RELAZIONE
Il tema che il gruppo composto da:
• Anna Laucello;
• Valeria Bregoli;
• Maria Teresa Cristinelli;
• Gian Eugenio Mutti;
• Giuseppe Bonomi;
presenta oggi, è relativo all’Ospedale di Rovato dalle sue origini alla sua chiusura.
I 150 anni dell’Unità d’Italia sono un’occasione irripetibile per una lettura della storia del Paese attraverso i cambiamenti avvenuti nello stato di salute della popolazione, l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, e le forme dell’assistenza sanitaria erogate dalla Repubblica di Venezia, poi dalla Rivoluzione Francese, quindi dalla Restaurazione Austriaca nel Lombardo Veneto, ed infine dal Regno d’Italia, nel periodo che va dalla fine ‘700, all’inizio ‘800, per tutto l’800 e il ‘900, fino ad oggi, ai giorni nostri.
Questo studio è frutto dell’esame dei documenti prodotti e discussi durante il corso di avviamento alla ricerca storica 2010/2011 che abbiamo frequentato e tenuto da Don Donni. ….
Fino a dopo la metà del settecento gli ammalati di Rovato venivano curati a casa o inviati all’Ospedale Maggiore di Brescia, con sussidi del Consorzio dei poveri della Beata Vergine di Rovato.
Nel 1762, il prevosto di Rovato Don Taglietti, a seguito del conseguimento di un cospicuo legato fatto da Bona Ottavio, presenta al Consiglio Comunale di Rovato un memoriale con il quale chiede l’istituzione di un ospedale.
Questi approva l’istituzione e nomina quattro deputati, indicati dal prevosto, con il compito di amministrare il capitale iniziale.
Questo è il documento con il quale viene approvata l’istituzione dell’ospedale.
Il Consorzio dei poveri, al quale il prevosto, qualche anno prima aveva proposto l’istituzione dell’ospedale per i poveri, costituisce, una settimana dopo, un capitale necessario per la nuova gestione.
La duplice decisione fu approvata con il ducale del 27.8.1763, con il quale si concedeva l’acquisto di area e casa.
Con atto dell’ottobre 1763 veniva acquistato il fondo di Giacomo Carretti e altre due case adiacenti site nell’area ove oggi sorge lo stabile dell’ex ospedale.
Durante il periodo napoleonico e precisamente nel 1807 l’Ospedale aveva ancora solo 12 posti letto.
Tra il 1812 e 1813, su progetto e direzione dell’architetto Pietro Della Torre fu costruito il nuovo edificio.
Sotto la dominazione Austriaca con decreto del 1821 viene disposta l’autonomia sia nella sua gestione medica che amministrativa.
Nel predetto periodo, numerose furono le ispezioni effettuate all’Ospedale. Nel verbale di quella avvenuta nel 1831 si legge che l’Ospedale è costituito da una grande sala divisa a metà per accogliere separatamente uomini e donne e che è soddisfacente il modo con cui è tenuta la sala, un po’ meno bene per come sono tenuti i letti; per quanto riguarda i cibi, il pane, vino e riso viene indicato che sono di buona qualità. Si dà atto anche che secondo le dichiarazioni degli ammalati, deve essere ammonito l’infermiere che trascura i suoi doveri.
Nel 1871 il numero medio degli ammalati presenti giungeva fino a 26, pur avendo mezzi per 21 posti letto.
Nel XIX secolo i lasciti a favore dell’Ospedale di Rovato crebbero in modo notevole.
Nel 1880 il Dott. Ettore Spalenza lasciava tutta la sua sostanza alla Congregazione di Carità e ciò permise l’ampliamento dell’Ospedale.
E’ a questo benefattore che verrà poi dedicato l’Ospedale di Rovato.
Nel 1903 l’Ospedale aveva una capacità media di 32/36 malati, mentre nel 1920 i posti letto sono 55, vi è un medico, 4 suore e 7 infermieri.
Con legge del 3.6.1937 la Congregazione di carità viene sostituita con l’ECA che assume tutte le funzioni.
L’Ospedale di Rovato fino agli anni 50 rimane con i reparti di medicina, chirurgia e il ricovero degli anziani.
Nel 1954 ospita 543 malati avendo 86 posti letto.
Nel 1955/58 viene costituito il nuovo reparto di maternità.
Nel 1966 passa da infermeria a Ospedale di II categoria generico con l’aggiunta della divisione di ortopedia e traumatologia.
Nel 1968 viene dichiarato Ente Ospedaliero.
Nel 1972 questo Ospedale ospita ben 5253 malati con 140 posti letto.
Qui la visita del Ministro della Sanità Carlo Donat-Cattin all’Ospedale di Rovato.
A seguito della legge regionale del 1974 l’Ospedale Ettore Spalenza di Rovato si fonderà con l’Ospedale Mellini di Chiari, dando vita all’Ospedale provinciale di Chiari-Rovato.
Nel 1975 viene chiuso a Rovato il reparto di maternità. Nell’anno precedente i bambini nati a Rovato erano stati 800, mentre a Chiari furono solo 600 (e questi dati spiegano molte cose senza bisogno di lunghi discorsi!).
Nel 1982 l’USSL 34, allora costituita secondo l’ordinamento regionale dei servizi di zona, propose di concentrare il pronto soccorso e la chirurgia a Chiari e medicina a Rovato; la popolazione con un “Comitato di difesa dell’Ospedale” si alzò a difesa della riduzione della qualità dell’assistenza, dello smantellamento tramite assorbimento in quello di Chiari, con la finalità di conseguire la salvaguardia del ruolo naturale e della funzione storica e del servizio di gran parte della Franciacorta e della pianura occidentale.
(e pensare che Rovato è il fulcro dell’industria e con casello autostradale).
Nel 1991 furono chiusi i reparti di chirurgia e il pronto soccorso, mentre viene spostata a Rovato la neurologia avendo Rovato l’impianto della TAC.
Nel 1995 la USSL 34 diviene Azienda Sanitaria Locale 14 con l’Ospedale di Chiari, ove si trovano la Direzione generale, amministrativa e sanitaria, e con i presidi di Rovato, Iseo e Palazzolo S/O.
Nel 1999 la divisione di medicina viene ritrasferita all’Ospedale di Chiari e successivamente le altre divisioni di Neurologia e traumatologia e a Rovato rimane un servizio di primo soccorso diurno.
Servizio quest’ultimo soppresso dal giugno 2002.
Permetteteci, infine di fare al alta voce una piccola riflessione:
la decadenza dell’Ospedale di Rovato, che solo trent’anni fa alimentava prospettive di grande interesse, si confonde con la cronaca dell’organizzazione sanitaria in continua trasformazione.
La gente è sconcertata, ne è la prova il Comitato di cittadini sorto nel 1982, da questo vortice nel quale sembra che rari momenti di saggezza siano per lo più sopraffatti da elaborazioni culturali e scelte operative così improvvise da disperdere preziose esperienze sociali e umiliare valide capacità professionali, con lo sperpero di enormi quantità di denaro pubblico e di quello donato dalle persone che credevano e volevano che questa realtà continuasse, a tutto vantaggio di interessi politici di parte, per non dire personali. Tutto ciò non è forse una scarsa attenzione al dolore, ai bisogni e alle attese dei cittadini?
