Elenco principali pesti dell’antichità e dell’età moderna.
Preistoria:
— nell’Esodo è detto che la peste è stata la quinta piaga dell’Egitto (verso il 1250 a.C.). I tre flagelli per il popolo ebreo erano: peste, fame e guerra (A fame, peste et bello libera nos, Domine).
— Il quadro epidemiologico e clinico della peste – caratterizzato da topi, bubboni, terrore, strage e moria – si arricchisce di un ulteriore carattere, il decorso fulminante, nel II libro dei Re (19,35), dove è detto che, avendo Sennacherib re d’Assiria (705-681 a.C.) invaso la Giudea, “l’Angelo del Signore venne nel campo degli Assiri e uccise centottantacinquemila uomini: la mattina, al risveglio, non erano che cadaveri”.
— Dagli spunti narrativi presenti nei testi sacri, il quadro predetto è visto entrare nella storia con la “peste di Atene” del 430 a.C., consegnata alla memoria dei posteri da Tucidide (ca. 460-395 a.C.) e da Lucrezio (98-55 a.C.). Scrive Tucidide: “La peste [ loimos ] cominciò in Etiopia, sopra l’Egitto, poi sorse anche in Egitto e in Libia”. Segue una descrizione del quadro:
[[“Il corpo, a toccarsi esteriormente, non era né troppo caldo né pallido, ma rossastro, livido, fiorito di piccole pustole e ulcere; […] la maggior parte morivano dopo nove o sette giorni per l’ardore interno, ancora in possesso di qualche forza; oppure, se scampavano, con lo scendere della malattia negli intestini, e col prodursi di una forte ulcerazione e il sopraggiungere di una diarrea violenta, i più morivano in seguito, sfiniti per questa ragione”.II quadro clinico descritto a tinte forti non è però quello della peste bubbonica. Tito Lucrezio Caro, vissuto tre secoli dopo Tucidide, accentua poeticamente la drammaticità del racconto, che conclude il De rerum natura (libro VI, vv. 1090-1286). La malattia abbattutasi su Atene è variamente definita: ‘pestilenza” pestílitas), “effluvio mortifero” (mortifer aestus), “nuova calamità” (clades nova), “afflizione” (maeror), “violenza morbosa” (morbida vis) o semplicemente “morbo” (morbus). Il nome latino “morbo” è riassuntivo dei concetti espressi in greco da kakón (donde cachessia), che significa “male in sé”, “danno”, “sventura”, da pathos (donde patologia), che significa “ciò che si prova o si patisce”, “patimento”, “sofferenza”, da nosos (donde nosologia), che significa “malattia”, “disgrazia”, ‘infermità”. La infirmitas da cui il malato è oggettivamente affetto è la aegritudo da cui il paziente è soggettivamente afflitto.]]
Periodo storico:
— Epidemia del VI sec. La Peste di Giustiniano (dal 543 d.C.) : durata 60 anni descritta da Procopio da Cesarea nel De bello gotico
È quanto accade a metà del VI secolo, quando la peste bubbonica si sparge da Costantinopoli all’Italia bizantina, squassata dalla “guerra gotica” combattuta sul suolo italico dagli eserciti di Belisario e Narsete contro le orde ostrogote di Vitige e Totila. La peste, esplosa nel 543 d.C., detta ‘di Giustiniano”, imperatore dal 527 al 565 d.C., fu descritta dallo storico Procopio di Cesarea. Questi sovrastima lo spopolamento complessivo in 15 milioni di morti; è assodato, però, che la popolazione italiana calò, anche per effetto della moria pestilenziale e delle sue premesse e conseguenze (guerra e farne), dai 4 milioni del 500 d.C. ai 2,5 milioni di cento anni dopo» – Scrive Procopio:
“A questo castigo di Dio niun divario ponevano il sesso e l’età […]. Incominciava la malattia con febbre improvvisa, e spesso si lieve da non credere al pericolo che quando un bubbone nasceva in qualche parte del corpo; accompagnavano non di rado la febbre il sopore od il delirio, l’uno e l’altro mancando se i bubboni cadevano in gangrena: e per frenesia, non per sete, molti buttavansi nell’acqua. La morte avveniva dopo parecchi giorni, ovvero sollecitamente vomitando sangue: anzi taluno era tratto di vita prima d’apparire malato, e come tocco da apoplessia e da folgore”.
Il quadro dipinto da Procopio di Cesarea nel De bello persico (Il, 22) diventa un grande affresco in Paolo Diacono, che nella sua Historia Langobardorum (II, 4) scrive:
“In quel tempo e soprattutto in Liguria, scoppiò una terribile pestilenza. All’improvviso infatti comparivano certe macchie per le case, sulle porte, sui vasi, sui vestiti, e quando qualcuno voleva toglierle, diventavano sempre più grandi. Passato un anno, cominciarono a nascere negli inguini degli uomini e in altre parti molto delicate del corpo delle ghiandole grosse come noci o datteri, cui seguiva un ardore febbrile intollerabile, sicché in tre giorni l’uomo moriva. Se invece qualcuno riusciva a superare i tre giorni, aveva speranza poi di sopravvivere. Pertanto. ovunque era lutto, ovunque lacrime. […] Fuggivano i figli, lasciando insepolti i cadaveri dei genitori. I genitori, dimentichi dell’amore per i figli, li abbandonavano in preda alla febbre. […] Il mondo era ridotto al silenzio dei primordi. Nessuna voce nei campi, nessun fischio di pastori, nessuna insidia di fiere contro le greggi, nessun furto di volatili domestici. Trascorso il tempo del raccolto, le messi aspettavano intatte il mietitore, le vigne, perse le foglie che coronano l’uva, restavano senza vendemmia all’avvicinarsi dell’inverno. Sia di giorno che di notte risuonavano trombe di guerra, e da molti era udito come un confuso rumore di eserciti. Non c’era ombra alcuna di passante, né si vedeva traccia alcuna d’assassino, e tuttavia i cadaveri sulle strade si perdevano a vista d’occhio. I pascoli divennero cimiteri, e le case degli uomini si trasformarono in tane di belve. La pestilenza si estese per tutta l’Italia, dalle terre romane fino alla regione degli Alamanni e dei Bavari”.
E inoltre questa ‘peste bubbonica, che aveva infierito a più riprese nell’Occidente europeo e in particolare in Italia tra la metà del VI e la metà dell’VIII secolo, si ritirò nei focolai endemici dell’Africa e dell’Asia. Le ultime ondate epidemiche colpirono il Mezzogiorno d’Italia negli anni 747-767; la parte centro-settentrionale della penisola vide infuriare il morbo nel 654; poi quasi sette secoli di tregua”.
La tregua anzidetta è la lunga durata intercorrente tra la prima pandemia di peste, quella dell’anno 543 con le sue successive ondate epidemiche, e la seconda pandemia, esordita con la “peste nera” degli anni 1347-1351.
— Epidemia del XIV sec. 1347-48, “La morte nera”, descritta dal Boccaccio nel Decamerone, Palmer su Kos –
La moria che oscura il continente e ne riduce di un terzo la popolazione è l’atra mors, la “morte nera” che falcia inesorabile le “belle membra” della musa ispiratrice del Canzoniere petrarchesco, Laura de Sade, spentasi in Avignone il 3 aprile 1348. La rovina individuale e sociale dell’umanità europea è la stessa catastrofe naturale e morale della città di Firenze, qual è descritta nelle prime pagine del Decamerone.
Una morte inevitabile, repentina, che fulmina gli individui. Una morte collettiva, di massa, che fulmina la società. La peste è una sciagura personale tanto quanto è una disgrazia sovraindividuale. “La sua verità sono le fosse comuni, che Boccaccio con freddezza paragona ai carichi di mercanzia sulle grandi navi”.” Scrive infatti che i morti “in quelle stivati, come si mettono le mercatantie sulle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infimo a tanto che della fossa al sommo si pervenia-.
Nel grande circuito italiano della peste, il punto di partenza è Messina, nel cui porto sono entrate sul finire dell’estate dodici navi provenienti da Caffa in Crimea, base dei traffici genovesi nel Mar Nero: dodici vascelli fantasma, con le stive colme di grano ucraino infestato di topi e con a bordo cadaveri e moribondi, cioè i morti e i morenti di peste.
La peste dilaga incontenibile. In Francia approda a Marsiglia, donde si diffonde lungo due direttrici: l’una porta l’epidemia verso ovest, ad Avignone, Montpellier, Perpignan, Carcassonne, Tolosa, Bordeaux; l’altra la porta verso nord, lungo il Rodano, a Lione e a Parigi, raggiunta nel maggio 1348. Su questo tour de France non mancano le cronache, tra cui quella del medico papale Chalin de Vinario che ci informa su Avignone, provvisoria capitale europea della cristianità, e quella del frate carmelitano Jean de Venette, che ci informa su Parigi, dove all’Hotel-Dieu venivano dimessi circa 500 cadaveri di appestati ogni giorno.
Nelle isole britanniche la peste approda dalla Guascogna e da Calais, entrambi possedimenti inglesi, e prende piede in Corno-vaglia e nel Sussex. Falcidia Bristol, la città più popolosa dopo Londra. Nella capitale inglese giunge nel settembre 1348, con una mortalità di 300 vittime al giorno. Passa poi a Cambridge, più colpita di Oxford, e investe successivamente il Galles, l’Irlanda, la Scozia.
Nei paesi di lingua tedesca la peste arriva dalle valli del Rodano, dai valichi alpini della Lombardia e del Trentino. L’Alsazia, le terre elvetiche, l’Austria, la Baviera vengono coinvolte, travolte. Nel biennio 1349-50 si registrano grandi perdite umane a Strasburgo, Ginevra, Basilea, Berna, Vienna, Wùrzburg.
Lungo le vie commerciali e fluviali l’epidemia è come se inforcasse la Germania, diramandosi poi nelle Fiandre, nei Paesi Bassi, nei territori del Baltico. Dappertutto le cronache ripetono le stesse parole: “veleno”, “desolazione’, “moria”.
Nella penisola iberica, i cui porti meridionali sono immersi in quel brodo epidemico che è il Mediterraneo solcato dalle navi mercantili, l’insorgenza della peste è altrettanto o più precoce che in Italia. Dalle Baleari passa a Barcellona e poi in Aragona, da Almería passa in Andalusia, nel settembre 1348 è in Castiglia.
‘L’armata castigliana accampata di fronte a Gibilterra resistette all’epidemia fino al marzo del 1350 per essere poi decimata all’improvviso […]. Sulle orme dei pellegrinaggi raggiunse infine Santiago. Come era successo nel Mediterraneo, attraverso il traffico marittimo essa arrivò anche in molti porti dell’Atlantico”.
È un crollo demografico totalitario, europeo. In questo tragico inizio della “seconda pandemia”, ‘nel complesso dell’Europa si stima che — su una popolazione che doveva aggirarsi sui 100 milioni — circa 30 siano potuti perire”.”
La peste non perdona. Essa ha il suo agente nel bacillo, il suo serbatoio nel topo, il suo vettore nella pulce, il suo destinatario nell’uomo.” Ma in un’epoca che precede di molto l’osservazione microscopica dell’infinitamente piccolo e di parecchio le prime congetture sul contagio, i bacilli non potevano trovare posto nello schema interpretativo della peste. E nemmeno potevano trovarvi posto i topi e le pulci, nonostante la loro presenza fosse un dato macroscopico. Però non era un dato fuori della norma, la loro presenza non era patologica; era anzi fisiologica a un metabolismo cittadino in continuo svolgimento tra magazzini e cloache, tra granai e canali di scolo, tra approvvigionamento di cibo e smaltimento di rifiuti. Medici e non medici trascuravano questa fauna domestica, che non rappresentava un’anomalia da spiegare. Non si poteva pensare a essa come a una possibile causa o concausa esplicativa.
La ragione medica era insipiente, fallimentare. Di tale fallimento teorico è ben consapevole Boccaccio, che pone il sigillo alla descrizione della peste con queste parole:
“Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ lor parenti, compagni ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell’altro mondo cenarono con li lor passati! “.
Boccaccio “fa emergere la essenziale inadeguatezza della scienza medica a questa mostruosa realtà: persino i supremi rappresentanti dell’arte medica” – Ippocrate, Galeno e il divino Esculapio – “sarebbero stati sopraffatti da questa malattia”. Di fronte al male epocale, apocalittico, «anche i mitici rappresentanti della scienza medica avrebbero necessariamente fallito”.
Recita l’Apocalisse (6,8): “E subito vidi apparire un cavallo verdastro e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte”. Morte nera, atra mors: di fronte a essa la medicina si rivelava, oltreché insipiente, impotente ed esautorata di ogni capacità di guarigione.
— Epidemia del XVI sec. 1529 e 1576, nelle cronache bresciane e rovatesi
Si aggiunga che tale pandemia si installò permanentemente in Italia riesplodendo molte volte in forma epidemica: ben cinque nella seconda metà del Trecento, due negli anni Venti e Settanta del Quattrocento, due negli stessi anni del Cinquecento. Le due pesti cinquecentesche, del 1524 e del 1576, ebbero entrambe a Milano un’etichetta “carliana”: la prima fu detta “di Carlo V”, dal nome della suprema autorità politica imperiale, la seconda fu detta “di San Carlo“, dal nome della suprema autorità ecclesiastica cittadina, impersonata nell’arcivescovo Carlo Borromeo, cardinale poi proclamato santo.
— Epidemia del XVII sec. La peste di Milano 1629-32 , Manzoni nei Promessi Sposi, dal medico Bsno Ducco,
Nel Seicento si ebbero altre due ondate esplosive: la prima nel 1630-31 investì prevalentemente il settentrione con epicentro sempre Milano, dove prese ancora l’eponimo dal nome della suprema autorità ecclesiastica, personificata questa volta dal cardinale arcivescovo Federico Borromeo, cugino di Carlo; la seconda nel 1656-57 si estese a tutta l’Italia centro-meridionale con punte massime a Roma e a Napoli. Al di fuori di queste esplosioni epidemiche la peste persistette in forma endemica, in focolai più o meno circoscritti.
Scomparsa la peste, nel 1832 giunse in Europa, dal subcontinente indiano e dal bacino del Volga, dispiegandosi a ventaglio dalla Moscovia ai paesi baltici e a Parigi, il colera. ‘Crediamo esser siffatta malattia non già identica, ma analoga alla peste bubbonica”, si scrive nel 1830 paventandone l’arrivo.’ “Dopo essere stata una tale peste sì lunga pezza appiattata nel suo luogo natio alla bocche del Gange, prese a manifestare tutta la sua ferocia”, si scrive due anni dopo, constatandone i primi effetti funesti.
Denominato “mostro asiatico”, il colera esplose e riesplose in sette epidemie ottocentesche, che protrassero in certo qual modo, per quasi un secolo, la seconda pandemia di peste. Di tali epidemie, tre colpirono l’Italia preunitaria, rispettivamente nel triennio 1835-37, nell’anno 1849 e nel biennio 1854-55; altre tre colpirono l’Italia unificata, rispettivamente nel biennio 1865-66, nel triennio 1884-86 (durante il quale fu devastata Napoli) e nell’anno 1893.
Dal Mezzogiorno al Settentrione, la nuova peste fece più morti delle tre guerre risorgimentali messe insieme.
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Come si vede, la peste non è solo una malattia autonoma; essa è anche una malattia assunta, dal Trecento all’Ottocento, come paradigma esplicativo di tutte le pestilenze flagellanti l’umanità per mezzo millennio. Pestis è, praticamente, sinonimo di pestilentia. Il nome è indicativo non di una malattia specifica, ma di tutto un genere morboso: era “concesso – scrive nel 1845 lo storico della medicina Salvatore De Renzi – a tutte le malattie che riunivano il doppio carattere della epidemicità e della letalità”. Peste era dunque ogni morbo “popolare”, cioè diffuso in larga parte della popolazione, e “mortifero“, cioè caratterizzato da un alto tasso di mortalità.
Peste o pestilenza veniva chiamata ogni epidemia genericamente dotata di onnipotenza maligna, eventualmente specificata da un attributo aggiuntivo:
– “peste petecchiale” (tifo esantematico)
– o dall’accompagnamento di sostantivi aggettivati – “con macchie pestilenti” (vaiolo),
– “con pestilenziali influssi” (influenza).
Il complesso pestilenziale non era rappresentativo di un’associazione morbosa, ma dimostrava l’incapacità della scienza medica di scomporre l’entità della “peste” nelle sue diverse componenti nosologiche, una incapacità che si traduceva, sul piano pratico, in una diagnostica differenziale aleatoria e in una terapia stereotipata ed eclettica (oltreché del tutto inefficace).
Se la peste come genere era tanto multicomprensiva quanto indifferenziata, la peste come specie è tale solo dal 1894, quando fu riconosciuta come malattia specifica, il cui agente causale identificato al microscopio è un bacillo altamente patogeno, responsabile dell’infezione attraverso il contagio.
— la pandemia novecentesca: quella iniziata nel 1898 in India, fece 12 milioni di vittime in alcuni decenni, ma provocò soltanto mille casi in Europa.
