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Articoli di Giornali – IV

Articoli di Giornali – IV

Il Giornale d’Italia, 20 febbraio 1923.*
Drammatico episodio ignorato sui nostri prigionieri in Austria. Sublime sacrificio del cap. Guarneri

Vienna 14 febbraio.
Nel cimitero del campo prigionieri di Aschach era sepolta sino al 18 marzo u.s. la salma del capitano Enea Guarneri, del 2° Reggimento Alpini. In questo giorno il cimitero ha perduto come dice il suo vecchio custode, il suo più bel morto, perché la salma è stata trasportata a Brescia, città natia del Capitano.
Di questa bella figura di ufficiale italiano morto in prigionia, si sa poco in Italia. In seguito a cortesi informazioni dell’Ufficio Prigionieri che alle dipendenze del nostro egregio Addetto Militare colonnello Franchini, ed in seguito delle notizie dei giornali dell’epoca, ho ricostruito il racconto dell’eroica fine del capitano Guarneri.
Nel campo prigionieri di Aschach si trovava tra gli altri il Gruppo VIII per Ufficiali, che ospitava nel 1918 duecento ufficiali italiani fatti prigionieri nella zona di Monte Cavallo, i quali avevano rifiutato di dare la loro parola d’onore, di non fare tentativi di fuga. Questo gruppo situato a triangolo tra Hartkirchen, Pfaffing e il fiume Aschach, era circondato da un doppio reticolato, da un fosso profondo 4 m e da un terrapieno alto 2 m; era inoltre illuminato in tutta la sua estensione da potentissime lampade ad arco durante la notte.
Uno speciale distaccamento di guardia lo sorvegliava ininterrottamente. Nonostante le poche probabilità che la riuscita di una fuga presentasse per le precauzioni prese dal Comando del campo, si era costituita in detto gruppo per organizzare la fuga una Lega la quale in breve tracciò ed incominciò a mettere in opera il suo programma. Di detta Lega il Comando del campo non ebbe mai il minimo sospetto ed i lavori procedettero abbastanza celermente sino al 18 giugno 1918. Nel pomeriggio di detto giorno la sentinella che era di guardia alla piattaforma occidentale del Gruppo VIII, vide ad un tratto sprofondare nella terra davanti ad essa uno dei pali per l’illuminazione del campo. Non vi prestò molta attenzione, preoccupato invece del chiasso che si faceva nella baracca di punizione degli ufficiali italiani, che era situata vicinissimo ai limiti del campo, tanto più che era stato notato che da qualche settimana il chiasso aveva raggiunto altezze inconsuete. Accorsero subito alcuni ufficiali che cercarono di sollevare il fanale senza però riuscirvi.
In quel giorno e nei successivi vi fu molta agitazione fra gli ufficiali italiani. Ovunque facce scontente e preoccupate alle quali faceva strano contrasto la rinnovata allegria chiassosa ed il grattamento dei mandolini di quelli che erano nella baracca di punizione.
Il 25 giugno il Capo degli ufficiali italiani riferiva al Comando del campo i dettagli di un tentativo di fuga e richiedeva aiuti urgenti, forse purtroppo inutili. Dalla visita ai locali risultò quanto segue: tra il pavimento della baracca di punizione ed il piano della terra vi era uno spazio vuoto di 1 m e mezzo perché la baracca era costruita per uguagliare l’avvallamento del terreno su palizzate. Nella baracca si poteva sollevare una lamina di latta situata per sicurezza dietro la stufa. Da qui un pozzo scendeva per 2 m nella terra e da esso partiva verso il terrapieno un tunnel alto e largo circa 1 m. una Decauville** in miniatura trasportava la terra scavata negli spazi vuoti sotto la baracca. Galleria e luogo di lavoro erano illuminate elettricamente e provvisti di segnale d’allarme. La galleria era inoltre rivestita tecnicamente ed assicurata con legna che veniva ordinata senza il minimo sospetto dal Comandante del gruppo tenente colonnello Salomon, perché necessario alla costruzione del teatro. Per coprire il rumore dello scavo all’esterno gli ufficiali si facevano punire e mentre uno di loro lavorava, gli altri stornavano con rumori, canto e ballo l’attenzione della sentinella. Il tunnel era già lungo 26 m, altri 8 m, esso avrebbe condotto all’aperto in mezzo ad un campo di grano. Un altro tubo simile conduceva dalla baracca al trasformatore della luce elettrica per distruggerle in occasione della fuga. Il piano audace ed ingegnoso poteva dirsi quasi effettuato e la speranza della libertà raddoppiava le forze degli ufficiali del difficile e pesante lavoro. Ma la fatalità non volle. Il giorno 18 giugno il capitano Enea Guarneri era occupato nello scavo del tunnel. Sopra di lui si trovava per errore di calcolo il pesante fanale che in seguito allo scavo sprofondò ricoprendolo di terra. Al segnale d’allarme i suoi compagni lo raggiunsero nel sotterraneo e cercarono di liberarlo, ma inutilmente. La strettezza del tunnel impediva un grande impiego di forze, bisognava scavare dei tunnels laterali. Per mezzo di tubi di ferro fu dato del vino al sepolto per tutta la notte e di giorni successivi fu scavato finché il sangue sprizzò sotto le unghie. Si voleva subito avvertire il Comando del campo, ma il capitano Guarneri scongiurava i compagni di non farlo. ” Non avvertite il comando, lasciate piuttosto morire me! Pensate solamente alla vostra fuga! Mantenete il segreto, la mia vita per i miei amici”, erano le parole che pronunciava sino all’ultimo giorno!
Gli furono fatte delle iniezioni nei calcagni nudi per mantenerlo in vita, mentre si lavorava senza posa giorno e notte per liberarlo. Solo quando ogni speranza di poter riuscire da soli fu perduta, si comunicò al comando del campo. Il giorno 25 giugno mattina centinaia di prigionieri lavoravano sotto la pioggia torrenziale per salvare il Guarneri per mezzo dello scavo dall’alto. Il terreno reso viscido dalla pioggia richiedeva infiniti rivestimenti di legno. Solo alle sei di sera con fatica enorme sotto la continua minaccia della frana, Guarneri che era morto soffocato durante la notte, veniva disseppellito. L’accoglienza dei compagni fu commovente.
Guarneri venne inumato con grandi onori militari nel cimitero del campo e la sua tomba era sempre curata d’estate e d’inverno con fiori e rami fioriti. Firmato Ernesto Jori

* articolo ottenuto grazie alla concessione dell’articolo originale presente nella Biblioteca “G.C.Croce” del Comune di San Giovanni in Persiceto (BO) (Piazza Garibaldi, 7)

** Le ferrovie Decauville sono ferrovie a scartamento ridotto il cui binario è formato da elementi prefabbricati che possono essere montati e smontati velocemente. Sono usate quasi esclusivamente per il trasporto di merci quali minerali, legno, torba, argilla e sabbie.
Tradizionalmente era caratterizzata dai binari leggeri posati con poca cura e da treni formati da vagoni a due assi con cassa con sezione a V basculante sui due lati per lo scarico del materiale. Le ferrovie Decauville hanno avuto un utilizzo esteso nell’industria del primo 1900, per il trasporto sia all’esterno sia all’interno degli stabilimenti industriali. Attualmente sono ferrovie moderne, percorse da grosse locomotive, i veicoli sono spesso dotati gancio automatico, le rotaie sono adatte a sostenere grossi carichi, i sistemi di sicurezza sono molto avanzati anche in funzione delle difficili condizioni di lavoro, spesso in spazi angusti, con poca visibilità e rischio di esplosione o incendio.

 

Corriere della Sera, mercoledì 21 febbraio 1923 – Riviste e Giornali …
Un ignorato episodio di eroismo, protagonista del quale è stato il capitano del secondo alpini Enea Guarneri, prigioniero di guerra del campo austriaco di Aschach, è narrato dal Giornale d’Italia. Fra i prigionieri si era formato un piano di fuga ed iniziata da una baracca la costruzione di una galleria che, scesa verticalmente per 2 m nella terra, sboccava in un tunnel orizzontale alto e largo circa 1 m che doveva raggiungere l’esterno, oltre il reticolato. Il tunnel era già lungo 26 m: altri 8 m e il lavoro sarebbe stato compiuto. Quando il 18 giugno 1918, mentre il capitano Guarneri era del tutto occupato nello scavo, uno dei grossi pali che sorreggevano le potenti lampade ad arco per l’illuminazione del reticolato, sprofondò nel tunnel scavato per errore di calcolo sotto di esso. Al segnale di allarme i compagni del Guarneri lo raggiunsero nel sotterraneo di cercarono di liberarlo ma inutilmente. La strettezza del tunnel impediva un grande impiego di forze: bisognava scavare dei tunnel laterali. Per mezzo di tubi di ferro fu dato del vino al sepolto e per tutta la notte i giorni successivi fu scavato finché il sangue sprizzò sotto le unghie.
Si voleva avvertire il comando del campo; ma il capitano scongiurava i compagni di non farlo: “non avvertite il comando, lasciate piuttosto morire me! Pensate solamente alla vostra fuga! Mantenete il segreto; la mia vita per i miei amici”, erano le parole che pronunciava. I furono fatte delle iniezioni nei calcagni nudi per mantenerlo in vita mentre si lavorava senza posa. Ma caduto ogni speranza di riuscire da soli i prigionieri avvertirono il comando: il 25 giugno centinaia di prigionieri lavoravano sotto la pioggia torrenziale per salvare il Guarneri per mezzo dello scavo dall’alto: alle sei di sera si riusciva solo a disseppellire il cadavere dell’eroico capitano, morto soffocato la notte precedente. La sua salma è stata in questi giorni trasportata alla città natale, Brescia.

+ sulla stessa pagina: Il Re e la Regina ospiti del Comune di MI …

 

Il Mezzogiorno sabato 12 e domenica 13 maggio 1923 – spedito al com. GB Guarneri e scrittura autografa di Piero Pieri . La nostra guerra: a proposito di Cadorna …
Gli articoli del nostro collaboratore Silvano Fasulo hanno suscitato impressioni e commenti in gran numero. Fra le molte lettere che ci sono giunte, crediamo opportuno dare posto a queste osservazioni fatte da persone che sulla guerra porta il giudizio della sua diretta esperienza.
Ho letto con vivo interesse la recensione di Silvano Fasulo al diario di Mussolini e specialmente l’articolo dal titolo abbastanza impressionante apparso il 27 aprile u.s.: Mussolini promise il processo a Cadorna. Gradirei che fossero concesse a me, interventista della prima ora e combattente, alcune osservazioni in proposito. Comincia a esser noto come sia ricca di splendori e di ombre la nostra guerra. Trovo però ingiusto che a Cadorna siano attribuite soltanto tutte le ombre. Per il Douhet della cui autorità il Fasulo si vale “dei 500.000 morti, 400.000 sono morti non per la patria ma per insipienza dello Stato Maggiore. Cadorna s’era fermato ai trattati scolastici del suo tempo.” Ma di grazia, Cadorna e lo Stato maggiore sono la stessa cosa? In tutto l’articolo del Fasulo e nelle citazioni non lo si distingue mai. Secondo il Douhet la guerra si poteva fare con sole 100.000 perdite? La Francia ha avuto, senza le truppe di colore, 1.300.000 morti, la Germania quasi 2 milioni, l’Austria Ungheria 800.000, l’Inghilterra senza le truppe coloniali 650.000. E allora una delle due. Ho la nostra guerra e era quasi una bolletta rispetto a quella degli alleati, o anch’essi – malgrado le tradizioni militari più sode e i comandanti che si vorrebbero superiori al nostro Cadorna- hanno avuto anche fatte le debite proporzioni perdite al meno quanto noi. Come mai poter restare così a lungo alla direzione dell’esercito un generale che si era fermato al 1859? E come mai il popolo di taglia di cui ero abbonato il lettore assiduo, fino a Caporetto continuò a farne grandi elogi? La ragione mi parrebbe una sola: in Italia vi erano poche tradizioni militari, molti degli improvvisi interventisti da anni e anni aveva predicato che non ci sarebbero state mai più guerre, socialisti e pacifisti si adoperavano a diffamare l’esercito. L’opinione pubblica non s’occupava di questioni militari ed era del tutto incompetente ad esercitare una critica e un controllo, come avveniva in Francia e in Germania: la carriera militare screditata, era riservata troppo spesso chi non riusciva negli studi. Ne seguì un alta gerarchia militare assai scadente. La colpa è proprio di Cadorna? Tutt’al più anch’egli sarebbe stato l’esponente della situazione creata da pacifisti e da socialisti. E del resto non è forse vero che di quei generali di cui il Fasulo parla con tanto disprezzo, ben 217 furono eliminati da Cadorna? E non fu questa dunque una sua grande benemerenza, anche se in qualche caso particolare sbagliò? Non è mai capitato il signor Fasulo, come capitò a me tante volte, di vedere i comandi di divisione o di brigata ridersi delle circolari di Cadorna? E di restare scandalizzato dell’indisciplina, della maldicenza, del disfattismo di tanti ufficiali altolocati? E di provare un senso di sollievo vedendo ogni tanto che qualcuno di quei signori era messo da Cadorna in condizioni di non nuocere? È purtroppo vero che nel 1915 non si fece tesoro dell’esperienza di guerra del fronte francese, ma è anche vero che moltissimi si illuse che l’intervento d’Italia avrebbe deciso la guerra in pochi mesi. Si credette perciò di poter fare la guerra di movimento. Fu solo Cadorna partecipare a questa illusione? E il fargliene una grave colpa non significa un po’ giudicare col senno di poi? E come è noto, l’offensiva dell’ottobre 1915 ci fu quasi imposta dai francesi, e i mezzi tecnici del nostro esercito erano ancora scarsissimi. Ma nessuna disposizione di Cadorna prescrisse che si rompessero i reticolati coi petti e coi denti. Ancora anche qui non si può rovesciare tutta la colpa sul generalissimo, ma bisogna riconoscere il merito di aver mandato via tanti macellai. L’errore più grave invece fu fu sempre a mio avviso nel cattivo impiego delle riserve, del fermarsi sulle posizioni conquistate, nel non fare azioni avvolgenti. Che poi il Comando Supremo (vuol dire Cadorna?) Non facesse mai tesoro di nessuna esperienza, mi pare un po’ eccessivo. Mi sembra che in vista del nuovo modo di guerreggiare si quintuplicate se l’artiglieria, che si decuplica cassero le mitragliatrici e si creassero le lombarde e si può dire l’aviazione, per non parlare d’altro. Questo si fece forse contro la volontà di Cadorna? Riconosco che fu assai male ispirato il Cadorna quando emanò il bollettino del 28 ottobre 1917 in cui accusava le truppe di codardia. Ma anche il generale cappello per il quale il Fasulo pare abbia molta simpatia-e e sì che tutti sanno qual senso psicologico avesse di fronte al soldato!- ha rivolto nei suoi libri suppergiù le stesse accuse alle truppe e non solo per la rotta di Caporetto. E perché due pesi e due misure? E ricorda il Fasulo come furono trattati soldati italiani reduci dalla prigionia? Allora Cadorna non c’entrava! La lettera di Mussolini subito dopo Caporetto senza dubbio è interessante. Colpa degli interventisti e l’aver consegnato la loro guerra gente che non la sentiva, non la voleva, non l’accettava. Si deve dire questo di Cadorna non piuttosto dei generali che mandò o non fece a tempo a mandare a spasso? “I reggimenti che si sono arresi senza colpo ferire appartengono al Piemonte”. E quali sono? Ne citi soltanto mezzo! E come mai il Fasulo che si scandalizza ragione del bollettino di Cadorna, non si scandalizza delle parole che pubblica e che mostrano come Mussolini non si staccasse molto allora in questo dal punto di vista di Cadorna? Dei tratti sfondati non vi erano brigate di fanteria piemontesi; ricorda invece che proprio il battaglione piemontese degli alpini Dronero annientò il 24 ottobre 17 sul rombo un reparto d’assalto austriaco che il battaglione Monte Albergian tenne la cima del Pleka meritandosi la medaglia d’argento al valore che il battaglione Monte Argentera si immolò contendendo forze nemiche decuple, il 25 ottobre, la vetta dello Stol! È molto doloroso vedere come anche oggi poco o nulla si sa dei più del come si combatte la battaglia di Caporetto! Lo sfondamento grave avvenne sui fronti della brigata Caltanissetta Taro e Spezia: con tutto questo se i rinforzi fossero giunti a tempo e se l’artiglieria avesse sparato, la falla si sarebbe presto turata. Questi si sarebbero punti da chiarire! Lo sfondamento della prima linea sul Piave sul grappa, il 15 giugno 1918 fu ben più ampio che a Caporetto, ma lì i rinforzi c’erano! Ma non voglio divagare. Alla fine il Fasulo conclude: “in quanto a Cadorna, io non saprei incolparlo di nulla. Il difetto era del sistema”. E allora perché vorrebbe che Mussolini lo processassero? Concludo finalmente anch’io: non è giusto ed è anche alquanto ingenuo il voler attribuire tutti gli errori e le manchevolezze della condotta della guerra ad un solo uomo e tantomeno poi al generale Cadorna. Quando un uomo, che appartiene ormai alla storia si vuol giudicare ponendo in vista soltanto i difetti per di più le manchevolezze a lui non imputabili e che egli cercò più volte di riparare, si giunge pure attraverso verità di dettaglio a un giudizio passionale quando non sia iniquità o ingratitudine. Ma forse mi sbaglio, si giunge invece a renderne più grande più simpatica la figura…
Napoli 29 aprile 1923. Firmato professor Piero Pieri capitano di complemento del 7 reggimento alpini.

 

Corriere della Sera, lunedì 28 maggio 1923 – cerimonie e cortei-il valore della guerra e della vittoria in una rievocazione dell’Onorevole Gasparotto – …
+ articolo su Il monumento ai morti del Timavo inaugurato alla presenza del duca d’Aosta: Trieste 28 maggio 1923
il duca d’Aosta accompagnato dal seguito si è recato ieri mattina Monfalcone ove ha presenziato all’inaugurazione della scuola elementare intitolata dal suo nome e dallo scoprimento di una lapide sulla facciata della scuola in memoria di Giovanni Randaccio che egli morì fra le braccia di Gabriele D’Annunzio. La popolazione ha accolto il principe con entusiastici evviva e omaggi di fiori lungo le vie pavesate con tricolori e festoni di lauro. Erano a ricevere il duca d’Aosta il sottosegretario Onorevole Rocco, senatori, deputati e molte altre personalità. Dopo i discorsi commemorativi il duca si è recato a quota 12 ad inaugurare il monumento ai caduti eretto alle foci del Timavo per sottoscrizione nazionale, sotto gli auspici del quarto congresso forestale italiano. Il monumento si erge di fronte all’armata, in vista dell’Adriatico nella zona delle più aspre lotte, poco lungi dal luogo ove cadde il maggiore Randaccio. Nella pianura circostante sono stati piantati la auguri e cipressi. Il monumento in forma di area ricca la seguente iscrizione: qui si apprese a partire romana mente e dal calvario sorse libera e grande la nuova Italia. Oltre alle personalità presenti a Monfalcone erano intervenute a quota 12 le rappresentanze civili e militari del Friuli, dell’Istria, di fiume, dei corpi che combattevano nel settore del Timavo, delle madri e vedove dei caduti, degli ex combattenti di numerose associazioni patriottiche e culturali. Pure erano presenti numerosi ufficiali dell’esercito della milizia nazionale, nonché le bandiere dei comuni di Venezia, Osoppo, Aquileia, Trieste, Udine, Gorizia, Monfalcone. Ricordati trionfi della terza armata e gli anni di passione durante i quali gli occhi erano rivolti all’Hermada e al Timavo e il cuore a Trieste il duca ha detto: “sei anni or sono in una radiosa Pentecoste il 27 maggio 1917, la vittoria Fermo mo qui il suo volo e i miei eroi ardenti simili poterono lavare nell’acqua lustrale del Timavo le loro ferite come un dio oscuro, patrono di Roma aveva qui lavato il suo bianco Paul legge. Cadde nella lotta ineguale Giovanni Randaccio eroe di Piemonte e di Sardegna, caddero con la estrema visione della non inutile morte i più fieri lupi di Toscana, caddero i nuovi crociati sulle rovine di San Giovanni di tuba, sacre ai più antichi ricordi della cristianità ed il loro pugno si corre verso oppressori in uno sforzo supremo e la loro bocca si serrò in un grido di vendetta. O morti del Timavo e dell’Hermada lo sforzo è superato, la vendetta è compiuta, la liberazione raggiunta.
Dopo aver rievocato Trieste nei primi giorni della redenzione chiude la sua orazione con un alata invocazione alla benedetta del Timavo chiedendole per tutti gli italiani la forza di vincere le battaglie del silenzioso sacrificio, la dura disciplina, dell’umiltà laboriosa, per ricostruire le forze d’Italia. E dice: “antichi compagni, tornando al quotidiano lavoro noi lasciamo in questo luogo il nostro cuore, da parte più bella della nostra esistenza, l’anima grande dei nostri fratelli caduti su queste pietre martoriata del Carso noi abbiamo rinnovato l’Italia aprendo ad essa con la strada di Trieste la via verso il progredire feconda non lasciamo svanire l’incanto nell’oblio dello sforzo più. Sia questa targa una pietra miliare del duro ma glorioso cammino verso la redenzione economica che la patria con sicura coscienza spira ed attende. Nulla per noi, tutto per l’Italia!” Una prolungata intenso ovazione accoglie le ultime parole del principe. Avvenuta la consegna del monumento al sindaco di Monfalcone deposto ai piedi del monumento numerose corone di alloro, il duca d’Aosta accompagnato dalla sorella di Randaccio e dalle autorità si è recato presso il cippo eretto sulla riva del Timavo dove cadde l’indimenticabile eroe. Nel pomeriggio il principe si è recato a Udine accolto alle porte della città dal prefetto avvocato Pesenti e dal sindaco Spezzotti che lo hanno accompagnato al palazzo municipale dove erano riunite tutte le autorità. Lungo il percorso una folla immensa ha tributato al duca acclamazioni entusiastiche ricoprendo la sua automobile di fiori. Al municipio il sindaco ha presentato le autorità e ha pronunciato a nome della cittadinanza fervide parole di saluto al quale il duca ha risposto con elevate espressioni. Frattanto sulla piazza Vittorio Emanuele la folla immensa applaudiva chiamando al balcone il duca d’Aosta, che si è affacciato per ringraziare accolto da rinnovato ovazioni. Si è formato quindi un corteo delle scuole ed associazioni cittadine che al suono degli inni patriottici ha sfilato dinnanzi al palazzo municipale salutandolo romana mente il duca che assisteva dal balcone. Il duca d’Aosta si è recato poi a visitare la scuola combattenti. Prima che lasciasse la città al principe stato offerta dal sindaco una medaglia d’oro che con lo stemma del Comune a ricordo della sua visita firmato Stefani.

 

Il Popolo d’Italia – giovedì 31 maggio 1923 – Eroismi ignorati – Sotto il nome di Rapsodia … … Giù a valle dove il Natisone si inabissa nella stretta di Stupizza quando già si this frenava la baldanza nemica, il comandante della 53ª divisione, schierata al varco la brigata Vicenza, distaccò una pattuglia di cavalleria ieri e insofferente d’attendere, mosse lui stesso sulle tracce dell’invasore. Nella notte illuminata dai primi incendi oblio oso del grado e delle cocenti ferite, memore soltanto del grande nome dei padri e delle loro ancor più grande, il principe Gonzaga si portò avanti come cacciatore alla foresta; si spinse ancora più oltre verso il nemico contro il nemico finché lo vide e ne fu ancora ferito. Fu generale soldato come in sogno il primo console al ponte di arco le, come volle Garibaldi sul ciglio di Mentana. Ma non arrivarono quel giorno gli invasori alla stretta di Stupizza! — Ed ancora viva nella memoria degli italiani l’ombra bresciana di Enea Guarneri, morto in prigionia durante un disperato tentativo d’evasione. Portatosi sugli spalle di di Monte cavallo alla testa della 214ª compagnia del battaglione Valle stura, attaccò, contrattaccò. Assalito nuovamente di fronte e ai fianchi e accerchiato da forze imponenti, ridottosi in una forra e rimasto senza ordini e senza munizioni, rifiutò la resa. Ferito, disarmato, esausto fu preso. Ma prima di dichiararsi vinto volle che i pochi superstiti – 40 uomini appena ma tutti fedeli – presentassero le armi ai compagni caduti e ripetessero con lui in faccia al vincitore: ” Viva l’Italia!”. Così l’umile studente di Passirano insegnava come l’onore della patria si possa sempre salvare, anche se la gloria viene meno, purché il capitano non abbandoni mai i suoi soldati e vincitore Ho vinto né di vita fino all’ultimo le sorti.. ***
Lo storico di domani porterà a compimento la rassegna. Restituirà ciascuno l’onore e la colpa. Ma prima che la rapsodia cede il posto alla storia, è un uomo ancora da far rivivere, un uomo che promette e non invano, di morire: e vetture una schiera da ricordare i nostri figli, una schiera che dilegua in una marcia fantastica. Un uomo, un altro comandante di divisione. Chiamato ad Auzza dal capo del 27º corpo per predisporre estrema difese il caposaldo di Monte Jeza, il comandante della 19ª divisione aveva detto: ” a Monte Jeza se occorre moriremo”. E a Monte Jeza dove più forte stava per calare il colpo di massa, alle due del 24 ottobre era in piedi. Vide e provvide. Vecchio alpino, si piantò in linea con gli alpini e vi restò tutto il giorno alla notte, domandando la morte ai tiratori dell’Alpekorps. E poiché la morte non lo volle, quando vide la posizione perduta e la divisione travolta, ridottosi a Clabuzzaro e quivi ceduti superstiti che aveva intorno a sé ad altro comando, reso conto freddamente dell’opera compiuta, si uccise. Perché così aveva detto ad Auzza … Oh, che l’Italia tragga dal torbido silenzio questo nome: Giovanni Villani. Una schiera, una marcia di spettri… Il battaglione Val Fella posto con le guide del montana zio e del canina presidio dell’alta valle di Seebach, sostenne contenne per tre giorni l’impeto del bombardamento e la minaccia nemica; e come gli fu ingiunto di ripiegare, si ridusse in disperata carovana, per i piani del Montasio, per il Colle della Beretta, per i ghiacciai del Canin e i nevai di Sella Grubia, sotto mitraglie tormenta, fino al fondo delle valli, mentre i compagni che Pierre venivano la forcella dello Strador Ursic, e ignari dell’ordine, rimasero sul posto e vi si mantennero senza soccorsi e senza speranza fino al 28 ottobre. Tutti gli altri continuarono la marcia, fermandosi tratto tratto per far fronte al nemico e coprire la 36ª divisione che sfilava busta e solenne dalle valli di Dogna e del Fella, e per Chiusaforte, Tolmezzo e Verzegnis, ridotti a sparuta falange, finivano la sera del 6 novembre sulle rive del patrio Tagliamento, dove le madri, le spose, i figli accorsero ad aiutarli a portare a salvamento le armi e gli zaini. (Chi scrive-dice un rapporto-ha visto mogli di soldati, già fuggite dai loro paesi innanzi ai barbari, sulla strada carnica di tolmezzo, portare lo zaino ai propri uomini, che pur sfiniti dalle veglie e dai tormenti, non volevano essere ritardatari della marcia. Ha visto scene sublimi di padri soldati che prendendo in braccio i figlioletti per dare loro l’ultimo bacio, incoraggiavano le donne che prive di tutto, sulla strada dell’esilio, erano abbandonate al più tragico destino. I ritardatari e quelli che per l’inevitabile fra mischia mento di reparti e di carriaggi si erano dispersi, alcuni arrivando persino in paesi molto arretrati, informati che il battaglione era ancora in linea, lo vollero raggiungere per dividerne fino all’ultimo momento la sorte”. È storia umile questa, storia di pastori e di contadini, ma sento alito di poesie attorno a questi veterani che camminano verso le nuove mete tenendo i figli per mano.
Qs è è l’inizio dell’articolo: sotto il nome di rapsodia l’onorevole Gasparotto sta per fare uscire presso la casa editrice tremens una splendida edizione nuova, in parte rinnovellato anche nel testo, del suo bello e di efficace diario di un fante. Sarà illustrato da tavole dovute alla matita dei maestri migliori artisti; tra gli altri quella di Mario Sironi, il valente disegnatore del popolo d’Italia. Siamo lieti di poter offrire ai nostri lettori la primizia di una pagina inedita, una pagina di alta passione umana di afflato poetico; una pagina dove il dolore per la sconfitta di Caporetto è superata nell’uomo e nello storiografo dalla convinzione che pure quell’episodio buio abbia avuto i suoi lati eroici e vi abbia rifulge solo la grandezza e lo spirito di sacrificio del nostro soldato. La convinzione formatasi sul luogo con lo spettacolo delle cose era forzata e maturata dalla meditazion invitiamo il nostro pubblico a raccogliere religiosamente questi nomi e questi fatti e da ricordare la significativa conclusione che l’autore esprime pure con la sobrietà e il riserbo impostogli dalla delicatezza della sua posizione di ex ministro della guerra; è una leggenda che il 24 e il 25 novembre il soldato italiano abbia gettato le armi. Dovunque le circostanze lo permisero ed il capo seppe ispirarla, la resistenza fu anche in quei giorni valorosa ed accanita. :::::::::::: :::::::::::
vi sono altri sconosciuti, quelli che caddero nelle giornate della disfatta, gli innominati di Caporetto, per i quali parve già largo premio il dono di indulgente pietà. Risalito l’abisso, possiamo scrutare il fondo a occhi aperti. Non senza dolore ma senza rancore; ai fini supremi della storia. Poiché spetta alla storia fissare in linee definitive gli avvenimenti ancora incerti e giudicare l’opera degli uomini che la patria hanno servito con diversa fortuna ma con animo ugualmente devoto. Nulla di più tragico, alla nostra sensibile a sensibilità di latini, di questa grande sventura. Ma di quanto to la nostra sensibilità la ingrandita? Fu detto che occorre rimontare i secoli ed attingerà remote epopee per trovare qualche cosa che superi lo spettacolo del popolo di parlante dagli alti giochi del Friuli, con le donne, cui vecchie coi bimbi per obbedire a un dio invisibile che accenna di non servire il nemico. Certo; la passione che trasse nelle estreme giornate di ottobre esercito del popolo ai ponti del Tagliamento ha avuto momenti di oscuro e terribile solennità. In essa ci siamo affondati in disperante voluttà. Ma pochi giorni di distanza-potremmo dire a poche ore rispetto a un triennio di guerra-sono fra il tumulto delle anime già affioravano i nuovi e più al di doveri ed esercito e popolo si ricomponevano in ordinata e gagliarda austerità. Infine questa moltitudine profuga, che agli occhi del mondo è apparsa come un immenso popolo in fuga e di impianto, a che si ridusse? A 200.000 cittadini meno che il terzo di una media città come Milano, assai meno che il 20º di una metropoli come Parigi; piccola …. Che un brivido il terremoto o un falso allarme da aeroplani riversò nelle piazze o il sacco nei sotterranei. Affrancati dalla suggestione della quale tutti fummo schiavi fin qui, possiamo affrontare il tema con animo generoso e ciglio asciutto. Perché tacere? Il cuore del popolo e fedele al suo cuore, più che alla gioia stessa. Per questo la Francia guarda ancora oggi alle tombe di Sedan. Tutti gli eserciti avversari alleati ebbero le loro sventure. La nostra fu più vasta. Ma soprattutto più clamorosa per il modo con cui la presentammo all’opinione del mondo. Nella guerra dei nostri giorni sfondarono il fronte di battaglia non vuol dire vincere la battaglia. Se siamo caduti, siamo risorti. Più grandi. La battaglia di Caporetto a chi la guardi da lontano non finisce la sera del 25 ottobre sulle valli dell’Isonzo, né il 28 sulle ghiaie della torre, come fu lasciato credere al mondo e a noi stessi. Essa continua implacabile ai ponti del Tagliamento e della Livenza; riprende il 10 novembre sugli altipiani, il 12 nell’ansa di Zensoa, il 16 al cimitero di pagare e finisce il 20 novembre sul Grappa dove le aquile imperiali ebbero le penne bruciate. Anche l’Inghilterra a primavera vedrà le unità della sua quinta armata a sud dell’Oise, sorprese, scardinate, sommerse e rigettate sul canale Crozat, e nel rovinoso movimento la terza armata trascinata a precipizio su Bapaume, e pensa la battaglia, spezzati i legami di comando, ridursi per giorni interi a gigantesca e accanita guerriglia di reparti disarticolati e isolati. Anche la Francia vedrà in otto giorni le sue difese ritrarsi per 60 km oltre le mura di Montdidier; ma non per questo la gloria degli eserciti di Picardia sarà meno grande meno. A battaglia finita dopo 40 giorni e sul più vasto campo delle Fiandre, le armate di Francia ed Inghilterra usciranno ingigantite. Se la nostra sciagura ebbe riflessi clamorosi e lontani, l’Italia chieda se stessa perché lasciò correre per il mondo la leggenda che il 24 il 25 ottobre un’armata italiana avesse gettato le armi davanti al nemico, e perché dal fondo della tragedia non seppe trarre anche gli episodi che la illuminano d’onore e di dolore. Il popolo che ha deciso sul Piave qualche cosa di più che le sorti della sua guerra, ha il dovere di dire a se stesso la verità, per poter imporre al mondo il rispetto di tutta la verità. ::::::::::::::: ::::::::::::::::
non altrimenti l’11 aprile 1809 i francesi avevano visto rompersi il fronte montano a Caporetto e gli imperiali per la strada di lui con e per la valle del Natisone rovesciarsi in quattro giorni su Udine, come avvenne per noi e la battaglia a spezzarsi in manovre sanguinose fra Tagliamento e Livenza e finire in rinata fortuna l’8 maggio sul Piave alle grave di Papadopoli. Oh, la fedeltà della storia! ***
Ma torniamo alle valli dell’Isonzo, anche nel rovescio delle nostre prime fortune, una verità s’folgorata dalla realtà vissuta in quei giorni. Nonostante il colpo di sorpresa che ebbe tanta parte nel successo nemico, nonostante il fuoco la nebbia, nonostante la stanchezza, i veleni morali e l’avverso destino, dovunque per virtù di capi e per natura di terreno fu possibile resistere sulle posizioni, ivi furono soldati che seppero battersi a morire. Al sommo del fronte di battaglia sul belvedere il Monte Rombon dominante la conca di Plezzo, i battaglioni alpini borgo San Dalmazzo, Dronero e Saluzzo buon sangue piemontese, rotolarono giù per la china i montanari del Salisburgo venuti all’assalto, mentre in fondo valle le fanterie della 50ª divisione bloccavano i tiratori imperiali alla stretta di Saga, finché a sera entrate le avanguardie slesiane a Caporetto ebbero l’ordine di ripiegare. Al centro dell’arco montano, sul baluardo avanzato il più prossimo al cielo, il presidio alpino di Montenero attese il nemico sulla vetta bianca inviolata per tutto il giorno; e anche quando l’ospite nemica aveva fatto al ai suoi fianchi, la vetta fu mantenuta finché a sera il comando della 40ª divisione altrimenti dispose. Ai suoi piedi sui contrafforti del Pleca, gli alpini del battaglione Albergian con fanti e bersaglieri al comando del colonnello Magliano, tennero il Monte in superbo isolamento per due giorni, finché mancò la luce al sole e la speranza ai cuori… Sulle vicine grotte dello Sleme in avanti del 224º reggimento, fatto cerchio intorno a un capo adorato, il colonnello Rossi, sostennero per l’intera giornata del 24 l’urto delle brigate austriache, destreggiandosi da sperone sperone e seminando il terreno di morti. Sul rovescio del Mrzli dopo che le truppe d’assalto superato l’esile velo di vedetta su un rapido pendio, urtavano contro il fianco scoperto del 148º reggimento fanteria e gli austriaci irrompevano contro il reggimento gemello, morto il comandante di battaglione, tenente colonnello Piscicelli, caduto il comandante del reggimento, Raimondo, fanti del 147º non vollero abbandonarlo e di notte lo trasportarono esanime a Selisce.

Continua articolo del Popolo d’Italia … Nè dal Mrzli al Vodil i battaglioni della brigata Alessandria gettarono le armi! Fanti del centro 55º reggimento, stretti ai fianchi di una semplice comandante di battaglione, capitano di complemento Incerti, fermarono il nemico davanti alle due lunette strappando l’ammirazione degli artiglieri dell’11ª batteria da montagna schierata sulla stessa linea; pochi fanti del 156º reggimento agli ordini di un altro ufficiale di complemento, capitano Rosa, contrattaccarono gli austriaci e finché il giovane comandante cadde mortalmente ferito. E mentre sul livido tramonto o gli ultimi reparti resistevano isolati sulle alte pendici occidentali del mrzli vedevano guardando valli tedeschi marciare inquadrati sull’altra riva dell’Isonzo, come in giorno di pace…
All’estrema destra sulla massiccio di MonteJeza alpini di Val d’Adige e sulla costa Duole fanti della taro con tesero fino a notte ed oltre la notte stessa il passo alle colonne soverchianti dell’Alpenkorps e della 200ª divisione prussiana affinché ne furono sommersi. Oh, l’Italia ignorerà la resistenza di Monte Jeza ma a suo tempo la relazione del 51º corpo d’armata germanico la che è la chiamerà straordinariamente ostinata e il comando austriaco della seconda armata dell’Isonzo sarà costretto confessare il suo insuccesso davanti ai contrattacchi delle brigate Belluno e Roma. E non ignori l’Italia i bombardieri della 46ª divisione che a Krn per non lasciare al tedesco le batterie pesanti campali già abbandonate, vollero portarne abbraccia i pezzi fino a Libussina dove, vana fatica, trovarono la strada tagliata dagli slesiani. E non ignori i bersaglieri del 12º reggimento che sugli speroni del Globokak contrastarono i tedeschi della quinta divisione le sorgenti dell’Iudrio. E soprattutto non ignori i fanti della brigata potenza che giunti stremati sul posto in scarne falangi, 300 per battaglione, sforniti di mitragliatrici e ignari degli eventi, tennero lo Stol e la conca di Creda fino alla notte del 25 sbarrando agli slesiani della 12ª divisione la strada per Cividale. e poi continua nella trascriz. precedente … qs due righe vanno a sostituire i … nel file precedente: “; piccola folla che di fronte alle moltitudini che un brivido il terremoto o un falso allarme d’aeroplano riversò nelle piazze o insaccò nei sotterranei. Affrancati …”

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