione del mio amico Natalino) … di Costanza.

Ospitaletto, primavera 2013.

[1] Ugo Foscolo: “Dei Sepolcri”, verso 31
[2] Ugo Foscolo: “Dei Sepolcri”, verso 234
[3] Giovanni Gentile assassinato a sangue freddo da Bruno Fanciullacci (che ebbe per l’ardita e rischiosissima impresa, la medaglia d’oro al valore!) e Antonio Ignesti, l’inerme e ingrato giardiniere di casa Gentile. Un gesto che allora, nel marzo 1944, venne disconosciuto dallo stesso Comitato di Liberazione, con esclusione della sua componente comunista! Da allora la salma di Giovanni Gentile riposa nella basilica di Santa Croce, “tempio dei forti” come l’aveva chiamata il Foscolo.
[4] “Genesi e struttura della società”: XIII –  Società Trascendentale, la Morte e l’Immortalità.
[5] Fede: dal latino ‘fides -ei’ di origine indoeuropea: adesione dell’anima e della mente a una Verità rivelata e soprannaturale.
[6] Dylan Thomas: Collected poems 1934-1953, “A refusal to mourn the Death of a Child in London”
[7] Raffaele Crovi: Le parole del padre, Rusconi 1991, pag. 222
[8] Ugo Ojetti: citato da Montanelli “Il caro indimenticabile Vigilio Letti”, Corriere della sera 2/12/2001
[9] q: sta per quondam (una volta), è come il nostro “fu”; veniva usato nei secoli scorsi ed io me ne sono appropriato …
[10] A. Manzoni – “Promessi Sposi”: Introduzione

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