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2b-Introduzione a ricerca genealogica

2b-Introduzione a ricerca genealogica

 

Vivono immerse in me le care vite
Estinte di mio padre, di mia madre
E di tutta la lunga doppia fila degli avi.
Generazioni che sono venute e andate
Come foglie.
Vanità dell’essere
Nel suo immenso ciclo, che rimane,
e sotto il sole l’ombra mia rilutta
al tempo che si avvolge ai rosei rami.
Giuseppe Gerini

Che fai tu, luna in ciel? Dimmi, che fai
Silenziosa luna?
Sorgi la sera e vai contemplando i deserti
Indi ti posi
…
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
…
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera
Del tacito, infinito andar del tempo.
…
Spesso quand’io ti miro …
E quando miro in ciel ardere le stelle;
dico fra me pensando: a che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dire questa
solitudine immensa? Ed io che sono?
Giacomo Leopardi

Introduzione

Parlavo nella Prefazione della mia curiosità e del desiderio di conoscere la nostra storia, almeno quella più recente (di noi Bonomi di Ospitaletto) e di metterla poi a disposizione degli altri (Bonomi e non) che ne fossero ugualmente interessati, e dichiaravo che la mia curiosità era dettata dalla grande voglia di conoscere e di sapere chi ha contribuito al nostro essere e quindi alla nostra esistenza, anche al desiderio di onorare la memoria di coloro che ci hanno preceduto.

È inevitabile che, giunti a un certo punto della propria vita, si sia tentati di dare un’occhiata al proprio passato cercando di chiarire le proprie origini: la storia infatti è nata dalla curiosità di conoscere qualcosa di coloro che ci hanno preceduti, lasciandoci un’eredità alla quale tanto dobbiamo; ma anche dal desiderio di ricercare nel passato le ragioni vive concrete e pertinenti del presente che ne è derivato.

Possiamo così ricavare dal passato una risposta alle domande fondamentali che ci ossessionano più o meno da sempre: da dove veniamo?  come siamo diventati quello che siamo? L’attuale diffuso e rinnovato interesse per la storia nasce dalla necessità di scoprire il nostro passato, alla ricerca dei nostri padri e di ciò che dobbiamo loro, con l’intento di misurare sia la nostra dipendenza da loro, sia il nostro miglioramento o il nostro regresso! Insomma: la storia del nostro passato, che è quella che ha fatto di noi quello che ora siamo.

Fare una ricerca sui nostri morti è anche un po’ come prendere piena coscienza della morte, che un giorno toccherà anche a noi. La ricerca del materiale utile è stata lunga e laboriosa: la mancanza di un “archivio di famiglia” ha reso più indaginosa e complessa tale ricerca.

Una breve e limitata porzione della sterminata storia dell’umanità cerco qui di esaminarla con una piccola lente di ingrandimento, in modo da rubare alla dissolvenza del tempo, vite e vicende spicciole dimenticate o rimaste solo nella memoria di pochissimi … sappiamo infatti che la memoria traccia un legame tra le nostre brevi esistenze e quelle dei padri e figli, tra avi e bisnonni … insomma questa indagine o ricerca, che dir si voglia, restituisce guardando indietro nei secoli, ai lettori Bonomi il loro passato e li aiuta a rintracciare la propria identità, facendoli sentire membri ed appartenenti a pieno titolo a questa “numerosa famiglia” dei Bonomi di Gussago, di Sale e di Ospitaletto.

Al lettore si chiede di sopportare le pagine della prefazione, dell’introduzione, delle avvertenze e della mia autopresentazione (la quale ultima, per altro, non è obbligatorio leggere) presenti nella prima parte e quelle iniziali presenti all’inizio della seconda parte, riguardanti questi ultimi, alcuni temi “caldi”, ma attualissimi.

Ma anche un’altra ragione, più profonda ed umana, mi ha spinto nell’avventura di questa ricerca: sono profondamente convinto che la conoscenza del passato è la via maestra per capire il tempo presente, così come la comprensione della gerarchia parentale è indispensabile ad ogni bambino per riconoscere la famiglia cui appartiene. Non solo, ma ancora la memoria dei nostri morti, il ricordo di quelli che ci hanno preceduto e dai quali siamo derivati attraverso diverse generazioni e discendenze, la volontà di non dimenticare i nostri avi, bensì di recuperarne il ricordo (sia per noi stessi che “a futura memoria” per i nostri discendenti), tutti questi fattori insieme sono stati la motivazione fondamentale, che ha fatto scattare dentro di me la “fatidica molla”. Una ricerca quindi sui nostri morti, sui nostri avi, bisavoli e trisavoli, tutte persone che sono vissute molto prima di noi e che neppure conoscevamo; se poi consideriamo che da questa avventura della vita, nessuno uscirà vivo, allora subentra e si inserisce una ulteriore motivazione, non affatto accessoria, ma essenziale e fondamentale

Da un punto di vista umanistico, tralasciando per un istante l’impostazione schiettamente e preminentemente religiosa, che comunque rimane fondamentale, mi piace ricordare anche la concezione della poetica romantica (che da ragazzo tanto mi affascinava e che anche adesso, che ho i capelli bianchi, continua idealmente a coinvolgermi), secondo la quale va coltivata e venerata l’immortalità umana dei grandi spiriti, che hanno saputo combattere e morire per la propria patria e per gli intoccabili valori connessi, in cui essi credevano fermamente; grandi spiriti (e mi riferisco non solo ai generali e comandanti passati alla storia per qualche grande impresa personale, ma anche a tutti quelli che sono morti per questi valori, pur se nella maggior parte rimangono sconosciuti, sono comunque anche loro degli “eroi”: che altro è dare la propria vita per la propria patria e per la propria gente, se non eroismo?); molti di questi grandi spiriti, dicevo, hanno nutrito un grande amore anche per la poesia: questa concezione ubbidisce al desiderio di infrangere la fredda legge della morte creando (in opposizione all’arido ateismo) una nuova religione dello spirito, che ha la sua fede nelle illusioni, il suo tempio nel pantheon dove sono accolte le glorie nazionali, i suoi sacerdoti nei poeti che celebrano i grandi del passato, il cui ricordo rimarrà imperituro nella tradizione dei popoli … “finché il Sole risplenderà sulle sciagure umane”[1].

Secondo questa umanissima concezione, il sepolcro assume l’altissima funzione di suscitare nei superstiti quella “corrispondenza d’amorosi sensi”[2], che li illude di continuare a vivere con gli estinti; di testimoniare le vicende (gloriose) di un popolo, perché esso ne tragga gli auspici di un suo risorgimento e di offrire ai poeti materia di ispirazione al canto. Esso (il sepolcro) non è più l’immagine del triste destino che sovrasta gli uomini, ma ne diventa elemento consolatore, perché coltiva in ognuno di essi la speranza di una morte immortale, attraverso le pietose cure che i famigliari avranno dei suoi resti e delle lodi che i cittadini tributeranno alla sua memoria.

Così alla desolata contemplazione della morte, si accompagna la restaurazione della vita e la protezione nel tempo di tutti quelli che sono i più nobili ideali: eroismo, patria, senso di appartenenza, amore, bellezza, poesia.

In questa nuova luce di immortalità terrena, quasi di eternità, la vicenda di ogni uomo si confonde con quella dell’umanità intera; da qui nasce e si perpetua la commozione profonda che scaturisce dall’illusione di un nostro perenne rivivere nella memoria dei posteri, meglio ancora se nel ricordo dei posteri: la morte perde gran parte della sua opprimente angoscia, mentre la vita assume l’aspetto di una missione civile, come messaggio alle età future. Non solo: la vita trionfa definitivamente sulla morte: alla immortalità dell’anima, si affianca l’immortalità della poesia; il dramma personale ed universale si placa in una certezza di gloriosa memoria, di perenne ricordo; lo spirito del singolo uomo e dell’umanità sopravvive nella poesia, simbolo vivente della potenza eternatrice del canto delle muse: la potenza consolatrice ed eternatrice della poesia nel quadro di una religiosa esaltazione degli indistruttibili valori umani della vita terrena.

Come s’è visto, questa appena esposta è una concezione romantica e poetica della morte e per i non credenti potrebbe essere, oppure diventare, “una loro” concezione laica personale; per i credenti evidentemente questa non basta, non è sufficiente, ma deve essere integrata e superata dalla concezione cristiana, la quale purtroppo, in tempi recenti, non è esente da inqualificabili ed ingiustificati revisionismi materialistici, purtroppo anche all’interno della Chiesa da parte di alcuni preti, che non dimostrano di credere poi tanto in Dio.

A tale proposito, quello che mi riesce assolutamente molto difficile da sopportare, proprio quando il marxismo e altre filosofie, che fanno del materialismo e dell’ateismo il loro credo indiscutibile e la loro base fondamentale, proprio quando queste “filosofie” mostrano i segni di una crisi irreversibile, alcuni preti, pretonzoli, vescovi ed arcivescovi, eccitatissimi, ma confusi (fortunatamente sono in pochi … ma ci sono! … e come si fanno sentire! Sono quelli che si fanno sentire di più … e mi sconcertano ed angosciano!) le scoprono, queste filosofie materialiste, e cercano di adattarvi il cristianesimo, anche a costo di mutilarlo e snaturarlo!!! Sono guai per tutti, quando i religiosi danno una mano ai filosofi atei e ai politici marxisti, per fare della storia la sola legittima dimensione dell’uomo …! costoro credono, anzi sono convinti, di mostrarsi moderni ed aggiornati ed in sintonia con i tempi e con la cultura materialista imperante degli atei e degli indifferenti … e non si sognano neppure di interrogare la propria coscienza e la propria fede (se pur ce l’hanno), se poi una tale deformazione sia lecita, senza snaturare l’essenza dell’annuncio di Cristo, depositato da due millenni nella Chiesa Cattolica, ai quali forse va un po’ stretto …! E mi sorge spontanea una riflessione, anche se un po’ caustica: come la guerra è faccenda troppo seria per lasciarla ai generali e ai colonnelli, così la morte e il suo dopo, la vita eterna, sono problemi troppo grandi, gravi ed importanti per essere lasciati alle ipotesi di qualche teologo radical-chick e a qualche pretonzolo d’avanguardia, che ha scoperto da poco il mondo e le sue fascinose e allucinanti, ma quanto mai fallaci, ideologie materialiste! Costoro dimenticano che il Cristianesimo è una Rivelazione, non una costruzione umana fatta per compiacere il conformismo diffuso, la cultura imperante, i gusti e le mode sempre mutevoli della gente.

Viceversa, che bello quando si incontrano dei preti, dei vescovi e dei cardinali che credono in Dio e che dimostrano a tutti, con la propria vita, una fede convinta ed integerrima, libera da ideologie marxiste! …

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Si usa dire che la storia è maestra della vita. Questo è vero, ma solo in un determinato senso: infatti non ci insegna come dobbiamo comportarci (perché non ci dà il modo di prevedere il futuro), ma essa sola può spiegarci in quale maniera siamo giunti ad essere oggi quello che siamo.

La storia è impegnata a far conoscere e a meditare di continuo su quello che è accaduto nel passato più o meno lontano. E questo passato, non da condannare o da giustificare, ma con il quale trovare un legame perché il passato è in noi, è condizionante e complementare al nostro esistere, e il suo recupero contribuisce a individuare le nostre ascendenze, a meditare sulle nostre origini e a definire la nostra identità. Anche perché c’è in ognuno di noi (o dovrebbe esserci) la spontanea curiosità di sapere come noi stessi (e l’ambiente comunitario [paese, città, nazione] in cui viviamo e che ci circonda) siamo diventati quello che siamo.

E se sul piano individuale, il senso del passato viene naturale e spontaneo, su quello collettivo di una comunità, bisogna costruirlo piano piano, passo dopo passo, perché le aggregazioni umane hanno un passato che va al di là della vita dei singoli. È proprio nella ricostruzione di testimonianze (orali o documentarie che siano) che si concretizza l’incontro fra passato e presente, fra l’interpretazione del passato e modo di essere e di pensare del presente: tale incontro sta alla base della continua nuova riscrittura della storiografia (ma che sia oggettiva e non quella falsificata, in base al “dictat” di qualche ideologia), cosa che rende possibile una migliore conoscenza di quel che è accaduto, per un miglior orientamento della cultura del mondo in cui si vive.

Incontro quindi tra passato e presente, inteso come continuità nella convivenza umana del culto della memoria: ecco lo spiccato interesse per la storia intesa come nesso strettissimo fra le persone vissute e le cose accadute e quelle da ricordare, fra passato che non è più e presente che è “il futuro del passato” (e, mi verrebbe da dire, il passato del futuro).

Pertanto va respinta la tesi di quanti sostengono che la storia non ha mai insegnato niente a nessuno, è fuor di dubbio che siamo figli del nostro passato e che se la storia non è certo in grado di fornire ricette per risolvere i problemi di oggi, aiuta senz’altro a identificare le componenti che hanno contribuito a rappresentare le varie situazioni del presente.

Anche questi sono stati i concetti che mi hanno sorretto quali precisi punti di riferimento metodologico nella mia presente ricerca sui Bonomi di Ospitaletto.

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Impressioni personali che ho riportato da questa ricerca

In molte pagine dei documenti che ho analizzato e studiato, si avverte la presenza molto diffusa e quasi costante della povertà: una povertà di cui oggi non si ha certo esperienza e che forse non si riesce neppure ad immaginare: quella povertà quotidiana di chi non ha quasi da mangiare e spesso da dormire, di chi deve privarsi del necessario, e non ha però nemmeno una parola di recriminazione verso i compaesani, verso le autorità, verso i nobili ed i potenti. Dei molti soggetti che compaiono in questo libro, i più si presentano alla nostra immaginazione con un volto umano semplice, senza splendori e apparentemente senza complicazioni intellettualistiche né tanto meno, sofistiche e cerebraloidi; traspare tuttavia dalle loro vite il saldo buon senso contadino (il famoso “buon senso comune”) ed un evidentissimo, spiccato e profondo, quasi connaturato, senso religioso, che non considera mai tragiche (più del giusto) le situazioni più critiche e difficoltose, ma sa anzi vederne gli aspetti sereni e totalmente alieni da ogni spirito di ribellione e di contestazione. I nostri antenati vivevano all’interno di una visione del mondo secondo la quale tutto accadeva per volontà di Dio: capivano il dolore, lo sentivano e lo soffrivano (e forse lo offrivano anche in espiazione …), molto diversamente da noi, uomini del ventesimo e ventunesimo secolo; non pretendevano di sapere e capire perché il dolore fosse congenito e connaturato alla condizione umana, e perciò sempre presente in essa. Questo profondo senso religioso della vita e del suo svolgersi, con le sue gioie e le sue miserie, sembra trasversale in tutti questi nostri avi e li accomuna indiscriminatamente; insomma una vita, la loro, che comunque è sempre “governata” dal buon Dio e dalla Sua Provvidenza, un Dio che è Padre misericordioso, più che Giudice inflessibile e gli eventi della vita sono da loro considerati, e quindi accettati, come voluti dal buon Dio, secondo i suoi misteriosi disegni, che loro, da povere creature quali si ritengono, non sono in grado di conoscere e di capire.

A proposito poi delle difficoltà, che i nostri avi hanno dovuto affrontare, devo aggiungere che le loro tribolazioni ed i loro problemi erano certamente molto più aspri e più duri rispetto ai nostri; e sono altrettanto convinto che, nonostante ciò, i nostri avi siano riusciti a superarne molti, forse tutti, con una innata e profonda fede religiosa e quindi, tutto sommato, credo che abbiano trascorso la loro vita probabilmente con maggior serenità rispetto a noi uomini e donne di oggi, più disincantati, più scaltri, più estranei e quasi privi di un convinto senso religioso della vita, e forse per questo anche più problematici e complicati e meno sereni di loro … qui però il discorso ci porterebbe lontano, molto lontano ed esula dagli intenti di questa ricerca.

Anche ad un osservatore superficiale e distratto, balza agli occhi con evidenza ed immediatezza, l’enorme salto “culturale”, più che temporale, fra quei tempi ed i tempi di oggi, salto ben superiore al numero di anni trascorsi, oserei dire salto epocale, quasi ci fosse di mezzo e ci separasse un’era, se non proprio geologica, di sicuro storica: gli astronomi per indicare distanze enormi ed abissali, usano parlare di “anni-luce”: ecco, il termine giusto è proprio questo: sembrano passati, e quindi lontani da noi, molti anni-luce, più che anni normali fatti di 365 giorni, come li intendiamo noi. E quando parlo di “cultura” intendo l’insieme di conoscenze e di valori su cui l’individuo (o la comunità) esercita una riflessione critica autonoma sul senso della vita e della morte, ed in base alla quale fonda i propri comportamenti individuali e sociali, condivisi con tutta la comunità a cui appartiene.

Come medico, una cosa che ho riscontrato e che mi ha colpito profondamente, è stata la constatazione dell’elevata e spesso elevatissima mortalità perinatale e neonatale (cioè quella legata al parto e fino al quarto giorno dopo la nascita), ed infantile post-neonatale (dal quinto giorno dalla nascita, fino a un anno dopo la nascita); e m’è venuto subito alla mente il drammatico verso del Leopardi: “… Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento.”[3]; tale tasso di mortalità caratterizzava e rispecchiava la realtà di quei tempi.

Mi viene allora spontaneo ricordare i miei primi anni di lavoro all’Ospedale di Rovato, nel quale ero assistente chirurgo nella Divisione di Chirurgia Generale con annessa Sezione di Ostetricia; orbene, anche se correvano rapidissimi i lontani anni settanta (dal ’69 al ’76) la mortalità perinatale allora registrata in quel piccolo ospedale di provincia (… stavo per dire di campagna, ed io stesso ero, e mi consideravo con orgoglio, un chirurgo di campagna!) era perfettamente in linea con la media registrata nella Regione Lombardia; e dire che in quel piccolo (ma glorioso!) Ospedale di Rovato negli anni sopra ricordati, avvenivano ben 800 parti all’anno …!!!

A quei tempi, piccolo ospedale non era sinonimo di qualità medica scadente, bensì di famigliare e a misura d’uomo, pervaso com’era da diffuso senso umano nell’assistenza sanitaria ai malati ricoverati. Come medico di quel reparto, consideravo la morte di un neonato un evento eccezionale, ma davvero eccezionale, anche se possibile … Altrettanto ed ancora più eccezionale, era in quel piccolo ospedale, la morte della partoriente. Dopo gli anni ottanta la medicina ospedaliera iniziò ad essere invasa dalla super-tecnologia, che apportava sicuramente miglioramenti diagnostici insperabili, ma depauperava la prassi e gli operatori, forse anche l’assistenza sanitaria, di quei fondamentali aspetti umani, che sempre dovrebbero contrassegnare e caratterizzare la professione medica (ed infermieristica) “di servizio”.

L’altra mortalità che nella mia ricerca ho potuto diffusamente constatare, anche questa veramente alta, ma un po’ meno di quella neonatale, era quella delle partorienti (legata al parto o durante il parto o subito dopo, per sopraggiunte complicazioni più o meno gravi): a quei tempi il parto avveniva a domicilio ed era assistito dalle ostetriche, che erano chiamate “comadri”, (da cui la nostra “comare”), le quali fino all’inizio dell’ottocento erano “donne più praticone e volenterose che esperte”, ma senza alcuna formazione professionale; questa inizierà all’incirca sotto il dominio austriaco nel 1816-18 con corsi specifici obbligatori. E quindi si capisce forse il motivo dell’alta mortalità sia delle partorienti che dei neonati, durante il parto o poco dopo … a fronte di questo stato di cose, le “comadri” erano prima di tutto istruite su come somministrare “l’acqua” ossia il battesimo in caso di pericolo di vita del neonato, tanto che la maggior parte di neonati (per mettersi il cuore e la coscienza in pace), subito dopo essere venuto alla luce, riceveva l’acqua dalla “comadre” al primo sentore di pericolo …

Infine, nella mia ricerca mi sono spesso imbattuto nei grandi flagelli sanitari degli ultimi quattrocento anni: la peste del 1577-78 (detta di S. Carlo), quella del 1630 raccontata magistralmente dal Manzoni nei Promessi Sposi; i focolai di peste del settecento; le grandi epidemie di vaiolo del ‘700 e poi quelle del colera del 1830 e 1870, la grande epidemia della prima guerra mondiale: la cosiddetta “febbre spagnola”, ecc.

Faccio notare, per inciso, che fino all’inizio del novecento la prima causa di morte era quella legata a malattie infettive, seguiva poi la causa bellico-traumatica (le guerre cruentissime si susseguivano l’una all’altra quasi incessantemente) ed infine, a distanza, venivano le malattie cronico degenerative.

Queste balzeranno però al primo posto, dopo l’avvento degli antibiotici che fecero scendere nettamente le morti per malattie infettive e, aumentando la durata della vita, favorirono l’insorgenza e il dilagare delle malattie dette appunto cronico degenerative (grazie anche ad errati stili di vita!).

Durante tutta questa lunga ricerca mi sono imbattuto in tante circostanze ed in tanti episodi che mi hanno procurato una varietà sfaccettata di emozioni, di sentimenti, di esperienze cognitive, di sorprese varie, che ora mi riesce molto difficile descrivere nei dettagli ed illustrare esattamente per come io le ho vissute … per cui preferisco tenermele dentro di me e lasciare al lettore la sorpresa di viverle in prima persona, senza suggerimenti e/o condizionamenti di sorta da parte mia.

Infine, la domanda che mi faccio spesso come padre è che cosa posso lasciare in eredità ai miei figli e alle future generazioni. Ai miei figli lascio la mia casa con annessa Chiesetta (o Cappella), che ho avuto anch’io in eredità da mio padre Arturo, e penso che questo lavoro sui nostri Antenati possa essere un’importante eredità, non ricca di denaro, ma piena di valori umani e famigliari.

Durante la mia ricerca ho imparato molto, molte cose che non sapevo; ma mi sono imbattuto anche in molte situazioni “strane”, che mi sembrava addirittura di avere già vissute personalmente nella mia infanzia, tanto erano simili e analoghe a quelle riscontrate nelle precedenti generazioni.

Buona lettura!

 

[1] U. Foscolo – Dei Sepolcri: ultimo verso 295

[2] U. Foscolo – Dei Sepolcri: verso 30

[3] G. Leopardi – Canto notturno di un pastore errante: versi 38-39

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