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0-Bonomi 0ma Discendenza

… Piangi il morto atleta: beltà d’atleta
muore con lui.
Muore la virtù dell’eroe che il cocchio
spinge urlando tra le nemiche schiere;
muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio
del timoniere;
ma non muore il canto che tra il tintinno
della pèctide apre il candor dell’ale.
E il poeta fin che non muoia l’inno,
vive; immortale;
poi che l‘inno (diano le rosee dita
pace al peplo, a noi non‘ s’addice il lutto)
è la nostra forza e beltà, la vita,
l’anima, tutto.
Giovanni Pascoli

 

 0ma (zeresima) Generazione dei Bonomi di Ospitaletto:
Francesco Antonio Bonomi (di Giovanni) & Maria Giacomelli

 Ai fini della nostra storia e della “stirpe” dei Bonomi di Ospitaletto, diventa però figura centrale il secondo figlio maschio di Giovanni, cioè Francesco Antonio (nome del nonno materno), nato a Sale il 4/09/1817, di cui invece è scritto sul Registro Parrocchiale dei Matrimonio che era “artista (falegname) di cose sacre”, probabilmente di arredi delle chiese. Questo lavoro sarà tramandato a diversi nipoti, dato che sono diversi i nostri Bonomi che saranno falegnami (Cesare, Achille, Pì ed anche altri).

Ora quindi dovremmo occuparci dei Bonomi che daranno origine a tutti i “nostri” Bonomi di Ospitaletto. Ma prima due parole su Ospitaletto. Che dire di Ospitaletto?

Ospitaletto è un paese ad Ovest di Brescia, un paese che sta tra i vigneti delle Colline della Franciacorta e la grande Pianura; è attraversato in tutta la sua lunghezza da est a ovest, e perciò diviso a metà, dallo “stradone”, la famigerata Strada Statale n° 11, la Padana Superiore, che da BS porta a MI e che, comunque la si voglia giudicare, ha avuto un ruolo fondamentale ed essenziale sia nella nascita che nel futuro sviluppo del paese.

 

Chiesa Parrocchiale di Ospitaletto con vecchia torre medievale
Siamo negli ultimi anni dell’800 e si inizia a costruire il nuovo campanile mentre è ancora presente la torre medioevale!

 

Ad est di Ospitaletto c’è Brescia sorta intorno al Cidneo, adagiata ai piedi dei Ronchi che portano alla Maddalena, monte che rappresenta un preciso punto visivo di riferimento quando si guarda a est. Da questo lato orientale, Ospitaletto confina con la Baitella di Castegnato.

Da qualunque parte invece si guardi a nord, c’è sempre il Monte Guglielmo, bianco d’inverno e verde celeste d’estate, che vigile sorveglia da vicino le colline e la parte settentrionale della pianura tra BS e Rovato. Paderno, Passirano e Cazzago SM, antichi paesi della Franciacorta, separano Ospitaletto dai loro rilievi collinari, ricchi di vigne; alle loro spalle, un poco più su, prima del Monte Guglielmo, boschi di castagni, roveri, sambuchi e lecci tappezzati di agrifoglio ed elleboro.

La Franciacorta quindi lambisce a nord il confine del territorio di Ospitaletto; la Franciacorta, un esteso insieme di colline da vini d’ambrosia, contempla larghi giri di colli e dolci peripezie proprie di una terra mossa, tutta dedita a ondularsi per vaghezza di forme ed incanto di bellezza; i voli spericolati delle rondini, il candore delle colombe, che insistono a stendere le ali oltre le tegole abitate dagli storni e dai passeri, i lunghi filari di robinie, di romiglie, di gelsi: tutto è mirabile e par di coglierne il respiro.

A sud il paese si prolunga nella regolarità della pianura padana e confina con Travagliato, col quale ha in comune la stazione ferroviaria MI-VE. Quando passano i treni, in paese solitamente non si sentono, se c’è bel tempo e se non si prevede pioggia; quando invece in paese si sentono in lontananza i treni passare, si può essere certi che è in arrivo la pioggia! Segnale sicuro di pioggia imminente e previsione meteorologica infallibile, proprio come dicevano i nostri saggi vecchi di Ospitaletto! Nelle giornate limpide, se c’è sereno e l’aria è senza foschia, salendo sul tetto di casa mia (meglio ancora sul campanile della chiesa) si possono vedere gli Appennini Emiliani.

A ovest, dopo l’incrocio della Bertola (la strada a nord porta a Cazzago, quella a sud alla Pedrocca), si incontra a pochi chilometri Rovato ed il suo Monte Orfano, oltre il quale la pianura precollinare (o come qualcuno la chiama, pedemontana) si allarga, attraversando la provincia di Bergamo, fino a Milano, da cui il nostro Paese dista meno di 80 km!. Strano perciò che dopo il medioevo, la provincia di Brescia abbia avuto rapporti economico-istituzionali e storici più con la Repubblica di Venezia, distante più del doppio, che non con i Visconti del Granducato di Milano (solo dal 1350 al 1404). Ricordo che per vent’anni dal 1404 al 1421 vi fu la Signoria di Pandolfo Malatesta (1404-1421), abbattuta poi dal Carmagnola inviato dai Visconti di Milano che temevano le mire espansionistiche del Malatesta: i Visconti tennero Brescia ed il suo territorio per pochi anni, perché il 30/12/1426 Brescia venne per la prima volta sotto il dominio della Repubblica di Venezia e Francesco Foscari nel 1429 riformò gli Statuti precedenti).

Ricordo ancora che negli anni della mia giovinezza (’50 e ‘60) erano presenti sulle più vecchie porte e portoni di Ospitaletto, le targhette di latta (o metalliche) riproducenti il Leone di San Marco, a sottolineare, come antica testimonianza tuttora presente e tangibile, questi storici rapporti, dal 1427 alla fine del settecento: quasi ben quattrocento anni! Circa l’origine del nostro Paese bisogna ricordare che vi era un ospedale o ospizio che nell’alto Medioevo era luogo di carità destinato ad accogliere ed assistere i viandanti. L’ospizio di Campedellus fu probabilmente fondato da un duca longobardo, ed era perciò chiamato “hospitale ducis o denni” (contrazione di domini = del vescovo). Figura poi nei beni dell’abazia di San Gervasio e Protasio sul colle di sant’Anna. La cappella dell’ospizio dedicata a San Giacomo apostolo, protettore dei pellegrini, divenne il luogo di riferimento per la vita religiosa della piccola comunità svolgendo il ruolo di chiesa parrocchiale dalla fine del secolo XV. Nel 1553 il vescovo di Brescia Durante Duranti concesse lo juspatronato a Paolo Aleni (allora parroco della chiesa) e al fratello Agostino, i quali ben presto (1556) provvidero alla costruzione di una nuova parrocchiale, eretta sul luogo della vecchia cappella dell’ospizio, dove attualmente si apre la piazza principale del paese; questo nuovo edificio fu consacrato il 14/11/1564 dal vescovo Vincenzo Duranti, nipote del titolare della diocesi di BS, Durante Duranti.

La nuova Chiesa occupava gran parte dello spazio in cui attualmente si apre la piazza principale del paese, tra la strada “regale” ed una area acquitrinosa che si estendeva a sud. Questa chiesa a navata unica orientata est-ovest aveva nel 1565 un solo altare maggiore dedicato a San Giacomo apostolo; la affiancava il campanile, una torre medievale a pianta quadrata con tetto a quattro falde alta circa 16 metri. Un secolo dopo la chiesa risultava dotata di 3 altari: il maggiore, quello della Madonna del Rosario e quello del SS.mo Sacramento e di un Battistero. Nella chiesa vi erano delle sepolture, ma era circondata da un cimitero per il quale era prevista la costruzione di un muro di cinta. Ma proprio cento anni dopo la sua costruzione, la chiesa degli Aleni si rivelava insufficiente per le necessità della popolazione. Perciò il Comune il 25 marzo 1687 inviò al Governo Veneto una supplica per ottenere il permesso di erigere una chiesa più ampia della precedente; la vecchia sarebbe stata utilizzata come cimitero e come sede per l’insegnamento della dottrina cristiana alle donne. L’autorizzazione venne concessa il 23 aprile successivo ed il 25 luglio fu posta la prima pietra, come attesta una notazione presente nell’Archivio Parrocchiale: “memoria della prima pietra messa nel fondamento della fabbrica della nuova chiesa, posta dal reverendo Bernardino Olmo arciprete e dai deputati di detta fabbrica conte Antonio Gambara, GioBatta Lando e GioBatta Caglio, e mastro Bartolomeo Spas (Spassi o Spazzi) capomastro di detta fabbrica; fu fatta la processione solenne, benedizione del luogo con tutte le solennità …”.

Dopo diversi anni di lavori, rallentati anche dalla guerra che imperversava sulle nostre terre, il 19/11/1711 con grande solennità venne celebrata nella nuova chiesa la prima messa dall’arciprete don Stefano Bianchi; la chiesa fu ultimata nel 1719.

Come si vede, un paese tutto sommato giovane, Ospitaletto; niente a che fare con gli antichi paesi che lo circondano, quelli sì veramente antichi … una comunità aggregata che s’è sviluppata in modo autonomo e consapevole, grosso modo soltanto dopo il dodicesimo e tredicesimo secolo dell’era cristiana, occupando poco a poco, lustro dopo lustro, il territorio di Passirano lungo l’allora “nuova e recente” strada diretta, cha partiva da BS per arrivare a Milano; Passirano era stata tagliata fuori dal nuovo percorso, e perciò troppo distante per preoccuparsi di quattro contadini dislocati, tutto sommato, in periferia, sui confini meridionali del suo territorio. Man mano che la nuova strada andava assumendo maggior importanza, come nuova via diretta di collegamento tra BS e MI, il neonato agglomerato di povere abitazioni si allargava però e si estendeva sempre più, oltre che con case contadine e cascine coloniche, anche con alberghi e ricoveri (xenodochi), per i sempre più numerosi viaggiatori che la percorrevano e che qui trovavano comodo fare una sosta. Finchè un paio di secoli dopo (verso il XIII-XIV sec.) la comunità iniziò a rivendicare la propria autonomia comunale fiscale e amministrativa: sorse così l’Hospedaletto del XIV, XV e XIV secolo.

Nessun palazzo imponente, nessuna costruzione “nobiliare” importante e vistosa che gli desse lustro. Sta di fatto che le case più antiche del paese, le prime a essere costruite, sono state abbattute con il benestare di molti sindaci del secondo dopoguerra per far posto a edifici moderni, improbabili, disegnati da architetti d’avanguardia, in cerca di notorietà e visibilità e fama gratuita … ma solo per la bruttura delle loro “nuove e moderne”, ma orrende costruzioni: sono lì da vedere!!! Così, quel poco di tardo-medioevale che Ospitaletto poteva vantare (quale prova comunque della sua storia non molto antica, ma almeno risalente a quel periodo tardo medievale), veniva demolito dall’incuria e dalla speculazione edilizia con il benestare della maggior parte delle amministrazioni comunali “democratiche” del secondo dopoguerra. A merito di due di queste amministrazioni comunali va riconosciuto quello di aver promosso e sponsorizzato due libri veramente importanti circa il patrimonio artistico di Ospitaletto: quello sulla chiesa parrocchiale di S. Giacomo Maggiore (sindaco arch. Roberto Bonomi) e quello sul restauro della Chiesa di Sta Maria di Lovernato (sindaco Luigi Pasini): quando bisogna riconoscere a Cesare qualche merito che è di Cesare, va obiettivamente e onestamente riconosciuto, ed io qui ora l’ho fatto.

Che edifici rimangono ora nel nostro paese a testimonianza della sua origine tardo-medioevale? Solamente la Chiesetta di Lovernato (eretta dopo le due pesti del ‘400: una degli anni venti e l’altra degli anni settanta) e forse quella di San Rocco (eretta dopo le due pesti del ‘500: quella di Carlo V del 1527 e la peste detta di San Carlo del 1577-78; presente e funzionante per la peste del 1630, quella descritta magistralmente dal Manzoni nei Promessi Sposi); purtroppo tutto quello che oggi si può osservare in paese è sorto nell’era moderna, prendendo il posto di costruzioni precedenti irrimediabilmente andate distrutte e perdute.  Un esempio per tutti sia la “Badia” dei Santi Gervasio e Protasio, uno degli edifici più antichi, che sorgeva a ovest del paese è stata abbattuta per fare il posto ad un edificio “orribile visu” (orribile da vedere!), che tutti possono valutare e … ammirare! il Palazzo dei Conti Gambara in via San Rocco, ha dovuto lasciare il posto ad un edificio dall’estetica moderna, assai discutibile, in cui è stata allocata una banca … Ma anche quei pochi o tanti edifici che sono sorti ex-novo senza abbattere precedenti vecchie costruzioni, orbene anche questi mostrano una struttura architettonica esteticamente assai discutibile, che rasenta proprio il cattivo gusto … vedasi l’obbrobrio sorto qualche anno fa in zona Pergolina, al posto di un vecchio campo di bocce! Secondo me, questa costruzione è molto importante, perché resta un tipico esempio concreto e reale di come non dovrebbe essere una costruzione!

Per fortuna, oltre alla Chiesetta di Santa Maria di Lovernato, è sopravvissuta la Chiesetta di San Rocco, intorno alla quale sorgeva il cimitero durante i periodi della peste; al di fuori di questi episodi pestilenziali, i morti venivano sepolti nella vecchia Chiesa di San Giacomo Maggiore che sorgeva nell’attuale Piazza Roma e che nei primi decenni del settecento venne sostituita con la nuova Parrocchiale con la facciata orientata a sud.

Ma i delitti di “lesa maestà” che il nostro paese ha dovuto subire, risalgono anche all’Ottocento e anche prima della guerra mondiale 1915-18: esempio, la vecchia chiesa parrocchiale di San Giacomo sorgeva nell’attuale piazza Roma; poco distante, sempre nell’attuale piazza Roma, si poteva ammirare la vecchia torre quadrata medioevale in mattoni: la vecchia chiesa è stata demolita agli inizi dell’Ottocento, molti anni dopo la costruzione della nuova Chiesa parrocchiale, inaugurata nel 1711; la torre venne demolita invece alla fine dell’Ottocento per essere sostituita, poco distante, dal nuovo campanile agli inizi del Novecento …

Tra le due guerre, sono state edificate le Scuole Elementari (con vicino le piscine) ed il Municipio, ma non so esattamente se ex novo, oppure se al posto di che cosa … ma sicuramente si potrà sapere consultando l’archivio comunale, che ancora deve essere sistemato.

Dicevamo del paese tagliato in due dallo stradone: le due metà, quella a nord e quella a sud, differivano molto tra di loro, perché una era “sul secco” (sulla “söta”, perché fino ai tempi della mia giovinezza non vi erano sistemi di irrigazione e la produzione agricola era assai scarsa e povera); quella a sud invece, essendo irrigata dalla seriola nuova di Chiari, costruita verso la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, era molto più ricca e perciò ambita, perché forniva raccolti abbondanti: ricordo per esempio la differenza che esisteva tra il granoturco cresciuto sul secco, esile basso e striminzito, e quello altissimo e rigoglioso della “bassa”, molto ben irrigata. Anche le divisorie tra le varie proprietà erano diverse: quelle a nord della strada erano chiamate “musne” (cordoni più o meno rilevati di sassi su cui sorgevano roveri, robinie e romiglie…) tra un campo e l’altro; mentre quelle a sud erano chiamate “ripe” e solitamente delimitavano un “serioletto”, che portava l’acqua irrigua e che derivava dalla seriola grande, che spesso era accompagnato da un “tresandello”, vale a dire un sentiero o viottolo.

E qui mi fermo! Non prima però di aggiungere che il limitato e ristretto territorio del nostro Paese, continua a essere preso d’assalto dalla speculazione edilizia … un fitto agglomerato di case, casine, casone e condomini al posto di prati, giardini e campi da coltivare …

Ma tant’è, un paese è quello che è, ti contiene, appartiene anche a te, in definitiva ne possiedi un pezzo e ne occupi un frammento di territorio … e ne condividi lo spirito comunitario di appartenenza; ci sei nato, ci sei cresciuto, hai dei parenti, hai degli amici con cui hai condiviso giorni di vita, … e poi … ci sono i tuoi morti … possiedi dei momenti nella storia della comunità, che ti sono rimasti inscritti dentro … insomma è il tuo paese, che non puoi che amare, anche se ti rincresce che l’abbiano rovinato ed abbruttito.

Ma dopo questo excursus storico e descrittivo del territorio di Ospitaletto, ritorniamo ai nostri Bonomi, che sono il tema principale della ricerca.

Poco prima di compiere 23 anni, Francesco Antonio sposa a Ospitaletto il 6/07/1840, alla presenza del parroco don Carlo Buccio, una giovane ed esile ventenne di San Vigilio, Teresa Salvi, nata l’8/09/1820, figlia di Giovanni e di Caterina Rosola. [Giovanni Salvi a sua volta era nato a San Vigilio il 2/06/1795 da Domenico e Teresa .?. (manca il cognome della moglie, come era abitudine prima dell’ottocento) ed aveva una sorella Maria di quattro anni più vecchia, essendo nata il 14/05/1791]. Ecco come viene descritto questo matrimonio nei registri parrocchiali:

“Francesco Antonio Bonomi di Giovanni e fu Bartolomea Tanfoglio, nato a Sale di Gussago, domiciliato a Ospitaletto, sposa il 6/07/1840 a Ospitaletto Maria Teresa Salvi di Giovanni e Caterina Rosola, nata a S. Vigilio; testi: Francesco Salvi e GioBatta Svanini di Ospitaletto”.

Dal loro matrimonio nasce a Ospitaletto l’8/05/1841 un figlio di nome Francesco, che però muore dopo 18 giorni, il 26/05/1841. Non solo; ma dopo alcuni mesi “la moglie Teresa, andata a visitare i genitori a San Vigilio, si infermò nella casa di essi e dopo alcuni giorni di malattia morì per febbre gastrica, il 2 settembre 1841”! Non è difficile immaginare il dolore e lo stato d’animo del nostro Antonio, che nel giro di pochi mesi perde il suo primo figlio e la giovane moglie … gli anni seguenti devono essere stati terribili … ma la vita continuava, doveva continuare … così che, a poco a poco, Antonio si riprende, ricomincia a riacquistare ancora un po’ di ottimismo e di fiducia nella vita, finchè conosce un’altra fanciulla che lo colpisce, lo attrae, gli fa palpitare il cuore e gli infonde un po’ di speranza … e la vita ricomincia, tanto che tre anni dopo:

Francesco Antonio, vedovo della fu Teresa Salvi, l’11/02/1844 sposa a Ospitaletto Maria Giacomelli, nata a Ospitaletto il 14/05/1825, suo padrino fu Andrea Rosa del Camaione “sotto il tener di Passirano”, quinta figlia di Giuseppe e di Giovanna Toffa.

 

Atto di matrimonio tra Antonio Bonomi e Maria Giacomelli l’11.02.1844
[I Giacomelli, genitori di Maria, erano originari di Breno, dove si erano sposati il 9/04/1815; dopo le nozze si trasferirono quasi subito a Ospitaletto, dove nacquero i loro figli:
— Damiano morto a 1 anno il 26/07/1816; (nome del nonno paterno);
— Orsola 18/12/1817, padrino Luigi Lombardini,
— Maria Luigia 8/04/1820, padrino Domenico Lombardini – Maria Luigia morirà a 29 anni il 25/05/1850 per tisi,
— Pietro (9/09/1822 – 11/05/1826) a 3 a., (nome della nonna paterna); padrino Giacomo Lombardini – da cui si deduce che tra i Giacomelli ed i Lombardini dovevano esistere forti legami di amicizia,
— Maria, la nostra Maria, 14/05/1825, padrino Andrea Rosa del Camaione,
— Angela 6/04/1828, padrino Giambattista Moretti;
— Rosa Francesca 16/03/1833, padrino Francesco Casarotti
— Pietro 25/09/1836, padrino nob. Giovanni Cagnola di Travagliato
— Pierina 16/01/1839, padrino Giuseppe Svanini; morirà a sei mesi il 17/07/1839.

Infine, a riguardo dei coniugi Giacomelli, sul Registro Parrocchiale dei Matrimoni, viene precisato che erano “poveri di condizione”. Il padre di Maria, Giuseppe Giacomelli era figlio del fu Damiano e della fu Pierina .?., di Breno e faceva il contadino; muore a Ospitaletto il 27/02/1841 a 48 anni, infatti era nato a Breno 11/12/1791. Riguardo alla madre Giovanna Toffa, non ho trovato quando e dove sia morta… (si veda in appendice qualche altra notizia sui Giacomelli di Breno e sui Toffa di Losine). Pare abbastanza certo che non sia morta a Ospitaletto, perché non l’ho trovata registrata sui Registri di Ospitaletto; probabilmente ha seguito un figlio o una figlia sposati con qualcuno fuori Paese …]

 

Nucleo Famigliare:
Francesco Antonio Bonomi e Maria Giacomelli

Se Giovanni Bonomi è da considerare il Capostipite dei nostri Bonomi, fu però da questa unione tra Francesco Antonio e Maria Giacomelli, che verranno i “nostri Bonomi” di Ospitaletto: tre maschi Giovanni, Giuseppe e Pietro Bortolo[i] e due femmine: Luigia Bartolomea e Rosa Angelica. Ecco perché considero come Generazione o Discendenza 0ma o “zeresima” (come dicono i matematici) quella di Antonio: è da lui infatti che bisogna partire per considerare e numerare le varie Discendenze dei nostri Bonomi, perciò Francesco Antonio sarà codificato 0G-0RF-1.  Il fratello maggiore, primogenito, cioè Narciso Evaristo Bartolomeo, se proprio volessimo codificarlo avrebbe la seguente codifica: 0G-0RF-2 , perché è dello stesso Ramo Famigliare di Antonio, è della stessa Generazione o Discendenza, la zeresima, ma pur essendo primogenito gli assegniamo il numero 2 (e non l’1), perché pur avendo abitato a Ospitaletto per qualche tempo, a Ospitaletto non si è fermato ed è presto ritornato a San Vigilio, paese della moglie, dove lì poi proseguirà la sua vita (vedasi il capitolo precedente e i Bonomi di San Vigilio).
A Ospitaletto Antonio Bonomi con la sua famiglia abitava in Vicolo Confortino di Via Reale Mattina.
[[[Giovanni Bonomi morirà in casa propria a Ospitaletto il 20/08/1852 a 68 anni, era già vedovo della moglie Bartolomea, morta sedici anni prima, il 12/01/1836 a 51 anni.]]] Francesco Antonio Bonomi muore a Ospitaletto in casa propria il 8/02/1873, a 56 anni.
La moglie Maria Giacomelli era morta alcuni anni prima il 17/03/1867, a 42 anni.

A questo punto mi viene spontanea una considerazione: da quanto fin qui risulta, possiamo dedurre che il 25% dei nostri antenati viene dalla Val Camonica (ava: Maria Giacomelli), mentre l’altro 25% viene dalla Val Trompia (ava: Bartolomea Tanfoglio): il 50% rappresentato dai Bonomi da dove viene? Da Sale di Gussago e da Gussago!

… ma i Bonomi di Sale e di Gussago da dove vengono? . . . ai posteri l’ardua sentenza …!

Insomma in conclusione, i “nostri” Bonomi di Ospitaletto, quelli cioè che fanno capo a Giovanni e al figlio Francesco Antonio, (dai quali poi tutti noi Bonomi veniamo), erano originari di Sale di Gussago e di Gussago, ma le nostre antenate erano una della Val Trompia (Bartolomea Tanfoglio: ed i Tanfoglio erano originari di Magno di Inzino), l’altra dalla Val Camonica (Maria Giacomelli anche se nata a Ospitaletto, era figlia di Giuseppe Giacomelli originario di Breno e di Marta Toffa originaria di Losine). Per cui non è sbagliato affermare che tutti i nostri Bonomi di Ospitaletto hanno ereditato ed hanno in comune, chi più chi meno, non pochi geni (caratteri genetici) delle genti di Val Trompia e dei Camuni di Val Camonica! … per non parlare poi di quelli propri dei Bonomi che sappiamo solo venire dalla zona di Gussago …

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[i] Bortolo: limitato all’Italia settentrionale è una variante di Bartolo, da Bartolomeo: quindi Pietro portava anche il nome della nonna paterna.

 

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