l’Alpino – Roma 15 maggio 1937 – XV -anno XIX n. 16 – e sole all’alba del 9 maggio – La imponente celebrazione romana del primo annuale dell’impero e negli occhi nel cuore di quanti, mezzo milione forse, si sono affacciati all’alba del 9 maggio sulla via dell’impiego soprattutto dei soldati. I nostri ragazzi e soldati vengono nella lunga della vittoria e del fascismo, come giovani piante, tutta vita ieri non, nella ebbrezza una primavera. L’, non possono sentire la gioia dell’ora come noi, che abbiamo conosciuto la dura misera ed oscura vigilia ed il lungo quadriennale colloquio con la morte, lontano da tutti e il triste ritorno,. Dopo la vittoria, alla dieta ostilità dei rimasti, presi alla gola da un’indifferenza peggiore dell’odio. La trionfale sfilata sulla via dell’impero, fra il colosseo e di fuori, di contro all’altare della patria, di 40.000 soldati preceduti da migliaia di destini, nella polvere d’oro di sole stabilizzante fra l’urlo del popolo in delirio, al cospetto del re del duce; il imponente esercito di colore con i suoi ufficiali in testa ed i suoi preti cotti e la selva dei suoi gagliardetti e il bianco, il rosso, laddove il verde di giubbetti, barracani, sciamma, gagliardetti, e fascie; e infine il rapido trascorrere mica bandiere emeharisti fra sé i comandi militari e urli selvaggi di gioia: senso di impero dovunque: Roma ritorna, e della Grande: mentre i nostri occhi sfavillano il vecchio cuore batte il petto all’alpino, pensiamo riguardando le scintillanti uniformi degli esteri, che lo spettacolo dovrà far riflettere anche di là delle Alpi dove troppi ancora si trastullano diritti di chi e confortano di spudorata menzogna la loro inconfessata viltà. Alla vigilia, l’imponente cerimonia della consegna delle medaglie vittoriosi, in piazza Venezia, piazza d’armi di un esercito di 40.000 soldati: all’indomani, la superba cavalcata ai Parioli in cospetto al fiume sacro e dei colli fatali: come non sentire la potenza di Roma risorta? È come non sentire la noi alpini che abbiamo visto sfilare al posto d’onore la divisione Pusteria, unica grande unità nazionale di reduci dall’Africa, e decorare accanto alla tomba del milite ignoto di croce dell’ordine militare di Savoia, i due reggimenti alpini settimo ed 11º; di medaglia d’argento in battaglioni Pieve di Teco ed Intra; di medaglia di bronzo ancora il settimo l’11º ed il quinto artiglieria alpina e salire a 72 le medaglie d’oro del 10º, con le recenti concessioni alla memoria del tenente del Monte dell’artiglieria alpina Eritrea e dell’alpino Bagnolini del battaglione Intra? 72 medaglie d’oro, sette delle quali in questa guerra: eroico sangue gli alpini che salda l’una all’altra generazione e da nuovi fermenti di gloria questa nostra formidabile compagine bandiera. *** Infine il rapporto rapido, austero, soldatesco tenuto i comandanti delle associazioni d’arma dal segretario del partito. Vibrante, cameratesco sempre, Starace dice a noi parole di affetto e di compiacimento: riconoscere ed esalta l’importanza morale di valore guerresco delle associazioni conservano perpetuano lo spirito le tradizioni dei corpi, spirito chi è nel segretario del partito forse più che in ogni altro; rileva l’altro significato del più stretto legame tra il partito in queste nostre organizzazioni che così hanno finalmente posto d’onore sicurezza di vita e di domani; e incita i comandanti a dare sempre più carattere guerriero e militare alle associazioni, sì che esse riguardino sempre più alla tenda che al palazzo di siano pronte ad ogni ordine del duce. Poi il rapporto si fa più intimo e confidenziale: nessun mutamento drastico, ma una vita più vicine e più snella senza superstruttura e senza diaframmi: non associazioni di militare in congedo, ma di soldati; non presidente, ma comandanti: lo spirito guerriero animi ogni raduno che dovranno trascurare i piccoli centri nuovi alle grandi adunate. La divisa quella del partito per gli iscritti al partito: sulla divisa fascista il copricapo caratteristico dell’armo del corpo i segni del grano. È quanto gli alpini praticano sempre: le parole del gerarca tolgono ogni incertezza e sono per noi di alto conforto. Trasporto sereno e militare congedo fraterno: il bersagliere Starace fedele valoroso interprete della volontà del duce, vuol bene i vecchi camerati che nel trascorrere degli anni tengono fresco, aggiornato i saldo il loro spirito guerriero; e questi sono i militi più fedeli e sicuri delle nostre associazioni dati. Mentre il tramonto di luce da fiamma agli alti fastigi del vecchio palazzo e nel cielo è un volo di rondini e l’ombra cala sul piccolo quadrato cortile, l’omaggio dei comandanti al sacrario dei caduti fascisti chiude una giornata densa di emozioni, ricca di gioia per noi, per tutti gli italiani di Mussolini. firmato Angelo Manaresi
Monte Rosso: 14 maggio 1916 . -Della Grande guerra, combattenti che tutti conoscevano anche se non li avevano mai visti. I nemici pure di conoscevano di valore di fama e nelle notti calme e una fosca di pericoli e timori, nei lanciavane il nome per esaltarli o per avvertire che allerta stavano contro ogni nostra. Marello Onorato da Priocca d’Alba di Val Tanaro, sottotenente della territoriale al suo richiamo dal congedo, poi effettivo e tenente per merito di guerra, rapitoci il 12 aprile corrente anno da grave malattia sopportata da martire, era di questi. Il suo nome correva di bocca in bocca ad esaltare un po’ tutti i battaglioni alpini della fonte Giulia e carnica superando anche le linee avversarie. Tozzo, quadrato, erculeo, forte come un leone, semplice e buono docile come un fanciullo, spiccava fra i camerati più giovani valorosissimo per spirito combattivo operabilità ardimento del rischio. Siano anziché no aveva tutti titoli e tutta l’esperienza per annidarsi alle salmerie od in uno dei tanti servizi al coperto. Signor no, ardente patriota, battagliero, Marello volle e si ritrovò subito e sempre in testa i suoi beni territoriali tutti padri di famiglia e tutti combattenti esemplari. In verità tutto l’ambiente era di valorosi! Erangli compagni le medaglie d’oro: Beltricco, Guarneri, puri, i caduti da Prodi sul campo: Cesano, Pecchini, Tomatis, Fabiani, Veneroni eccetera. I deceduti in seguito malattie di guerra: Poy, Truffa e tanti altri ancora vivi passati giovani all’altra vita.
Marello folgorata nelle lotte al corpo a corpo, negli ardimenti scaltri, abili, audaci e dei successi. Era combattente d’armi corte: d’assalto. Possedeva una sua particolare arte guerriera, sicché faceva scuole d’esempio a tutti. I suoi bravi alpini, forgiati a suo stampo lo seguivano ciecamente, l’adoravano, gli attribuivano tutto il merito dei successi. I superiori sapevano di avere in lui l’uomo abile ad ogni impresa e rischio.
Partiva come saetta di giorno, di notte con qualunque tempo e armato di pochi alpini, da Monte Glazat. Superava il mio Pontebbana spesso in piena e la vigilanza delle insidie nemiche: piombava su in alto sulle posizioni nemiche come aquila, prelevava vedette e pattuglie, metteva a rumori in allarmi le difese credute si minacciati da chissà quale attacco di sorpresa. Vittima e testimone della sua abilità, forza e d’audacia. Guerriero d’eccezione era pure un magnifico organizzatore, pratico regista. Non rappresentava mai difficoltà; era fatto per superarle. Al suo reparto come alla sua mensa non mancava mai nulla. Arrivavano le provviste ed il buon vino schietto generoso come il suo cuore dalla sua terra ferace e vinifera. La sua mensa era circolo, convegno, polsi. Tra un bicchiere l’altro, tra una fucilata e l’altra, lo spirito patriottico e guerriero e neve in tutto il più alto tono. Maestro, faceva scuola alla moda alpina! Le posizioni da lui tenute anche se a due passi dal nemico e soggette ad ogni tipo, diventavano subito modelli d’arte fortifica torni improvvisata. Se mancava materiale andava a prelevarlo al nemico. Lo ricordo nella primavera del 1916 sull’asprissima, scoperto roccione di Monterosso a quota 2150, criniera, schiena, scudo avanzato dal caposaldo di Monte Nero; investito in pieno da ogni fuoco avversario dalla buona, sanguigna come il colore della sua roccia. I due trincee non gli avversari, a contatto si lambiva, si mordevano a vicenda un accanimento crudele, soggetti però alla stessa sorte prodotta dalle due artiglierie dalle tremende bufere di diede or fina fina penetrante, ora sferzante ed accecante di ghiaccioli. Opere, uomini, armi, reticolati eccetera tutto veniva in breve sommerso, sepolto. Vedette non ancorate, posti sui fianchi rocciosi venivano strappate da quelle violenze e gettate giù negli abissi. Non sempre erano ritrovati. %%%
%% Era lavoro da Sisifo tenersi a galla o saldi in piedi; rifarsi nei brevi respiri in curiosa gara col nemico, la trincera. Soggetti alla sera stessa sorte avversa si verificavano allora fatti ed episodi tragico comici, umani, a cui seguiva non nuovo il bersagliare al campo anche più accanito di prima. Le soffiate continue e capricciose di vento e di tormenta portando o spostando masse enormi di neve, modificavano d’ogni momento la plastica è la fisionomia della posizione delle opere si da vederle irriconoscibili a chi le teneva a comando e da doverle riconquistare quasi daccapo per poterle tenere. Quando erano le sferzate della tormento della bora rendere la temperatura della vita più che polare, arrivava la folgore di Montenero, che si scaricava violentissima sul roccione stratificato a pila a fulminare le vedette non sempre isolate, a produrre Ballini gli scintillii sui paletti dei reticolati, sulle baionette, da farci sentire in una ridda fantastica infernale. Vite lotta quindi di ogni giorno, durissima anche perché doveva rifornire a spalla la posizione con carichi che diventavano pesanti anche se calcolati leggeri. Era necessità, legge che in pochi si dovesse valere molti. A difesa della posizione che si sfasciavano per il rapido sciogliersi delle nevi-a metà maggio del 1916- vi erano le due compagnie del Val Tanaro salitevi appena scese dal Cukla con alcune mitragliatrici appostate del battaglione Dronero, Bicocca, Val Maira. Si capiva dai silenzi dalle tentazioni dal tirare con le lusinghe, che il nemico si preparava per una rivincita sul Montenero. Si stava vigili, all’erta! Marello era nel suo ambiente di battaglia e di sogno. Appostato col suo plotone dietro apposito argine a dente, di neve-ridotto immediato dal trincerone-aveva il compito di portiere. Dipendeva dal giovanissimo capitano Pecchini; aveva alla sua dipendenza del trincerone la poi medaglia d’oro tenente Poli. L’appoggiavano con il fuoco il tenente poi, il tenente Guarneri pure nota medaglia d’oro per atto e fine eroica in prigionia, ed altri non meno valorosi: dall’alto la bella batteria alpina di Montenero. Con i suoi artigli di fuoco attiri sempre precisi ed abili quanto difficili. Venne il 14 maggio, la vigilia e l’atto diversivo puntato sul Montenero della grande spedizione punitiva nemica. Fin dal mattino fuoco insolito, più vario e più molesto di artiglieria. Qualche falso allarme in pieno sole. Un volo e l’orante di aeroplano nemico a bassa quota verso il tramonto dorato, tosto seguito da infernale tempesta di fuoco investendo tutta la posizione, radente al ciglio delle linee avanzate; e l’assalto ad ondate serrate di tre battaglioni ungheresi sul trincerone, trappola, incudine, tomba. Marello dall’agguato coglie aquileo l’attimo fuggente. E seguendo il piano stabilito dagli sbocchi sotto e sopra neve del dente, si scaglia e rovescia coi suoi bravi alpini sull’assalitore: lo ributta comunque con quei del trincerone, a corpo a corpo e urgendo a baionetta, precipita i più tenaci giù sul fianco aperto ed aspro dell’abisso. Le ondate che seguono subiscono scordate il riflusso che s’accalca sulle proprie trincee sempre fortemente tenute ma impotenti. Sulle medesime, ora facile bersaglio, le mitragliatrici, la batteria alpina di Montenero e finalmente le grosse medie artiglierie seminano strage. Il capitano Pecchini lanciato avanti con i non molti disponibili a rincalzo e per sfruttare il successo, cadde mortalmente attraversando un ripido levato e spira, come Cristo nella braccia e sulle ginocchia del suo fedelissimo attendente che cerca di ripararlo scavando con la schiena una nicchia nella neve. Qua e là caduti, confusi nel trincerone con il nemico! La posizione è salva! Sul tragico Monte cala con la notte il silenzio. Solo il gemito angosciante dei feriti o dei morenti. Poi si alza la luna più che mai splendente, ad a rompere agli sconfitti, luce gloria i vittoriosi, conforto e speranza ai languenti e pace eterna i morti. Il nemico sempre saldo sulle sue trincee ascolta meravigliato, religioso, silente, l’elogio che il comandante della posizione, ritto come statua del dente alza ai caduti: a Pecchini, a Marello ed ai suoi eroi, a tutti i vittoriosi. Poi per tre giorni fa processione di feriti e di morti. La bella vittoria di pochi veci, tenaci e baldi contro molti ben appoggiati a audaci, segnava e pronosticava la sorte dei pifferi… Alla grande spedizione nemica che mossa per suonare, veniva suonata per punire, veniva punita. Altri che gli siano stati primo dopo camerati vicini, potranno completare il quadro delle virtù è degli atti di valore del nostro Marello, alpino guerriero di razza, sul Pasubio, sull’Ortigara, al comando di un reparto cecoslovacco. Certo è che fu comandante combattente che faceva bandiera e meritò largamente le promozioni e la medaglia d’argento della fama di valoroso. Nel dopo guerra non ebbe più fortuna. Modesto passò via via nel silenzio e nell’oblio. Subito la sorte di altri intelligenti e valorosi uomini di spada e non dipenda, di esperienza e di fatti e non di parole di teoria. Anche l’età venne a collocarlo col grado di maggiore in una delle tante posizioni del dopoguerra e ad affidarlo agli acciacchi, ai disgusti, ad un male fisico che si diede a minargli la vita senza posa. Eppure egli conservò patriottico ardente il suo spirito combattivo anche nel male, fino alla certezza di averlo vinto, ma questo ripassò dall’agguato alla riscossa. Lottò tenace; non voleva morire, perché sognava e sperava di poter ancora combattere per la patria, per il re e vincere ancora. Sino a che il male gettò la morte del suo corpo disfatto. Ma con tutti i doni e conforti della fede; in questa primavera che passa, quando i suoi colli già verdi o dorati di gemme già fioriti di peschi gli facevano gioia e festa intorno, assistito da una sorella che gli fu tenera e pienissima madre, mentre gli alpini nella città dei fiori concludevano la loro durata il rito di fede attorno al loro gusto patrono Sua altezza il principe di Piemonte e la divisione Pusteria sbarcata a Napoli, reduce gloriosa dalla guerra per l’impero, muoveva verso la capitale a ricevere in premio l’alto elogio del duce. Era vissuto abbastanza per morire felice! Al viatico della fede, s’aggiungeva quello della gioia per il trionfo del corpo al quale aveva dato tutto se stesso, per il quale era interamente vissuto. Col cuore e col sorriso gettò nel sogno del trapasso a mazzi, a ghirlande, sui vittoriosi i fiori della sua terra: terra di vini generosi, di alpini, di valorosi. L’amore ardente di patria, la vita alpina guerriera l’avevano fatto eroe, il male atroce sopportato con virtù cristiana l’aveva fatto martire. Così reso completo, lasciò le miserie della vita, salì fra tanti camerati a Dio nel regno del Signore. Quando la sepoltura lo strappò dal tetto natale e lo portò al camposanto pioveva, pioveva! Anche la sua terra piangeva! Quanti, quanti alpini apprendendo la sua morte saranno presi da un ricordo: ritroveranno inumidite le ciglia, innalzeranno spontaneo una preghiera. Io sono con loro!! Firmato generale M.C. Bes
Il Gruppo Susa in Etiopia (giugno 1935 – dicembre 1936) …
+ Il canto della perduta luce di Feliciano Lepore, maggiore degli alpini, cieco dell’Ortigaracon prefazione di Angelo Manaresi con illustrazioni di Cambellotti è edito in un volume dal 10° Alpini Editore in Roma.
– anno XIX n. 18 .- 15 settembre 1937 XV – Gli 8 Eroi del Rombon . Una pagina di storia del batt. Bicocca. Nel numero 17 del alpino, il capitano Bruno ritiene che gli eroici alpini esaltati dal generale austriaco Krauss appartenessero al battaglione Bicocca e propone di estendere le indagini presso il reduci di questo battaglione. La lettura delle parole scritte dal nostro nemico di allora mi persuadono a concludere che egli indubbiamente alluda alla sfortunata azione del 16 settembre 1916, nella quale appunto il mio battaglione il bicocca sostenne la parte più ardua e sanguinosa. Purtroppo i reduci di questo eroico e sfortunato battaglione sono ormai ben pochi! Ho qui sott’occhio una fotografia sbiadita, caro il prezioso cimelio, nella quale appaiono riuniti in gruppo i 20 ufficiali del battaglione alla vigilia dell’attacco a Monte Rombon. Quattro tra questi caddero eroicamente durante l’azione-maggiore Giacoma, capitano Sala, sottotenente Carnia, sottotenente Bonaldi; altri tre lasciarono la vita pochi mesi dopo sull’Ortigara – tenente Del Tetto, sottotenente Zesima, aspirante Martini. Il ferreo indimenticabile capitano Robuschi, passato ad altro reparto, cadeva eroicamente sull’Isonzo nell’agosto 1917. Mentre il tenente Guarneri doveva trovare la morte non già sul campo di battaglia, ma durante un tragico tentativo di fuga da un campo di concentramento per i prigionieri di guerra. Finalmente il sottotenente Truffa risparmiato dalla mitraglia nemica è deceduto in seguito per malattia. Tra i pochi superstiti io mi trovo ad essere il più anziano di Grado e perciò sento il dovere di raccogliere l’invito del camerata Bruno, rievocando le vicende di un’impresa sfortunata, ma fulgida di eroismo. Potrò giovarmi oltre che dei dati impressi indelebilmente nella mia memoria dagli eventi di quella memorando a giornata, anche degli appunti del mio diario di guerra che rispecchia con cruda realtà le vicende del nostro battaglione. Il battaglione bicocca come è noto venne costituito nel giugno 1916, grazie alla fusione di due compagnie già appartenenti al Dronero -81ª e 101ª- con una compagnia di nuova formazione, la 123ª: venne designato al suo comando il maggiore Giacoma. Poco dopo costituito, il battaglione ebbe un primo battesimo di sangue il 27 giugno 1916 in occasione di uno sfortunato attacco al trincerò nel del Monterosso; una parte del trincerò fu occupata di sorpresa da elementi della 81ª guidata dall’eroico tenente Barbero; ma presi d’infilata dalle mitragliatrici nemiche, non poterono mantenere la posizione caddero tutti sotto il fuoco nemico. Il battaglione fu inviato poi per alcune settimane in seconda linea per riorganizzarsi e colmare i dolorosi vuoti, dopo di che fu passato dal settore Montenero al settore Monte Rombon, dove era in preparazione un’azione a fondo contro le posizioni nemiche. Come sottolinea nella sua lettera anche il capitano Bruno, la parte più difficile dell’azione venne riservata ai battaglioni Ceva e Bicocca , i quali avevano come obiettivo l’occupazione della vetta è la scalata di tutta l’immane parete fino alla colletta detta dei pieni mughi. I battaglioni Valcamonica, Vestone, Borgo San Dalmazzo e Saluzzo che dovevano attaccare più a valle verso Plezzo, avevano un compito relativamente meno arduo. Aggiungo che mentre diceva doveva partire dalle posizioni del Romboncino, su cui era solidamente attestato, aggredendo direttamente la parete rocciosa, il bicocca invece che doveva procedere all’attacco partendo dalle trincee del Cukla, doveva attraversare l’ampio e battutissimo avvallamento intercorrente tra queste e il rombon, prima di giungere all’attacco della parete rocciosa. Ricordo che due giorni prima dell’azione insieme con gli altri ufficiali più anziani del battaglione, studiare il terreno su cui dovevamo attaccare. Facemmo allora presenti al nostro maggiore le difficoltà dell’impresa, non solo dal lato alpinistico in sei per sé, ma per la traversata allo scoperto che avrebbe dimezzato perlomeno i nostri effettivi prima ancora di iniziare l’arrampicata. Uno di noi propose anzi di tentare un’azione notturna di sorpresa che sembrava riservarci maggiori probabilità di successo. Fummo però rassicurati dalla lettura di un comunicato del comando che dovremmo poi a nostra volta leggere e commentare alla truppa: ” gli alpini del bicocca dovevano andare all’attacco col fucile a spall’arm, senza preoccuparsi del nemico, ma soltanto della scalata che avrebbero eseguito indisturbati. L’artiglieria aveva in serbo 10.000 proiettili per l’azione. Esisteva un cannoncino da montagna puntato contro ogni mitragliatrice nemica: i medi calibri avrebbero poi annientato le trincee ed i reticolati.” Non riporto dal mio diario le pagine gonfie di amarezze disdegno da me scritte dopo l’azione! I reduci del 16 settembre ricordano certo quale fu in realtà l’azione dell’artiglieria prima e durante l’attacco. Essa ebbe come risultato unico di mettere gli austriaci sull’avviso e quando noi alpini a giorno chiaro uscimmo all’attacco, le artiglierie tacquero e noi rimanemmo senza alcuna protezione. La prima andata del bicocca costituito dalla 123ª compagnia perdeva tutti i suoi ufficiali e tre quarti dei soldati, nella semplice traversata dell’avvallamento tra Monte Cukla e Monte rombon. Di rincalzo immediato veniva la mia compagnia, la 101ª ; appena usciti dalla trincea di partenza veniva ferito il nostro comandante tenente Sacchi, ed assume vivo io il comando della compagnia. Attraversando a rapidi sbalzi il terreno aspro e accidentato, riuscì a portare i miei uomini fino all’attacco della parete, perdendo solo la metà tra morti e feriti dei miei effettivi. A questo punto credo opportuno riportare testualmente le parole del mio diario: ” decimati dal fuoco di innumerevoli mitragliatrici che ci prendevano d’ogni parte, seminando indisturbate la morte, giungemmo ai reticolati nei quali il nostro famoso fuoco di demolizione non aveva aperto nemmeno un varco. Saltando di roccia in roccia, arrampicandoci tra le fatiche falciate di mitraglia, giunti a pochi metri dalla meta, eravamo dallo scarso numero e dalla mancanza di preparazione d’artiglieria, impossibilitati a proseguire. Eravamo oramai frazionati in piccoli nuclei. Io ero giunto presso il reticolato vicino ad un roccione da cui tiravano in modo infernale due mitragliatrici. Tre soli uomini mi erano rimasti accanto; il mio attendente cadde ferito; i due altri mi caddero morti al fianco; uno anzi dell’agonia mi afferrò e mi trascinò giù. Ero oramai solo. A pochi passi dietro di me si era portato un altro soldato che mi aveva seguito ed era rimasto incolume. Io rimasi aggrappato a pochi ciuffi d’erba ed un cespuglietto di pino muro a malapena mi nascondeva alla vista dei mitraglieri e dei tiratori della trincea. Ho passato così 11 ore di angoscia, immobile, tra la vita e la morte, in mezzo alle raffiche di mitraglia. Finalmente venne la notte; gli austriaci già uscivano dalle trincee gettando razzi e bombe ed io potrei ritirarmi insieme con alcuni dispersi che riuscì a raccogliere”. Queste righe scritte poco dopo l’azione ci danno una chiara idea del modo con cui essa si svolse, risolvendosi in episodi frammentari di piccoli gruppi isolati. Appare perciò estremamente difficile precisare a quale di essi abbiano appartenuto gli otto eroi di cui ci parla il Krauss. Erano forse elementi della 123ª che come dissi fu pressoché annientata durante l’azione? Oppure erano essi i valorosi alpini che seguirono il nostro eroico maggiore Giacoma super Umberto canalone fin quasi alla vetta e che con lui tutti morirono senza che noi potessimo neppure recuperarne le spoglie? Era forse il manipolo che si raccolse intorno al sergente maggiore Olivero della mia 101ª uno dei sottufficiali più valorosi che io abbia conosciuto in guerra, che cadde colpito in fronte dal piombo nemico? O non piuttosto i pochi alpini che non vollero abbandonare al nemico il loro amato sergente de Giovanni, ferito a morte e vollero morire con lui? Animo gentile e sereno quello del de Giovanni, ma cuore che non tremava. Prima dell’azione egli si lavò con cura volle indossare biancheria pulita e radersi la barba; a me che gli avevo chiesto sorridendo il motivo di tanti preparativi, egli rispose forse presa ago della prossima fine gloriosa: ” quando si sta per comparire dinanzi a Dio bisogna far pulizia sia dell’animo che del corpo!” Non sapremmo forse mai i nomi di questi Umili oscuri eroi; ma rievocando le gesta del battaglione bicocca che in quella tragica giornata si copersero di gloria, ed il cui eroismo meritava forse miglior fortuna, noi esaltiamo indirettamente anche gli otto alpini ricordati dal Krauss.
Per l’azione di Monte rombo con il battaglione bicocca venne citato all’ordine del giorno e mi piace chiudere queste poche righe riportando le testuali parole con le quali il generale Ghersi chiuse l’ordine del giorno stesso: ” il battaglione bicocca si è arrestato soltanto dinnanzi all’impossibile!” Firmato primo capitano professor Giovanni de Toni della regia Università di Modena
+ 3 ottobre, raduno in Edolo dei Battaglioni Edolo, Val Camonica e M. Adamello….
Epoca, 25 agosto 1968 – Gli evasi di Aschach.
Caduto prigioniero dopo una disperata resistenza nei giorni terribili di Caporetto, il capitano degli alpini Enea Guarneri aveva solamente un pensiero: fuggire per poter tornare a combattere. Fu allora che in uno squallido lager sul Danubio un pugno di ufficiali italiani scavò per tre mesi l’incredibile cammino della speranza, ma anche della sventura. Di Giuseppe Grazzini.
Foto di Guarneri con questo commento: il capitano Enea Guarneri. Era nato a Passirano, un piccolo paese vicino a Brescia. Allo scoppio della prima guerra mondiale si trovava a Pisa come studente della facoltà di Agraria. Partito volontario come semplice alpino dell’8° reggimento, si guadagnò i galloni di sergente e quindi dopo un rapido corso di istruzione venne promosso sottotenente e destinato al 2° alpini, battaglione Valle Stura. Ferito tre volte nei combattimenti sul monte Rombon e sull’Ortigara e promosso capitano sul campo, fu preso prigioniero dopo Caporetto e morì tentando di evadere dal lager.
Articolo: “Hanno sfondato qui, fra Tolmino e Plezzo. L’ala sinistra del 27º corpo d’armata ha ceduto. Come loro vedono tutto il fronte è in pericolo.” Il colonnello parla lentamente, passando la matita sulla carta topografica.
“Nella notte hanno cominciato a risalire sulla dorsale dello Stol verso occidente, e poi discenderanno nelle vallate. Per loro è tutto facile, adesso”…
Gli ufficiali chiamati rapporto fissano la carta in silenzio. Sono le sette del mattino del 25 ottobre 1917.
Da 20 ore le divisioni imperiali hanno scatenato la grande offensiva che ha rotto il fronte italiano a Caporetto.
“Il vostro gruppo”, riprende il colonnello, “deve lasciare immediatamente Cividale e raggiungere queste posizioni…”. La punta della matita segue la lunga dorsale dello Stol, si ferma davanti al Monte maggiore.
“… Ecco qui. Tre battaglioni, tre obiettivi. Uno chiuderà il passo sull’alta valle del Cornappo. Uno sull’alta valle del Natisone. Uno si attesterà sul versante opposto, sbarrando la strada che sale dalla valle Uccea. L’ordine è di resistere sul posto fino all’ultimo, signori: non ho altro da dirvi.”
Gli ufficiali salutano ed escono in fretta.
Mezz’ora dopo i tre battaglioni alpini del gruppo lasciano le ultime case del paese, mettendosi in marcia sulla statale di Udine. Da Caporetto scendono migliaia di sbandati. È meglio non vederli e non domandarsi perché le donne si fanno il segno della croce quando passano accanto agli alpini che marciano curvi sotto il peso dello zaino, calmi e gravi come se tutto quello che accade non li riguardasse: come se non sapessero che ormai tutto è perduto, che ormai non resta che fuggire o morire. Una marcia lunga, tormentosa. I tre battaglioni arrivano di fronte al Monte maggiore soltanto all’alba del 26 ottobre. La montagna e deserta. Un silenzio profondo. I boschi neri misteriosi appaiono e scompaiono fra i lunghi vapori che salgono dalla valle… Poco dopo le 6 i 3 battaglioni sono già disposti in ordine di combattimento sulle testate del Cornappo e del Natisone a sud e sul passo della valle Uccea a nord. In cresta c’è una compagnia del battaglione Valle Stura al comando del capitano Enea Guarneri. Due ore di attesa. Gli occhi bruciati dal sonno frugano nella nebbia, le voci e rumori sembrano venire dal fondo di una botte. ” Signor capitano… Guardi là… “. Il capitano Guarneri si volge di scatto. Accanto a lui un sergente gli sta indicando una linea di cespugli, c’è qualcosa che si muove cautamente. Per qualche minuto non si vede più nulla, poi appaiono delle sagome scure che avanzano in ordine sparso: sono le avanguardie della 50ª divisione austriaca che precede di poco i reparti scelti della 12ª Slesiana e degli Alpenkorps. Il primo colpo di fucile che schianta il silenzio, una di quelle ombre che allarga le braccia e rotola in terra, poi tutti i fucili e le mitragliatrici, le bombe a mano, il sibilo lacerante dei mortai, il tonfo delle cannonate… L’ordine di resistere e gli alpini resistono. Per tutto il giorno, uno contro 20, battendosi con furia indomabile. Viene la sera, sembra che il comando imperiale voglia concedere un po’ di tregua ai reparti decimati dall’imprevista reazione italiana. Un caporale della 50ª divisione, preso prigioniero nell’ultimo contrattacco, sta dichiarando che non riesce a capire perché gli italiani si ostinino a difendere queste posizioni quando tutto il resto del fronte è crollato e quando il suo Leutenant ha già scritto alla moglie promettendole una meravigliosa vacanza a Venezia. ” Oppure a Brescia ” aggiunge il capitano Guarneri con ironia. Guarneri e di Brescia, per un attimo rivisto la sua vecchia casa di campagna, il verde, la pace si è sentito mancare. Perché potrebbe anche essere possibile, nelle condizioni in cui si trova l’esercito italiano. Cadorna e a Udine e forse soltanto adesso si rende conto di aver sbagliato, quando sosteneva che gli austro tedeschi per almeno sei mesi, non sarebbero stati in condizione di poter scatenare un’offensiva e comunque avrebbero tentato sull’estrema sinistra del fronte e non sulla destra. Il generale capello, anche lui convinto di aver davanti sei mesi di ordinaria amministrazione, è andato a Padova a curarsi la nefrite: la sera del 22, quando è tornato al comando del secondo corpo d’armata, era troppo tardi. Ha visto giusto, tuttavia, e ha fatto sapere a Cadorna che bisognava ritirarsi con estrema urgenza fino al Tagliamento. Cadorna gli ha detto di sì, poi di no, poi ancora di sì e di no. Intanto i 700 pezzi d’artiglieria a disposizione del generale Badoglio sono caduti in mano al nemico, perché Badoglio dato ordine di non sparare fino all’ultimo momento, quando lo avesse detto lui. E poi è scomparso, nessuno è riuscito davvero un ordine da lui, per due giorni. Soltanto ora gli strateghi si riprendono dalla sorpresa. Alle due della notte fra il 26 e 27, mentre il capitano Guarneri e i suoi alpini stanno aspettando un nuovo assalto, Cadorna ordina finalmente la ritirata generale: con 30 ore di ritardo, le ore che hanno già dato alla cattura di Caporetto le dimensioni della catastrofe. Ma l’ordine non può arrivare fino quassù. Il gruppo dei tre battaglioni alpini, del resto è completamente accerchiato. Alle quattro ricomincia la battaglia. ” Annientate i testardi ” ha ordinato il generale Stein: e ha mandato altre rinforzi alla 12ª Slesiana. Gli arditi degli Alpenkorps hanno raggiunto un bosco al di sopra delle posizioni italiane e hanno piazzato mitragliatrici sugli alberi, rovesciando una grandine micidiale dall’alto. Eppure gli alpini non cedono ancora. A mezzogiorno dei 900 uomini che formavano il gruppo, i morti e feriti gravi sono più di 600. Poco prima dell’una i resti del battaglione che ha difeso la testata del Cornappo finisce le munizioni e 10 minuti dopo anche quelli del Natisone cessano il fuoco. Resiste ancora la prima compagnia del capitano Guarneri, ridotta a 15 uomini fino all’1:30. Poi la valanga delle truppe imperiali sommerge anche loro, non c’è più nulla da fare.
Gli ufficiali gettano via le pistole prima di arrendersi. “È un vero peccato”, dice un capitano austriaco, “che uomini valorosi come voi siano guidati da dei pazzi. I vostri generali hanno perduto completamente la testa”.
Per scavare avevano soltanto la paletta della stufa.
Due settimane più tardi il prigioniero di guerra capitano Enea Guarneri si trova nel campo di concentramento di Sigmunsherberg. Freddo. Fame. Solitudine. Amarezza. E quel pensiero fisso, fuggire. Perché l’Italia è ancora in guerra e fino a quando si è vivi si può si deve fare qualche cosa. Fuggire, ma come? Sono in molti quelli che vorrebbero farlo e qualcuno ogni tanto ci prova: ma lo riprendono subito. Quando Guarneri ne parla con l’amico Lamberti, un altro capitano del battaglione Valle Stura scampato alla strage del 27 ottobre, le difficoltà appaiono sempre più gravi. Riuscire a passare i reticolati del campo non significa nulla, bisogna organizzarsi in modo da arrivare fino alla frontiera di un paese neutrale con il minimo possibile di rischio: farsi riprendere vuol dire andare in un campo di punizione perdendo ogni speranza di poter tentare di nuovo e rendendo più dura la disciplina per gli altri compagni prigionieri. ” Ci vuole anzitutto la buona stagione “, dice Lamberti. ” E poi buone carte topografiche, buone scarpe una bussola, viveri per almeno un mese, molto denaro …”. Per il momento, nulla di tutto questo. La Croce Rossa non ha ancora potuto far arrivare i pacchi da casa. Il campo è a 700 km dalla frontiera svizzera, una distanza proibitiva. E la guardia è sempre più stretta, da quando 13 ufficiali sono riusciti ad evadere attraverso un cunicolo scavato sotto le baracche. Il 10 gennaio, finalmente arrivano i primi pacchi. Cinque giorni dopo si viene a sapere che sta per essere aperto un nuovo campo di concentramento per ufficiali ad Aschach, vicino a Linz e che è possibile esservi trasferiti. “Ashach è sul Danubio” dice Guarneri a Lamberti, “e ci sono meno di 400 km dal confine con la Svizzera. È la Provvidenza…”. Passano giorni di attesa e di entusiasmo. Con Guarneri a Lamberti hanno chiesto il trasferimento anche alcuni alti ufficiali che hanno lavorato allo scavo del cunicolo attraverso il quale sono fuggiti 13 loro compagni prima che il complotto venisse scoperto. Hanno fatto domanda anche altri prigionieri, fra i meno rassegnati del campo: e il direttore di Sigmunsherberg sa benissimo perché tutti questi ufficiali italiani sono tanto desiderose di andare a Aschach, e non gli sembra quasi vero di mandarli via. (Così cercheranno di evadere di là e daranno delle grane a un altro, non a lui che un vecchio maggiore della riserva a cui piace la birra è la vita tranquilla). Il 9 febbraio la comitiva entra nel campo di Aschach. Come era nelle speranze, non c’era molta gente: una sessantina di prigionieri in tutto, e ancora disorganizzati. Pochi giorni dopo gli incarichi più importanti dell’amministrazione del campo sono già nelle mani dei congiurati il capitano Lamberti dirige il magazzino viveri dove si distribuiscono le patate, le rape e le mele di assegnazione, più la marmellata e la carne che gli ufficiali riescono a procurarsi facendo la spesa fuori dal campo: secondo il regolamento potrebbero acquistare solo carta, inchiostro, penne, spazzolini ed altri piccoli oggetti d’uso. Tuttavia il direttore di Aschach è un buon uomo, che chiude un occhio: arresto ci pensa l’ufficiale addetto agli acquisti, il sottotenente Gianferrari. È un ragazzo di Trento brucia dalla voglia di ritornare a combattere. Si è fatto amico il caporale austriaco che lo accompagna a fare la spesa: e ogni giorno raccoglie informazioni e studia tutte le possibilità che il suo incarico prezioso può aprire al piano di evasione. Lo stesso fanno il capitano Pieri, che dirige la biblioteca, il tenente Vinci, che ha l’ufficio di beneficenza, il tenente Fadigati che comanda la compagnia attendenti, il capitano Marzoli, membro del consiglio di amministrazione, il sottotenente Peronino che è aiutante maggiore di baracca. Il capitano Guarneri, l’anima della congiura, dirige infine il magazzino della legna, la lavanderia e il laboratorio di falegnameria.
“Per adesso dobbiamo osservare e tacere”, raccomanda ai suoi amici. “Il giorno che si comincia non dobbiamo fermarci più, fino a quando non siamo di nuovo in Italia…”.
Quel giorno sembra prodigiosamente vicino. Al campo sono arrivati altri 300 prigionieri e c’è un po’ di confusione. Qualcuno fra i tanti potrebbe fare la spia e occorre maggiore cautela: ma il numero non guasta e le cariche importanti restano sempre ai congiurati, che il 1 marzo segnano già al loro attivo un successo decisivo. Il tenente Gian Ferrari ha incontrato per caso, mentre faceva la spesa, una sua compagna del liceo di Trento che vive a Linz come internata civile. È bastato uno sguardo perché la ragazza capisce tutto: gli è andata incontro, lo ha abbracciato teneramente sotto gli occhi del caporale che da quel momento si è sentito il protettore di due giovani innamorati, una cosa calda come lo stube foderato di legno con le tendine a quadretti rossi, una cosa bella come il fiore della genziana. “Ci procurerà le cartine del Bedeker” racconta quella sera il tenente Gian Ferrari,” e anche la bussola. Il mio custode non sospetta di nulla, potrò incontrarla tutte le settimane. ” Il capitano Guarneri a un breve sorriso. ” Ringraziamo Iddio” dice, “e ora mettiamoci a lavorare.” Di riunione in riunione il progetto lo comincia a prendere forma. La soluzione migliore sembra quella di scavare una galleria sotto la baracca degli ufficiali, la più vicina alla cinta dei reticolati e soprattutto l’unica da cui è possibile uscire in aperta campagna, sotto un campo di segala. ” Fra due mesi la Segala sarà alta più di 1 m”, osserva Guarneri, soddisfatto. “Tutto sta ad arrivarci per quel tempo”. I problemi sono molti i tenendo conto che una minima imprudenza può compromettere tutto, sono gravissimi. Il primo è quello di nascondere il materiale di scavo. Dopo un attento esame della situazione si decise di spargere alla terra di riporto sotto la baracca che è costruita su una serie di basse palafitte il terreno, lievemente in discesa, lascia sotto la baracca uno spiazzo che da un lato è di appena 20 cm e che dall’altro invece più di 60. Ogni due settimane per regolamento, i custodi fanno un’ispezione sotto l’impianto delle baracche: ma quando arrivano questa non possono spingersi troppo in avanti e del resto debbono pensare che in quella specie di lama di coltello non possa veramente nascondersi nessuno. “Basta spargere il materiale in modo uniforme non si accorgeranno di niente”, assicurano il tenente Osella e il tenente Gastaldi, che hanno già l’esperienza del cunicolo scavato a Sigmundsherberg. Il 12 marzo il tenente Fadigati apre a regola d’arte è una botola sotto la stufa, che ogni volta verrà staccatevi attaccata alla tubazione e alla pedana di ferro per scavare non c’è che la paletta della stufa. Per raccogliere e per distendere la terra scavata non c’è che un corto bastone a cui è stata applicata un’assicella a forma di T. il lavoro procede metodicamente. Ogni giorno è di turno una squadra di tre o quattro prigionieri che arrivano alla baracca alla spicciolata, mentre una seconda squadra di sei prigionieri monta la guardia nei punti da dove può arrivare un pericolo. La prima squadra indossa rapidamente degli abiti da lavoro nascosti sotto la moto le ginocchia sono fasciate con degli stracci. Si scava per sei ore dandosi il cambio ogni due ore. Alla fine del turno c’è mezz’ora per spazzare, spolverare e lavarsi cura, soprattutto i capelli. In due settimane un primo tratto di galleria, necessario per manovrare il materiale di scavo che verrà fuori dal secondo tratto, è già aperto. L’organizzazione funziona perfettamente. Ma bisogna risolvere subito un problema a quello della luce. Ci vogliono 30 m di filo elettrico che costa 18 corone al metro. È un prezzo molto alto che tuttavia i congiurati potrebbero pagare perché ricevono regolarmente il loro stipendio di ufficiali in corone, secondo le convenzioni internazionali. ” Ma noi non dobbiamo favorire l’industria nemica ” dichiara Guarneri. ” Ne ore questo, anche se sembra una sciocchezza. ” È una questione di stile e non ci sono obiezioni. Al filo provvede il tenente Gian Ferrari, ne stacca quanto può, mezzo metro di qua, 1 m di là: e soprattutto ne guadagna su Luigi che corrono da un lato e dall’altro delle pareti divisorie, gli basta bucare la parete e derivare la corrente da una sola linea per risparmiare tutto il all’altra di, anche il problema della luce così viene risolto. L’amica del tenente Gian Ferrari non senza rischio è andata fino a Innsbruck ed è riuscita a procurarsi una guida del Baedeker. Con l’obiettivo di una macchina fotografica, qualche acido una busta di carta sensibile, il capitano Guarneri improvviso un laboratorio di fortuna e riproduce le Cartine, in modo che ogni membro della spedizione ne abbia una serie. Intanto strappando le tende dalle finestre (e latini la russa, di eccezionale robustezza), è possibile cucire degli zaini indispensabili per affrontare la lunga marcia verso la Svizzera. Non si è ancora trovata la bussola, ma la ragazza di Trento ha assicurato che la procurerà entro qualche settimana e c’è tutto il tempo, purtroppo. Il terreno del secondo tratto, quello che deve raggiungere la cinta dei reticolati e proseguire sotto il profondo fossato con del campo, si è dimostrato infatti terribilmente difficile. Per ogni palata di terriccio che viene via, dall’alto dai dati ne cadono due. È necessario armare il cunicolo con uno scheletro di legno, occorre molto legno e il lavoro di preparazione e vistoso e pericoloso. Certe sere, quando la giornata è stata più dura, Guarneri suoi amici parlano di abbandonare lo scavo e di tentare in qualche altro modo. Ma come? Corrompere i secondini è impossibile, qui ad Aschach. Aschach è uno dei pochi posti dell’Austria dove non si fa la fame. I secondini non hanno bisogno di denaro e soprattutto non si metterebbero mai nei pasticci, con rischio di finire al fronte quando qui hanno le loro famiglie e fanno la più comoda delle guerre. Si prova allora scavare più a destra e a sinistra, nella speranza di trovare un terreno migliore. Niente. Non c’è che andare avanti così ogni giorno, con infinita pazienza. Alla fine di maggio un cunicolo armato larga 80 cm alto 60 ha già oltrepassato la cinta dei reticolati. Secondo i calcoli adesso è necessario discendere in verticale con primo, poi proseguire per 4 m in orizzontale, poi risalire con un secondo pozzo e infine riprendere in salita l’ultimo tratto che porterà nel campo di segala: c’è da superare è infatti l’ultimo ostacolo, rappresentato dal fossato che circonda il lager.
Il medico austriaco non può fare più niente.
È la prova più difficile. La possibilità di provocare delle frane e la difficoltà di trasportare il materiale sono moltiplicate. A questo si aggiunge il pericolo che le sentinelle, passeggiando proprio sopra lo scavo, sentano dei rumori. Guarneri istituisce allora un nuovo servizio di guardia durante i lavori, un ufficiale resterà a leggere accanto alla finestra di una baracca dalla quale si può seguire il pendolare delle sentinelle. Quando si avvicinano, con un filo elettrico che è stato avventurosamente collegato con la baracca degli uffici, l’ufficiale di guardia stacca la corrente nella galleria e il lavoro si ferma. Quando il pericolo è passato riaccende la luce. Intanto il fondo della galleria è stato tutto rivestito di assi, così che il trasporto del materiale può avvenire su un carrello: non è stato possibile trovare delle ruote, allora si è rimediato con dei piccoli rulli di legno ingegnosamente imperniati sul fondo del carrello. Il 20 giugno quando il lavoro è arrivato all’attacco del secondo pozzo, giunge una notizia terribile. 10 ufficiali saranno trasferiti in un campo di punizione a Komaron, in Ungheria: dei congiurati soltanto uno è nell’elenco, il capitano Guarneri. Perché? Nonostante i rapporti abbastanza amichevoli con la direzione del lager, è impossibile saperlo. ” È un ordine ” rispondono: ed è meglio non insistere. La partenza è fissata per l’indomani e quella sera, quando il capitano Guarneri si congeda dai compagni incitandoli a continuare nell’impresa, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Ma la mattina dopo, improvvisamente, la partenza rimandata di cinque giorni. ” Fra cinque giorni saremo già lontani di qui “, dice Guarneri entrando nelle baracche richiudendo la porta in fretta. Si cala nel cunicolo, ricomincia a scavare con furia. La sera del 24 il secondo e ultimo pozzo è già risalito di oltre 1 m, domani si potrà riprenderlo scavo in orizzontale e poi uscire finalmente nel campo di segala. Il lavoro continua per tutta la notte con la forza della disperazione. La mattina del 25 una frana riempie il pozzo è il tenente Spagnolo che stava scavando si salva per miracolo. Sono quattro ore perdute, forse non c’è più speranza. ” Io continuo ” dice brevemente Guarneri e compagni. E ritorna giù. Lo segue il tenente Vinci e uno ad uno tutti gli altri, ancora una volta il loro posti. Alle tre del pomeriggio il pozzo e riaperto il capitano Guarneri riprende lo scavo attaccando la volta. Con cautela, prima. Poi più presto, con più sicurezza. “Andiamo bene, Vinci” ansima soddisfatto, “andiamo bene adesso”.
In quel momento la volta del pozzo cede di schianto, una valanga di terra riempie lo scavo. Il tenente Vinci colpito da un sasso alla testa riesce a stento a ritirarsi nel cunicolo orizzontale. La lampada si è spaccata, e tutto buio. ” Capitano… Capitano… “. Nessuna risposta. Il capitano Guarneri è chiuso nella morsa della terra che gli arriva fino al petto. Il tenente riesce soltanto ad afferrargli un piede e si rende conto che fra pochi minuti il capitano morirà soffocato. Torna nella baracca stravolto, dall’allarme. La rabbiosamente i compagni si infilano nel cunicolo, cominciano a tirar via la terra dal fondo del pozzo: ma altra e ricade da sopra, è inutile. Infilano un tubo, tentando almeno di assicurare un po’ di aria. ” Coraggio, capitano… Adesso lo diremo agli austriaci, verremo tirarla fuori da sopra… “. Una voce lontanissima fioca ma ancora dura e decisa. ” Sto bene così. Non chiamate i nemici. È un ordine… ” Il giovanissimo sottotenente Peronino risale nella baracca piangendo, spalanca la porta, corre fuori. 10 minuti più tardi il sergente d’ispezione austriaco con quattro guardie arriva sull’orlo del fossato. Il capitano Guarneri è lì sotto, si comincia a scavare. Ed è ancora peggio, perché si provoca un’altra frana dall’alto. Bisogna allargare la buca, e per questo bisogna spezzare un tratto di reticolato. ” Sarà una spesa ” dice il sergente, ” vi verrà addebitata “. Gli ufficiali non gli rispondono nemmeno, si avventano con le vanghe su quella terra maledetta, scavano ancora. Un medico austriaco è riuscito a fare una iniezione nella caviglia del capitano. Quando esce dice che è ancora vivo, ma non potrà resistere a lungo. Il tubo sia ostruito. . Via via che si scava, nuove frane si abbattono sul pozzo. Alle tre del mattino, nella luce abbacinante dei riflettori, riappare il medico che si è calato ancora una volta nel cunicolo. ” Il capitano Guarneri è morto ” dice.
Lo tirano fuori dopo mezzogiorno. Era ancora in piedi, col capo reclinato all’indietro e con le braccia conserte sopra in un ultimo atto di difesa. Nel silenzio profondo si sentì soltanto una voce rotta dall’emozione. Disse: “Sie sind Helden!” Questi sono eroi. Era il tenente colonnello Salomon, il comandante del lagheria, lo misero agli arresti quella sera stessa. Giuseppe Grazzini.
