Cara testa, appoggiata sul cuscino, dentro la neve del letto,
non eri morta, no, non lo sei, non lo sarai mai;
viva, vivente, luminosa di carità, di pietà, d’amore;
culla della mia avventata disperazione,
porto della mia falsificante vanità,
quando sono entrato nella stanza non ero più nulla;
un superbo atterrito che aspettava ancora d’accettare la sua parte;
adesso te lo posso sussurrare,
la mia parte era quella di zingaro, di vagabondo, di nomade, di senza casa…
Mi guardavi tenera e imperiosa; sembrava che dicessi:
sei arrivato in tempo, figlio…
In tempo a che, madre? In tempo a che, padre?
Esisteva ancora il tempo? Tutto s’era fermato.
Gli eroi eran crollati giù, d’un colpo, sulle assi, dietro le quinte:
Amleto, Sigismondo, Otello… Cosa erano più?
Povere carcasse, burattini, frammenti di costumi,
corone di latta e di pietre finte, fossero pur state vere…
Avevo fatto questo perché te ne stessi lontana,
perché ti confondessi con la notte, il buio, il nulla,
perché fossi tu la notte, il buio, il nulla,
e così mi sembrasse che non esistessi più.
Giovanni Testori
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.
S. Agostino
Conclusione
Ho sempre considerato con sospetto e diffidato con intima convinzione di quelle persone che non hanno alcun interesse né per le loro radici famigliari, né per la loro terra d’origine; ma soprattutto, ancora di più, di quelle persone che mostrano indifferenza e/o strafottenza e quasi sprezzo, verso la conoscenza della storia dei loro antenati, prossimi o lontani che siano, ed ostentano con disinvoltura un compiaciuto senso di “superiorità”, per la vicenda storica del paese dove sono nati e dove sono cresciuti: insomma sto parlando di quelle persone aride dentro ed indifferenti verso quei valori umanistici che ci caratterizzano (o dovrebbero distinguerci) sostanzialmente dal mondo vegetale, perché tutti presi e completamente immersi in altri interessi che poco hanno a che fare con l’umanesimo che gli uomini dovrebbero coltivare: è chiaro che sto parlando proprio di quegli interessi che vanno sotto il nome di “business”, … e purtroppo non sono poche le persone che mostrano con compiaciuta freddezza ed ostentato disinteresse e la più completa indifferenza verso la storia e le vicende umane dei loro padri, nonni ed avi ed anche del luogo da dove sono nati, cresciuti e dove vivono.
Personalmente, mi è difficile pensare sia a me come essere umano, che alla mia esistenza, ormai quasi completamente vissuta, e a quello che sono stato per il lavoro che ho svolto (spero non con disonore) e che ora, grazie anche a quello, sono diventato, senza lasciarmi andare frequentemente, quasi ogni giorno, con il pensiero ai miei genitori, ai miei nonni e bisnonni, ai miei progenitori, ai miei avi ed antenati, al paese in cui sono nato e nel quale ho avuto i primi contatti, i primi rapporti, le prime relazioni con l’ambiente familiare, sociale e comunitario e le prime amicizie con i compagni dell’asilo, delle elementari, di gioco, i vicini di casa e di contrada, la gente del paese, le solite facce note ed ignote, le solite macchiette e i consueti personaggi, ecc. ecc. Tutte persone e “cose” queste, che nel loro insieme costituiscono una realtà psicologica non solo soggettiva, ma anche oggettiva, considerata ed indicata dagli studiosi come molto importante e quasi determinante e condizionante la corretta formazione della personalità del bambino che cresce e che sarà il futuro adulto.
Questa premessa per dire che fondamentali per ognuno di noi e di quello che siamo, non sono solo i geni ereditari, ricevuti dai nostri genitori ed antenati, bensì anche i condizionamenti dell’ambiente in cui siamo cresciuti, specialmente durante i nostri primi anni d’infanzia e di giovinezza; di questa ripercussione e influenza determinante nella fase di crescita, gli studiosi sono fermamente convinti, a tal punto che basano il loro intervento terapeutico proprio sulla correzione di eventuali anomalie che hanno deteriorato il vissuto del soggetto, proprio in questa delicata fase, e il conseguente patologico/anormale sviluppo della personalità del nostro ipotetico soggetto.
Da parte mia devo ammettere che durante gli anni di lavoro in ospedale, il dovere e la responsabilità della mia professione mi hanno quasi completamente impegnato ed assorbito e non mi hanno lasciato “il tempo e lo spazio” per dedicarmi alla ricerca dei miei antenati.
Ma non appena sono andato in pensione e non appena i faticosi impegni di lavoro sono cessati, concedendomi un po’ di tranquillità e di mente sgombra dalle preoccupazioni professionali, ho deciso di dedicarmi e concentrarmi anche e soprattutto a qualche cosa d’altro, a cui prima mi era veramente impossibile. Insomma non appena il lavoro me lo ha permesso, perché ho raggiunto la credo meritata pensione, mi sono tuffato con tutto me stesso, mani e piedi, mente e cuore, volontà e determinazione, nel mio passato, sia remoto che remotissimo, cioè proprio in quel passato che mi era meno noto e addirittura del tutto sconosciuto, e che io ignoravo completamente: più precisamente quello che riguardava i tempi “antichi”, dei quali, da piccolo in famiglia, non ho mai sentito parlare né tanto né poco, il tempo e le vicende cioè che risalivano a prima dei nonni.
E l’ho fatto questo tuffo, con un carico enorme di curiosità e di aspettative, ma soprattutto di affetto/amore per i miei ascendenti appartenuti alla famiglia Bonomi (ma anche Gares e Trebeschi, i nonni acquisiti) … ma poi perché? non mi è difficile illustrare le ragioni e i motivi della curiosità che mi ha spinto giù dal trampolino o proiettato in aria dalla rampa di lancio (a seconda del punto di vista) per fare questo benedetto tuffo nel passato … o, come dicono al giorno d’oggi, quelli che hanno studiato, questa “full immersion” nei tempi passati.
Prima di tutto la voglia o la curiosità di conoscere il passato della mia gente, e quando dico gente, intendo sia i miei parenti, sia la gente del mio paese; ed una volta trovati dei risultati concreti e di interesse personale e generale, è subentrata la voglia trasmetterli e condividerli con altri ugualmente curiosi ed interessati …
Poi il contatto fisico, reale e concreto e ravvicinato con i vecchi documenti scoloriti ed ingialliti, che testimoniano la vita di persone e di famiglie, trascorsa intorno ai tuoi stessi luoghi, alla tua stessa casa, alla tua stessa chiesa: è un’esperienza profondamente emozionante e commovente; bisogna provarla per capire di che cosa sto parlando.
Ma il tutto (intendo la voglia curiosa che ti cova dentro e che ti rode), con la ferma determinazione di appagarla, nel mio caso devo riconoscere che non sono nate all’improvviso: prima ci sono stati, negli ultimi anni, dei prodromi assai significativi e ripetuti anche se intermittenti e cadenzati ad intervalli più o meno regolari.
Fattori e circostanze favorenti ed agevolanti sono state sicuramente la ristrutturazione della casa paterna e della chiesetta annessa alla casa stessa, che mi ha coinvolto per lunghi anni di impegno e di lavoro e di continuo adeguamento fin dal 1990; il fatto stesso di essere nato, tanti anni fa in questa casa e di averla sempre abitata, pur con lunghi periodi di assenza legata agli studi e alla professione, mi ha consolidato e rafforzato nel mio inconscio ancora di più di questi legami, che erano già presenti fin dalla tenera età, ma che col passare degli anni si sono sempre più rinsaldati e manifestati apertamente nella mia coscienza.
All’inizio mi è nato il desiderio e la curiosità di sapere chi erano i Bonomi prima del nonno Piero, carabiniere a cavallo a Roma negli anni ottanta del XIX secolo, durante il servizio militare, e di cui in casa si conservava qualche sbiadita fotografia ingiallita color senape; di questo nonno che si trovava a Sarajevo in Bosnia il 28 giugno 1914 durante l’attentato e l’uccisione dell’arciduca ereditario Francesco Ferdinando d’Austria, per mano di un’associazione terroristica serba; il nonno Piero che obbligava il figlio Arturo (mio padre) a mangiare fagioli che non gli piacevano; e che quando andava in chiesa a confessarsi si dichiarava pentito … delle occasioni perdute …
Della Nonna Marietta che si faceva accompagnare con la carrozza ai matinée del Teatro Grande di BS per assistere a qualche opera lirica e che ha trasmesso la passione della lirica a tutta la famiglia …
Del nonno “Giopoli” di Paderno che durante la sua pensione passava le giornate con gli amici all’osteria … e non solo a parlare o a giocare a carte … ma anche a bere qualche bicchiere di vino.
Della nonna “Tota” (Antonia) che è arrivata nella nostra famiglia nel 1932, quando si era trasferita nella “nuova casa” di via G. Rizzi: me la ricordo seduta sulla sua sedia in cucina o in saletta, osservava tutto e tutti e pontificava con le sue sentenze definitive ed apodittiche, tanto che le mie sorelle la chiamavano “Giudice”; tuttavia di lei io ricordo la sua bontà e il suo grande amore per me che ero l’ultimo arrivato in famiglia … quando è mancata, i miei hanno trovato nelle tasche della sua lunga veste bocconi di pane e di polenta, che intascava a tavola per poi sfamare il cane e i gatti del cortile.
Di mia mamma Erminia, che recitava ogni sera il Rosario e pretendeva che i presenti rispondessero tutti … e quando le mie sorelle Mariuccia e Liliana ancora non erano sposate, dovevano andare insieme a lei ogni venerdì di Quaresima al Cimitero per la visita settimanale ai nostri morti. Mamma Erminia era una vera donna di casa, chiesa, cimitero … ma nonostante questi suoi rigidi principi, era veramente moderna di idee, pur se rigorosa riguardo alla moralità femminile. Da ragazza, insieme alle sue sorelle Marta e Teresa erano chiamate “le belle della pianta”, perché davanti alla loro casa, presso la piazza di Paderno, sorgeva una grossa vecchia pianta …
Infine mio padre Arturo, severo di portamento, era però buono come il pane ed aveva le sue piccole manie: voleva il risotto servito nel piatto e non nella fondina (piatto fondo); le sue camicie, una volta lavate e stirate, dovevano essere poste nel cassetto già allacciate, perché lui le indossava infilandosele dalla testa. Ma ripeto, era buono come il pane, non solo verso di noi suoi figli, ma anche verso i suoi fittavoli (inquilini) del “Quartirone”: lì dentro, in quelle case, lasciava abitare anche quelli che non potevano pagare l’affitto …
Non avevo fatto però i conti con la “malattia della ricerca”, che è quella sindrome (insieme di sintomi) parafisiologica o patologica: si tratta poi di vera patologia oppure di un particolare stato d’animo (para)fisiologico caratteristico del carattere e/o della personalità e/o della psiche umana? Questa “malattia” gradualmente ti assale, poi ti prende ed infine si impossessa più o meno completamente di te allorquando decidi di assecondarla e di avventurarti nella ricerca dei tempi passati alla scoperta, o meglio alla ri-scoperta, di dati, informazioni, vicende, persone, relazioni tutte cose ormai sepolte sotto spessi strati di polvere e nascoste dall’impenetrabile velo steso dall’oblio del tempo.
È così che una volta scoperta o trovata una cosa o una persona che neppure conoscevi e di cui non avevi mai sentito neppure parlare, vieni spinto da un’esigenza (impulso) interiore incontenibile ed impetuosa a cercarne subito un’altra più o meno correlata o collegata, oppure solo semplicemente attinente, in un susseguirsi continuo e irresistibile, ma sempre affascinante, di approfondimenti ulteriori (quasi interminabili) per portare alla luce e far rivivere persone e cose, una dopo l’altra, ancora un’altra, ancora un’altra e così via … sì perché c’è sempre qualche altra cosa (data, luogo, persona, ecc.) da trovare e scoprire ed approfondire …
Se volessimo fare un paragone, quello che mi viene subito in mente è la ricerca scientifica: infatti non appena fatta una scoperta, questa richiede subito un’ulteriore indagine per scoprire qualche altra cosa: chi ha conoscenza o familiarità con il meraviglioso mondo delle particelle nucleari e subnucleari, ne avverte immediatamente la stretta analogia, pur ovviamente “mutata mutandis” … fino a 40-50 anni fa si riteneva che l’atomo fosse composto dal nucleo atomico a sua volta costituito da protoni e neutroni e da uno sciame di elettroni che lo circonda come una nuvola … poi ci scoprì che i protoni e i neutroni erano composti da quark e da tutta una serie di altre particelle subnucleari (leptoni [neutrini e muoni] e gluoni) … tutto sembrava finire lì … ora invece sembra che ogni quark sia composto da ulteriori componenti fondamentali molto più piccoli ed ancora non ben determinati: i preoni … ma siamo poi sicuri che tutto finisca qui oppure … la realtà creata da Dio ci riserverà ancora qualche altra sorpresa???
In ricerche di questi tipi, la conseguenza quasi costante è che, presi e risucchiati nel vorticoso richiamo di tale meccanismo, da soggetti ne diventiamo gli oggetti, incapaci di smettere, perché non si è più capaci di accontentarsi di quello che si ha scoperto: infatti ogni cosa o persona portata “nuovamente alla luce”, ti pone tutta una serie di nuove domande nascenti lì per lì, nel momento in cui la collochi e la poni in relazione con le altre già “richiamate in vita” ed incasellate; e alle nuove domande senti di dover dare ancora nuove risposte, sempre più precise e dettagliate …
Ho potuto verificare di persona sulla mia pelle, che questa malattia o sindrome, che dir si voglia (ma io preferisco considerarla uno stato nascente di grazia creativa o semplicemente di entusiasmo ottimistico, forse un po’ folle), è molto più diffusa tra i ricercatori (in ogni campo del sapere umano), di quanto possa presumere una persona non ricercatore, che fa qualsiasi altro mestiere o professione. Da parte mia ho avuto modo di scoprire personalmente che l’attività del ricercatore è molto simile allo stato d’animo e alla predisposizione mentale del medico/chirurgo, quando intraprende quel processo di indagine particolarmente delicato ed intricato (ma molto coinvolgente), di raccolta di dati clinici, sia anamnestici che oggettivi, che deve selezionare, valutare, elaborare e mettere tra loro in relazione secondo il metodo clinico, che alla fine lo porta, o lo dovrebbe portare, alla diagnosi, e quindi alla terapia.
Anche qui analogamente, c’è da scoprire qualche cosa o qualche dato, c’è da trovare, scoprire e svelare ciò che si è insinuato in modo del tutto velato e subdolo, oppure che è esploso in forma acuta nel soggetto (che prima era sano), ma che ora presenta tutta una serie di disturbi, di segni e di sintomi, insomma ciò che di anomalo presenta ora quel soggetto, che non è più sano, ma malato e ciò che ora lo affligge e lo preoccupa. La gratificazione che ne segue, cioè che segue ad un corretto percorso di indagine e di ricerca (ancora una volta, mutatis mutandis – che non vuol dire “cambiate le mutande”! bensì “cambiato ciò che bisogna cambiare”) e che è la vera “ricompensa” dell’operatore (quando sfocia in un risultato positivo), dicevo: la gratificazione che ne segue è del tutto identica ed ugualmente intensa, e lo dico a rischio di apparire esagerato e/o di scandalizzare qualche “benpensante”. Basterebbe provarla questa profonda ed indescrivibile emozione, che ti percorre l’anima ed il cuore, la mente ed il cervello … la pelle e le viscere fin nel più profondo!
I due processi hanno in comune l’appagamento, la gioia, il compiacimento, la contentezza intima della scoperta: nel primo caso, di cose o persone e delle loro azioni nel tempo che fu; nel secondo, della diagnosi clinica, che se corretta ti permette il più delle volte di prescrivere o instaurare una terapia adatta per il paziente che hai preso in cura.
Credo sia questa la cosa che appaga, ricompensa e soddisfa di più in entrambi i casi, cambia solo l’oggetto e la natura dell’oggetto dell’indagine e della ricerca.
La mia ricerca poteva continuare ancora più in profondità ed ancora più allargata … ma termina qui … nella speranza che qualcuno dei nostri Bonomi raccolga l’invito a proseguirla nei prossimi decenni per tenerla aggiornata, quasi “diario di bordo” della navigazione di questa grande famiglia di gente “comune e normale”, con i suoi pregi ed i suoi difetti, ma che comunque non ha calpestato invano questa terra, avendo fatto il proprio dovere, chi più chi meno e che, comunque siano andate le cose, ognuno è stato se stesso ed ha interpretato il suo ruolo di uomo (o di donna) durante la sua esistenza terrena, esistenza avvolta in molte vicende umane, più o meno tristi e drammatiche, più o meno serene e felici, comunque tutte una diversa dall’altra, che non devono essere lasciate cadere nell’oblio dei tempi, perché ogni persona è unica e irrepetibile, nel bene e nel male, ed è l’espressione di chi l’ha messa al mondo … e che nel loro insieme hanno in comune proprio questo aspetto genealogico e parentale (oltre che nominale), nel quale basano il loro punto di incontro, il loro comun denominatore, come direbbero i matematici …
A questo punto sento il dovere di ringraziare tutti i parenti vicini e lontani (di Ospitaletto e fuori Ospitaletto), amici e conoscenti, che mi hanno passato dati ed informazioni importanti sui nostri Bonomi, sui Rami Famigliari che qui compaiono: grazie al loro aiuto hanno reso possibile questo lavoro.
Un particolare e grato ringraziamento all’enciclopedico don Gianni Donni di Rovato, che mi ha permesso di fare il fatidico “salto di qualità” in questo tipo di ricerche archivistiche.
Voglio ringraziare di cuore, uno a uno, tutti quelli che mi hanno dato una mano, anche se non mi è possibile nominarli e non intendo farlo, perché sono tanti e rischierei ingiustamente di tralasciarne qualcuno.
Giuseppe Antonio Bonomi di Arturo e di Erminia Gares,
… e di Costanza
Ospitaletto, un giorno di primavera del 2013.
