La rete ospedaliera della provincia di Brescia
tra Otto e Novecento
È nel 15º secolo che la pratica caritativa del Medio Evo cristiano dà origine ai primi ospedali. Tutte le istituzioni ospedaliere che si sono sviluppate in Occidente nascono dall’impulso alla carità e all’amore per i poveri e per gli infermi che sono propri del messaggio cristiano.
La nascita degli ospedali nei paesi del Bresciano è avvenuta nei primi decenni dell’Ottocento, al di fuori di una precisa pianificazione. Gli ospedali delle comunità rurali, in particolare, furono istituiti come opere della beneficenza privata, benché commisurate ai bisogni del nuovo contesto economico e sociale. La struttura sanitaria che venne in questo modo a costituirsi, e che infranse per la prima volta lo schema che voleva generalmente curati a domicilio i malati poveri dei villaggi e ricoverati invece nei grandi ospedali urbani quelli delle città, costituisce l’ossatura storica sulla quale si è articolato il sistema ospedaliero moderno. Eppure, almeno inizialmente, la loro diffusione fu determinata dalle circostanze locali. Anche l’intervento dei comuni, che pure non mancò, avvenne nel quadro definito dalla spontaneità dei privati.
In Lombardia sotto Giuseppe II era stato attuato nel governo della sanità un deciso interventismo riformatore che inscriveva formalmente la salute dei cittadini fra i compiti dello stato; e teniamo presente che la provincia di Brescia aveva comunque conosciuto in epoca napoleonica una decisa pubblicizzazione e razionalizzazione nella sanità pubblica. Era il punto d’arrivo di un vasto processo di modificazione dello statuto stesso della sovranità avvenuto alla fine del XVIII secolo, il passaggio cioè dallo “stato di territorio” allo “stato di popolazione”. Al mantenimento dell’ordine e dei privilegi, all’accrescimento della potenza degli stati tramite l’espansione territoriale, si aggiungeva fra i compiti del sovrano la cura del benessere dei sudditi. Nello stato di popolazione la salute è un bene comune della società e non più un bene contingente proprio del singolo, in virtù della provvidenza divina; alla carità cristiana subentra e si sovrappone la beneficenza pubblica, razionalizzata e controllata dallo stato. In questo contesto l’ospedale cominciò a strutturarsi come organismo principalmente terapeutico, con le sue regole, il suo ordine e le sue finalità scientifico-didattiche. Di pari passo alla profonda trasformazione del concetto di assistenza, gli ospiti del nosocomio pur continuando a essere soprattutto gli indigenti, dovevano essere anche malati per avere diritto ad accedervi, altrimenti venivano indirizzati verso altri istituti caritativi.
Lo studio del concreto articolarsi nella provincia di Brescia di un reticolo di istituzioni sanitarie che si fece carico della salute dei cittadini, prima per impulso spontaneo della carità privata, ma in seguito sempre più estesamente sotto il controllo dell’autorità pubblica, è l’oggetto del presente lavoro. Sullo sfondo appena abbozzato verrà ricostruita la nascita e il consolidamento della infrastruttura ospedaliera mediante l’analisi comparativa di casi diversi e l’individuazione di alcune linee di tendenza generali, rinunciando alla ricostruzione delle vicende, pur significative, delle singole istituzioni.
In poco più di un secolo gli ospedali bresciani triplicarono, passando da 11 a 37, conoscendo una maggiore crescita nei comuni agricoli e manifatturieri. Accanto allo squilibrio quantitativo tra comuni poveri e comuni ricchi, se ne affiancava uno qualitativo che penalizzava, salvo poche eccezioni, i nosocomi rurali rispetto a quelli urbani. Gli ospedali urbani precedettero di buona misura quelli rurali nel processo di specializzazione scientifica e clinica, mentre quelli comunali continuarono per lungo tempo a fornire un servizio più vicino a quello del tradizionale ospizio di mendicità.
- L’età napoleonica e della Restaurazione
La storia degli ospedali bresciani ottocenteschi si apre almeno sulla carta in modo rivoluzionario. Il decreto del 5 settembre 1806 riformava l’intero sistema sanitario del Regno italico, creando commissioni mediche in tutti i dipartimenti, proponendosi di potenziare vecchie strutture ospedaliere e facendone idealmente uno strumento della politica del consenso popolare. L’amministrazione della beneficenza pubblica veniva affidata al Ministero del culto, dove quattro ispettori generali amministravano ciascuno uno dei quattro circondari in cui era stato suddiviso il Regno. L’amministrazione e la tesoreria di tutte le istituzioni assistenziali delle città capoluogo veniva concentrata nella Congregazione di carità, composta dal prefetto, dal vescovo, dal presidente della Corte d’appello o dal prefetto della Corte di giustizia, dal podestà e da altri membri nominati dal viceré su proposta del ministro.
Nonostante i propositi, durante il Regno italico non si registrò un aumento di strutture e continuarono a essere in funzione i tredici ospedali censiti nel 1808 con circa 861 posti letto, uno ogni 354 abitanti. I due ospedali cittadini, l’Ospedale maggiore, per il ricovero dei maschi, e quello delle donne, con 350 posti letto il primo e 250 il secondo, detenevano da soli il settanta per cento dei posti, mentre i restanti erano suddivisi negli ospedali di Bovegno, Carpenedolo, Castrezzato, Chiari, Desenzano, Lonato, Orzinuovi, Palazzolo, Rovato, Salò e Verolanuova. La sperequazione tra città e territorio è resa ancora più evidente se confrontata con i dati dei malati effettivamente ricoverati: 474 su un totale di 584, pari all’81 per cento, erano collocati nei nosocomi cittadini. Nel territorio, solo Chiari con quaranta ricoverati e Salò con venti potevano configurarsi come enti assistenziali di un certo rilievo.
I nosocomi cittadini disponevano di una struttura operativa complessa e articolata. L’Ospedale maggiore era dotato di due cliniche, una di medicina e una di chirurgia, poste nei tre bracci della crocera di San Luca con un numero complessivo di trecento letti, di sale distinte per celtici e infettivi, e di una farmacia per gli ospedali e i poveri della città’. Nell’Ospedale maggiore era posta anche la Casa degli esposti per l’infanzia abbandonata9 e, dall’ottobre 1797, il governo provvisorio aveva istituito un Ospedale dei pazzi per l’assistenza agli alienati del territorio, con venti posti letto, e un Ospedale delle pazze, con dodici”’. Negli ospedali della provincia invece, solo a Bovegno, Chiari, Salò e Verolanuova si accoglievano malati forestieri.
Se l’epoca napoleonica passò senza mutare nella sostanza la dotazione ospedaliera provinciale, la necessità di estendere alla popolazione dei comuni circonvicini il diritto al ricovero e quella di aumentare la capacità ricettiva degli ospedali territoriali erano state perfettamente focalizzate. Un esponente autorevole della classe politica bresciana di quella stagione, Antonio Sabatti, aveva rilevato l’importanza della creazione di una rete ospedaliera nel dipartimento, tesa a prestare “immediato soccorso alla povertà sofferente”, sottraendo il malato a estenuanti tragitti per raggiungere i nosocomi cittadini. Per fare ciò riteneva necessario ricapitalizzare gli ospedali del territorio in modo da “renderli capaci di ricevere gli ammalati di un determinato circondario””. Tuttavia il conseguente progetto di convogliare le rendite di lasciti e benefici in poche, importanti e ben collocate istituzioni, in modo da garantire un servizio efficiente e razionalmente distribuito sul territorio, non trovò applicazione, ostacolato da resistenze locali” e dalle difficoltà finanziarie in cui versava il Regno.
La rete ospedaliera provinciale rimase invariata anche durante i primi due decenni della Restaurazione, mentre venne modificandosi il quadro legislativo. Il decreto 14 dicembre 1821 ridefinì l’organizzazione interna dei piccoli ospedali rurali affidando a un amministratore unico la gestione patrimoniale e al medico condotto comunale la direzione. Nel 1823 venivano approvate dalla Delegazione provinciale le piante organiche degli istituti, e tre anni dopo si poteva ritenere “la riforma quasi generalmente seguita”.
Nel 1835 gli ospedali esistenti sul territorio erano gli stessi del 1808. In questo periodo di stasi apparente, in realtà erano giunti a un effettivo funzionamento alcuni istituti e il servizio si era qualificato, mettendo fine a disordini, difficoltà patrimoniali e, in alcuni casi, alle inadeguatezze degli edifici e alle carenze di personale”. I tredici ospedali erano suddivisi in tre classi. Alla prima appartenevano i nosocomi con oltre mille ricoverati all’anno: l’Ospedale maggiore e quello delle donne; alla seconda i nosocomi con oltre duecento ricoverati: Chiari, Orzinuovi, Salò e Verolanuova; nella terza quelli con meno di duecento: Bovegno, Carpenedolo, Castrezzato, Desenzano, Lonato, Palazzolo e Rovato. Agli ospedali cittadini, denominati “provinciali”, spettava il compito di ricoverare gli ammalati di tutto il territorio a eccezione degli abitanti dei comuni aventi un nosocomio; quelli di Chiari e Salò prestavano assistenza ai malati dei villaggi circostanti; i rimanenti, detti “comunali”, limitavano il loro intervento ai residenti. La maggiore efficienza del servizio degli ospedali municipali è ravvisabile nell’incremento medio di presenze giornaliere, aumentato dell’84 per cento tra il 1808 e il 1833. Inoltre quattro nuovi ospedali comunali erano in corso di realizzazione. L’istituzione ospedaliera cominciava infatti a intercettare in modo consistente il flusso di fondi provenienti dalla carità privata che nel corso della Restaurazione abbandonò i monti frumentari, i quali comunque potevano contare sulle donazioni incamerate nei secoli precedenti, per orientarsi su questa nuova e più efficace forma di beneficenza.
È nel corso dei primi anni dell’Ottocento che l’ospedale cominciò a prendere un posto di assoluto rilievo fra le occasioni per acquisire meriti e prestigio agli occhi della comunità. Non solo si trattava di nuove istituzioni, le quali potevano dunque essere intitolate ai benefattori più generosi. Partecipando alla progettazione di queste istituzioni, o alla loro amministrazione oltre che contribuendo con fondi, i notabili si impegnavano in una forma complessa di intervento che affiancava al tradizionale ricovero dei bisognosi l’idea della guarigione dai mali sociali. Potevano essere intesi dunque come una risposta alla trasformazione capitalistica delle campagne che erodeva la proprietà contadina costringendo i lavoratori della terra a stipulare contratti di lavoro e d’affitto che comprimevano i consumi delle famiglie rurali. È questo infatti il contesto economico e sociale in cui si sviluppò la rete ospedaliera lombarda: una società in cui, mentre i tre quarti della popolazione erano dediti all’agricoltura, la rottura di consolidati sistemi di produzione, regolatori di delicati equilibri che in qualche modo tutelavano affittuari e lavoranti, causò il peggioramento delle condizioni alimentari, igieniche e sanitarie delle classi popolari”’. Proprio nella pianura, dove anche nel Bresciano fu più intenso il processo di pauperizzazione, si registrò il maggiore sviluppo della rete ospedaliera. In particolare la Bassa vide le sue strutture nosocomiali passare da tre a quattordici tra il 1797 ed il 1920.
Nel ridefinirsi delle ideologie della beneficenza, avvenuto parallelamente al processo di trasformazione capitalistico, il nosocomio rurale diventava uno dei luoghi in cui si cercava di ricostituire la pace sociale messa in discussione dalla rottura del legame paternalistico che univa padrone e contadini nell’Antico regime. Accanto allo spirito di solidarietà del benefattore, faceva la sua comparsa l’interesse concreto al mantenimento in salute dei lavoratori stessi, in un’ottica dunque completamente diversa da quella ispirata fino ad allora dai precetti cristiani della carità. La filantropia non si configurava solo come un viatico per l’aldilà, ma anche come humanisme nècessaire, teso a preservare la salute dei lavoratori per assicurarli alla produzione, idea lucidamente enunciata proprio in quegli anni anche da un esponente della classe medica bresciana, Pietro Maggi, che sintetizzava efficacemente in uno scritto del 1850 lo scopo sociale della medicina: “Essa sola può dire a qual epoca della vita l’uomo sia atto al lavoro, cioè ad una produzione ordinata; qual lavoro convenga al fanciullo, all’adulto, al vecchio; quale alla donna e all’uomo; affinché il lavoro, in luogo di costituire una produzione ordinata, ed il modo di accrescere le forze fisiche coll’esercitarle, non divenga un mezzo che esaurisca le fonti della vita”. Mantenere in salute il lavoratore, dunque, poiché solo l’incremento produttivo poteva assicurare il progresso sociale'”.
Lo stretto legame fra il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori della terra nell’epoca della trasformazione delle campagne e la necessità di rispondere attraverso la creazione degli ospedali rurali a queste trasformazioni, è confermato dall’incidenza avuta nella fondazione di nuovi nosocomi dalla diffusione della pellagra e dalle congiunture epidemiche: l’epidemia di tifo petecchiale del 1816-1817, quelle di colera del 1836, del 1849 e del 1855. Ogni volta i flagelli epidemici imposero all’attenzione della pubblica opinione l’emergenza sanitaria e indirizzarono molti lasciti verso i nosocomi. I casi di Manerbio, Montichiari, Travagliato e Leno, dove si era avviata fin dal 1821 la macchina burocratica per chiedere l’autorizzazione governativa, si inscrivono perfettamente nel quadro delineato. Questi ospedali, che entrarono in funzione subito dopo l’epidemia di colera del 1836, sono anche tutti collocati in grossi borghi della Bassa dove più diffusa era l’endemia pellagrosa. Mentre i grandi nosocomi urbani venivano rilanciati dalla clinica, “cioè da una impostazione dell’assistenza e della cura al malato come studio delle affezioni morbose in un quadro complessivo affidato alla diretta ispezione medica”, quelli comunali sorgevano dalla rinnovata spinta caritativa che prese per quasi mezzo secolo il testimone della pubblica sanità dalle mani di uno stato, quello austriaco, preoccupato allora quasi esclusivamente degli equilibri finanziari, avendo visto d’altra parte espandersi come mai prima l’area delle proprie competenze.
Diversamente da quanto la “medicina politica” giuseppina e i progetti napoleonici avevano ipotizzato, il governo austriaco della Restaurazione non ritenne di poter pianificare lo sviluppo delle strutture sanitarie e nemmeno di facilitare la creatività della beneficenza orientata verso gli ospedali. La politica austriaca nei confronti delle opere pie fu molto più attenta agli aspetti patrimoniali che a far leva sull’assistenza per allargare e consolidare il consenso; perciò fu lenta e persino riluttante nel concedere l’autorizzazione per la creazione di nuovi ospedali. Nel quadro stabilito dalla politica economica del governo, l’erario doveva farsi carico solo degli stabilimenti degli esposti, delle partorienti e dei pazzi. Altri istituti assistenziali e caritativi, come del resto quelli educativi che negli stessi anni premevano alle porte dell’autorità pubblica chiedendo attenzione, fondi, protezione (un caso per tutti gli asili infantili aportiani), dovevano contare sulle proprie forze, sui contributi degli istituti elemosinieri, dei municipi e della carità privata. Per superare le resistenze governative e ottenere l’autorizzazione per l’istituzione di un ospedale, era necessario dimostrare la piena autonomia finanziaria del nuovo ente, autonomia che si realizzava solo attraverso lasciti e donazioni private. Inoltre ai comuni stessi veniva in molti casi impedito di partecipare con contributi economici all’avvio dei nosocomi.
Nel 1844 gli ospedali sul territorio, escluso il capoluogo, erano saliti a 17, su 70 esistenti in Lombardia. Dopo la provincia di Bergamo, con 21 ospedali, Brescia era al secondo posto, distanziando di molto Mantova, al terzo posto con 9. In una statistica di poco successiva risultava che su 88 ospedali censiti nella regione, 18 erano in provincia di Brescia. Con la consueta approssimazione dovuta anche al concetto “fluido” di ospedale, le fonti amministrative dell’epoca non sono univoche nel censire il numero di strutture, e soprattutto nell’indicare quello dei posti letto stimati comunque nel 1843 con la cifra complessiva di 1.524. Fra questi 720 appartenevano ai nosocomi cittadini, compresi gli esposti, i pazzi e le partorienti, 90 erano attribuiti a Chiari e 34 a Salò.
L’aspetto materiale assunto dagli ospedali in questo periodo e le caratteristiche delle nuove fondazioni consentono di precisare la visione che la classe dirigente locale ebbe del nosocomio come moderna forma di assistenza. Non più principalmente un monumento alla generosità dei benefattori, il più possibile sfarzoso, ma una struttura che mirava innanzitutto all’operatività riducendo al minimo i costi. L’architettura ospedaliera del primo Ottocento si risolse sostanzialmente in modificazioni all’interno dei grandi contenitori costruiti nei secoli precedenti o nel riutilizzo, attraverso riconversioni più o meno complesse, di edifici di ordini religiosi soppressi in età napoleonica, rispondendo alla necessità di contenere il più possibile la spesa per l’assistenza.
Ciò accadde per l’Ospedale maggiore, trasferito nel 1847 nel monastero di San Domenico realizzando così un vasto complesso comunicante con l’Ospedale delle donne. In un’unica struttura sanitaria vennero a trovarsi: l’ospedale maschile, quello femminile, due manicomi divisi per sesso, un istituto per malattie contagiose, una casa degli esposti con annesso reparto di maternità. Con le sue numerose infermerie, con non più di trenta letti ciascuna, il nuovo nosocomio permetteva di operare una più netta separazione tra i reparti di medicina e quelli di chirurgia; mentre i contagiosi e i pazzi venivano ospitati in corpi di fabbrica separati. L’allestimento della sala operatoria, che metteva fine alla prassi di eseguire gli interventi chirurgici direttamente al letto del malato, la creazione di un gabinetto di patologia, unitamente a una serie di provvedimenti minori che migliorarono le condizioni igieniche del nosocomio, sono segni della crescente importanza attribuita agli aspetti strettamente terapeutici. Nonostante ciò la fabbrica non si prestava a essere reinterpretata come moderno ospedale a padiglioni. Il nuovo edificio non fu ridisegnato solo secondo le istanze sanitarie avanzate dai medici. La classe politica oltre a contenere le spese, intendeva principalmente allontanare dal frequentato corso del Teatro l’immagine di sofferenza miserevole degli infermi”.
Non dissimili, in fondo, i criteri con cui venne realizzato il nosocomio di Montichiari, dove la chiesa cinquecentesca di San Rocco, divenuta di proprietà comunale dopo la soppressione delle confraternite laicali, venne riadattata ad uso di ospedale, con soddisfazione della Direzione generale delle pubbliche costruzioni di Milano, che così commentava il progetto dell’architetto Francesco Bicelli: “il ripartimento della fabbrica è concretato nel meglio modo possibile e l’architetto senza minimamente derogare all’attual configurazione della chiesa di San Rocco vi ha saputo con parsimonia ed eleganza comprendere tutti i locali che si rendono necessari all’esercizio di uno spedale”.
Sono pochi e di piccole dimensioni gli ospedali che in questi anni vennero costruiti ex novo in Lombardia. Quelli comunali di Travagliato, Manerbio e Pontevico, progettati seguendo le direttive del medico provinciale e della Direzione generale delle pubbliche costruzioni, sono esemplificativi di quali si riteneva fossero i requisiti funzionali di un nosocomio. La collocazione doveva essere in luogo elevato, possibilmente all’esterno dell’abitato, l’edificio ben ventilato e soleggiato, abbondante d’acqua. All’interno erano necessarie: una portineria, per la vigilanza dei malati, che erano di fatto dei reclusi; due infermerie per i due sessi; una cappella; un reparto contagiosi “sufficientemente” isolato; i servizi igienici; alcune stanze di servizio che si riducevano generalmente alla cucina e alla dispensa. Molto importante, ma non strettamente indispensabile, era la disponibilità di un porticato per la deambulazione dei convalescenti nella stagione estiva, pratica a cui le teorie mediche dell’epoca riconoscevano una funzione terapeutica rilevante.
Il carattere monumentale della fabbrica rimaneva comunque un elemento importante e se i mezzi finanziari lo permettevano non veniva trascurato. g il caso del prònao della villa palladiana di Travagliato disegnato dall’architetto Rodolfo Vantini, o della facciata con archi e colonne bugnate di Pontevico. Ma la tipologia di questi edifici non era più mutuata, come nei secoli precedenti, dall’architettura religiosa, bensì dall’architettura civile della villa (a pianta aperta Travagliato e Manerbio, a pianta chiusa Pontevico), immersa nel verde, all’aria e alla luce. La laicizzazione tipologica rappresenta infatti una mediazione tra le persistenti ma non più predominanti esigenze monumentali e le necessità funzionali avanzate dalla classe medica”.
Nemmeno l’annessione nel 1859 della Lombardia al Piemonte modificò nella sostanza l’assetto ospedaliero, essendo il nuovo stato unitario non meno preoccupato di contenere i costi crescenti della pubblica assistenza. L’amministrazione sanitaria e la sanità pubblica vennero regolate fino al 1888 dalla legge Rattazzi del 20 novembre 1859 e dalla legge del 20 marzo 1865 che, riprendendo pressoché testualmente la legge precedente, in materia ospedaliera introduceva cambiamenti di ordine per lo più amministrativo”. La sorveglianza degli ospedali comunali veniva ora affidata alle commissioni municipali, “con funzioni puramente consultive delegate dal sindaco e senza precisi collegamenti con i Consigli circondariali e provinciali”. Solo con l’approvazione della legge sanitaria Crispi del 22 dicembre 1888, completata nel 1890 con l’approvazione della legge di riforma delle opere pie, inizierà una vera differenziazione fra gli ospedali e le altre istituzioni di pubblica beneficenza.
Alla fine della dominazione austriaca, gli ospedali del territorio erano saliti a 21. Oltre all’Infermeria Rizzieri di Breno, fondata nel 1848, ed entrata a far parte dei nosocomi del Bresciano con l’aggregazione della Valle Camonica alla provincia di Brescia, erano sorti altri tre nuovi istituti: l’Ospedale di Vanzago a Paratico sul lago d’Iseo, aperto nel 1850 e diretto dai Fatebenefratelli, con il compito di accogliere i poveri infermi di otto comuni limitrofi; l’Ospedale di Remedello Sopra, sorto per iniziativa del parroco Giovanni Battista Vertua; l’Ospedale Monauni di Coccaglio per il ricovero e la cura dei malati poveri del comune, istituito nel 1858, ma funzionante solo dal 1862. Gli ospedali disponevano adesso di 880 posti letto di cui 371, pari al 42 per cento, in città, e 509, pari al 58 per cento, nel territorio.
Il numero complessivo di posti non era sostanzialmente cambiato rispetto al 1808, subendo anzi una diminuzione nel rapporto con la popolazione residente (diminuzione giustificabile solo in parte con l’aggregazione della Valle Camonica). Il rapporto tra città e campagna era invece profondamente mutato. Era il territorio provinciale ora a detenere il maggior numero di posti, avendo conosciuto un incremento del 93 per cento. Gli ospedali cittadini, trasferiti negli anni quaranta a San Domenico, avevano al contrario subito un decremento di posti letto del 37 per cento. Tuttavia la trasformazione degli istituti cittadini, che sempre più nettamente abbandonavano la fisionomia del luogo di ricovero per assumere quella del luogo di cura, e la maggiore attenzione nelle accettazioni determinata dal cronico disavanzo finanziario, avevano permesso di continuare ad assistere annualmente un numero di malati non inferiore a quello del 1843, riducendo nello stesso tempo le giornate di ricovero e dunque la necessità di posti letto. Inoltre molti infermi del territorio venivano ora accolti dagli ospedali rurali e numerosi malati, forse sbrigativamente classificati come cronici, erano senz’altro rimandati ai comuni di provenienza.
- Il periodo unitario
Nella statistica sulle opere pie del 1861, risultano censiti in Lombardia 109 ospedali (di cui 20 nei comuni urbani e 89 in quelli rurali), con 8.125 posti letto, pari a uno ogni 382 abitanti. Di questi ospedali 43, oltre il 39 per cento, erano stati istituiti dopo il 1800. La provincia di Brescia, che all’epoca comprendeva anche il circondario di Castiglione delle Stiviere, con i relativi ospedali di Asola, Canneto sull’Oglio, Castelgoffredo, Castiglione e Ostiano, aveva il maggior numero di nosocomi della Lombardia, ma, mentre la media regionale di posti letto per ospedale era di 74, nel Bresciano scendeva a soli 36, con un posto letto ogni 499 abitanti”’.
Tra il 1862 e il 1920 sorsero sedici nuovi ospedali comunali e divenne operativo quello di Bagolino. I nosocomi furono istituiti ancora una volta secondo un principio di casualità, senza alcuna programmazione e coordinamento sul territorio, come già era accaduto nei decenni precedenti durante i quali era prevalsa la tendenza a privilegiare la costituzione di piccoli nosocomi rurali dalla bassa specializzazione e dalla forte presa municipalistica, che come si è visto è da porre alla base della nascita della rete ospedaliera territoriale stessa, si era addirittura accentuata. Ma i fondatori di piccoli nosocomi dovevano ora confrontarsi con i costi crescenti delle procedure antisettiche, le quali rendevano impossibile l’aggiornamento delle pratiche chirurgiche in molti ospedali comunali. Si veniva così delineando una divisione del lavoro tra i grandi nosocomi della città, con le loro sovraffollate sezioni chirurgiche, e i piccoli nosocomi del territorio spesso privi di infermerie chirurgiche e di fatto funzionanti come ospizi per cronici”’.
Alla fine degli anni settanta, si erano aggiunti quattro nuovi ospedali sorti nei comuni di Gardone Valtrompia, Gottolengo, Pisogne e Rudiano. Di questi, due vennero eretti in ex conventi: Gottolengo, sorto nel 1863 grazie al lascito delle sorelle Rodella, venne collocato presso il soppresso convento dei padri carmelitani di San Girolamo; Pisogne, sorto nel 1876, ebbe sede nell’ex convento degli agostiniani donato dal comune alla Congregazione di carità”’. Furono sempre lasciti privati a permettere, nel ventennio seguente, l’istituzione degli ospedali di Bagnolo”, Darfo, Edolo, Ghedi, Gussago, Nave42, Pezzaze”, Quinzano e Verolavecchia. Nel 1901 prese avvio la costruzione dell’Ospedale di Adro che solo nel 1909 però, a causa di notevoli difficoltà patrimoniali, venne effettivamente attivato”. Seguirono, nel 1903, l’Ospedale di Gargnano, per iniziativa della famiglia Feltrinelli, l’istituto di Ponte di Legno nel 190545. L’unico ospedale a cessare l’attività per tutto il periodo considerato fu il Cacciamatta di Paratico, dopo che nel 1873 un decreto reale sottrasse l’amministrazione ai Fatebenefratelli, creando le premesse per la fusione con l’Ospedale d’Iseo.
Le realizzazioni ospedaliere più significative di questi anni furono l’apertura, nel 1902, dell’Ospedale dei bambini “Umberto 1″ a Brescia e la nuova sede dell’ospedale di Chiari. L’Ospedale dei bambini suppliva al vuoto assistenziale dell’Ospedale civile, che non accoglieva malati al di sotto dei sette anni d’età. Al suo interno vennero accolti i bambini poveri d’ambo i sessi di città e provincia con un’età compresa fra i due e i sette anni”. Sorto, in sede provvisoria, nei locali dell’Ospedale civile, era costituito da due infermerie che accoglievano complessivamente 14 letti, ma, dopo solo due anni dalla sua attivazione, i letti erano saliti a 44. Umberto I” venne quindi trasferito nella sede dell’Istituto rachitici e si fece carico anche dell’importante funzione assistenziale dell’ente soppresso con appositi reparti specializzati. Dal 1912, in seguito al lascito di Teresa Nava Contrini, venne aggiunto sulle vicine colline un convalescenziario per la riabilitazione dei bambini dopo il ricovero ospedaliero”.
Il nuovo ospedale di Chiari, progettato dall’architetto Luigi Arcioni ed edificato tra il 1905 e il 1910, veniva realizzato a padiglioni ed era capace di 120 posti letto. Il nuovo e moderno nosocomio era composto da quattro grandi corsie, due femminili e due maschili, rispettivamente per la chirurgia e la medicina, un padiglione di isolamento per gli infettivi, uno per i tubercolotici, un gabinetto di radiologia, una sala operatoria, un reparto paganti costituito da alcune stanze a uno o due letti, gli ambulatori e la farmacia. Vi erano poi gli uffici amministrativi, l’abitazione del chirurgo primario e quella delle suore, la cucina, la lavanderia, un luogo di culto”. La nuova sede divenne il polo di attrazione di un vasto bacino, infatti, nel 1914, su 838 ricoverati, solo il 60 per cento erano di Chiari, i restanti provenivano da diversi comuni, compresi quelli dotati di un proprio ospedale: Castrezzato con 15 infermi, Coccaglio con 32 e Rudiano con 3730. Il il buon livello raggiunto dall’istituto clarense, diretto dal dicembre 1913 da Augusto Pellegrini, e la vicinanza al fronte fecero sì che, durante la prima guerra mondiale, in uno dei padiglioni principali venisse istituito un ospedale militare e in un altro un ospedale territoriale della Croce rossa italiana, con 250 posti letto complessivi.
Nel 1920, la rete ospedaliera provinciale poteva contare concentrati nel capoluogo sui mille posti letto dell’Ospedale civile, sugli 84 dell’Ospedale dei bambini e sui 670 del Manicomio provinciale. Nel territorio, 37 nosocomi totalizzavano 1.147 posti letto (esclusi Iseo e Ponte di Legno). Nel complesso quindi, non considerando quelli del manicomio, vi erano 2.231 posti letto, pari a uno ogni 267 abitanti. Rispetto ai dati del 1861, la media di posti letto per ospedale era passata da 40 a 59, con un incremento del 47,5 per cento, mentre, per i soli ospedali rurali, giunti a 32 posti per istituto, l’incremento era stato del 28 per cento. Il sempre più diffuso ricorso alle cure ospedaliere aveva aumentato complessivamente del 50 per cento nell’ultimo ventennio del secolo i ricoveri, concentrandoli soprattutto nei nosocomi di campagna del centro e del Nord-Est.
- Conclusione
La rete ospedaliera bresciana si è delineata seguendo linee di sviluppo da una parte coincidenti con la topografia della trasformazione capitalistica delle campagne, dall’altra secondo le logiche imitative e in parte imprevedibili della creazione filantropica, essendosi la pubblica autorità per quasi tutto l’Ottocento interessata piuttosto a evitare che l’assistenza ospedaliera procurasse ulteriori gravami per l’erario. Ciononostante una struttura disseminata territorialmente è stata edificata e ha avuto un ruolo di rilievo nel modernizzare le forme della beneficenza e mantenere la coesione fra le classi, dopo che i meccanismi tipici della società di antico regime erano stati disattivati dall’economia di mercato.
Il sollievo alle patologie tipiche della classe lavoratrice rurale e urbana dato dagli ospedali ha avuto un minor peso per la relativa inefficacia delle terapie mediche fino agli ultimi decenni del XIX secolo e per il carattere di dispensario che l’ospedale mantenne in misura più marcata proprio nei nuovi ospedali rurali. E questo nonostante essi siano nati proprio quando la necessità di focalizzare sull’aspetto clinico e scientifico l’attività delle strutture sanitarie veniva sostenuta con forza dai professionisti della medicina e dalla classe dirigente più illuminata. Ospizio dell’umanità sofferente (“Hospiutium humanitatis aegrotantis”) si qualifica ambiguamente nel suo bel frontone neoclassico uno dei pochi ospedali costruiti ex novo nel corso dell’Ottocento, quello di Travagliato.
Tuttavia, seguendo l’articolarsi sul territorio delle strutture, la loro progressiva differenziazione interna, appare innegabile che, pure con diversi ritmi fra città e campagna, l’ospedale abbia acquisito, già nei primi anni del Novecento, una fisionomia molto più vicina a quella fin dall’inizio preconizzata dalla classe medica che quella desiderata dai notabili locali e forse dalla popolazione indigente. Proprio verso la fine del periodo qui considerato gli ospedali si aprono a un nuovo malato, quello pagante; la fama del medico primario e il decoro degli ambienti ospedalieri diventano il nuovo biglietto di presentazione per il nosocomio alla ricerca di clienti. Nel 1914, all’Ospedale di Chiari, il primo in provincia che si era dotato di una moderna struttura a padiglioni, oltre il dieci per cento dei ricoverati era a pagamento'”.
