IL PRIMO FLAGELLO DELL’UOMO ANTICO
La peste che venne più tardi non era da meno, ma tra una epidemia e l’altra lasciava una tregua e i superstiti potevano per un po’ di tempo tirare il fiato. Il suo bacillo, un bastoncino corto e tozzo, aveva di che vivere comodamente nei roditori e all’uomo ce lo dovevano proprio portare le pulci, che saltavano via dai ratti appestati. Il vaiolo invece era un flagello continuo e dopo ogni ondata epidemica il morbo persisteva allo stato endemico tra le popolazioni colpite.
In effetti il virus non disponeva di serbatoi animali e perciò non abbandonava un istante l’uomo, l’unico ospite recettivo nel quale poteva sopravvivere. In aggiunta a questa poco desiderabile predilezione per la specie umana, il vaiolo era di per sé una malattia molto grave. Ne morivano il 25% degli ammalati di forme ordinarie, l’80% di quelli con vaiolo confluente e quasi tutti i colpiti da vaiolo emorragico. Una buona parte dei sopravvissuti rimaneva poi accecata a causa delle frequenti complicanze a carico dell’occhio. In passato, più di 1/3 dei ciechi era formato da ex-vaiolosi.
In Europa arrivò relativamente tardi, nel VI secolo d.C., e qui un abate svizzero, Marius d’Avenches, gli dette il nome definitivo traendolo dal latino variai (maculato) o anche varus (pustola). Nell’Asia ed in parti dell’Africa aveva invece cominciato a circolare da epoche molto più remote, forse dal tempo dei primi insediamenti agricoli che s’andavano formando lungo le rive del Tigri, dell’Eufrate, del Nilo e di altri grandi fiumi. In effetti la prima sicura evidenza della malattia proviene dai resti mummificati di alcuni faraoni e si ritiene che il contagio, probabilmente portatovi da mercanti egiziani, dovette molto presto penetrare in India, forse nel corso del primo millennio avanti Cristo.
Di fatto gli asiatici furono tra i popoli che più presto degli altri ebbero la malattia in casa e perspicaci come già erano stati e lo saranno in altre scoperte delle antiche civiltà, furono i primi a rendersi conto che gli individui guariti da un attacco anche benigno del morbo quasi mai si ammalavano una seconda volta. Del come e del perché si stabiliva la protezione, non ne seppero trovare la spiegazione, ma il fatto era evidente ed ebbero perciò l’idea di provocare artificialmente ed in forma lieve la malattia, per proteggersi dal morbo nel corso della vita. La constatazione che raramente uno stesso individuo soffre due volte di certe malattie è rimasta a lungo una nozione non spiegata.
Le basi immunitarie del fenomeno cominciarono ad essere capite verso la fine del XIX secolo, dopo la scoperta della fagocitosi, degli anticorpi e del complemento.
L’operazione, poi conosciuta e divulgata con il nome di vaiolazione o variolazione o semplicemente inoculazione, segnò così il primo tentativo di immunizzazione fatto, sia pure inconsapevolmente, dall’uomo.
Ordinariamente i sintomi prodotti dall’intervento erano di scarsa entità e l’immunità risultava eguale a quella che faceva seguito alla malattia naturale. Non di rado, però, alcuni vaiolati si ammalavano gravemente e taluni morivano. Erano, questi sfortunati, tra il 2 e il 5% di quanti s’erano sottoposti all’infezione artificiale. Una bazzecola rispetto alle probabilità di morire di vaiolo vero e la inoculazione fu per molti secoli accettata e praticata senza troppe riserve in Asia e in molte regioni dell’Africa. In Europa, ove il metodo cominciò a diffondersi verso la metà del secolo XVIII, ne furono invece meno entusiasti e, come vedremo, con buone ragioni.
LA NASCITA DELLA VAIOLAZIONE
L’infezione deliberata di soggetti sani fatta con pus del vaiolo allo scopo di prevenire la malattia ebbe origine in India e forse contemporaneamente in Persia in un’epoca molto anteriore all’anno 1000 d.C., poi fu introdotta in Cina nel VI o, secondo altri, all’inizio dell’XI secolo. Il primo resoconto scritto della vaiolazione è del 590 d.C. I cinesi comunque conoscevano già bene il morbo e Hokung ne aveva fatto attorno al 300 d.C. la prima descrizione clinica scritta.
A quei tempi l’uomo aveva un concetto sacrale della malattia e del medico e anche la esecuzione della vaiolazione fece parte all’inizio di un rituale dichiaratamente mistico-religioso. In India erano i sacerdoti di Brahma ad applicare il pus del vaiolo. Attendevano alla bisogna, tra preghiere e digiuni, e facevano la inoculazione per mezzo di scarificazioni sulla cute che inquinavano con materiale vaioloso misto ad acqua del Gange. I Cinesi facevano indossare ai bambini indumenti imbrattati di pus tolti ad ammalati, oppure introducevano nelle narici un tampone di cotone infettato o croste raccolte da casi di vaiolo discreto, con poche pustole, conservate per un mese nella stagione fredda e la metà di questo tempo in quella calda. Una sorta di attenuazione ante litteram.
In Persia, invece, le croste le facevano ingerire e anche attraverso questa inusitata via di somministrazione riuscivano nell’intento. La via digerente è infatti suscettibile a lasciarsi attraversare dal virus, sebbene non abbia alcuna importanza pratica ai fini della diffusione dell’infezione naturale che si trasmette per via respiratoria.
Con il tempo il procedimento divenne più semplice e fu applicato a livello popolare, non più da sacerdoti e tantomeno da medici. L’infezione era in genere ottenuta introducendo in una piccola ferita praticata sulla cute un poco di pus prelevato dalla pustola di un vaioloso verso il 10° giorno di malattia. Il sito dell’infezione era spesso scelto, specie nell’adulto, tra il pollice e l’indice affinché la cicatrice che rimaneva dopo la caduta della crosta, formasse una specie di contrassegno facilmente visibile. Poi si copriva l’innesto con la cupola legnosa che accoglie la ghianda della quercia e si teneva a posto la protezione per qualche ora. Siffatto metodo andò a diffondersi tra le popolazioni dell’Arabia, dell’Etiopia, della Nubia, dell’Africa del Nord, dell’Asia Minore, del Caspio, dove i Circassi, si dice, usavano vaiolare in modo speciale le bambine destinate agli harems e per preservarne la bellezza del volto e perché le femmine vaiolate nella infanzia potevano esser vendute a maggior prezzo. In queste terre la vaiolazione rimase a lungo in auge e in alcune remote regioni dell’Etiopia, dell’Africa Occidentale, dell’Afghanistan e del Pakistan sopravvisse ancora molti anni dopo l’arrivo del vaccino di Jenner. Anche nelle colonie francesi e nei possedimenti italiani in Libia la si vide ancora fare verso il 1920.
